'Dante vivo', 1997-2016 © Julia Bolton Holloway, Carlo Poli, Società Dantesca Italiana, Federico Bardazzi, Ensemble San Felice

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DANTE ALIGHIERI

COMMEDIA. PURGATORIO IV


uando per dilettanze o ver per doglie,           1
che alcuna virtù nostra comprenda,
l'anima bene ad essa si raccoglie,

   par ch'a nulla potenza più intenda;                       4
e questo è contra quello error che crede
ch'un'anima sovr' altra in noi s'accenda.

   E però, quando s'ode cosa o vede                          7
che tegna forte a sé l'anima volta,
vassene 'l tempo e l'uom non se n'avvede;

   ch'altra potenza è quella che l'ascolta,                10
e altra è quella c'ha l'anima intera:
questa è quasi legata e quella è sciolta.

   Di ciò ebb' io esperïenza vera,                                13
udendo quello spirto e ammirando;
ché ben cinquanta gradi salito era

   lo sole, e io non m'era accorto, quando              16    
venimmo ove quell' anime ad una
gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».

  Maggiore aperta molte volte impruna                 19
con una forcatella di sue spine
l'uom de la villa quando l'uva imbruna,

   che non era la calla onde salìne                             22
lo duca mio, e io appresso, soli,
come da noi la schiera si partìne.
                                                                                                                     

   Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,                    25
montasi su in Bismantova e 'n Cacume
con esso i piè; ma qui convien ch'om voli;

                                                                                      

   dico con l'ale snelle e con le piume                      28
del gran disio, di retro a quel condotto
che speranza mi dava e facea lume.

   Noi salavam per entro 'l sasso rotto,                   31
e d'ogne lato ne stringea lo stremo,
e piedi e man volea il suol di sotto.

   Poi che noi fummo in su l'orlo suppremo          34
de l'alta ripa, a la scoperta piaggia,
«Maestro mio», diss' io, «che via faremo?».

   Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;             37
pur su al monte dietro a me acquista,
fin che n'appaia alcuna scorta saggia».

   Lo sommo er' alto che vincea la vista,                40   
e la costa superba più assai
che da mezzo quadrante a centro lista.

   Io era lasso, quando cominciai:                             43
«O dolce padre, volgiti, e rimira
com' io rimango sol, se non restai».

   «Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,          46
additandomi un balzo poco in sùe
che da quel lato il poggio tutto gira.

   Sì mi spronaron le parole sue,                               49
ch'i' mi sforzai carpando appresso lui,
tanto che 'l cinghio sotto i piè mi fue.

   A seder ci ponemmo ivi ambedui                         52
vòlti a levante ond' eravam saliti,
che suole a riguardar giovare altrui.

   Li occhi prima drizzai ai bassi liti;                       55
poscia li alzai al sole, e ammirava
che da sinistra n'eravam feriti.

  Ben s'avvide il poeta ch'ïo stava                            58
stupido tutto al carro de la luce,
ove tra noi e Aquilone intrava.

   Ond' elli a me: «Se Castore e Poluce                     61
fossero in compagnia di quello specchio
che sù e giù del suo lume conduce,

   tu vedresti il Zodïaco rubecchio                            64
ancora a l'Orse più stretto rotare,
se non uscisse fuor del cammin vecchio.

   Come ciò sia, se 'l vuoi poter pensare,                 67
dentro raccolto, imagina Sïòn
con questo monte in su la terra stare

   sì, ch'amendue hanno un solo orizzòn                70
e diversi emisperi; onde la strada
che mal non seppe carreggiar Fetòn,

   vedrai come a costui convien che vada               73
da l'un, quando a colui da l'altro fianco,
se lo 'ntelletto tuo ben chiaro bada».

   «Certo, maestro mio,» diss' io, «unquanco        76
non vid' io chiaro sì com' io discerno
là dove mio ingegno parea manco,

   che 'l mezzo cerchio del moto superno,             79
che si chiama Equatore in alcun' arte,
e che sempre riman tra 'l sole e 'l verno,

   per la ragion che di', quinci si parte                     82
verso settentrïon, quanto li Ebrei
vedevan lui verso la calda parte.

   Ma se a te piace, volontier saprei                          85
quanto avemo ad andar; ché 'l poggio sale
più che salir non posson li occhi miei».

   Ed elli a me: «Questa montagna è tale,                88
che sempre al cominciar di sotto è grave;
e quant' om più va sù, e men fa male.

   Però, quand' ella ti parrà soave                             91
tanto, che sù andar ti fia leggero
com' a seconda giù andar per nave,

   allor sarai al fin d'esto sentiero;                            94
quivi di riposar l'affanno aspetta.
Più non rispondo, e questo so per vero».

   E com' elli ebbe sua parola detta,                         97
una voce di presso sonò: «Forse
che di sedere in pria avrai distretta!».

   Al suon di lei ciascun di noi si torse,                   100
e vedemmo a mancina un gran petrone,
del qual né io né ei prima s'accorse.

  Là ci traemmo; e ivi eran persone                        103
che si stavano a l'ombra dietro al sasso
come l'uom per negghienza a star si pone.

   E un di lor, che mi sembiava lasso,                      106
sedeva e abbracciava le ginocchia,
tenendo 'l viso giù tra esse basso.

   «O dolce segnor mio», diss' io, «adocchia         109
colui che mostra sé più negligente
che se pigrizia fosse sua serocchia».

   Allor si volse a noi e puose mente,                       112
movendo 'l viso pur su per la coscia,
e disse: «Or va tu sù, che se' valente!».

   Conobbi allor chi era, e quella angoscia             115
che m'avacciava un poco ancor la lena,
non m'impedì l'andare a lui; e poscia

   ch'a lui fu' giunto, alzò la testa a pena,                118
dicendo: «Hai ben veduto come 'l sole
da l'omero sinistro il carro mena?».

   Li atti suoi pigri e le corte parole                         121
mosser le labbra mie un poco a riso;
poi cominciai: «Belacqua, a me non dole

   di te omai; ma dimmi: perché assiso                   124
quiritto se'? attendi tu iscorta,
o pur lo modo usato t'ha' ripriso?».

   Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?              127       
ché non mi lascerebbe ire a' martìri
l'angel di Dio che siede in su la porta.

   Prima convien che tanto il ciel m'aggiri             130
di fuor da essa, quanto fece in vita,
per ch'io 'ndugiai al fine i buon sospiri,

   se orazïone in prima non m'aita                           133
che surga sù di cuor che in grazia viva;
l'altra che val, che 'n ciel non è udita?».

   E già il poeta innanzi mi saliva,                             136
e dicea: «Vienne omai; vedi ch'è tocco
meridïan dal sole e a la riva

   cuopre la notte già col piè Morrocco».                139



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