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Paradiso I.mp3
Reader/Lettore, Carlo Poli



DANTE ALIGHIERI

COMMEDIA. PARADISO I


a gloria di colui che tutto move                      1
per l'universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.

   Nel ciel che più de la sua luce prende                4
fu' io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là sù discende;

   perché appressando sé al suo disire,                  7
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.

   Veramente quant' io del regno santo                 10
ne la mia mente potei far tesoro,
sarà ora materia del mio canto.

  O buono Appollo, a l'ultimo lavoro                    13
fammi del tuo valor sì fatto vaso,
come dimandi a dar l'amato alloro.

   Infino a qui l'un giogo di Parnaso                      16
assai mi fu; ma or con amendue
m'è uopo intrar ne l'aringo rimaso.

   Entra nel petto mio, e spira tue                         19
sì come quando Marsïa traesti
de la vagina de le membra sue.

   O divina virtù, se mi ti presti                            22
tanto che l'ombra del beato regno
segnata nel mio capo io manifesti,

   vedra'mi al piè del tuo diletto legno                   25
venire, e coronarmi de le foglie
che la materia e tu mi farai degno.

   Sì rade volte, padre, se ne coglie                      28
per trïunfare o cesare o poeta,
colpa e vergogna de l'umane voglie,

   che parturir letizia in su la lieta                         31
delfica deïtà dovria la fronda
peneia, quando alcun di sé asseta.

   Poca favilla gran fiamma seconda:                    34
forse di retro a me con miglior voci
si pregherà perché Cirra risponda.

   Surge ai mortali per diverse foci                       37
la lucerna del mondo; ma da quella
che quattro cerchi giugne con tre croci,

   con miglior corso e con migliore stella               40
esce congiunta, e la mondana cera
più a suo modo tempera e suggella.

   Fatto avea di là mane e di qua sera                   43  
tal foce, e quasi tutto era là bianco
quello emisperio, e l'altra parte nera,

   quando Beatrice in sul sinistro fianco                46
vidi rivolta e riguardar nel sole:
aguglia sì non li s'affisse unquanco.

   E sì come secondo raggio suole                        49
uscir del primo e risalire in suso,
pur come pelegrin che tornar vuole,

   così de l'atto suo, per li occhi infuso                 52
ne l'imagine mia, il mio si fece,
e fissi li occhi al sole oltre nostr' uso.

  Molto è licito là, che qui non lece                      55
a le nostre virtù, mercé del loco
fatto per proprio de l'umana spece.

   Io nol soffersi molto, né sì poco,                      58
ch'io nol vedessi sfavillar dintorno,
com' ferro che bogliente esce del foco;

   e di sùbito parve giorno a giorno                       61
essere aggiunto, come quei che puote
avesse il ciel d'un altro sole addorno.

   Beatrice tutta ne l'etterne rote                           64
fissa con li occhi stava; e io in lei
le luci fissi, di là sù rimote.

   Nel suo aspetto tal dentro mi fei,                       67
qual si fé Glauco nel gustar de l'erba
che 'l fé consorto in mar de li altri dèi.

   Trasumanar significar per verba                        70
non si poria; però l'essemplo basti
a cui esperïenza grazia serba.

   S'i' era sol di me quel che creasti                       73
novellamente, amor che 'l ciel governi,
tu 'l sai, che col tuo lume mi levasti.

   Quando la rota che tu sempiterni                       76
desiderato, a sé mi fece atteso
con l'armonia che temperi e discerni,

   parvemi tanto allor del cielo acceso                    79
de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
lago non fece alcun tanto disteso.

   La novità del suono e 'l grande lume                  82
di lor cagion m'accesero un disio
mai non sentito di cotanto acume.

   Ond' ella, che vedea me sì com' io,                    85
a quïetarmi l'animo commosso,
pria ch'io a dimandar, la bocca aprio

   e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso                    88
col falso imaginar, sì che non vedi
ciò che vedresti se l'avessi scosso.

   Tu non se' in terra, sì come tu credi;                  91
ma folgore, fuggendo il proprio sito,
non corse come tu ch'ad esso riedi».

   S'io fui del primo dubbio disvestito                     94
per le sorrise parolette brevi,
dentro ad un nuovo più fu' inretito

   e dissi: «Già contento requïevi                           97
di grande ammirazion; ma ora ammiro
com' io trascenda questi corpi levi».

   Ond' ella, appresso d'un pïo sospiro,                   100
li occhi drizzò ver' me con quel sembiante
che madre fa sovra figlio deliro,

   e cominciò: «Le cose tutte quante                       103
hanno ordine tra loro, e questo è forma
che l'universo a Dio fa simigliante.

   Qui veggion l'alte creature l'orma                        106
de l'etterno valore, il qual è fine
al quale è fatta la toccata norma.

   Ne l'ordine ch'io dico sono accline                      109
tutte nature, per diverse sorti,
più al principio loro e men vicine;

   onde si muovono a diversi porti                          112
per lo gran mar de l'essere, e ciascuna
con istinto a lei dato che la porti.

   Questi ne porta il foco inver' la luna;                   115
questi ne' cor mortali è permotore;
questi la terra in sé stringe e aduna;

   né pur le creature che son fore                           118
d'intelligenza quest' arco saetta,
ma quelle c'hanno intelletto e amore.

   La provedenza, che cotanto assetta,                   121
del suo lume fa 'l ciel sempre quïeto
nel qual si volge quel c'ha maggior fretta;

   e ora lì, come a sito decreto,                              124
cen porta la virtù di quella corda
che ciò che scocca drizza in segno lieto.

   Vero è che, come forma non s'accorda               127
molte fïate a l'intenzion de l'arte,
perch' a risponder la materia è sorda,

   così da questo corso si diparte                           130
talor la creatura, c'ha podere
di piegar, così pinta, in altra parte;

   e sì come veder si può cadere                            133
foco di nube, sì l'impeto primo
l'atterra torto da falso piacere.

   Non dei più ammirar, se bene stimo,                  136
lo tuo salir, se non come d'un rivo
se d'alto monte scende giuso ad imo.

   Maraviglia sarebbe in te se, privo                       139
d'impedimento, giù ti fossi assiso,
com' a terra quïete in foco vivo».

   Quinci rivolse inver' lo cielo il viso.                    142


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