'Dante vivo', 1997-2016 © Julia Bolton Holloway, Carlo Poli, Società Dantesca Italiana, Federico Bardazzi, Ensemble San Felice

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DANTE ALIGHIERI

COMMEDIA. PURGATORIO VI

                                                                    

uando si parte il gioco de la zara,                    1
colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo impara;

   con l'altro se ne va tutta la gente;                          4
qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,
e qual dallato li si reca a mente;

   el non s'arresta, e questo e quello intende;        7
a cui porge la man, più non fa pressa;
e così da la calca si difende.

   Tal era io in quella turba spessa,                           10
volgendo a loro, e qua e là, la faccia,
e promettendo mi sciogliea da essa.

   Quiv' era l'Aretin che da le braccia                        13
fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,
e l'altro ch'annegò correndo in caccia.

   Quivi pregava con le mani sporte                          16
Federigo Novello, e quel da Pisa
che fé parer lo buon Marzucco forte.

   Vidi conte Orso e l'anima divisa                            19
dal corpo suo per astio e per inveggia,
com' e' dicea, non per colpa commisa;

   Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,            22 
mentr' è di qua, la donna di Brabante,
sì che però non sia di peggior greggia.

   Come libero fui da tutte quante                            25
quell' ombre che pregar pur ch'altri prieghi,
sì che s'avacci lor divenir sante,

   io cominciai: «El par che tu mi nieghi,                28
o luce mia, espresso in alcun testo
che decreto del cielo orazion pieghi;

   e questa gente prega pur di questo:                     31
sarebbe dunque loro speme vana,
o non m'è 'l detto tuo ben manifesto?».

   Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;               34
e la speranza di costor non falla,
se ben si guarda con la mente sana;

   ché cima di giudicio non s'avvalla                        37
perché foco d'amor compia in un punto
ciò che de' sodisfar chi qui s'astalla;

   e là dov' io fermai cotesto punto,                          40
non s'ammendava, per pregar, difetto,
perché 'l priego da Dio era disgiunto.

   Veramente a così alto sospetto                              43
non ti fermar, se quella nol ti dice
che lume fia tra 'l vero e lo 'ntelletto.

   Non so se 'ntendi: io dico di Beatrice;                 46
tu la vedrai di sopra, in su la vetta
di questo monte, ridere e felice».

   E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,         49 
ché già non m'affatico come dianzi,
e vedi omai che 'l poggio l'ombra getta».

   «Noi anderem con questo giorno innanzi»,       52
rispuose, «quanto più potremo omai;
ma 'l fatto è d'altra forma che non stanzi.

   Prima che sie là sù, tornar vedrai                         55
colui che già si cuopre de la costa,
sì che ' suoi raggi tu romper non fai.

  Ma vedi là un'anima che, posta                              58
sola soletta, inverso noi riguarda:
quella ne 'nsegnerà la via più tosta».

   Venimmo a lei: o anima lombarda,                       61
come ti stavi altera e disdegnosa
e nel mover de li occhi onesta e tarda!

   Ella non ci dicëa alcuna cosa,                                 64
ma lasciavane gir, solo sguardando
a guisa di leon quando si posa.

   Pur Virgilio si trasse a lei, pregando                    67
che ne mostrasse la miglior salita;
e quella non rispuose al suo dimando,

   ma di nostro paese e de la vita                              70
ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava
«Mantüa . . . », e l'ombra, tutta in sé romita,
                                                                                     

   surse ver' lui del loco ove pria stava,                  73
dicendo: «O Mantoano, io son Sordello
de la tua terra!»; e l'un l'altro abbracciava.

   Ahi serva Italia, di dolore ostello,                         76
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!

   Quell' anima gentil fu così presta,                        79
sol per lo dolce suon de la sua terra,
di fare al cittadin suo quivi festa;

   e ora in te non stanno sanza guerra                     82
li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode
di quei ch'un muro e una fossa serra.

   Cerca, misera, intorno da le prode                       85
le tue marine, e poi ti guarda in seno,
s'alcuna parte in te di pace gode.

   Che val perché ti racconciasse il freno                88
Iustinïano, se la sella è vòta?
Sanz' esso fora la vergogna meno.

   Ahi gente che dovresti esser devota,                   91
e lasciar seder Cesare in la sella,
se bene intendi ciò che Dio ti nota,

   guarda come esta fiera è fatta fella                      94
per non esser corretta da li sproni,
poi che ponesti mano a la predella.

   O Alberto tedesco ch'abbandoni                           97
costei ch'è fatta indomita e selvaggia,
e dovresti inforcar li suoi arcioni,

   giusto giudicio da le stelle caggia                         100
sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto,
tal che 'l tuo successor temenza n'aggia!

   Ch'avete tu e 'l tuo padre sofferto,                       103
per cupidigia di costà distretti,
che 'l giardin de lo 'mperio sia diserto.

   Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,               106
Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:
color già tristi, e questi con sospetti!

   Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura                 109
d'i tuoi gentili, e cura lor magagne;
e vedrai Santafior com' è oscura!

   Vieni a veder la tua Roma che piagne                 112
vedova e sola, e dì e notte chiama:
«Cesare mio, perché non m'accompagne?».

   Vieni a veder la gente quanto s'ama!                  115
e se nulla di noi pietà ti move,
a vergognar ti vien de la tua fama.

   E se licito m'è, o sommo Giove                              118
che fosti in terra per noi crucifisso,
son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

  O è preparazion che ne l'abisso                             121
del tuo consiglio fai per alcun bene
in tutto de l'accorger nostro scisso?

   Ché le città d'Italia tutte piene                              124
son di tiranni, e un Marcel diventa
ogne villan che parteggiando viene.
                                                                                    

   Fiorenza mia, ben puoi esser contenta               127
di questa digression che non ti tocca,
mercé del popol tuo che si argomenta.

  Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca        130
per non venir sanza consiglio a l'arco;
ma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca.

   Molti rifiutan lo comune incarco;                         133
ma il popol tuo solicito risponde
sanza chiamare, e grida: «I' mi sobbarco!».

   Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:                         136
tu ricca, tu con pace e tu con senno!
S'io dico 'l ver, l'effetto nol nasconde.

   Atene e Lacedemona, che fenno                            139
l'antiche leggi e furon sì civili,
fecero al viver bene un picciol cenno

   verso di te, che fai tanto sottili                              142
provedimenti, ch'a mezzo novembre
non giugne quel che tu d'ottobre fili.

   Quante volte, del tempo che rimembre,             145
legge, moneta, officio e costume
hai tu mutato, e rinovate membre!

   E se ben ti ricordi e vedi lume,                              148
vedrai te somigliante a quella inferma
che non può trovar posa in su le piume,

   ma con dar volta suo dolore scherma.                152


1 Brunetto Latino, Il Tesoretto, ed. J.B. Holloway, lines 1430-1446.


'DANTE VIVO'- LA COMMEDIA DI DANTE ALIGHIERI (Testo, lectura, musica, immagini dei manoscritti):

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