'Dante vivo', 1997-2016 © Julia Bolton Holloway, Carlo Poli, Società Dantesca Italiana, Federico Bardazzi, Ensemble San Felice

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DANTE ALIGHIERI

COMMEDIA. PARADISO XXIV



Londra, British Library, Yates Thompson 36, fol. 172


sodalizio eletto a la gran cena                            1
del benedetto Agnello, il qual vi ciba
sì, che la vostra voglia è sempre piena,

   se per grazia di Dio questi preliba                         4
di quel che cade de la vostra mensa,
prima che morte tempo li prescriba,

   ponete mente a l'affezione immensa                    7
e roratelo alquanto: voi bevete
sempre del fonte onde vien quel ch'ei pensa».

   Così Beatrice; e quelle anime liete                       10
si fero spere sopra fissi poli,
fiammando, a volte, a guisa di comete.

   E come cerchi in tempra d'orïuoli                        13
si giran sì, che 'l primo a chi pon mente
quïeto pare, e l'ultimo che voli;

   così quelle carole, differente-                                 6
mente danzando, de la sua ricchezza
mi facieno stimar, veloci e lente.

  Di quella ch'io notai di più carezza                        9
vid' ïo uscire un foco sì felice,
che nullo vi lasciò di più chiarezza;

   e tre fïate intorno di Beatrice                                22
si volse con un canto tanto divo,
che la mia fantasia nol mi ridice.

   Però salta la penna e non lo scrivo:                     25
ché l'imagine nostra a cotai pieghe,
non che 'l parlare, è troppo color vivo.

   «O santa suora mia che sì ne prieghe                  28
divota, per lo tuo ardente affetto
da quella bella spera mi disleghe».

   Poscia fermato, il foco benedetto                          31
a la mia donna dirizzò lo spiro,
che favellò così com' i' ho detto.

   Ed ella: «O luce etterna del gran viro                   34
a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi,
ch'ei portò giù, di questo gaudio miro,

   tenta costui di punti lievi e gravi,                          37
come ti piace, intorno de la fede,
per la qual tu su per lo mare andavi.

   S'elli ama bene e bene spera e crede,                   40
non t'è occulto, perché 'l viso hai quivi
dov' ogne cosa dipinta si vede;

   ma perché questo regno ha fatto civi                   43
per la verace fede, a glorïarla,
di lei parlare è ben ch'a lui arrivi».

   Sì come il baccialier s'arma e non parla              46
fin che 'l maestro la question propone,
per approvarla, non per terminarla,

   così m'armava io d'ogne ragione                           49
mentre ch'ella dicea, per esser presto
a tal querente e a tal professione.

   «Dì, buon Cristiano, fatti manifesto:                     52
fede che è?». Ond' io levai la fronte
in quella luce onde spirava questo;

   poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte                 55
sembianze femmi perch' ïo spandessi
l'acqua di fuor del mio interno fonte.

   «La Grazia che mi dà ch'io mi confessi»,             58
comincia' io, «da l'alto primipilo,
faccia li miei concetti bene espressi».

   E seguitai: «Come 'l verace stilo                             61
ne scrisse, padre, del tuo caro frate
che mise teco Roma nel buon filo,

   fede è sustanza di cose sperate                              64
e argomento de le non parventi;
e questa pare a me sua quiditate».

   Allora udi': «Dirittamente senti,                            67
se bene intendi perché la ripuose
tra le sustanze, e poi tra li argomenti».

   E io appresso: «Le profonde cose                         70
che mi largiscon qui la lor parvenza,
a li occhi di là giù son sì ascose,

   che l'esser loro v'è in sola credenza,                   73
sopra la qual si fonda l'alta spene;
e però di sustanza prende intenza.

   E da questa credenza ci convene                          76
silogizzar, sanz' avere altra vista:
però intenza d'argomento tene».

   Allora udi': «Se quantunque s'acquista               79
giù per dottrina, fosse così 'nteso,
non lì avria loco ingegno di sofista».

   Così spirò di quello amore acceso;                       82
indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa
d'esta moneta già la lega e 'l peso;

  ma dimmi se tu l'hai ne la tua borsa».                  85
Ond' io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda,
che nel suo conio nulla mi s'inforsa».

   Appresso uscì de la luce profonda                       88
che lì splendeva: «Questa cara gioia
sopra la quale ogne virtù si fonda,

   onde ti venne?». E io: «La larga ploia                  91
de lo Spirito Santo, ch'è diffusa
in su le vecchie e 'n su le nuove cuoia,

   è silogismo che la m'ha conchiusa                       94
acutamente sì, che 'nverso d'ella
ogne dimostrazion mi pare ottusa».

   Io udi' poi: «L'antica e la novella                           97
proposizion che così ti conchiude,
perché l'hai tu per divina favella?».

   E io: «La prova che 'l ver mi dischiude,              100
son l'opere seguite, a che natura
non scalda ferro mai né batte incude».

   Risposto fummi: «Dì, chi t'assicura                     103
che quell' opere fosser? Quel medesmo
che vuol provarsi, non altri, il ti giura».

   «Se 'l mondo si rivolse al cristianesmo»,            106
diss' io, «sanza miracoli, quest' uno
è tal, che li altri non sono il centesmo:

   ché tu intrasti povero e digiuno                            109
in campo, a seminar la buona pianta
che fu già vite e ora è fatta pruno».

   Finito questo, l'alta corte santa                             112
risonò per le spere un `Dio laudamo'
ne la melode che là sù si canta.

   E quel baron che sì di ramo in ramo,                   115
essaminando, già tratto m'avea,
che a l'ultime fronde appressavamo,

   ricominciò: «La Grazia, che donnea                     118
con la tua mente, la bocca t'aperse
infino a qui come aprir si dovea,

   sì ch'io approvo ciò che fuori emerse;                121
ma or convien espremer quel che credi,
e onde a la credenza tua s'offerse».

   «O santo padre, e spirito che vedi                         124
ciò che credesti sì, che tu vincesti
ver' lo sepulcro più giovani piedi»,

   comincia' io, «tu vuo' ch'io manifesti                   127
la forma qui del pronto creder mio,
e anche la cagion di lui chiedesti.

   E io rispondo: Io credo in uno Dio                        130
solo ed etterno, che tutto 'l ciel move,
non moto, con amore e con disio;

   e a tal creder non ho io pur prove                         133
fisice e metafisice, ma dalmi
anche la verità che quinci piove

   per Moïsè, per profeti e per salmi,                        136
per l'Evangelio e per voi che scriveste
poi che l'ardente Spirto vi fé almi;

   e credo in tre persone etterne, e queste             139
credo una essenza sì una e sì trina,
che soffera congiunto `sono' ed `este'.

  De la profonda condizion divina                            142
ch'io tocco mo, la mente mi sigilla
più volte l'evangelica dottrina.

   Quest' è 'l principio, quest' è la favilla                145
che si dilata in fiamma poi vivace,
e come stella in cielo in me scintilla».

   Come 'l segnor ch'ascolta quel che i piace,        148
da indi abbraccia il servo, gratulando
per la novella, tosto ch'el si tace;

   così, benedicendomi cantando,                             152
tre volte cinse me, sì com' io tacqui,
l'appostolico lume al cui comando

   io avea detto: sì nel dir li piacqui!                        155





Londra, British Library, Yates Thompson 36, fol. 173



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