FLORIN
WEBSITE
©
JULIA
BOLTON HOLLOWAY, AUREO ANELLO
ASSOCIATION,
1997-2010: FLORENCE'S 'ENGLISH' CEMETERY
|| BIBLIOTECA E BOTTEGA FIORETTA MAZZEI
|| ELIZABETH BARRETT BROWNING || WALTER SAVAGE
LANDOR || FLORENCE
IN SEPIA || BRUNETTO
LATINO, DANTE ALIGHIERI AND GEOFFREY
CHAUCER
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STUDIES
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BOOK
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II,
III,
IV,V || NON-PROFIT
GUIDE TO COMMERCE IN FLORENCE
|| AUREO
ANELLO,
CATALOGUE
COMMEDIA.
INFERNO XXIX
a molta gente e
le diverse piaghe
1
avean le luci mie sì inebrïate,
che de lo stare a piangere eran vaghe.
Ma Virgilio mi
disse: «Che pur
guate?
4
perché la vista tua pur si soffolge
là giù tra l'ombre triste smozzicate?
Tu non hai fatto
sì a l'altre
bolge;
7
pensa, se tu annoverar le credi,
che miglia ventidue la valle volge.
E già la luna
è sotto i nostri
piedi;
10
lo tempo è poco omai che n'è concesso,
e altro è da veder che tu non vedi».
«Se tu
avessi», rispuos' io
appresso,
13
«atteso a la cagion per ch'io guardava,
forse m'avresti ancor lo star dimesso».
Parte sen giva, e
io retro li
andava,
16
lo duca, già faccendo la risposta,
e soggiugnendo: «Dentro a quella cava
dov' io tenea or
li occhi sì a
posta,
19
credo ch'un spirto del mio sangue pianga
la colpa che là giù cotanto costa».
Allor disse 'l
maestro: «Non si
franga
22
lo tuo pensier da qui innanzi sovr' ello.
Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;
ch'io vidi lui a
piè del
ponticello
25
mostrarti e minacciar forte col dito,
e udi' 'l nominar Geri del Bello.
Tu eri allor
sì del tutto
impedito
28
sovra colui che già tenne Altaforte,
che non guardasti in là, sì fu partito».
«O duca
mio, la vïolenta
morte
31
che non li è vendicata ancor», diss' io,
«per alcun che de l'onta sia consorte,
fece lui
disdegnoso; ond' el sen
gio
34
sanza parlarmi, sì com' ïo estimo:
e in ciò m'ha el fatto a sé più pio».
Così
parlammo infino al loco
primo
37
che de lo scoglio l'altra valle mostra,
se più lume vi fosse, tutto ad imo.
Quando noi fummo
sor l'ultima
chiostra
40
di Malebolge, sì che i suoi conversi
potean parere a la veduta nostra,
lamenti saettaron
me
diversi,
43
che di pietà ferrati avean li strali;
ond' io li orecchi con le man copersi.
Qual dolor fora,
se de li
spedali
46
di Valdichiana tra 'l luglio e 'l settembre
e di Maremma e di Sardigna i mali
fossero in una
fossa tutti
'nsembre,
49
tal era quivi, e tal puzzo n'usciva
qual suol venir de le marcite membre.
Noi discendemmo
in su l'ultima
riva
52
del lungo scoglio, pur da man sinistra;
e allor fu la mia vista più viva
giù ver'
lo fondo, la 've la
ministra
55
de l'alto Sire infallibil giustizia
punisce i falsador che qui registra.
Non credo ch'a veder
maggior tristizia
58
fosse in Egina il popol tutto infermo,
quando fu l'aere sì pien di malizia,
che li animali,
infino al picciol
vermo,
61
cascaron tutti, e poi le genti antiche,
secondo che i poeti hanno per fermo,
si ristorar di
seme di
formiche;
64
ch'era a veder per quella oscura valle
languir li spirti per diverse biche.
Qual sovra 'l
ventre e qual sovra le spalle
67
l'un de l'altro giacea, e qual carpone
si trasmutava per lo tristo calle.
Passo passo
andavam sanza sermone,
70
guardando e ascoltando li ammalati,
che non potean levar le lor persone.
Io vidi due
sedere a sé
poggiati,
73
com' a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
dal capo al piè di schianze macolati;
e non vidi
già mai menare
stregghia
76
a ragazzo aspettato dal segnorso,
né a colui che mal volontier vegghia,
come ciascun
menava spesso il morso
79
de l'unghie sopra sé per la gran rabbia
del pizzicor, che non ha più soccorso;
e sì
traevan giù l'unghie la
scabbia,
82
come coltel di scardova le scaglie
o d'altro pesce che più larghe l'abbia.
«O tu che
con le dita ti
dismaglie»,
85
cominciò 'l duca mio a l'un di loro,
«e che fai d'esse talvolta tanaglie,
dinne s'alcun
Latino è tra
costoro
88
che son quinc' entro, se l'unghia ti basti
etternalmente a cotesto lavoro».
«Latin siam
noi, che tu vedi sì
guasti
91
qui ambedue», rispuose l'un piangendo;
«ma tu chi se' che di noi dimandasti?».
E 'l duca disse:
«I' son un che
discendo
94
con questo vivo giù di balzo in balzo,
e di mostrar lo 'nferno a lui intendo».
Allor si ruppe lo
comun
rincalzo;
97
e tremando ciascuno a me si volse
con altri che l'udiron di rimbalzo.
Lo buon maestro a
me tutto
s'accolse,
100
dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;
e io incominciai, poscia ch'ei volse:
«Se la vostra
memoria non
s'imboli
103
nel primo mondo da l'umane menti,
ma s'ella viva sotto molti soli,
ditemi chi voi
siete e di che
genti;
106
la vostra sconcia e fastidiosa pena
di palesarvi a me non vi spaventi».
«Io fui
d'Arezzo, e Albero da
Siena»,
109
rispuose l'un, «mi fé mettere al foco;
ma quel per ch'io mori' qui non mi mena.
Vero è
ch'i' dissi lui, parlando a
gioco:
112
``I' mi saprei levar per l'aere a volo";
e quei, ch'avea vaghezza e senno poco,
volle ch'i' li
mostrassi l'arte; e
solo
115
perch' io nol feci Dedalo, mi fece
ardere a tal che l'avea per figliuolo.
Ma ne l'ultima bolgia
de le
diece
118
me per l'alchìmia che nel mondo usai
dannò Minòs, a cui fallar non lece».
E io dissi al
poeta: «Or fu già
mai
121
gente sì vana come la sanese?
Certo non la francesca sì d'assai!».
Onde l'altro
lebbroso, che
m'intese,
124
rispuose al detto mio: «Tra'mene Stricca
che seppe far le temperate spese,
e Niccolò
che la costuma
ricca
127
del garofano prima discoverse
ne l'orto dove tal seme s'appicca;
e tra'ne la
brigata in che
disperse
130
Caccia d'Ascian la vigna e la gran fonda,
e l'Abbagliato suo senno proferse.
Ma perché sappi
chi sì ti
seconda
133
contra i Sanesi, aguzza ver' me l'occhio,
sì che la faccia mia ben ti risponda:
sì vedrai
ch'io son l'ombra di
Capocchio,
136
che falsai li metalli con l'alchìmia;
e te dee ricordar, se ben t'adocchio,
com' io fui di
natura buona
scimia».
139
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