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: Dante vivo || White Silence

© Julia Bolton Holloway, Sweet New Style: Brunetto Latino, Dante Alighieri, Geoffrey Chaucer, Essays, 1981-2012, tradotto ADA, 2012.


EPILOGO

DANTE IN ATTICA

BOEZIO ESULE, DANTE PELLEGRINO
 
 

l 15 ottobre del 1981, quattro studiosi di Dante, William Stephany, Rachel Jacoff, William E. Gohlman e chi scrive, si ritrovano, su invito della State University dell’University College of Arts and Sciences di New York a Geneseo e del Genesee Community College, all’Attica Correction Facility, (Carcere di massima sicurezza)  nell’ambito di un programma di recupero educativo. Ronald Herzman e William Cook nell’introduzione al convegno, dal titolo ‘Learning in Exile: Dante in Attica’, per ricordare la Rivolta della Prigione di Attica del 1971, sottolineano come l’evento è da considerarsi unico tanto nella storia accademica quanto nella storia di una prigione. Tutti noi abbiamo trattato aspetti diversi di Dante parlando ad un pubblico per la maggior parte composto di Neri, Ispanici, e Nativi Americani, un terzo dei quali omicidi. Perquisiti prima di varcare la prigione raggiungiamo la sala conferenze dopo essere entrati per una moltitudine di cancelli serrati che le guardie devono aprire. È come ritrovarsi in un paesaggio del poema dantesco.       

William Stephany della University of Vermont, il primo a presentare il suo intervento, ‘Esuli di Dante’, tratta del parallelismo in Dante tra Pier delle Vigne - il prigioniero suicida che Dante incontra nell’Inferno trasformato in albero, spezzandone i cui rami sanguina e parla - e Romeo, il pellegrino in Paradiso. Ingiustamente accusati entrambi per colpe non commesse, come lo stesso Dante, reagiscono rispettivamente l’uno con il suicidio in prigione, l’altro lasciata la corte e senza denaro con il pellegrinaggio, con se portando il suo bordone e il suo mulo. Rachel Jacoff del Wellesly College presenta un intervento su ‘Dante e Virgilio’, sottolineando quanto straniero e profondamente pagano fosse Virgilio, che sepppur strumento di salvezza per Dante è nondimeno condannato all’Inferno per l’eternità. L’ultimo intervento di William E. Gohlman della State University College of Arts and Sciences a Geneseo, su ‘Dante e l’Islam, suscita un grande interesse negli uditori, molte dei quali sono Musulmani Neri. William Gohlman sottolinea l’universalità del credo islamico, il suo rispetto verso Giudaismo e Cristianità - i ‘Popoli del Libro’ - l’interesse di Dante per l’Islam.  

Il mio intervento, ‘Boezio Prigioniero, Dante Esule’ è il secondo. Nel leggere oggi le mie parole di allora, immaginatevi non su una comoda sedia nel vostro studio ma piuttosto tra quegli uditori. Un pubblico composto di giovani ergastolani inseriti in un programma di recupero, in una stanza con sbarre alle finestre, con le guardie in divisa - molte delle quali assai incredibilmente sono donne, e ancora più sorprendentemente non armate – e che stando dietro provano risentimento del vostro privilegio di poter ascoltare questa conferenza. (Guardie con mitragliatrici presiedono le torrette esterne gotico-disneyiane, ma dall’epoca della rivolta non sono più armate le guardie nel corpo principale della prigione, costruita in stile romanico e simile ad una profonda voragine e ad una fortezza). La conferenza è continuamente interrotta dai rumorosi comandi dei walkie-talkie, dalle guardie che, con un numero e non per nome, chiamano i reclusi. Si irrigidiscono tutti all’istante, fanno resistenza, salvo poi obbedire abbandonando la stanza.

                                    
         
Boezio Prigioniero, Dante Esule    

arebbe semplice presentare questa conferenza fuori da questo luogo. Nel contesto di una prigione la trovo un’esperienza umiliante ed al contempo di grande intensità. Davanti a questo pubblico percepisco un senso di inadeguatezza, e, tuttavia, che quanto dirò è più significativo qui che non se fosse pronunciato nel contesto più ordinario di un’altra istituzione. 

 Vorrei aprire questo mio intervento raccontando una storia accaduta in Italia a Roma. Mi trovavo in quella città, quando i Cardinali italiani elessero al pontificato Giovanni XXIII, persona già avanti negli anni e di origini contadine, che avrebbe preso proprio alla lettera il Vangelo. Io stessa un mattino udivo per le strade di Roma, gli italiani dirsi l’un l’altro: ‘Sai cosa ha fatto il Papa stamattina’? ‘E’ andato a ‘Regina Coeli’ a visitare i carcerati’. Regina Coeli significa ‘Prigione della Regina del Cielo’, ‘Prigione della Vergine Maria’, un bel nome, come lo stesso Attica, per un luogo orribile. Tutti i Romani sono felici per quello che il Papa ha fatto. Obbedendo al precetto di Cristo e visitando i carcerati pareva voler dire con il suo gesto che persino chi si fosse macchiato del più grave peccato aveva la possibilità di essere perdonato dal Santo Padre. Quella mattina questo rendeva tutti felici. Ciascuno poteva perdonare se stesso. Una foto molto amata di Papa Giovanni XXIII lo mostra con un carcerato che indossa il pigiama a righe nel carcere di Regina Coeli.3  

Mi appresto a parlare di due italiani Dante e Boezio, ambedue condannati per colpe non commesse. Boezio è esiliato e imprigionato. Giustiziato brutalmente   con corde attorcigliate attorno al capo strette al punto che gli occhi fuoriescono dalle orbite. Finito con mazza e ascia. Nel Braccio della Morte, in attesa dell’esecuzione, scrive un libro davvero straordinario, che intitola La Consolazione della Filosofia. Dante bandito da Firenze legge quel libro traendone motivo di consolazione, e ne è talmente suggestionato che su quel modello crea la Divina Commedia. Molti sono gli anni che intercorrono, secoli addirittura, tra Dante e Boezio. Boezio (470-524 d. C.) al tramonto dell’Impero è l’ultimo dei Romani, fino al Rinascimento, a conoscere la filosofia greca e la latina. È Senatore e discende dagli antichi romani, barbaro è invece l’ostrogoto Teodorico, suo Imperatore. Siamo nel V secolo d.C. Dieci secoli prima, nel V secolo a. C., Socrate è processato e indotto a bere la cicuta ad Atene in Attica. Boezio conosce i testi di Platone sugli ultimi giorni di Socrate, su Socrate nel Braccio della Morte, testi sui quali modella la sua Consolazione della Filosofia. Bandito da Firenze e in esilio Dante avrebbe scritto nel XIV secolo la Divina Commedia. Nel corso di questi nove secoli, oltre il tempo in cui l’opera di Boezio fu letta, copiata e amata da tutti coloro che la conobbero, proprio quando l’opera di Platone sulla prigionia di Socrate ad Atene, di dieci secoli prima, andò perduta. La  Consolazione della Filosofia nella nostra lingua (in inglese) fu tradotta da Re Alfredo, Geoffrey Chaucer, dalla Regina Elisabetta. 2

È soprattutto per ragioni politiche che Socrate è imprigionato e giustiziato. Sempre per ragioni politiche, esiliato da Roma, lo fu Boezio. Dante cresce a  Firenze, molto impegnato nella ‘vita politica’ della città (parola che letteralmente vuol dire ‘negli affari’ della città) costretto all’esilio quando la sua fazione politica perde potere. Sia Boezio sia Dante conoscono prima il successo, poi l’amarezza del fallimento. Ambedue trovano consolazione nei loro scritti, nelle loro opere. Poi di consolazione per i loro lettori.   

Devo a questo punto soffermarmi sulle pratiche per punire traditori e colpevoli nel mondo antico. La civiltà mediterranea insiste sul trattare lo straniero, il pellegrino, l’esule, con rispetto. Come fosse un dio, o Dio sotto mentite spoglie. Se un uomo commette un omicidio, se per ragioni politiche viene bandito dalla sua città, deve lasciare i luoghi circostanti e mettersi in viaggio altrove. Trovare rifugio, ricevere pane ed acqua a rinfrancarsi, ovunque vada. Così come vediamo nell’Odissea di Omero e nell’Oresteia di Eschilo. Nel mondo greco lo straniero, l’esule è considerato sotto la protezione di Zeus. Paradossalmente era sacro, anche nel caso in cui fosse stato un assassino. È considerato come uno degli dei dell’Olimpo che sotto mentite spoglie visita i mortali per saggiarne la pietà. Se non avesse scelto il pellegrinaggio e l’esilio, sarebbe stato imprigionato e giustiziato, come lo fu Socrate. Socrate preferisce questo non riuscendo a concepire l’idea di vivere lontano dalla sua amata città di Atene nella regione greca dell’Attica. Boezio successivamente deve subire la prigionia e l’esilio, trovando la morte nella città di Pavia, non a Roma, città di cui fu Senatore. Dante è bandito dalla sua Firenze, di cui fu Priore. Condizione necessaria al suo ritorno un umiliante rito penitenziale comune in Duomo o nel Battistero di San Giovanni cui sottostare, pena, altrimenti, la morte bruciato sul rogo se lo avesse mai fatto. Sceglie diversamente, sceglie di vivere peregrinando, fu ad Arezzo, Verona, Roma, Ravenna e altrove scrivendo la sua Divina Commedia. Provando quanto amaro è lo pane altrui e il salire l’altrui scale, ‘sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ’l salir per l’altrui scale’, come egli dice. 3

Il pellegrino ed esule cristiano eredita sia il concetto di straniero ed esule della cultura greca - dello straniero e dell’esule visto sotto la sacra protezione di Zeus - sia quello legato alla tradizione giudaica di Caino che uccide il fratello Abele. Il Signore mise un segno su Caino perché nessuno trovandolo lo uccidesse, lui errante e pellegrino sulla terra. Vediamo di come comunemente questi segni venissero impressi sulla fronte nel racconto di Boezio sui suoi accusatori, Opilione e Gaudenzio, 4, ed anche nel Canto IX del Purgatorio, quando con la punta della spada l’angelo incide sulla fronte di Dante le sette P che stanno a significare i sette peccati mortali da lui commessi. Espiati nei sette cerchi del Purgatorio, le sette P sono poi via via cancellate dalla piuma di un angelo. 5 I pellegrini portano questi segni come marchio d’infamia e, tuttavia, paradossalmente, la loro funzione è anche quella di protezione contro il male che poteva loro essere fatto. Un'altra storia, nel Vangelo di Luca 24, narra di Cristo stesso che straniero, sotto le mentite spoglie di pellegrino, non è riconosciuto dai due discepoli in cammino con lui. Per questo racconto il mondo medievale vide lo straniero, il pellegrino, come fosse Cristo sotto mentite spoglie, anche se come Caino fosse stato un assassino. Dante si riferisce a questa storia in Purgatorio XXI. La regola medievale stabilisce che nessun pellegrino poteva essere ucciso, pur se egli stesso un assassino; fosse stato ucciso, il suo assassino doveva a sua volta all’istante essere ucciso. È questo il motivo per cui in Dante, Dante stesso e Virgilio sono nel loro pellegrinaggio pellegrini che incontrano altri pellegrini; nel Purgatorio tutti espiano le proprie colpe, nell’Inferno sono esiliati e impenitenti. Dannati per l’eternità. 

La Consolazione della Filosofia, che Boezio compone in carcere in esilio è un libro che commuove profondamente. Non è un testo accademico. È un testo che leggo quando sono sopraffatta dalla disperazione. Un libro che per il lettore è come il più umano e saggio psichiatra, compassionevole ed efficace, che cura il suo paziente preferito, del quale molto desidera il ritorno alla sanità. Nella realtà questo è molto raro. Un parallelismo moderno potrebbe essere Soul on Ice di Eldridge Cleaver, libro anch’esso composto in prigione e che analogamente parla di speranza piuttosto che non di disperazione, di comprensione piuttosto che non di negativa amarezza. Di libertà mentale che dissolve la reclusione fisica. 6

La Consolazione, sul modello della testimonianza di Platone sulla prigionia di Socrate, ha due caratteri principali. Platone descrive Socrate parlare di una bella donna che a lui si presenta in abiti splendenti. Così come Boezio descrive se stesso in prigione visitato da donna Filosofia:

 

Mentre nel silenzio andavo rimuginando tra me e me queste riflessioni, e annotavo, scrivendo il mio lacrimevole lamento, mi sembrò che sopra il mio capo fosse apparsa una donna di aspetto venerando, dagli occhi sfolgoranti e penetranti oltre la comune capacità degli uomini. Il suo colorito era vivo e integro il suo vigore, benché ella fosse tanto carica d’anni da non potersi credere in nessun modo appartenente al tempo nostro. La sua statura era di ambigua valutazione. Ora infatti si manteneva nei limiti della normale statura degli uomini, ora invece sembrava toccare il cielo con la sommità del capo . . . Nel lembo inferiore del vestito si poteva leggere ricamata una π greca, in quello superiore, invece, una θ (l’attività pratica del pensiero e l’attività teoretica, filosofia pura ed applicata, le lettere sono il Pi greco e la lettera theta) e tra le due lettere apparivano disegnati in figura di scala alcuni gradini per mezzo dei quali era possibile risalire dalla lettera inferiore a quella superiore. 7

 

I manoscritti medievali di questa scena raffigurano in una miniatura la Filosofia con una veste su cui tra le due lettere appare il ricamo di una scala.  

 

I due dialogano insieme. Boezio, il prigioniero è descritto come vinto dalla sua disperazione, stoltezza, e autocommiserazione. Donna Filosofia, in realtà un lato di se - in greco il suo nome significa ‘Amore per la sapienza’ - è descritta come sapiente, equilibrata, ottimista, come colei che guarda al lato luminoso delle cose. Nell’opera letteraria i due caratteri sono in realtà due lati della personalità di Boezio stesso, il lato ostinato, disperato, e autodistruttivo, e il lato saggio, creativo, pieno di speranze. L’uno che agisce come uno studente stolto, l’altro come un aspirante maestro, sapiente, tollerante, indulgente. Questa è in realtà un’opera da cui trarre ammaestramento, consolazione, aiuto. Insegna ai lettori a scegliere di farsi beffa della loro autocommiserazione e respingerla. Boezio presenta un dialogo tra il lato stolto e il lato sapiente di se stesso, trascorre il più del tempo con la Filosofia esaminando le accuse mosse contro di lui e rammaricandosi di quanto mutevole la Fortuna sia stata con lui. La Filosofia gli fa comprendere che tutto è questione di prospettiva, e che le cose vanno viste in proporzione. Fa si che arrivi a smettere di pensare a se stesso come ad una pedina manipolata dalla sorte e a vedere come egli stesso abbia in parte contribuito a determinare la sua condizione presente. A vedere come egli stesso abbia scelto di considerarsi una vittima crogiolandosi nell’autocommiserazione, quando potrebbe, invece, risollevandosi da questo stato, guardare agli eventi con chiaro sguardo, e, con animo distaccato, allontanarsene. Egli le chiede se non sia anch’ella prigioniera. 8 No’ è la sua risposta, e soggiunge che quantunque si possa dir questo di lui, egli ha, nondimeno, favorito questa sua prigionia scegliendo di ‘annodare le catene da cui sarà trascinato’. 9 Ella sceglie di non condividere il profondo abisso della sua disperazione, l’agonia per la perdita della sua biblioteca, l’amarezza del suo esilio. 10 Gli dice che la Filosofia dimora nella mente piuttosto che non nei libri sugli scaffali. Sottolinea che ‘questo stesso luogo, che egli rammaricandosi chiama esilio, è la  patria per chi ci abita’.  

 

Poi ella gli insegna ad apprezzare ‘l’amore che governa la terra e il mare ed esercita il suo dominio sul cielo,’ 11 una frase che sarà echeggiata, riflessa, e sempre più ripetuta nelle ultime righe dell’Inferno, del Purgatorio, del Paradiso, culminando ‘nell’amore che move il sole e l’altre stelle’ del Paradiso XXXIII.146. Parla poi del Fato, i cui altri nomi sono Sorte, donna Fortuna, ed il suo opposto, o forse, contrario, Libertà. Questi contrari ella eguaglia al cerchio e al centro. Per la Filosofia il male non esiste; il male è piuttosto la tendenza al nulla, al non essere, la scelta di separarsi da Dio ‘il cui servigio è la perfetta libertà’. Chaucer traduce questo come  l’allontanarsi ‘nei più vasti spazi’. Non più con autocommiserazione ma catturato nei meandri delle sue argomentazioni, Boezio protesta, e come Dante fa questo scrivendo in prima persona:  

 

Ti prendi gioco di me – domandai – costruendo con i tuoi ragionamenti un inestricabile labirinto, di modo che ora entri per dove dovresti uscire, ora invece esci per dove sei entrata, oppure vuoi complicare quella che è, per così dire, la meravigliosa sfera della semplicità divina? Poc’anzi, infatti, iniziando il tuo ragionamento dalla felicità, affermavi che essa coincide con il sommo bene, e dicevi che è riposta in Dio sommo. . . . Sostenevi anche Dio governa l’universo con il timone della bontà, che tutti gli uomini ubbidiscono volontariamente e che non esiste un’essenza del male. E questo lo spiegavi fondandoti non su elementi esteriori, ma su prove interiori . . . e concatenate in modo da confermarsi l’un l’altra.     
 

E la Filosofia, a questo punto replicò: non mi prendo affatto giuoco di te . . . l’essenza divina si caratterizza in modo tale che né si disperde in elementi a lei esterni, né accoglie in se elementi  estranei, ma come a proposito di lei dice Parmenide, ‘simile a massa di sfera tonda tutt’intorno’ imprime il movimento circolare all’universo, mentre lei stessa si conserva immobile. Se poi abbiamo meditato su prove non mendicate dal di fuori, ma radicate all’interno dell’argomento che trattavamo, non c’è motivo che tu ne provi meraviglia, dal momento che, sull’autorità di Platone, sai come i discorsi debbano essere imparentati con le cose di cui trattano’. 12 La costruzione intellettuale che deriva dalle argomentazioni della Filosofia  e che plasma il pensiero medievale è semplice, è quella del cerchio e del suo centro, il cerchio rappresenta il fato, il tempo, l’uomo, lo svilimento dell’essere (l’unico male che esiste); il centro rappresenta, la libertà, l’eternità, Dio, l’essere. È lo stesso schema che troviamo negli scritti di Agostino e Tommaso d’Aquino. Plasmato da Platone e Aristotele, ma affonda le sue radici nei Presocratici. 13  

 

La Filosofia spiega:

 

E come tra più cerchi concentrici rotanti intorno ad una medesima orbita, il più interno si accosta alla semplicità del punto centrale . . . mentre il cerchio più esterno, rotando in un più ampio circuito, allarga la sua orbita negli spazi tanto quanto più si allontana dall’indivisibile punto centrale. Se poi a questo centro si connette qualcosa anch’essa diviene semplicità non più tendendo a disperdersi nello spazio. In modo analogo, ciò che maggiormente si allontana dalla prima mente più si avviluppa ai lacci del Fato; viceversa, ciascuna cosa è più libera dal Fato quanto più si avvicina al centro di tutte le cose. E se essa si attacca con saldezza alla mente suprema, è immune dal moto trapassando la necessità del Fato. Dunque, come il mutevole corso del Fato sta alla stabile semplicità della Provvidenza . . . il tempo sta all’eternità, il cerchio al suo centro. 14

    

Dante prima dell’esilio si serve di questa immagine del cerchio e del centro nella Vita Nuova, a lui appare qui Amore che gli dice queste parole: ‘Io sono come il centro del cerchio, in rapporto al quale stanno in modo identico i punti della circonferenza; tu invece no’. Nella Commedia l’immagine del cerchio e del centro è somma. Amo in particolare un esempio, che Dante riprende da un verso di Virgilio, intorno ai riflessi di luce dell’acqua in un vaso d’oro paragonabili al fluttuare dei pensieri che affollano la mente. Ma qui egli parla della relazione tra l’uomo e Dio come di una comunicazione a due sensi, dal centro al cerchio e dal cerchio al centro, in un mutuo rapporto di vicinanza. In Paradiso XIV, Dante dice:

 

              Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro,

            movesi l’acqua in un ritondo vaso,

            secondo ch’è percossa fuori o dentro: 


Sapevo dei cerchi concentrici sulla superficie di uno stagno increspato, ma non dell’altro moto che dal cerchio si espande al centro. Studiando Dante per il mio dottorato e incontrando questo verso chiedo ai miei figli e presa la nostra grande ciotola per fare il pane verifichiamo. Si, Dante ha ragione quando la parte esterna della ciotola è colpita i cerchi concentrici dell’increspatura dell’acqua si incontrano al centro.

 

Torniamo ora ai versi precedenti alla fine di Paradiso XIII:

 

             Non creda donna Berta e ser Martino
          per vedere un furare, altro offerere,
          vederli dentro al consiglio divino;

              ché quel può surgere, e quel può cadere.  

Queste nel poema le parole pronunciate da Tommaso d’Aquino. L’immagine del vaso di Dante, in parte ripresa da Boezio, è il pensiero che gli corre in mente nel  cercare di capire la paradossale affermazione del teologo, che senso non sembrava avere. Il testo di Dante parla del buon ladrone e del filantropo ipocrita. Uno è Dismas (il Buon Ladrone), l’altro Epulone che froda gli esattori delle tasse.  

 

Molti aspetti della Commedia sono un riflesso del pensiero di Boezio nella Consolation. Nella struttura stessa della Commedia, l’Inferno è la regione del Fato, la Ruota della Fortuna, una labirintica prigione eterna, il Purgatorio è una locanda a metà strada, il Paradiso la libertà. Dante, come Boezio, accusato di una colpa non commessa, in Inferno XII raffigura un personaggio, sotto il nome di Pier delle Vigne, che ugualmente accusato di una colpa non commessa muore suicida vinto dalla disperazione. Incontriamo Pier delle Vigne trasformato in albero spinoso. Spezzandone un ramoscello l’albero sanguina e parla in modo angoscioso. Dante stesso sarebbe amaramente potuto morire suicida come Pier delle Vigne se per superare la disperazione non avesse ascoltato le parole della Consolation di Boezio. In Paradiso VI Dante, entro la gemma del cielo di Mercurio, incontra un altro personaggio, anch’egli accusato di una colpa non commessa. Romeo dice a Dante che quando questo accadde egli semplicemente chiese il suo bordone e il suo mulo proseguendo quel pellegrinaggio che l’aveva condotto alla corte di Berengario. Anche Dante scrivendo la Commedia non sceglie il suicidio ma il pellegrinaggio. Ambedue apertamente asseriscono di scrivere la loro Consolation e la loro Commedia affinché ‘i posteri conoscano la verità ed abbiano un resoconto degli eventi’. Similmente, Dante alle anime di Pier delle Vigne e Romeo offre l’opportunità di parlare delle false accuse mosse a loro danno così replicando alla sopportazione di quelle calunnie.   

 

Prima, Cicerone scrive un’opera intitolata il Sogno di Scipione. 15 Opera  conosciuta e amata sia da Boezio sia da Dante. Boezio cita da quest’opera quando parla della piccolezza della terra in contrasto con il resto del cosmo: Come sai dalle dimostrazioni degli astrologi l’intera sfera della terra ha ragione verso lo spazio del cielo di un punto; cosicché se la si confronta con la grandezza del globo celeste non può essere considerata avere spazio alcuno’. 16 Dante conosceva questo asserto circa la ‘piccolezza della terra inghirlandata dall’Oceano’ in Cicerone e in Boezio. Eppure nella cosmologia e astronomia classica e medievale, questa terra di piccole dimensioni è pensata al centro dell’universo. Galileo avrebbe incontrato gravi difficoltà con la Chiesa per aver osservato che la terra, non immobile al centro del cosmo, girasse come uno dei pianeti attorno al sole. Ma Dante vive prima di Galileo. In Paradiso XXII egli guarda in giù dal cielo e è questo quello che vede:

 

              Col viso ritornai per tutte quante

             Le sette spere, e vidi questo globo

             Tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante;  

 

Questo è quasi, seppur non esattamente del tutto, ciò che vedevano gli astronauti. Mai  credo abbiamo realizzato quanto bella fosse la terra, quanto fragile, quanto delicata, fino alla pubblicazione di quelle foto dallo spazio. 17 Il classico Cicerone, Boezio, erede della patristica, il medioevale Dante, tutti pensano alla terra come oggetto di dispregio, come oggetto di imperfezione e peccaminosità, non come oggetto di mirabile bellezza. Per loro la terra è caduta, è peccaminosa, è materia, al centro del loro universo, ma l’esatto opposto del divino centro di Boezio rispetto al cerchio del sempre crescente non essere. 

 

Dante rivolta ogni cosa in Paradiso XXIII. Beatrice lo richiama perché si rivolga a mirare Dio e Maria entro la Rosa, attorno alla quale tutti cantano l’antifona ‘Regina Coeli’ (si ricorda che questo era anche il nome del Carcere romano visitato da Papa Giovanni XXIII ). Il cosmo, sottintende Dante, prima rovesciato, è ora nel giusto ordine, con Dio posto al centro, la ‘vil terra’ e l’uomo peccatore nella parte più esterna del cerchio. Non proprio così tuttavia, l’uomo peccatore, rappresentato dalla figura di Dante, è ora al centro. La Regina Coeli, la Regina del Cielo, ha redento l’uomo e la terra. È come essere catturati nel Teorema di Gödel, nell’Infinito dell’otto orizzontale, con raddrizzata ogni cosa ch’è sviata.       

 

Ma prima che questo accada, e prima di incontrare Boezio - che Dante colloca in Paradiso X - dobbiamo ancora viaggiare in quella prigione che è l’Inferno e in quella casa di correzione che è il Purgatorio. L’Inferno è nel regno delle tenebre, nel regno di quei terribili tre giorni dal Venerdì Santo alla Domenica di Pasqua. Alle similitudini dell’Inferno fa da sfondo la stagione invernale, che per Shakespeare è ‘l’inverno del nostro scontento’, l’inverno della disperazione. In opposizione al mortale Inferno il Purgatorio ci riporta alla ‘dolce stagione’ dell’apertura del poema, ci riporta alla Primavera, alla Pasqua, alla Resurrezione dalla morte. Entrambe le stagioni sono pietrose, ma sulle pareti di roccia del Purgatorio il sole brilla come una benedizione. I due luoghi si specchiano l’un l’altro. Entrambi sono gironi labirintici, il primo versione rovesciata del secondo. Entrambi con le loro porte. Vivamente ricordiamo l’orrore, l’inesorabilità della prima porta, l’iscrizione ‘LASCIATE OGNI SPERANZA, VOI CH’INTRATE’ incisa sul granito come su una pietra tombale, come la legge di Mosè sulle tavole di pietra, o come su un Arco di trionfo romano.  

 

Quella medesima porta, tuttavia, parla di se come costruita dalla Giustizia (dell’alto Fattore), dalla Divina Potestate, dal Primo Amore, dalla Somma Sapienza. Come può l’Amore, ci si chiede, creare tale artificio, come può costruire un monumento alla disperazione, alla negazione , all’ateismo? Una identica porta, tuttavia, si apre in Purgatorio IX, entrando per la quale Dante è marchiato con le sette P incise sulla fronte. Un affresco in Santa Maria del Fiore di Domenico di Michelino, raffigura  Dante che spiega la Commedia alla città di Firenze. La porta di Firenze è riflessa in quella dell’Inferno. Ed entrambe sono le stesse porte delle cornici e terrazze del Purgatorio. La porta è la medesima: la prima volta vi si entra sopraffatti dalla disperazione, la seconda volta è la Porta d’oro della speranza. Dante non fa che presentare la porta due volte, prima come  vista da un Boezio che sguazza nella disperazione, dopo come vista da un Boezio permeato di speranza dopo l’incontro con la Filosofia. È la medesima porta percepita da una diversa prospettiva mentale. Questa volta più giustamente è la porta della Giustizia, della Divina Potestate, del Primo Amore, della Somma Sapienza.  Non è la porta che conduce alla prigione, ma la porta da cui uscirne. 

 

La mia sentita propensione è di lasciarmi alle spalle l’Inferno. Ma devo ritornarci per parlare di due altri episodi. In Inferno V Dante e Virgilio incontrano Paolo e Francesca. Francesca racconta la sua storia di dolore, anche affermando al congiuntivo che fosse stato Dio loro amico ella avrebbe pregato per Dante. In realtà non è che Dio sia loro nemico, semplicemente la loro percezione di Dio è che egli si sia ritratto da loro. In termini boeziani, sono loro, in realtà, ad aver scelto di separarsi da Dio e, dunque, di lui parlare usando il congiuntivo. Facendo così corrispondere il distorcimento della lingua con il travisamento della verità. Sono loro a non perdonarsi, in realtà, non Dio. Più avanti nell’Inferno le anime sempre più parlano di Dio in termini spregiativi, come di potenza nemica, nimica potesta, Dio tiranno, e sono loro a volere (verbo che denota la scelta) sempre più allontanarsi dalla sua presenza, volontariamente ponendosi in eterno esilio da lui. 

 

L’altro racconto è quello di Ugolino da Pisa in Inferno XXXIII. Gettato in prigione con i suoi figlioletti accusato di tradimento della sua città, affamato ne divora i cadaveri. Un terribile atto di cannibalismo che per vendetta ora compie sul gelido ghiaccio sul capo dell’Arcivescovo Ruggieri che con la sua progenie lo imprigionò. Più avanti, sul ghiaccio, in questo regno di totale disperazione, ecco Satana, il più imprigionato prigioniero nella prigione dell’Inferno, che riflettendo il gesto di Ugolino divora uno ad uno i suoi tre figli, Giuda, Cassio, Bruto, traditori delle città sante di Gerusalemme e Roma. Il divoramento della propria progenie, l’annichilimento di se e dei propri cari, è quella boeziana definizione del male, quell’annichilimento del se, quel tendere al non essere, che la disperazione produce. Teologicamente parlando è la disperazione il più grave peccato. Peccato contro Dio, peccato contro se stessi ad immagine di Dio. 

 

I soggetti sotto stress - a causa della prigionia o della perdita d’identità che l’esilio porta con se - in alcuni casi compensano questo loro stato creando opere che restituiscano significato alla loro vita. Carl Jung ha osservato come alcuni pazienti riuscissero, creando mandala e labirinti, a ristabilire l’ordine nella psiche. 18 Thomas Usk, amico di Chaucer, in attesa dell’esecuzione compone in prigione un boeziano Testamento di amore che forma in acrostici una preghiera per una Margaret, una Perla che simboleggia la sua anima. 19 Re James di Scozia, catturato dagli inglesi, compone un poema alla maniera di Chaucer e basato sulla Consolazione della Filosofia di Boezio, conosciuto come il Kingis Quair, il Libro del Re.  20 Sir Thomas More, prigioniero nella Torre di Londra compone il Dialogo del Conforto contro la Tribolazione con cui due cristiani ungheresi, zio e nipote, cercano consolazione per l’invasione turca degli infedeli 21 Sir Walter Ralegh e Jawarlal Nehru, padre di Indira Gandhi, in prigione scrive le storie del mondo. 22 Gli Indiani Navaho nei rituali di guarigione eseguono dipinti con la sabbia mentre ripetono la narrazione della creazione del mondo come il nome dell’individuo per cui i riti sono eseguiti. 23 In tutti questi tentativi di ristabilire l’ordine nella vita umana, tali resoconti, sulla carta o nella sabbia, narrati con la parola o dipinti, si incentrano su quel particolare individuo, quella persona includendo nella totalità dell’opera, perché sia al centro del disegno o dell’ordine, della ricreazione del significato, del senso, della forma. Boezio e Dante egualmente pongono e nominano se stessi entro i loro labirinti, entro le loro opere simili a mandala in cui essi peregrinano dall’esterno del cerchio - che manca di significato e di senso a causa di un’erronea prospettiva – al suo centro, così giungendo al significato, alla verità, alla libertà, alla consolazione.  

 

Siamo qui di fronte ad un paradosso, poiché quello stesso disegno, quello stesso ordine che essi creano è come una prigione. Del perché l’uomo sempre abbia amato disegni e forme rigorose, progettando città divise in isolati, l’inferno disegnando in bolge, in cornici il purgatorio, prigioni e monasteri in celle, non so. So che mentre avrei un certo senso di soddisfazione nel creare un Utopia, nel costruire una comunità ordinata, non sceglierei di abitarne una disegnata da altri ed in cui non ho avuto  scelta alcuna. Il post strutturalista francese, Michel Foucault, studiando questi aspetti delle prigioni, scopre che questa visione origina dal desiderio di aiutare e dal voler far ravvedere i carcerati, piuttosto che non dal volerne annientare l’anima. 24 Diciamo che per alcuni il concetto di ordine è visto come un paradiso. Un monastero medievale è un paradiso, la Città di Dio sulla terra. Le celle attorno ad un chiostro, il giardino con al centro il pozzo. 25 Per altri, invece, tale ordine è la materia di cui son fatti gli incubi. L’Inferno di Dante è certo questo, in parte modellato, interessante osservare, sulla leggenda medievale del Purgatorio di San Patrizio come visto nella Visione del Cavaliere Owain. Addormentatosi nel Pozzo di San Patrizio, posto su un’isola al centro di un lago in Irlanda, egli fa un terribile sogno di abissi,  ponti, bolge, passerelle, da cui quasi non ne emerge vivo. 26 Nell’Ottocento il saggista inglese, Thomas de Quincey, descrive Coleridge che gli mostra Le Carceri, stampe rinascimentali dell’italiano Piranesi - incise dopo i postumi di un delirio febbrile - delle orribili celle a volta di una prigione in pietra, con terribili strumenti di tortura sul pavimento, grandi cavalletti e ruote, con balaustre e terrazze che conducono da un piano all’altro, e sulle quali si vede la figura in miniatura dello stesso Piranesi, che sforzandosi di fuggire da una sezione della prigione non fa che ritrovarsi in un’altra. 27 Ho sempre pensato che avrei voluto allestire l’Amleto di Shakespeare con queste scene che come tele e fondali rappresentassero la sua Danimarca come una prigione.

 

Questo è in un certo senso ciò che Dante compie nel creare il suo Inferno dall’Eneide VI di Virgilio. Se stesso e Virgilio collocando entro questa costruzione, se stesso nominando nel testo, a se stesso dando significato. Egli vede l’Inferno come un carcere eterno, un incubo, dal quale non c’è liberazione se non per se stesso, ed il lettore riflesso in lui. Questi prigionieri sono ergastolani. Mai neppure augurano a se la libertà provvisoria. Ma il Purgatorio è una prigionia del tutto diversa. È voluta e scelta, così come chi vive in un monastero sceglie per se una vita di ordine. Chi abita il Purgatorio non è un esule immobile nel non essere, può scegliere di ascendere da una cornice all’altra, come pellegrino muoversi verso il centro ogniqualvolta egli stesso ritiene di essere pronto a farlo. Chi è nel Purgatorio si è macchiato degli stessi peccati di chi si trova nell’Inferno. Diversa è solo la loro attitudine. Essi sono morti nella speranza della redenzione, e non disperatamente persuasi di essere dannati. La montagna del Purgatorio è, dunque, secondo l’originario significato della parola, un penitenziario, dove i pellegrini possono riconciliarsi ed espiare le proprie colpe. La  fedina penale è così pulita, il ricordo della colpa rimosso, pagato il debito verso l’uomo e verso Dio. Il Paradiso è il regno della libertà assoluta, dove le anime al centro, e ovunque scelgano di essere, con se portano la compiuta visione della libertà del centro persino quando discendono verso la terra, come Beatrice che su incitamento di Maria e Lucia, giunge da Virgilio nell’Inferno. Tre donne queste che sono le tre Grazie piuttosto che non le tre Parche e le Furie.

 

Nel testo di Dante a rivestire particolare importanza è il fatto che gli abitanti delle bolge e dei cerchi dell’Inferno, in realtà, hanno scelto liberamente, pervertendo la verità e la realtà della loro esistenza, accusando qualcun altro di quello di cui essi sono colpevoli. Liberamente hanno scelto di credere di essere condannati, castigati, e dannati. Questo hanno fatto a se stessi e non qualcun altro lo ha fatto loro. Dio, che nell’iscrizione sulla Porta dell’Inferno è Divina Potestate, Primo Amore, Somma Sapienza (in alcune traduzioni in inglese, Onnipotenza, Amore e Intelletto) ha creato questi esseri a sua immagine, ed essi ne condividono la potestate, il suo Amore e la sua Sapienza, se scelgono di farlo. Oppure altrettanto liberamente essi possono scegliere di abbandonare quella potestate, quell’amore e quella sapienza, divenendo impotenti, odiosi e pazzi, separandosi da Dio; che è poi quello che realmente hanno fatto. Dante nel creare queste anime, dure, orgogliose, caparbie, le ha plasmate come se stesso, a immagine dello stolto Boezio nella Consolazione. E attraverso le pagine della Commedia, si allontana dallo stolto ‘se’  peregrinando verso la sapienza della Filosofia e di Beatrice, letteralmente viaggiando dalla tragedia della pagana Eneide di Virgilio ad una commedia Cristiana di salvezza scegliendo di conoscere se stesso, di perdonare se stesso. Scegliendo di purificarsi mediante i riti medievali della confessione, della contrizione, della soddisfazione, unitamente alla riparazione verso la vittima e la società.

 

Qualità condivisa di tutte queste opere è l’autore che cerca o incontra l’altro. E l’altro è una figura femminile, non maschile. Vediamo questo nella Consolation di Boezio, nella Commedia di Dante, nel Testament di Usk, nella Bibbia di Re Giacomo (King James Bible) o in Quaire. La figura femminile rappresenta l’anima dell’autore, da cui, grazie alla conquista della sapienza, non più è alienato. (Analogamente, Cordelia è l’anima di Lear, Miranda di Prospero, Perdita di Leonte). Il suo amore è al centro. Al centro egualmente è il suo potere e la sua sapienza. Per Boezio, incarcerato a Pavia, la sua anima è la Filosofia. Per Dante in esilio da Firenze è la fiorentina Beatrice. Per Thomas Usk è  Margaret, per il Re di Scozia la donna che intravede attraverso le sbarre e che diverrà sua sposa e Regina. Per Eldridge Cleaver, che scrive Soul on Ice nella prigione di  San Quentin, è la Regina Nera del Cantico di Salomone nella Bibbia. Per questi scrittori, questi sono i modi, a livello mentale, per cancellare l’orrore della prigionia e dell’esilio.

 

Concludo questa conversazione prigioniera osservando che Dante incontrando l’anima di Boezio in Paradiso X parla di lui come di colui che è giunto a questa pace  . . . da martirio e da essilio venne a questa pace (128-129). 

 

Con queste parole Dante riflette il suo viaggio dalla disperazione alla speranza, dal fato alla libertà, dall’amarezza dell’esilio alla ‘visione di pace’, il significato della parola ‘Gerusalemme’, che così gioiosamente celebra nel Paradiso.

 

Questo il mio intervento all’Attica State Prison, o piuttosto Attica Correctional Facility. Alle guardie tutti riferiamo come i carcerati si fossero dimostrati attenti e percettivi nei nostri confronti. Ma la replica rabbiosa di una delle guardie è che si sono comportati così bene solo per avere un’altra conferenza simile. Durante il Simposio, ‘L’Apprendimento in Esilio’, trascinano i piedi e le sedie, parlano con i  loro walkie-talkie, in modo brusco chiamano i carcerati a voce alta e con il loro numero, rumoreggiano con i piatti. I carcerati stanno, invece, seduti e così attentamente rapiti che si sarebbe persino potuto sentire uno spillo cadere. Conquistano il nostro cuore trasmettendoci il loro percepirsi come persone degne e di valore. Fanno commenti, riferendo i testi a se stessi, osservando, con disarmante onestà, che come le anime dannate dell’Inferno essi hanno incolpato tutti gli altri tranne se stessi. 28 Un giovane ispanico chiede se potevano essere inclusi testi spagnoli e caraibici la volta successiva. Gli parlo della commedia spagnola Laberinto di Juan de Mena, e di Jorge Luis Borges che scrive di labirinti, 29 mentre confesso la mia ignoranza della poesia caraibica scusandomene. Un altro, di colore, mi chiede se non fossero state le difficoltà e le vicissitudini (si, proprio questo era il suo vocabolario) della vita ad indurre Dante a scrivere quella mirabile e possente opera che è la Commedia. Un terzo, nativo americano, fa un commento analogo. All’Attica State Prison – ora eufemisticamente Attica Correctional Facility – siamo andati pensando che noi avremmo insegnato loro. Siamo stati noi, invece, ad apprendere da loro. Sono stati loro ad insegnare a noi. Ed in quella prigione abbiamo trovato Filosofia, Signora Sapienza. Non una biblioteca universitaria è la sua dimora. Sua dimora è un luogo di sventura.     Il Simposio si protrae quasi per tutto il giorno. Quella stessa sera ritornati per incontrare la classe che aveva studiato Dante in quel semestre, ancora una volta siamo scortati dalle guardie entrando per quei cancelli serrati. Mentre scendiamo per un corridoio, Ron e Bill dicono che la rivolta e la sparatoria di dieci anni prima è avvenuta nel cortile a noi visibile dalle finestre. Quella notte appariva stranamente pacifico. La sera successiva per i Vespri siamo andati all’Abbazia Cistercense di Genesee. Sembrava giusto collegare una prigione e un monastero. Abbiamo trascorso ore ed ore a parlare della nostra esperienza ad Attica e delle nostre ricerche su Dante. I carcerati ci hanno insegnato molto sulla figura dello straniero, dell’escluso, molto su Virgilio, Boezio, Dante, Saladino, che solo per metà avevamo incontrati nei nostri testi, molto su loro stessi, e noi pienamente persone riuscivamo a capire noi stessi e gli altri. 30 Come Beatrice, essi, ci hanno condotti al centro. 


Notes

1 John Robert Glorney Bolton, Il Papa (Milano: Longanesi, 1959), p. 272; Living Peter (London: George Allen and Unwin, 1961), pp. 185-186.
2 Trans. King Alfred, ed. John Walter Sedgefield (Oxford: Clarendon, 1900); trans. Geoffrey Chaucer, in The Riverside Chaucer; trans. Queen Elizabeth, in Queen Elizabeth's Englishings of Boethius, Plutarch and Horace, ed. C. Pemberton (London: Early English Text Society, 1899), EETS OS 113.
3Convivio I.iii; Paradiso XVII.58,60. Ancora oggi il pane fiorentino è preparato senza sale. 
4 Dei suoi accusatori Boezio dice: 'Tra di loro un Basilio, già allontanato dal servizio del re, è stato indotto a testimoniare contro di me a causa dei suoi debiti. Un Opilione e un Gaudenzio poi, anch’essi condannati in esilio dal tribunale regio a causa delle loro innumerevoli frodi di ogni specie. Costoro, rifiutandosi di ubbidire, ripararono per diritto d’asilo in un luogo sacro; quando il re lo venne a sapere, decretò che se entro la data stabilita non avessero abbandonato Ravenna, ne fossero cacciati segnati sulla fronte con un marchio d’infamia. Come poteva essere più severo il giudizio del re? Eppure, quello stesso giorno, la testimonianza di costoro contro la mia persona fu accolta’. Boethius, The Consolation of Philosophy, trans. Richard Green (Indianapolis: Bobbs Merrill, 1962), p. 11; Boezio, La Consolazione della Filosofia, Milano, BUR, 1999.
5 Nel dispensario dell’Abbazia Cistercense di Casamari in Italia, ho visto i monaci somministrare la penicillina, ma anche applicare su una ferita con una piuma d’uccello una lozione conservata in un vasetto. 
6 Eldridge Cleaver, Soul on Ice (New York: Delta, 1968).
7 Pp. 3-7.                                                                                                                          
8 P. 7: "Signora di ogni virtù," Io dissi, "perché lasciando l’arco del cielo siete giunta in questo deserto luogo d’esilio? Siete anche voi prigioniera, oppressa da false accuse?          
9 P. 9.
10 Egli parla di armadi per libri in avorio e cristallo. .
11 P. 41, Book II, Poem 8.
12 Pp. 72-73.
13 Alexander P. D. Mourelatos, "The Philosophy of Parmenides," Ph. D. Dissertation, Yale University, 1963.
14 Pp. 91-92.
15 Cicero, "Dream of Scipio" in Chaucer: Sources and Backgrounds, ed. Robert P. Miller (New York: Oxford University Press, 1977), pp. 96-105.
16 P. 37.
17 Un prigioniero dice qui, “Era bella!" quando chiesi com’era la terra in quei dipinti.
18 Carl G. Jung, Mandala Symbolism, trans. R. F. C. Hull (Princeton: Princeton University Press, 1972).
19 Thomas Usk, "The Testament of Love," in Chaucerian and Other Pieces, edited, W. W. Skeat, (London: Oxford University Press, 1897), vol. VII.1-145.
20 King James I of Scotland, The Kingis Quair, John Norton-Smith (Leiden: Brill, 1981).
21 Sir Thomas More, A Dialogue of Comfort against Tribulation, edited, Louis L. Martz and Frank Manley, in The Complete Works of St. Thomas More (New Haven: Yale University Press, 1976), vol 12.
22 Sir Walter Ralegh, The History of the World, ed. C.A. Patrides (Philadelphia: Temple University Press, 1971; Jawaharlal Nehru, Glimpses of World History: Being Further Letters to his Daughter, Written in Prison, and Containing a Rambling Account of History for Young People (New York: John Day, 1942).
23 Mircea Eliade, Aspects du myth (Paris: Gallimard, 1963), pp. 33-70.
24 Michel Foucault, Surveiller et punir (Paris: Gallimard, 1975).
25 Herrad von Landsberg, Hortus Deliciarum, ed. Rosalie Green (London: Warburg Institute, 1979); George Williams, Wilderness and Paradise in Christian Thought: The Biblical Experience of the Desert in the History of Christianity and the Paradise Theme in the Theological Idea of the University (New York: Harper, 1962).
26St. Patrick's Purgatory: The Versions of Owayne Miles, ed. Robert Easting (Oxford: Oxford University Press, 1991), EETS 298; Victor and Edith Turner, Image and Pilgrimage in Christian Culture: Anthropological Perspectives (New York: Columbia University Press, 1978).
27 Thomas De Quincey, Confessions of an English Opium Eater (Oxford: Woodstock Books, 1989).
28 Mi rendo conto ora che questa abilità ad essere onesti con se stessi deriva dai Dodici Passi degli Alcolisti Anonimi. Vorrei che gli amministratori universitari, i politici e i loro elettori, adottassero questi Dodici Passi.
29 Juan de Mena, Laborinto de Fortuna, ed. Louise Vasvari Fainbag (Madrid: Alhambra, 1976); Jorge Luis Borges, Labyrinths (New York: New Directions, 1962); El Aleph (Madrid: Alianza, 1971).
30 Leslie A. Fiedler, The Stranger in Shakespeare (New York: Stein and Day, 1972).

 

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