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Reader/Lettore, Carlo Poli


DANTE ALIGHIERI

COMMEDIA. INFERNO XXXIII


a bocca sollevò dal fiero pasto                           1
quel peccator, forbendola a' capelli
del capo ch'elli avea di retro guasto.

    Poi cominciò: «Tu vuo' ch'io rinovelli                   4  
disperato dolor che 'l cor mi preme
già pur pensando, pria ch'io ne favelli.

    Ma se le mie parole esser dien seme                     7
che frutti infamia al traditor ch'i' rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme.

    Io non so chi tu se' né per che modo                  10
venuto se' qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand' io t'odo.
                                                                                    

    Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino,                    13
e questi è l'arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.

    Che per l'effetto de' suo' mai pensieri,                 16
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;

    però quel che non puoi avere inteso,                   19
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s'e' m'ha offeso.

    Breve pertugio dentro da la Muda,                      22
la qual per me ha 'l titol de la fame,
e che conviene ancor ch'altrui si chiuda,

    m'avea mostrato per lo suo forame                     25
più lune già, quand' io feci 'l mal sonno
che del futuro mi squarciò 'l velame.

    Questi pareva a me maestro e donno,                 28 
cacciando il lupo e ' lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.

    Con cagne magre, studïose e conte                     31
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s'avea messi dinanzi da la fronte.

    In picciol corso mi parieno stanchi                      34
lo padre e ' figli, e con l'agute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.

    Quando fui desto innanzi la dimane,                   37
pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli
ch'eran con meco, e dimandar del pane.

    Ben se' crudel, se tu già non ti duoli                   40
pensando ciò che 'l mio cor s'annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?

    Già eran desti, e l'ora s'appressava                     43
che 'l cibo ne solëa essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;

    e io senti' chiavar l'uscio di sotto                        46
a l'orribile torre; ond' io guardai
nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto.


William Blake, Ugolino, Cambridge, Fitzwilliam Museum

    Io non piangëa, sì dentro impetrai:                     49
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: ``Tu guardi sì, padre! che hai?".

    Perciò non lagrimai né rispuos' io                      52
tutto quel giorno né la notte appresso,
infin che l'altro sol nel mondo uscìo.

    Come un poco di raggio si fu messo                  55
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,

   ambo le man per lo dolor mi morsi;                    58
ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia
di manicar, di sùbito levorsi

    e disser: ``Padre, assai ci fia men doglia             61
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia".

    Queta'mi allor per non farli più tristi;                 64
lo dì e l'altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non t'apristi?

    Poscia che fummo al quarto dì venuti,              67
Gaddo mi si gittò disteso a' piedi,
dicendo: ``Padre mio, ché non m'aiuti?".

   Quivi morì; e come tu mi vedi,                          70
vid' io cascar li tre ad uno ad uno
tra 'l quinto dì e 'l sesto; ond' io mi diedi,

    già cieco, a brancolar sovra ciascuno,                73
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno».

    Quand' ebbe detto ciò, con li occhi torti             76
riprese 'l teschio misero co' denti,
che furo a l'osso, come d'un can, forti.

    Ahi Pisa, vituperio de le genti                            79
del bel paese là dove 'l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,

    muovasi la Capraia e la Gorgona,                      82
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch'elli annieghi in te ogne persona!
                                                                                       

    Che se 'l conte Ugolino aveva voce                   85
d'aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.

    Innocenti facea l'età novella,                             88
novella Tebe, Uguiccione e 'l Brigata
e li altri due che 'l canto suso appella.

    Noi passammo oltre, là 've la gelata                   91
ruvidamente un'altra gente fascia,
non volta in giù, ma tutta riversata.

    Lo pianto stesso lì pianger non lascia,                94
e 'l duol che truova in su li occhi rintoppo,
si volge in entro a far crescer l'ambascia;

    ché le lagrime prime fanno groppo,                    97
e sì come visiere di cristallo,
rïempion sotto 'l ciglio tutto il coppo.

    E avvegna che, sì come d'un callo,                    100
per la freddura ciascun sentimento
cessato avesse del mio viso stallo,

    già mi parea sentire alquanto vento;                   103
per ch'io: «Maestro mio, questo chi move?
non è qua giù ogne vapore spento?».

    Ond' elli a me: «Avaccio sarai dove                   106
di ciò ti farà l'occhio la risposta,
veggendo la cagion che 'l fiato piove».

    E un de' tristi de la fredda crosta                       109
gridò a noi: «O anime crudeli
tanto che data v'è l'ultima posta,

    levatemi dal viso i duri veli,                              112
sì ch'ïo sfoghi 'l duol che 'l cor m'impregna,
un poco, pria che 'l pianto si raggeli».

    Per ch'io a lui: «Se vuo' ch'i' ti sovvegna,          115
dimmi chi se', e s'io non ti disbrigo,
al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».

    Rispuose adunque: «I' son frate Alberigo;          118
i' son quel da le frutta del mal orto,
che qui riprendo dattero per figo».

    «Oh», diss' io lui, «or se' tu ancor morto?».      121
Ed elli a me: «Come 'l mio corpo stea
nel mondo sù, nulla scïenza porto.

    Cotal vantaggio ha questa Tolomea,                  124
che spesse volte l'anima ci cade
innanzi ch'Atropòs mossa le dea.

    E perché tu più volentier mi rade                      127
le 'nvetrïate lagrime dal volto,
sappie che, tosto che l'anima trade

    come fec' ïo, il corpo suo l'è tolto                     130
da un demonio, che poscia il governa
mentre che 'l tempo suo tutto sia vòlto.

    Ella ruina in sì fatta cisterna;                            133
e forse pare ancor lo corpo suso
de l'ombra che di qua dietro mi verna.

    Tu 'l dei saper, se tu vien pur mo giuso:            136
elli è ser Branca Doria, e son più anni
poscia passati ch'el fu sì racchiuso».

    «Io credo», diss' io lui, «che tu m'inganni;        139
ché Branca Doria non morì unquanche,
e mangia e bee e dorme e veste panni».

    «Nel fosso sù», diss' el, «de' Malebranche,       142
là dove bolle la tenace pece,
non era ancora giunto Michel Zanche,

    che questi lasciò il diavolo in sua vece               145
nel corpo suo, ed un suo prossimano
che 'l tradimento insieme con lui fece.

   Ma distendi oggimai in qua la mano;                  148 
aprimi li occhi». E io non gliel' apersi;
e cortesia fu lui esser villano.

   Ahi Genovesi, uomini diversi                            151
d'ogne costume e pien d'ogne magagna,
perché non siete voi del mondo spersi?

   Ché col peggiore spirto di Romagna                  154
trovai di voi un tal, che per sua opra
in anima in Cocito già si bagna,

    e in corpo par vivo ancor di sopra.                   157


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