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BOLTON HOLLOWAY, AUREO ANELLO
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1997-2010: FLORENCE'S 'ENGLISH' CEMETERY
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Inferno
XVIII.mp3
DANTE
ALIGHIERI
COMMEDIA.
INFERNO XVIII
uogo è
in inferno detto
Malebolge,
1
tutto di pietra di color ferrigno,
come la cerchia che dintorno il volge.
Nel dritto mezzo del
campo
maligno
4
vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
di cui suo loco dicerò l'ordigno.
Quel cinghio che rimane
adunque
è
tondo
7
tra 'l pozzo e 'l piè de l'alta ripa dura,
e ha distinto in dieci valli il fondo.
Quale, dove per guardia
de le
mura
10
più e più fossi cingon li castelli,
la parte dove son rende figura,
tale imagine quivi
facean
quelli;
13
e come a tai fortezze da' lor sogli
a la ripa di fuor son ponticelli,
così da imo de
la roccia
scogli
16
movien che ricidien li argini e ' fossi
infino al pozzo che i tronca e raccogli.
In questo luogo, de la
schiena
scossi
19
di Gerïon, trovammoci; e 'l poeta
tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.
A la man destra vidi
nova
pieta,
22
novo tormento e novi frustatori,
di che la prima bolgia era repleta.
Nel fondo erano ignudi
i
peccatori;
25
dal mezzo in qua ci venien verso 'l volto,
di là con noi, ma con passi maggiori,

come i Roman per
l'essercito
molto,
28
l'anno del giubileo, su per lo ponte
hanno a passar la gente modo colto,
che da l'un lato tutti
hanno la
fronte
31
verso 'l castello e vanno a Santo Pietro,
da l'altra sponda vanno verso 'l monte.
Di qua, di là,
su per lo
sasso
tetro
34
vidi demon cornuti con gran ferze,
che li battien crudelmente di retro.
Ahi come facean lor
levar le
berze
37
a le prime percosse! già nessuno
le seconde aspettava né le terze.
Mentr' io andava, li
occhi miei in
uno
40
furo scontrati; e io sì tosto dissi:
«Già di veder costui non son digiuno».
Per ch'ïo a
figurarlo i piedi
affissi;
43
e 'l dolce duca meco si ristette,
e assentio ch'alquanto in dietro gissi.
E quel frustato celar
si
credette
46
bassando 'l viso; ma poco li valse,
ch'io dissi: «O tu che l'occhio a terra gette,
se le fazion che porti
non son
false,
49
Venedico se' tu Caccianemico.
Ma che ti mena a sì pungenti salse?».
Ed elli a me:
«Mal volontier
lo
dico;
52
ma sforzami la tua chiara favella,
che mi fa sovvenir del mondo antico.
I' fui colui che la
Ghisolabella
55
condussi a far la voglia del marchese,
come che suoni la sconcia novella.
E non pur io qui piango
bolognese;
58
anzi n'è questo loco tanto pieno,
che tante lingue non son ora apprese
a dicer `sipa' tra
Sàvena e
Reno;
61
e se di ciò vuoi fede o testimonio,
rècati a mente il nostro avaro seno».
Così parlando il
percosse un
demonio
64
de la sua scurïada, e disse: «Via,
ruffian! qui non son femmine da conio».
I' mi raggiunsi con la
scorta
mia;
67
poscia con pochi passi divenimmo
là 'v' uno scoglio de la ripa uscia.
Assai leggeramente quel
salimmo;
70
e vòlti a destra su per la sua scheggia,
da quelle cerchie etterne ci partimmo.
Quando noi fummo
là dov' el
vaneggia
73
di sotto per dar passo a li sferzati,
lo duca disse: «Attienti, e fa che feggia
lo viso in te di quest'
altri mal
nati,
76
ai quali ancor non vedesti la faccia
però che son con noi insieme andati».
Del vecchio ponte
guardavam la
traccia
79
che venìa verso noi da l'altra banda,
e che la ferza similmente scaccia.
E 'l buon maestro,
sanza mia
dimanda,
82
mi disse: «Guarda quel grande che vene,
e per dolor non par lagrime spanda:
quanto aspetto reale
ancor
ritene!
85
Quelli è Iasón, che per cuore e per senno
li Colchi del monton privati féne.
Ello passò per
l'isola di
Lenno
88
poi che l'ardite femmine spietate
tutti li maschi loro a morte dienno.
Ivi con segni e con
parole
ornate
91
Isifile ingannò, la giovinetta
che prima avea tutte l'altre ingannate.
Lasciolla quivi,
gravida,
soletta;
94
tal colpa a tal martiro lui condanna;
e anche di Medea si fa vendetta.
Con lui sen va chi da
tal parte
inganna;
97
e questo basti de la prima valle
sapere e di color che 'n sé assanna».
Già eravam
là 've lo
stretto
calle
100
con l'argine secondo s'incrocicchia,
e fa di quello ad un altr' arco spalle.
Quindi sentimmo gente
che si
nicchia
103
ne l'altra bolgia e che col muso scuffa,
e sé medesma con le palme picchia.
Le ripe eran grommate
d'una
muffa,
106
per l'alito di giù che vi s'appasta,
che con li occhi e col naso facea zuffa.
Lo fondo è cupo
sì,
che non ci
basta
109
loco a veder sanza montare al dosso
de l'arco, ove lo scoglio più sovrasta.
Quivi venimmo; e quindi
giù
nel
fosso
112
vidi gente attuffata in uno sterco
che da li uman privadi parea mosso.
E mentre ch'io
là giù
con l'occhio
cerco,
115
vidi un col capo sì di merda lordo,
che non parëa s'era laico o cherco.
Quei mi sgridò:
«Perché se' tu sì
gordo
118
di riguardar più me che li altri brutti?».
E io a lui: «Perché, se ben ricordo,
già t'ho veduto
coi capelli
asciutti,
121
e se' Alessio Interminei da Lucca:
però t'adocchio più che li altri tutti».
Ed elli allor,
battendosi la
zucca:
124
«Qua giù m'hanno sommerso le lusinghe
ond' io non ebbi mai la lingua stucca».
Appresso ciò lo
duca
«Fa che
pinghe»,
127
mi disse, «il viso un poco più avante,
sì che la faccia ben con l'occhio attinghe
di quella sozza e
scapigliata
fante
130
che là si graffia con l'unghie merdose,
e or s'accoscia e ora è in piedi stante.
Taïde è, la
puttana che
rispuose
133
al drudo suo quando disse ``Ho io grazie
grandi apo te?": ``Anzi maravigliose!".
E quinci sian le nostre
viste
sazie».
136
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