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Originariamente pubblicato come Brunetto Latini, Il Tesoretto (The Little Treasure), a cura di Julia Bolton Holloway (New York: Garland, 1981) © Julia Bolton Holloway. Si veda anche Julia Bolton Holloway, Twice-Told Tales: Brunetto Latino and Dante Alighieri (New York: Peter Lang, 1993), ora disponibile presso l'autrice. Immagini © Biblioteca Medicea-Laurenziana, Florence: http://www.bml.firenze.sbn.it  Traduzione di AD.
 
 

BRUNETTO LATINO

IL TESORETTO

A CURA DI JULIA BOLTON HOLLOWAY

INTRODUZIONE
 

Brunetto Latino e Dante Alighieri
Affresco attribuito a Giotto, Bargello

Vedasi Firenze in seppia

Per il testo del Tesoretto. Per il testo del Fagoletto.


VITA DELL'AUTORE

Così come nel ritratto di Brunetto Latino e Dante Alighieri, opera di Giotto, la storia ha teso ad associare i due poeti, ambedue esiliati dalla loro natia Firenze, il secondo eclissando il primo. Il ruolo giocato da Brunetto Latino nella storia di Firenze si equivalse a quello dell'oratore Cicerone nella Roma repubblicana. Dante, suo discepolo, sarà come il Virgilio di Firenze, il poeta della città che sostenne la supremazia del Sacro Romano Impero, così come Virgilio fece con i romani. Filippo Villani afferma che Brunetto Latino fu il 'retore' di Firenze, osservando che arguto e dotto, era capace di suscitare l'ilarità del pubblico, tuttavia dominandosi con la moralità (F. Villani, p. 30; i riferimenti compaiono nella bibliografia selezionata). Giovanni Villani sottolinea al contempo che Brunetto Latino fece propria la retorica ciceroniana per il bene del comune fiorentino (Giovanni Villani, VIII 10). Gli eventi politici nei quali Latino fu coinvolto sono costantemente intrecciati nella trama dell'Inferno di Dante, quantunque molti di questi eventi fossero anteriori al 1265, anno di nascita di Dante. Presumibilmente, fu, dunque, Latino ad insegnare a Dante la storia della sua città. Egli fu il mentore di Dante, il suo Cicerone.

Le immagini dei manoscritti conservati presso la Biblioteca Medicea Laurenziana sono disponibili nella rete interna dell'Istituto.

Biblioteca Medicea-Laurenziana, Plut. 42.19, Brunetto Latino, IlTesoro, fol. 72 , sec. XIII-XIV

Dai documenti civici sappiamo che Brunetto Latino fu sposato, ed ebbe una figlia di nome Biancia (che a sua volta si sposò nel 1248;
nostro unico elemento per stabilire l'età del padre). Ebbe anche due figli, uno dei quali, Perseo, ebbe tarda fama (Sundby, p. 6). Alcune delle sue prime azioni politiche contribuiranno alla stipulazione nel 1254 di un patto di pace tra la Siena ghibellina e la Firenze guelfa. Abbiamo nuovamente notizia di Latino nel 1258 quando una folla in tumulto assassinò Tesauro dei Beccheria di Pavia, il corrotto e dissoluto Abate di Vallombrosa, condannato dal sospetto di tradimento della città di Firenze con la fazione ghibellina (Inferno XXXII 119-20).

 

Archivio di  Stato, Firenze/State Archives, Florence, Capitoli Firenze, Reg, 29, fols. 189-191, repeated Cap. Fir., Reg. 33, fols. 189-191, 25 agosto 1254, documento autografo di Brunetto Latino.

Molte sono state le accuse mosse a Brunetto Latino dagli studiosi nel loro tentativo di darsi una spiegazione a motivo della pena a lui assegnata da Dante che in Inferno XV lo colloca tra gli omosessuali. I primi commentatori giustificarono l'accusa di sodomia rivolta da Dante a Brunetto osservando che il problema era allora assai comune tra maestri e discepoli. André Pézard sostiene che Dante condanna Brunetto non tanto per l'omosessualità quanto piuttosto perché blasfemo, in particolare a motivo del fatto che Latino scrivendo in francese è blasfemo contro la lingua italiana. L'affermazione di Richard Fay è la più fondata; egli osserva che Dante condanna Latino per la sua guelfa idolatria di Firenze come Repubblica, e per il suo non essere ghibellino e sostenitore dell'Impero. Thomas Werge asserisce che Dante condanna Latino poiché il Tesoro di Latino è una mondana ricerca di fama, un tesoro accumulato sulla terra piuttosto che in cielo. Jeffrey Richards osserva che Dante fa bruciare Latino e il suo Tesoro nel fuoco dell'inferno, in tal modo egli scherzosamente segue i consigli a lui offerti dal suo stesso maestro nel Tesoretto 103-12.

E' possibile che l'accusa di bisessualità nei confronti di Brunetto da parte di Dante sia un'allusione a Latino come colui che voglia adombrare Cicerone, il cui trattato sull'amicizia maschile Laelius de amicitia ritroviamo copiato ne Il Fagoletto. Per quanto concerne l'affermazione di Pézard che Brunetto tradì l'italiano, si dovrebbe esservare che Latino scrisse il Tesoretto in versi italiani, mentre la sua prosa francese de Li Livres dou Tresor contiene un'intera parte su Firenze e sulla retorica. Secondo una certa linea interpretativa, Giovanni Villani afferma che egli legò le due opere l'una all'altra: 'fece il buon ed util libro detto Tesoro, e il Tesoretto è la chiave del Tesoro' (G. Villani, VIII 10); le due opere, tuttavia, non si trovano mai nello stesso manoscritto. Brunetto Latino spiega che egli scrisse Li Livres dou Tresor in francese in quanto quella lingua gli avrebbe consentito di raggiugere un più vasto pubblico. Analogamente, Sir John Mandeville e Marco Polo scrissero dei loro viaggi in quella lingua franca, benché l'uno fosse inglese, l'altro veneziano (Bennett, pp. 6-10). Brunetto tradusse poi la Retorica di Cicerone in italiano per il comune fiorentino. Per quanto concerne l'asserzione di Werge, si può osservare che Latino, così come Dante, è chiaramente consapevole della parabola in Matteo 6, 19-20 intorno ai tesori accumulati sulla terra piuttosto che in cielo, servendosi di questo tema nella missiva inviata ai pavesi circa la perfidia dell'Abate Tesauro, tema ripreso poi nei titoli e nella materia della sua opera in prosa francese come pure del suo poema italiano.

Brunetto Latini. Li Livres dou Tresor: San Pietroburgo, Russian National Library, Fr.F.v.III n° 4. Barcellona: Moleiro, 2000.Edizione in facsimile. mmoleiro@moleiro.com

Si dovrebbe dir di più riguardo a questi racconti narrati due volte: Li Livres dou Tresor e Il Tesoretto. I ghibellini richiesero riparazioni dai Guelfi fiorentini, che essi non furono in grato di pagare. Inoltre, è come se Latino affermasse che libri come il Tesoro e il Tesoretto,  plasmando il comportamento di un cittadino per il bene etico del comune, siano preferibili ai forzieri pieni di fiorini da doversi pagare ai nemici della città. Il Tesoro si apre con la metafora delle triplici sue suddivisioni: il suo essere i fiorini d'oro che contiene, l'oro e le gemme che adornano il forziere, e lo stesso forziere d'oro. Il primo libro enciclopedico dell'opera è scritto in uno stile assai simile alle Etimologie di Isidoro. Il secondo libro, trattando di vizi e virtù, è paragonato da Brunetto alle preziose gemme che adornano un forziere. Il terzo libro egli afferma sia fatto d'oro puro. Tratta della retorica e dell'etica (Struever, p.60). L'opera fu interamente scritta durante il suo esilio in Francia.

Quentin Skinner nel suo Foundations of Modern Political Thought abilmente tratta del rapporto tra retorica e politica nella Firenze medievale, e considera la figura di Brunetto Latino della massima importanza. Parla della fazione guelfa come della fazione che avrebbe voluto mantenere le antiche libertà della città, quantunque la città appartenesse al popolo, che aveva abbattuto le oligarchie dell'aristocrazia feudale. Osserva che i ghibellini furono coloro i quali agognavano i vecchi costumi, la stabilità conservativa, la legge e l'ordine, e un forte potere centralizzato. I guelfi si opponevano ai papi e alla dinastia imperiale di Federico II, che proseguì con il Re Manfredo. I ghibellini si accattivarono il favore sia del Papa sia dell'Imperatore. Skinner considera la fazione guelfa come la fazione della 'libertà', i ghibellini come la fazione della 'pace' (I, 8-48).

L'Italia medievale raggiunse la stessa forma politica della città stato autonoma nella Grecia antica. Atene era governata dai suoi cittadini, e a motivo di questa democrazia assegnò alla retorica, a quell'abilità del politico di parlare alla cittadinanza di cui faceva parte, un ruolo di rilievo, così che potesse raccogliere consensi. Di questa retorica classica se ne servì successivamente Cicerone nella Repubblica romana (soprattutto quando inveì contro il tirannico traditore dello stato, Catilina). Latino tradusse la Retorica di Cicerone (come allora si pensava) in italiano, interfogliata con il suo commentario. La miniatura presente in un manoscritto raffigura Cicerone nella parte superiore della iniziale S, Brunetto nella parte inferiore.
 
 

Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, Magl. II.IV.127 Brunetto Latino, La Rettorica

In Inferno XV, 61-78, Latino parla a Dante di Catilina che si rifugiò a Fiesole, dove fu catturato dai romani che rasero al suolo quella città, per poi fondare Firenze, modellando la nuova città di Marte sull'antica Roma. Latino aggiunge che dall'unione tra il fiesolano Catilina e i fiorentini romani (fiorentini e romani si sposavano tra di loro) originò quella contesa tra ghibellini e guelfi, tra Neri e Bianchi, che divise la loro amata Firenze, e che portò all'esilio prima Latino e poi Dante.

La retorica italiana era in passato al servizio della Cancelleria imperiale siciliana di Federico II. Tuttavia, memore di Cicerone, essa poteva anche soddisfare i bisogni delle libere città stato, autonome e sovrane (Kantorowicz, pp. 41-57; Seigel, pp. 209-17; Wieruzowski, p. 434 e passim; Spitzer, pp. 94 ff.). Latino sarcasticamente aveva stilato la sua lettera destinata ai ghibellini di Pavia nello stile siciliano imperiale di Pier delle Vigne. La retorica poteva, dunque, essere ghibellina - o guelfa. Le parole potevano essere usate per la tirannia o per la libertà. Per Latino era necessario coniugare retorica, politica ed etica; fare uso della retorica non per se stessi, ma per il bene comune, per la Res Publica. La retorica doveva essere usata non soltanto nei discorsi, ma doveva anche essere impiegata nella stesura delle lettere ad altri corpi di governo. Nel curriculum degli studi universitari medievali l'ars dictaminis (l'epistolografia), l'insegnamento dell'abilità nel compilare epistole, era quella parte della formazione medievale che più chiaramente rappresentava un continuum
dell'educazione classica, e quella con una maggiore familiarità con i testi classici presi come modelli (Weiss, p. 35; Skinner, p. 37). Nei documenti del tempo Latino è definito 'dittatore', la parola significa 'compilatore di epistole' e 'arringatore', vale a dire 'colui che parla in pubblico'.

 

Le immagini dei manoscritti conservati presso la Biblioteca Medicea Laurenziana sono disponibili nella rete interna dell'Istituto.

Brunetto Latino in ambasceria presso il Re Alfonso el Sabio di Spagna, con il quale scambia dei libri.
 

Brunetto Latino esiliato nel 1260, dopo la Battaglia di Montaperti, apprese di quell'esilio quando stava per rientrare in patria dall'ambasceria presso il Re Alfonso el Sabio di Spagna.

Il 26 febbraio 1266 Carlo d'Angiò sconfigge e uccide Re Manfredo nella battaglia di Benevento (Purgatorio III, 103-45) e riporta i guelfi negli affari fiorentini. Si è ritenuto che negli anni del suo esilio Latino fu al servizio della Cancelleria angioina. E' molto più probabile che Latino, venuto a conoscenza della vittoria guelfa, fosse dunque rientrato a Firenze. Nel 1267 la pace tra le fazioni fu sancita dalle unioni matrimoniali tra guelfi e ghibellini, ad esempio con il matrimonio tra Guido Cavalcanti, l'amico poeta di Dante e discepolo di Brunetto Latino, e la figlia di Farinata degli Uberti. Dante mostra i genitori ancora in lotta. Cavalcante Cavalcanti e Farinata degli Uberti sono posti in un'unica tomba per l'eternità. Il padre chiede a Dante notizie del figlio, Guido Cavalcanti. Il suocero con sdegno vuole ignorare quell'argomento. Sebbene queste unioni alla Montecchi-Capuleti venissero talora usate per portare alla pace, la tragica tensione tra guelfi repubblicani e ghibellini imperiali a Firenze si riteneva fosse originata dall'assassinio di un guelfo. Il guelfo Buondelmonte fu infatti ucciso ai piedi della statua di Marte sul Ponte Vecchio una domenica di Pasqua, mentre si recava ad unirsi in matrimonio con una donna di famiglia ghibellina (Inferno XIII, 124-50); Paradiso XVI, 140-54; G. Villani, V, 36).

Durante i rimanenti anni della sua vita apprendiamo che Brunetto Latino rivestì varie funzioni politiche. Nel 1271 è 'protonotario' per gli Angioini quando Guy de Montfort, vendicando la morte di suo padre, Simon de Montfort, uccise a sua volta il principe Enrico a Viterbo. Dante parla di questo fosco evento in Inferno XII, 119-20. Nel 1273 Latino è chiamato 'notarius consiliorum comunis Fiorentini'. E' Cancelliere di Firenze dal 1272 al 1274. Intercorrono poi cinque o sei anni di silenzio. Le varie fazioni di Firenze furono pacificate dal Cardinale Latino nel settembre 1279. Nel 1284 Brunetto fu Presidente della Lega di Firenze, Genova e Lucca contro Pisa. Nel 1287 fu Priore, come più tardi lo sarà Dante. Nel 1289 fu 'dittatore' e 'arringatore'. E continua a comparire nei documenti di stato fiorentini sino al 1292 (Sundby, pp. 201-207).

Importante è un episodio del 1288 nel quale Latino è coinvolto. In quell'anno i pisani insorsero guidati dal loro arcivescovo ghibellino Ruggiero, ed elessero Guido da Montefeltro come loro capitano. Rinchiusero in prigione il guelfo Conte Ugolino, assieme ai suoi figli e ai suoi nipoti, gettando le chiavi della prigione in Arno fino a lasciarli morire di fame dopo breve tempo. Ruggiero ed Ugolino in precedenza avevano cospirato per dare al Conte il controllo della città (G. Villani, VII, 121, 128) Dante colloca i due vicino all'abate di Vallombrosa, Tesauro dei Beccheria di Pavia, in Inferno XXXII, nel nono cerchio. Né Latino né Dante ammisero mai il tradimento alla propria città stato.

Non sappiamo in realtà se Dante fu discepolo di Brunetto Latino. Si ritiene improbabile che un funzionario di tal sorta potesse aver avuto il tempo disponibile da dedicare all'insegnamento. Tuttavia, si ha notizia di Guido Cavalcanti, l'amico poeta di Dante, come discepolo di Brunetto Latino (Zannoni, p. xviii). Forse il rapporto tra Latino e Dante era informale - così come il rapporto di Platone con Socrate, e il tipo di rapporti del circolo di Cicerone a Tuscolo? - con lunghe conversazioni nelle piazze fiorentine ('ad ora ad ora/m'insegnavate' dice Dante in Inferno XV, 84-85).
 

Le immagini dei manoscritti conservati presso la Biblioteca Medicea Laurenziana sono disponibili nella rete interna dell'Istituto.

Laurentian Library, Plut. 42.19, Brunetto Latino, IlTesoro, folio 72

Un delizioso sonetto a quanto supposto scritto da Dante per Brunetto accompagnò una copia della sua Vita Nuova. Dante ultimò l'opera presumibilmente nel 1292-93. Il 1292 è l'ultimo anno in cui compaiono atti di Brunetto Latino nei documenti di stato fiorentini, e la data della sua sua morte si ritiene sia il 1294 (G. Villani, VIII, 10). Il più giovane potrebbe aver donato all'uomo prossimo alla morte un poema che celebrava il suo amore per una donna morta. Dante Gabriel Rossetti tradusse il sonetto, interpretando fratello Alberto come Albertus Magnus (Rossetti, p. 96; per il testo italiano si veda Tesoretto: Raccolta [1817], II, 32, vedasi anche Scherillo, pp. 125-27).

Master Brunetto, this my little maid
  Is come to spend her Easter-tide with you;
  Not that she reckons feasting as her due, -
Whose need is hardly to be fed, but read.
Not in a hurry can her sense be weigh'd,
  Nor mid the jests of any noisy crew:
  Ah! and she wants a little coaxing too
Before she'll get into another's head.
But if you do not find her meaning clear,
  You've many Brother Alberts hard at hand,
  Whose wisdom will respond to any call.
Consult with them and do not laugh at her;
And if she still is hard to understand,
  Apply to Master Janus last of all.

Messer Brunetto, questa pulzella
Con esso voi si vien la Pasqua fare;
Non intendete pasqua da mangiare,
Ch'ella non mangia, anzi vuol esser letta.
  La sua sentenza non richiede fretta,
Né luogo di romor, né da giullare;
Anzi si vuol più volte lusingare,
Prima che in intelletto altrui si metta,
   Se voi non la'endete in questa guisa,
In vostra gente ha molti frati Alberti,
D'intender ciò, che porta loro in mano,
  Color, v'me stringete senza risa,
E se gli altri de' dubbj non son certi,
   Ricorrete alla fine a Messer Giano.

Questo commento che la Vita Nuova abbia un doppio senso o sia bifronte può essere applicato, come vedremo, anche al Tesoretto.

Un altro sonetto, di cui, però, si ignora chi ne sia l'autore, compiange la morte di Latino e si serve di immagini di pellegrinaggio tratte dal Tesoretto di Latino. Si apre esprimendo il grande dolore per la morte del gioioso Brunetto, 'Brunetto gajoso', e prosegue poi affermando:

                            I'voglio dipartirmi, e amantellato
                        Andar vagando, come pellegrino,
                        Sin che trovo un bosco disertato.
                           Voglio cangiare con l'acqua lo vino,
                        In ghiande lo mio pane dilicato.
                           Pianger la sera, la notte, e'l mattino.

La vita di Dante Alighieri quasi riflette la vita di Brunetto Latino. Ambedue erano guelfi, ambedue furono esiliati da Firenze, ambedue appresero di quell'esilio mentre erano in ambasceria: Latino presso Alfonso el Sabio a Siviglia, Dante presso il Papa Bonifacio VIII a Roma. Ambedue furono Priori di Firenze: Latino dal 15 agosto al 15 ottobre 1287, Dante dal 15 giugno al 15 agosto 1300. Ma mentre Latino farà ritorno dal suo esilio - e influenzerà il giovane Dante con la sua conoscenza della politica e della poesia - Dante mai farà ritorno a Firenze. Mentre latino riuscì ad andare in esilio con la sua famiglia, Dante lasciò la moglie Gemma Donati a Firenze, anche se più tardi alcuni dei loro figli riuscirono a raggiungerlo a Ravenna. La cosa interessante da notare è che sempre si parla di Latino come 'Maestro', mai si parla di Dante in questi termini. Mentre Latino rimase sempre guelfo, credendo profondamente nella libertà di Firenze, Dante nella sua amarezza agognava la pace che l'Impero avrebbe potuto portare. Al tempo di Dante i guelfi si divisero in due fazioni: la sua fazione, quella dei Bianchi, e la fazione dei Neri, quella della famiglia di sua moglie e dei Donati, sostenitori del Papa. Diversamente da Latino con il suo viaggio in Spagna e il suo soggiorno in Francia, presumibilmente, Dante mai lasciò il territorio di lingua italiana. Fu forse Messer Brunetto Latino che non solo insegnò a Dante Alighieri la storia e la politica di Firenze, ma gli offrì anche quel tesoro di cui per ben due volte parla come la mappa mundi (mappa del mondo) ne Li Livres dou Tresor e ne Il Tesoretto, così  allargando gli orizzonti conoscitivi di Dante fino a includere la conoscenza delle opere letterarie francesi e inglesi, e delle opere italiane e latine. In entrambi i casi, gli esili storici di Latino e Dante suggestionarono profondamente i loro poemi di pellegrinaggio.
 

PRODUZIONE ARTISTICA

Hans Robert Jauss ha osservato: "Il caso del Tesoretto di Brunetto Latini mostra in modo esemplare come un pregiudizio estetico non dichiarato abbia potuto oscurare il significato storico e le qualità poetiche di un capolavoro della letteratura allegorica, abbia anzi potuto escluderlo del tutto dal canone dei valori della tradizione".[Hans Robert Jauss, Alterità e modernità della letteratura medievale, Torino, 1989, p. 8] Jauss restituirebbe al Tesoretto di Latino l'importanza che esso ebbe nel Medioevo e nel Rinascimento. Per far ciò deve opporsi al magistrale Medieval Culture: An Introduction to Dante and his Time di Karl Vossler. Vossler parlò in questo testo con disprezzo del poema visionario di Latino, l'opera sulla quale Dante basò la sua Commedia:

Il rivestimento allegorico non è che un pretesto, una impalcatura di legno eretta in gran fretta, dall'alto della quale l'autore riversa sul pubblico tutte le sue cognizioni come se vuotasse un sacco di patate. Egli vuole, poco importa in qual modo, sgravarsi della sua scienza . . . Brunetto invece, senza preoccuparsene affatto, prende a prestito la propria veste poetica dal grande armamentario allegorico del Medioevo. Ora trae l'ornamento delle sue personificazioni dal De consolatione di Boezio, ora dal Planctus Naturae e dall'Anticlaudianus di Alano di Lilla, ora dal Roman de la Rose di Guillaume de Lorris, e vi mescola, senza transizione, senza nesso, senza visibile motivo, le sue esperienze personali e soprattutto le sue convinzioni politiche. [Vossler, II 76-77, trad. it. La Divina Commedia, Roma-Bari, 198, vol. 3, pp. 91sgg.]
Sebbene Vossler non amasse combinare biografia, politica e poesia, sia nel caso di Latino sia nel caso di Dante è necessario parlare della vita e dell'esilio dei due poeti, mostrando quanto l'uno fosse riflesso nell'altro, e dunque parlare dei loro poemi, mostrando come, anch'essi, fossero l'uno il riflesso dell'altro. Nonostante l'avversa reazione di Vossler nei confronti del poema, egli catalogò in modo accurato le fonti di Latino - a eccezione del Sogno di Scipione di Cicerone e delle Etimologie di Isidoro. Francesco Mazzoni osserva che il Tesoretto esemplifica un continuum nel volgare italiano del secolo XIII della 'cultura enciclopedico-didascalica latina neoplatonica' del secolo XII che era prevalsa in Francia, e che fu associata dagli studiosi del secolo IX alla scuola della cattedrale di Chartres. Il Tesoretto è scritto entro un importante continuum letterario di poesia filosofica. E' un sogno molto simile al Sogno di Scipione di Cicerone, alla Consolazione della filosofia di Boezio, al De Planctu Naturae di Alano di Lilla, e al Roman de la Rose di Guillaume de Lorris. In ciascuna di queste opere, un'esperienza visionaria funge da cornice per trasmettere conoscenze enciclopediche. Il poeta come sognatore sperimenta un'educazione che è un successo o un fallimento, un'educazione condivisa dal lettore con il protagonista. Successivamente, questa strategia sarà la strategia della Commedia. Queste fonti saranno, in seguito, le fonti della Commedia.

Il Tesoretto si apre con una raffinata dedica a un nobile lettore, un patrono così tanto esaltato e adulato che il lettore comune suppone debba trattarsi di una persona insigne, Alfonso el Sabio, San Luigi o Carlo d'Angiò. Ma presumibilmente, è giocato un tiro al lettore che non verrà chiarificato sino a che questo poema bifronte non giunga alla sua contraddittoria palinodia: il poema, in molti manoscritti, si aggiunge al Favolello, o Fagoletto, una 'breve fiaba' sull'amicizia, il cui destinatario è un altro poeta, Rustico di Filippo - poeta scurrile, che, inoltre, per più complicare le cose era ghibellino. Il patrono, non indicato per nome, è presumibilmente superiore ad Alessandro, Achille, Ettore, Lancillotto, Tristano, Cicerone, Seneca e Catone. 'Burnetto Latino' (generalmente ci dà questo come suo nome) si presenta come colui che offre al patrono il suo ricco tesoro, 'questo ricco tesoro', che vale argento e oro. Egli chiede che questo patrono custodisca queste parole scritte con lettere d'inchiostro (a questo punto Strozzi 146, solitamente accuratamente scritto, presenta una  macchia d'inchiostro, segno di trascuratezza). La miniatura per la pagina con la dedica (Strozzi 146, f. 1) raffigura Latino nella sua veste di maestro allo scrittoio, nell'atto di offrire il poema ad un modesto studente, e non ad un ricco patrono. Il poeta, tuttavia, chiede anche che l'opera non sia abbandonata nelle mani di stolti 'fanti', i quali prendendo tra le mani un'altra opera ne avevano fatto un uso molto improprio. E aggiunge che, piuttosto che accada ciò, preferirebbe far bruciare queste pagine nelle fiamme dell'Inferno (versi 111-12). Ovviamente qui vi sono delle discrepanze.

Jeffrey Richards nella sua tesi di dottorato (pp. 41-43) ha brillantemente suggerito che Dante rispose all'ironica prefazione di Latino gettando queste pagine nell'Inferno. In Inferno XV, Dante e Virgilio incontrano infatti Brunetto Latino, e parlano assieme delle pagine di un Tesoro in italiano e di quell'altro in francese (i primi manoscritti del Tesoretto intitolano l'opera semplicemente Tesoro) sotto la grandine di fuoco dell'Inferno. Dante gioca poi uno scherzo ancor più affascinante. In Paradiso XXXIII, 85-87 parla di una sua visione di Dio, che tiene in mano il libro che contiene tutte le foglie sparse dell'universo raccolte e rilegate in un unico volume, un volume che contiene così anche quei fogli che il lettore aveva precedentemente visto gettare nelle fiamme dell'Inferno. Latino, dunque, e il suo Tesoro non sono soltanto sulla terra o nell'Inferno, ma sono accumulati da Dante come tesoro in Cielo. Dante collocò parimenti il suo 'miglior fabbro', Arnaut Daniel, in Purgatorio XXVI tra le fiamme della pena per i peccati sessuali (ed. Wilhelm, p. xxiii-xxv).

Inizia poi il poema vero e proprio, che descrive come Brunetto è inviato in ambasceria presso Alfonso el Sabio, Re di Spagna e di Germania, e, in un unico manoscritto, presso il Re di Bretagna. Dopo aver compiuto questa missione, sulla via del ritorno per il Passo di Roncisvalle nella Navarra, incontra uno studente proveniente da Bologna, il quale lo informa della condanna d'esilio emessa per lui dopo la sconfitta guelfa nella Battaglia di Montaperti (Strozzi 146, fol. 2). Latino, assorto nei suoi pensieri, devia dal giusto sentiero. Alla maniera di Cicerone, riflette su quello che è buono della Repubblica fiorentina.

I seguenti versi di Latino:

        E io in tal corrocto,
        Pensando a capo chino,
        Perdei il gran cammino,
        E tenni a la traversa
        D'una selva diversa. . . . (186-90)

        E tanto cavalcai
        Che io mi ritrovai . . .   (2895-96)

sono riecheggiati da Dante nei versi iniziali della Commedia:

        Nel mezzo del cammin di nostra vita
            mi ritrovai per una selva oscura,
            chè la diritta via era smarrita.

E si ascoltano di nuovo in Inferno XV:

'Lassù di sopra, in la vita serena',
rispos'io lui, 'mi smarrì in una valle,
avanti che l'età mia fosse piena'. (49-51)
Consapevolmente Dante attinge qui da Latino, e rende omaggio al suo Maestro, sebbene lo collochi nell'Inferno. Inoltre, il fatto che Dante prenda in prestito i versi iniziali di Latino dà all'incipit del suo poema la nebulosa configurazione di quella valle dell'ombra della morte, il Passo di Roncisvalle, famoso sia per la infausta battaglia di Rolando con i saraceni, sia per la sua via di pellegrinaggio al santuario di Santiago di Compostela. Senza una conoscenza del testo anteriore di Latino si perdono i nessi.

Brunetto incontra poi la figura di Natura (Strozz. 246, fol 2v), che è descritta come la Filosofia di Boezio e la dea di Alano, e che nei disegni dei manoscritti è principalmente raffigurata come Natura Naturans, dalle cui vesti emergono chiocciole, cavallette, libellule, e innumerevoli altre creature, che si trovano anche nelle pagine miniate del Bestiario de Li Livre dou Tresor. Natura spiega che ella è la Vicaria di Dio e lamenta che Dio ignorò le sue leggi con la creazione della Vergine Madre. Impartisce insegnamenti a Brunetto sulla creazione di Dio e sulla caduta dell'uomo. Gli parla dei quattro umori, delle parti dell'anima, dell'astronomia e della geografia. Il suo insegnamento offre un eccellente studio sulla visione medievale del mondo. Mostra a Latino i quattro fiumi del Paradiso, l'Oceano, il Mar Mediterraneo, le colonne d'Ercole poste nello Stretto di Gibilterra.

Queste colonne sono accuratamente raffigurate in Strozzi 146, fol. 10, nel quale ci si allontana dal grisaille di norma per dare al Mediterraneo un colore verde blu. La mappa è capovolta, come le mappe del mondo arabe, che Latino potrebbe aver visto alla corte di Alfonso el Sabio in Spagna. Il resoconto sulle colonne d'Ercole ricorre con la figura di Ulisse di Dante in Inferno XXVI 108. Sebbene se ne parli in altri testi, è probabile che il riferimento di Dante sia una reminiscenza del poema di Latino. Presumibilmente l'Ulisse di Dante, inoltre, utilizza impropriamente il linguaggio a motivo degli usi ambivalenti della retorica, che può trasmettere la verità o la menzogna, che può salvare la città oppure tradirla. L'Ulisse di Dante è il sommo esempio del retore, tuttavia egli usa la retorica per il tradimento di Troia, e dunque di Roma (Padoan, p. 173; Mazzotta, pp. 37-38). A lui Dante fa raccontare una storia che non ricorre altrove nella tradizione classica, poiché è una menzogna che Dante costruisce per l'astuto Ulisse, che abita la regione dei falsi consiglieri. E' una menzogna che ha indotto in inganno generazioni di studiosi i quali hanno compiuto lavoro di ricerca sui testi per trovare un antecedente. Il racconto è 'originale' secondo il senso moderno, ma per un pubblico medievale tale originalità potrebbe averlo invalidato. Ulisse è la versione poetica di quelle altre figure che sono associate con il reale Brunetto Latino in vita e con il Brunetto nei versi poetici di Dante:  Pier delle Vigne, Tesauro di Vallombrosa, e Ugolino da Pisa, tutti i quali furono sleali e traditori.

Latino saluta poi Natura e giunge nel regno di Filosofia. Là egli trova le virtù aristoteliche in un paesaggio gremito di imperatori, re, signori e professori, un paesaggio che Dante prenderà a prestito per la Valle dei Re di Purgatorio VII-VIII. A questo punto Latino, posto da una parte, vede un giovane cavaliere e ascolta come viene ammaestrato in quelle che sono le necessarie virtù per essere buon cittadino di una ben ordinata città (Strozz. 146, fol. 13). Il giovane uomo ('chavaliero) nelle miniature ricorda le raffigurazioni di Dante studente della Commedia, Messer Brunetto invece è una figura abbigliata nel medesimo modo di Virgilio raffigurato come maestro (Strozz. 146, fol. 18v). Al giovane cavaliere si insegna ad essere cortese e non litigioso, a non essere né prodigo nè avaro, e per certo a non giocare ai dadi o a frequentare bordelli e taverne, ma a trattare i forestieri con riverenza ed i nemici con temperanza. Tali virtù sono in larga parte virtù borghesi e non aristocratiche. Al cavaliere viene poi detto che l'uso della lingua è della massima importanza, e che egli non soltanto deve usare le parole con saggezza, ma anche confidare nella Chiesa. Latino scrisse un libro cortese differente, perché fosse letto non dai membri della nobiltà, ma dai membri di una democrazia borghese e repubblicana.

Latino devia poi dal suo sentiero - Natura l'aveva ammonito di non farlo - e giunge nel regno di Fortuna e di Amore, quando a Calendimaggio discende per la via verso sinistra. Qui trova un paesaggio variegato, prima desertico, poi con tende, poi ancora con palazzi, dove le persone sono in lacrime o gioiose, dove sono insediati , inseguono o sono inseguiti. Vede il dio Amore con arco e frecce su una colonna, ed è timoroso. Ma si rivolge al grande Ovidio, che per mezzo dei suoi versi gli insegna le delizie e le illusioni dell'amore. Ovidio dà a Latino il dominio di sé, proteggendolo dalle frecce di Amore e permettendogli di fuggire da quel luogo periglioso (Strozz. 146, fol. 21v).

A questo punto, Latino decide di pentirsi dei suoi peccati. Inizia ora la palinodia. In alcuni manoscritti il titolo della palinodia è La Penetenza. Latino dedica la palinodia al suo 'fino amico caro', il suo amico ciceroniano. E' questo il nobile patrono dell'inizio del Tesoretto? Se così fosse, a questo patrono, che Latino aveva prima paragonato ad Alessandro e Catone, viene detto in modo scherzoso che è follia confidare nella falsa ruota della Fortuna, che tutte le cose terrene portano con sè il peccato, che né Giulio Cesare, che fu il primo imperatore, nè Sansone, l'uomo più forte, né il valoroso Alessandro, che conquistò il mondo, né il bello Assalonne, né il saggio Salomone, né il ricco Ottaviano, poterono prolungare la loro vita di un sol giorno. Pertanto all'amico che legge il poema, e forse a noi stessi, egli dice di non accumulare "gran tesoro", ma, invece, di confessare tutti i peccati. Il poema decostruisce e insieme opera un approfondimento, abbandonando il favoleggiare superficiale sulla fama per rivelare il sermone di verità al suo interno. Così un giorno, subito dopo la sua visione, ma ancora all'interno del poema, Latino stesso si reca dai frati a Montpellier, un centro medico nel sud della Francia sulla via di pellegrinaggio che porta dall'Italia alla Spagna. Là egli confessa tutti i suoi peccati, il peccato d'orgoglio, in particolare, che lo aveva condotto a sfidare i Comandamenti di Dio, persino includendo il suo Tesoretto. Parimenti, Chaucer molto includerà dei Racconti di Canterbury nella sua Ritrattazione a quell'opera, spinto a far questo dal sermone penitenziale del Parroco che chiude l'opera.

Il sermone di Latino al suo amico è un sermone contro l'orgoglio, l'invidia, l'avarizia, la simonia, la gola, l'adulterio, la sodomia, e una moltitudine di altri peccati. Di tutti i vizi che Brunetto Latino descrive e condanna, egli si mostra forse più duro per quanto concerne la sodomia. Procede dicendo che la sua speranza è che l'amico si penta di tutti questi peccati, proprio come egli stesso ha fatto nel momento in cui li ha commessi - pur non riconoscendosi colpevole di sodomia. Essendosi purificato, dunque, e avendo purificato il lettore, egli è pronto a rientrare nel suo paesaggio visionario per apprendere le sette arti. Le parole che egli usa, quando ritorna in quel regno poetico, sono 'io mi ritrovai'. Molti traduttori della Commedia in inglese rendono le parole 'mi ritrovai', che Dante riprende da Latino, e che aprono quel poema, semplicemente come 'finding myself' non come 'refinding myself'. Un lettore del Tesoretto arrivando alla Commedia sarebbe, tuttavia, consapevole del gioco di Dante per quanto concerne la ri-scoperta di questo paesaggio visionario letterario. Un manoscritto laurenziano rilega insieme il Tesoretto e la Commedia di Dante, il Tesoretto compare come primo testo, la Commedia è aggiunta in epoca più tarda. Due altri manoscritti includono entrambi i poemi.

Entro il 'riveduto' paesaggio visionario, Latino vede ora il Monte Olimpo, e da esso tutta la terra, il mare, l'aria e il fuoco, i quattro elementi dei quali scrive anche nel libro di apertura de Li Livres dou Tresor, in questo resoconto includendo accurati diagrammi e mappae mundi. Alla sua destra vede poi una figura che assomiglia al Catone che Dante incontra in Purgatorio I, una figura in bianche vesti con una lunga barba bianca che scende sul suo petto. Latino aveva precedentemente incontrato Ovidio avvolto da una ricca veste, proprio come Dante nella Commedia incontra un Virgilio che nelle miniature è abbigliato riccamente. Latino chiede alla figura ammantata di bianco quale sia il suo nome. Si tratta di Tolomeo, il maestro dell'astronomia. Latino chiede che gli sia insegnata tutta la sua scienza. Tolomeo si rivolge a lui con un sorriso e . . . Il poema si interrompe, così come The House of Fame di Chaucer e l'Hyperion di Keats. Rimaniamo senza il senso di un epilogo. Il poema ha 'decostruito' se stesso, e noi siamo burlescamente traditi dal narratore poeta. Tuttavia, questa è soltanto una interpretazione del poema. Tutte e tre le opere, il Tesoretto di Latino, The House of Fame di Chaucer e Hyperion di Keats condividono il tema della Fama, e ciascun poeta potrebbe aver scelto di troncare quel tema. Oppure possono semplicemente essere dei poemi lasciati incompiuti dai loro autori ormai stanchi.
 

FONTI E INFLUENZE

Il canto XV dell'Inferno di Dante, quel famoso canto in cui incontra Maestro Brunetto Latino, è scritto anche con giocosa intertestualità e decostruzionismo. Riecheggia il Sogno di Scipione di Cicerone, La consolazione della filosofia di Boezio, e il Tesoretto di Latino, riprendendone la tradizione. Le affermazioni che Dante fa fare a Maestro Brunetto sono analoghe a quelle della Filosofia di Boezio; ma le affermazioni della persona di Dante, favorendo l'eroismo personale e la ricerca della fama, sono assurde tanto quanto quelle fatte dalla persona di Boezio. Allo stesso modo Chaucer nel suo Troilo e Criseide farà interpretare stoltamente a Troilo il testo di Boezio. E' vero che il pagano Cicerone in molti dei suoi scritti trasmette un amore della fama e dell'amicizia. Il riepilogo di Cicerone della Visione di Er di Platone nel suo Sogno di Scipione funge, tuttavia, da ritrattazione, severamente opponendosi all'amore della fama e descrivendola come follia. Quest'opera, scritta in un contesto platonico e stoico, successivamente influenzò molto la Consolazione di Boezio, dal momento che il testo di Boezio riprende parola per parola il testo di Cicerone.

Il Tesoretto di Latini e l'Inferno XV di Dante furono entrambi scritti con un po' di ironia, eppure contengono anche la saggezza che le loro personae cercano. Tale saggezza è meno presente nel sapere pagano dell'astronomia e nella preveggenza di un Tolomeo che non nella predicazione cristiana e nella penitenza. Quando Dante incontra Latino in Inferno XV, essi parlano del futuro e delle stelle (Zannoni, pp. xxviii-xxix). Quello che è interessante notare è che Catone nella Farsaglia di Lucano paradossalmente rifiuta di ascoltare l'Oracolo di Giove Ammone, rifiuta di consultare gli astronomi, e di conoscere la sua fine. Dante fa riferimento a questo in Purgatorio III, 37. Se questa interpretazione, sottolineandone le contraddizioni, fosse corretta, il Tesoretto di Latino è al contempo un arguto scherzo e un sermone serio. Latino scrisse, per così dire, 'L'arte e il rimedio della fama', così accostando Cicerone, Ovidio e Boezio. Dante lo riscrive pur continuando quello scherzo nei confronti del suo Messer Brunetto, noto per la sua arguzia e la sua severità, per il suo spirito e il suo rigore. Entrambi impiegano ambages (una parola derivata dagli enigmi della Sibilla, Eneide VI, 98), che consentono una bifronte duplicità e un'opposizione di significato all'interno di un unico testo. E' possibile che Chaucer avesse letto la Commedia in un manoscritto che conteneva anche il Tesoretto, in quanto un manoscritto di questo genere, ora in Belgio, si trovava anche in Inghilterra. Il tema, lo stile e il tono del Tesoretto e della House of Fame (La casa della fama) erano assai simili.

Le affermazioni di Latino in Inferno XV di Dante sono scritte come se fossero ambages. Dante pare stoltamente dire che ha appreso da Latino 'come l'uom s'etterna' (per mezzo della fama terrena, 85), nello stesso tempo in cui 'diffama' il suo venerato maestro collocandolo nell'Inferno. Ma queste parole possono anche significare che Dante, attraverso gli insegnamenti morali di Latino, in realtà può apprendere il modo per salvare la sua anima e ottenere l'eternità del Cielo, e può correttamente apprendere la lezione del suo maestro: che la fama è orgoglio, e in quanto tale è la radice di ogni peccato. Anche Dante dichiara impetuosamente 'però giri Fortuna la sua rota,/come le piace', poiché egli è pronto per lei. Se letterariamente dice questo, egli è un Adamo caduto. Sarebbe stato nel giusto soltanto nel caso in cui avesse voluto dire, nel senso stoico e cristiano, che non avrebbe avuto niente a che fare con la Fortuna e la sua Ruota, ma sarebbe andato invece alla ricerca della Beatitudine, ovverosia di Beatrice. Il testo di superficie di Dante ha distorto gli insegnamenti del suo maestro, e gli insegnamenti di Cicerone e Boezio. Se qualcuno avesse meritato di bruciare sotto la grandine di fuoco, questo non sarebbe stato Brunetto, ma Dante stesso, o piuttosto quello stolto sé pellegrino, un "fante" che travisa il testo strappandone le pagine dal contesto, e che distorce l'insegnamento del suo Maestro. Analogamente, il pellegrino Dante in Inferno XIII, 31-33 non è riuscito a leggere Virgilio con la giusta attenzione quando strappa un ramo dall'albero che è Pier delle Vigne, albero che dunque sanguina e parla allo stesso modo di Polidoro in Eneide III, 22. In realtà, tuttavia, Dante ha letto e compreso i poemi di Virgilio e Latino con acuta sensibilità.

Quantunque l'intertestualità tra il Tesoretto e la Commedia sia andata perduta per un considerevole lasso di tempo, l'essenza, tuttavia, di questa relazione, tra un poeta più maturo e uno più giovane, fu più tardi percepita da molti scrittori. Le parole di Dante hanno immortalato sia se stesso sia il suo 'Ser Brunetto', che compare nell'opera di T. S. Eliot e James Joyce. Helen Gardner osserva che 'Ser Brunetto' era menzionato originariamente al verso 98 nell'autografo di 'Little Gidding' nei Four Quartets di Eliot, ma divenne un 'morto maestro' nell'edizione a stampa, che doppiamente stava a significare il Latino di Dante e il maestro di Eliot, Yeats (Gardner, pp. 63-69, 174-81).

James Joyce, che modellò la sua vita su quella dell'esule Dante, acquistò un'edizione italiana per bambini del Tesoro di Latino in francese fondendo l'episodio dello sguardo mortale del basilisco presente in quell'opera con le similitudini degli uomini  che si incontrano al chiar di luna e del vecchio sarto che infila l'ago in Inferno XV, 18 ff (Ulisse). Eliot e Joyce riconobbero sia in Brunetto sia in Dante i loro riflessi autoritratti come compagni esuli - e, tuttavia, pare che non abbiano colto parte dello spirito e dell'arguzia propri del Tesoretto e della Commedia.

E' utile ai medievalisti avere a disposizione un testo leggibile del Tesoretto. Il poema è breve, tuttavia riassume ammirevolmente molti dei topoi medievali, l'insegnamento per mezzo di personificazioni allegoriche, che trasmettono al poeta discepolo - sostituto del lettore - le idee per quanto concerne il mondo, i quattro elementi, i quattro umori, le quattro virtù, i sette peccati capitali, la caduta, l'incarnazione, e così di seguito; fonde elementi cristiani e pagani, sacri e profani, in particolare nel modo giocoso in cui è percepito Amore (Tillyard, pp. 98-102; Lewis, pp. 23-75). La struttura del Tesoretto di Latino, come l'ovidiano De arte honeste amandi di Andrea Cappellano, presentando l'arte e il rimedio d'amore, è quella di una palinodia. E' stato difficile per i lettori moderni comprendere come leggere questi testi medievali ironici, e il Tesoretto di Latino può essere d'aiuto per decodificare il genere. Può anche essere utile per decodificare la Vita Nuova e la Commedia di Dante, la House of Fame (La casa della fama) e i Canterbury Tales (I racconti di Canterbury) di Chaucer. Se Eliot e Joyce poterono includere Brunetto Latino nel loro canone, allora certamente i medievalisti e i dantisti avrebbero potuto fare lo stesso, vedendo in Brunetto Latino il maestro di Dante, da lui venerato e diffamato, il cui Tesoretto fu ripetutamente citato e riecheggiato da Dante nella sua Commedia.
 

LINEE EDITORIALI PER QUESTO TESTO E PER LA TRADUZIONE

Questa edizione del Tesoretto di Brunetto Latino, dapprima pubblicata a stampa, in seguito in facsimile, infine sul Web, si basa, senza quasi alcun emendamento, sul testo che si trova in un manoscritto della Biblioteca Laurenziana, Strozzi 146. Poichè si tratta essenzialmente di una edizione diplomatica, manca una sezione di note testuali per trattare delle differenze, anche se altre maggiori lezioni sono indicate nelle varianti e se ne fa talora menzione nelle note a piè di pagina. Lo Strozzi 146 è il manoscritto più accurato e antico del Tesoretto, e ci dà il testo migliore del poema. E' anche scritto usando uno stile e un'ortografia con i quali i lettori di Dante devono aver avuto familiarità. E' possibile che Dante sia stato lo scrivano e il miniatore del manoscritto, l'unico in cui compaiono delle miniature.

Alcuni manoscritti del Tesoretto sono stati corredati da note e corretti da curatori di testi a stampa del secolo XVII. Questo corrisponde a verità per quanto concerne C e C1, ora conservati in biblioteche romane. La prima edizione del Tesoretto di Bunetto Latino fu pubblicata da Federigo Ubaldini a Roma nel 1642, e quest'opera fu utilizzata per la composizione del Vocabolario dell'Accademia della Crusca. Una delle prime edizioni accademiche fu pubblicata dall'Abate Zannoni nel 1824. Egli non riuscì a individuare il manoscritto C (usato da Baldini) che egli riteneva fosse ancora a Firenze. Consultò i manoscritti S, G, R, M e V, e basò il suo testo su L, che è quasi identico a S. Thor Sundby, danese, pubblicò il suo studio su Latino a Copenhagen nel 1869. Questo fu successivamente tradotto e pubblicato in Italia da studiosi italiani e corredato da appendici. Nel 1863 e nel 1948 apparvero due edizioni accademiche de Li Livres dou Tresor di Latino in francese, rispettivamente le edizioni di Chabaille e Carmody.

B. Weise in Zeitschrift für romanische Philologie (1883), ha pubblicato un'edizione di rilievo del Tesoretto, basando il suo testo sul Riccardiano 2908, in quanto riteneva che Latino fosse anche l'autore de Il Mare Amoroso, che in quel manoscritto compare con il Tesoretto. L'opera non è più attribuita a Latino. Il Riccardiano 2908 rivela molte lezioni uniche e chiaramente erronee. Il testo di Gianfranco Contini Poeti del Duecento presenta con modernizzazioni un'edizione curata dal Rev. Giovanni Pozzi di Locarno, basata fondamentalmente su quella pubblicata da Wiese, che utilizzò come testo base il Riccardiano 2908. L'edizione di Pozzi omette il Laurenziano Plut. 61.7, e MS. Lat. Nouv. Acq. 1745 della Bibliothèque Nationale, ma aggiunge Bruxell, Bibliothèque Royale 14614-14616, precedentemente posseduto da Charles James Fox, osservando che è rilegato con una Commedia. Sfugge alla sua osservazione che anche due altri manoscritti, C2 e G, sono rilegati con la Commedia.

L'elenco dei manoscritti, con le sigle canoniche di Zannoni e Pozzi, compare nella bibliografia selezionata, qui ne parlo, invece, secondo un ordine approssimativamente cronologico e secondo la genealogia. Laurenziano Plut. 61.7 contiene soltanto il Favolello. Wiese assegna ad esso la sigla F che Pozzi assegna al manoscritto di Bruxell. Personalmente mantengo la vecchia sigla F e dò al manoscritto di Bruxell la sigla F1. Bertoni sostiene che P deriva da M. Pozzi sostiene che i manoscritti sono tutti toscani, fatta eccezione per C1 e C2, che sono umbri, e per B che è emiliano. Petrucci ritiene che C2 sia toscano. Complessivamente i manoscritti sono sedici, di cui tre sono frammenti, e altri due ancora sono incompleti.

Approssimativamente si può tracciare uno stemma dei manoscritti interi elencati da Pozzi.

Il testo base per questa edizione, S o Strozzi 146, conservato alla Biblioteca Laurenziana, è stato scritto su pergamena nel tardo XIII  secolo o nei primi del XIV secolo a Firenze. E' composto di 30 fogli. I fascicoli sono composti di tre quaterni, contrassegnati con un "richiamo" che consisteva nello scrivere sull'ultima pagina di ciascun fascicolo la prima parola di quello successivo, a parte le pagine introduttive e finali, e un fascicolo di 2 bifogli, le dimensioni sono di 24x16 cm. Il testo è scritto su due colonne, il Favolello propriamente detto occupa tre pagine dei due fogli finali. Gli incipit delle sezioni del poema utilizzano grandi capitali rosse e blu alternate, questo è tipico di molti manoscritti del Tesoretto. Ogni verso inizia con una piccola capitale su cui è stesa una sfumatura gialla, ciascun rigo dei versi termina con un punto. Le miniature, in delicata sanguigna e grisaille, si trovano in fondo a molte pagine. La rilegatura è in pergamena.

Gli altri manoscritti si presentano così come segue:

B o Brescia, Queriniana, A.VII.11, è un manoscritto emiliano del XIV secolo di 46 fogli. Le parole sono accuratamente spaziate e sono utilizzate capitali per i nomi propri, una pratica non consueta con i manoscritti del Tesoretto.

B2 o Cracovia, Biblioteca Jagiellonska, frammento.

C o Vaticano Chigiano L.V.166 è datato da Wiese alla fine del XIV secolo. Ha 29 fogli.

C1 o Vaticano Chigiano L.VII.249 è datato da Wiese alla fine del quattordicesimo secolo. E' un grande volume che contiene materiale sul governo e sulla retorica. Al foglio 123 si trova 'Brunetto Latini Il Tesoretto', che è incompleto. Condivide lezioni e omissioni con B, manca la 'Penetenza'.

C2 o Roma, Accademia dei Lincei, Corsiniano Rossi 4 (44 G 3), è datato al terzo quarto del secolo XIV. Contiene una copia della Commedia di Dante, poemi di vari autori, poi il Tesoretto di Brunetto Latino, incompleto, fogli 92-93v. Uno studio in prosa latina precede il frammento del Tesoretto, analizza la trama, e parla della ottusità del pellegrino-persona di Latino.

C3 o Vaticano, Biblioteca Apostolica, Chigiano L.VII.267

C4 o Cornell University 4, frammento.

F o Firenze, Biblioteca Laurenziana, Plut. 61.7, contiene solo il Favolello

F1 o Bibliothèque Royale 14614-14616 risale ai primi del XIV secolo ed è fiorentino. Il  lungo manoscritto contiene prima una Commedia completa di 109 fogli. Il Tesoretto si trova ai fogli 95-106.

G o Laurenziano Plut 90 inf. 47 è come C1 in quanto un florilegio. Wiese lo data al XV secolo concordando con Zannoni. E' fiorentino e si apre con il Tesoretto di Latino al foglio 2.

L o Laurenziano Plut. 40.45 è un manoscritto fiorentino dei primi del secolo XIV simile a S, con grandi capitali rosse e blu alternate e una coloritura gialla su quelle piccole.

M o Biblioteca Nazionale, Firenze, Magliabechiano VII.1052, in apparenza è molto simile al Riccardiano 2908 (R). Wise sostiene che il Riccardiano 2908 è databile al XIII secolo, il Magliabechiano VII.1052, al secolo XV. Questi manoscritti, tuttavia, sono entrambi scritti su pergamena in una rozza scrittura gotica corsiva. La pergamena rivela in entrambi i manoscritti un problema analogo con il lato pelo e il lato carne che si presentano molto diversi.

N o Biblioteca Nazionale, Palatino 387, precedentemente E.5.5.49, un manoscritto fiorentino del XIV secolo, dà su carta un elenco dei contenuti di mano più tarda, come estratti dal Liber aureus su detti dei filosofi, seguiti dai trattati di Catone e di Seneca sulle virtù e sulla morale, poi, come sesto, il Tesoretto di Brunetto Latini'.

R o Riccardiano 2908 contiene il Tesoretto ed il poema Il Mare Amoroso in passato attribuito a Brunetto Latino. Contini non attribuisce a Latino Il Mare Amoroso in quanto contiene elementi lucchesi. Le presenti edizioni, compresa quella data dal Contini,  utilizzano ancora il Riccardiano 2908 come loro testo base.

Sia Wiese sia Pozzi sostengono che V o Vaticano 3220, anch'esso del XVI secolo, fu copiato dallo Z.

Z o Zanetti 49 (4749) è un manoscritto veneziano del secolo XVI, in una bella scrittura umanistica, ma si prende la libertà di modernizzare il testo.

Questa presente edizione, che si basa su Strozzi 146, riproduce fedelmente lo spelling originale del manoscritto, salvo nella compilazione delle note e nelle contrazioni. Segue le convenzioni medievali di Latino di non scrivere in maiuscolo i nomi delle persone, i nomi dei luoghi o il nome di Dio. La punteggiatura è moderna. Latino usa gallicismi, la cediglia ç per la z, Ke per che e que, e tende inoltre ad aggiungere s e l alla g. Lo scrivano del manoscritto, a parte Latino, tende ad usare forme latine, come facto per fatto, e a raddoppiare la seconda lettera in gruppi di parole molto comuni: Chenne, chesso, ecc.; questi sono rimasti così come sono, invece di stampare che nne o di elimare la lettera di troppo; nonne e nonn'é sono tuttavia differenziati.
 

RINGRAZIAMENTI

Desidero esprimere la mia gratitudine alla Princeton University e al Dipartimento d'Inglese per avermi dato la possibilità di essere in Europa nel giugno del 1979 per collazionare i manoscritti de Il Tesoretto custoditi in Belgio e in Italia, come pure per avermi dato l'opportunità di viaggiare dall'Italia alla Spagna sulla via di pellegrinaggio per Compostela arrivando fino in Francia. Sono anche grata alla Biblioteca Laurenziana, alla Biblioteca Riccardiana e alla Biblioteca Nazionale di Firenze, alla Biblioteca Apostolica e alla Biblioteca Corsiniana di Roma, alla Biblioteca Queriniana di Brescia, alla Biblioteca Marciana di Venezia, alla Bibliothèque Royale Albert Ier di Bruxell, a Gaylord Brynolfson e all'Interlibrary Loan Department della Firestone Library della Princeton University. A Berkely, Sir Richard Southern e il Professor Phillip Damon mi hanno introdotta alla letteratura Neoplatonica del secolo XII e il Professor Brandan O Hehi mi ha insegnato la paleografia rinascimentale e la revisione testuale. A Princeton, Jean Preston, Conservatore di Libri rari e Manoscritti, è stato mio maestro di paleografia medievale e codicologia, e Elizabeth Hume Beatson, Index of Christian Art, è stata prodiga di consigli quando vi erano riferimenti all'arte, mentre il Professor John V. Fleming mi ha offerto ogni incoraggiamento per compiere il pellegrinaggio europeo allo scopo di collazionare i manoscritti del Tesoretto; i professori, David Anderson, Paolo Cucchi e Vincenzo Bollettino hanno offerto i loro consigli sulla traduzione. Il Professor James J. Wilhelm ha supervisionato il progetto con tatto e saggezza. John Longo è stato il mio assistente nel lavoro di ricerca, mentre Patricia Onofri è stata la mia dattilografa. Desidero ringraziare tutti loro così come Jonathan Arac, Adelaide Bennett, Alan Deyermond, A. Walton Litz, Vicki Mahaffey, William Stephany e Alison Stone i quali hanno generosamente condiviso con me le loro conoscenze.

BIBLIOGRAFIA SELEZIONATA

I. MANOSCRITTI E EDIZIONI

A. MANOSCRITTI

B - Brescia, Queriniana, A.VII.11

B2 - Cracovia, Biblioteca Jagiellonska, frammento.

C - Vaticano, Biblioteca Apostolica, Chigiano L. V.166

C1 - Vaticano, Biblioteca Apostolica, Chigiano L.VII.249

C2 - Roma, Accademia dei Lincei, Corsiniano Rossi 4 (44 G 3)

C3 - Vaticano, Biblioteca Apostolica, Chigiano L.VII.267

C4 - Cornell University 4, frammento

F - Firenze, Biblioteca Laurenziana, Plut. 61.7 (soltanto Favolello)

F1 - Bruxelles, Bibliothèque Royale 14614-14616

G - Firenze, Biblioteca Laurenziana, Plut 90 inf. 47

L - Firenze, Biblioteca Laurenziana, Plut. 40.45

M - Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magliabechiano VII.1052

N - Firenze, Biblioteca Nazionale, Palatino 387, formerly E.5.5.49

R - Firenze, Biblioteca Riccardiana, Riccardiano 2908

S - Firenze, Biblioteca Laurenziana, Strozziano 146

V - Roma, Biblioteca Apostolica, Vaticano 3220

Z - Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, Zanetti 49 (4749)
 

B. EDIZIONI

Il Tesoro. Treviso: Flandrino, 1474

Il Tesoretto. A cura di Federigo Ubaldini. Roma: Grignani, 1642

Il Tesoretto. Torino, 1750. Zannoni la considera un'edizione mediocre.

Il Tesoretto. Napoli: Tomasso Chiappari, 1788

Il Tesoretto: Raccolta di Rime Antiche Toscane. Palermo: Giuseppe Arsenzio, 1817

Il Tesoretto e il Favoletto di Ser Brunetto Latini. A cura di Giovanni Battista Zannoni. Firenze: Molini, 1824. Un'eccellente edizione critica accademica del testo.

Le tre orazione di M.T. Cicerone, ecc., volgarizzate da Brunetto Latini. A cura di L.M. Rezzi. Milano, 1832.

'Opere di Ser Brunetto Latini'. Manuale della letteratura del primo secolo della lingua italiana. A cura di Vincenzo Nannucci. Florence: Maglieri, 1837. Pp. 223-76.

Il 'Tesoro' . . . volgarizzato da Bono Giamboni. A cura di Luigi Carrer. Venezia: Gondoliere, 1838. Giamboni era coevo di Latino. La disponibilità del Tresorin francese così come del Tesoro in italiano resero possibile il Tesoretto, l'altra opera in italiano.

Li Livres dou Tresor. A cura di P. Chabaille. Paris: Imprimerie Impériale, 1863. Buona edizione critica corredata di incisioni delle miniature del manoscritto.

'Der Tesoretto und Favolello B. Latinos'. A cura di B. Wiese. Zeitschrift für Romanische Philologie, 7 (1883), 236-389. Questa edizione sulla quale si basano tutte le altre presenti edizioni, utilizza un cattivo manoscritto e non traccia uno stemma.

Über die Fiori e Vita di Filosofi ed Altri Savii ed Imperadori. A cura di Hermann Varnhagen. Erlangen: Junge, 1893.

I Libri Naturali del 'Tesoro'. A cura di Guido Battelli. Firenze: Le Monnier, 1917. Questa edizione, utilizzata da James Joyce, è corredata di fotografie di sculture medievali che illustrano le voci enciclopediche di Latino.

Il Tesoretto: Poemetti allegorico-didattici del secolo XIII. A cura di Luigi di Benedetto. Bari: Laterza, 1941.

Li Livres dou Tresor de Brunetto Latini. A cura di Francis J. Carmody. Berkeley: University of California Publications in Modern Philology, 22 (1948). Questa edizione dovrebbe essere usata con quella di P. Chabaille, in quanto le prime edizioni sovente danno notizie più complete per quanto concerne i manoscritti e le loro miniature.

Poemetti del Duecento: Il Tesoretto, Il Fiore, L'Intelligenza. A cura di Giuseppe Petronio. Torino: UTET, 1951.

Il Tesoretto. A cura di Giovanni Pozzi. Poeti del Duecento. A cura di Gianfranco Contini. Milan: Ricciardi, 1960. II.168-284, 869-74. Normalizza l'edizione di Weise, basata sul Riccardiano 2908.

Il Tesoretto; Il Favolello. A cura di Francesco Mazzoni. Alpignano: Tallone, 1967. Utilizza l'edizione di Pozzi; il poema è introdotto da un eccellente saggio. Alcune altre pubblicazioni del Tesoretto compaiono in antologie, basate sull'edizione di Pozzi.

La Rettorica. A cura di Francesco Maggini. Florence: Le Monnier, 1968 (1912). La migliore edizione della Rettorica.

Llibre del Tresor: Versio Catalana de Guillem de Copons. A cura di C.J. Wittlin. Barcelona: Barcino, 1971.

Spoglie elettronici dell'italiano delle Origini e del Duecento. A cura di Mario Alinai. Brunetto Latini, La Rettorica. A cura di F. Maggini. Bologna: Il Mulino, 1971. II.3. Una versione compiuterizzata e moderna del Vocabolario dell'Accademia della Crusca. Entrambe le edizioni sono utili per compilare un glossario del vocabolario di Latino. I gallicismi di Latino sono qui evidenti.

Brunetto Latini. Il Tesoretto. Introduzione e note di Marcello Ciccuto. Milano: Biblioteca Universale Rizzoli, 1985.
 

II. OPERE CRITICHE E DI STUDIO

Alain de Lille (Alanus de Insulis). De Planctu Natuarae: Patrologia Latina 210, cols. 429-82. Ed. J.P. Migne. Paris, 1855.

Andrews, Michael C. 'The Study and Classification of Medieval Mappae Mundi', Archeologia 75 (1926), 61-76.

Arnaut Daniel. Poetry. A cura di James J. Wilhelm. New York: Garland, 1981.

Asín Palacios, Miguel. Islam and the 'Divine Comedy'. Trad. Harold Sutherland. London: Murray, 1926, pp. 252-54.

Asperti, Stefano. Carlo I D'Angiò e i Trovatori: Componenti 'provenzali' e angoine nella tradizione manoscritta della lirica trobadorica. Ravenna: Longo Editore, 1995.

Bar Hiyya, R. Abraham. La obra forma de la tierra. A cura di J.M. Millás Vallicrosa. Madrid/Barcelona: Historia de la Ciencia Española, 1956.

Boethius, Anicius Manlius Severinus/Severino Boezio. La Consolazione della Filosofia. Trad. e a cura di Ovidio d'Allera. Milano: Rizzoli, 1999.

Brieger, Peter, Millard Meiss, e Charles Singleton. Illuminated Manuscripts of the 'Divine Comedy'. Princeton: Princeton University Press, 1969. Utile da comparare con le miniature del Tesoretto.

Calò, Giovanni. Filippo Villani e il 'Liber de Origine Civitatis Florentiae' Rocca S. Casciano: Capelli, 1904.

Capellanus, Andreas. The Art of Courtly Love. Trad. e a cura di John Jay Parry. New York: Ungar, 1964.

Ceva, Bianca. Brunetto Latino: l'uomo e l'opera. Geneva: Droz, 1965. Anche se più recente, non sostituisce l'opera di Sunby.

Maria Grazia Ciardi Dupré Dal Poggetto. 'Nuove ipotesi di lavoro scaturite dal rapporto testo-immagine nel Tesoretto di Brunetto Latini'. Atti del IV Congresso di Storia della Miniatura 'Il codice miniato laico: rapporto tra testo e immagine.' Ed. Melania Ceccanti. Rivista di Storia della Miniatura, 1-2 (1996-1997), 89-98.

Cicero, Marcus Tullius. Laelius de amicitia. A cura di P. Fedeli. Firenze: Mondadori, 1971.

____ [Pseudo-Cicero]. Rhetoric ad Herennium. A cura di H. Caplan. Cambridge, Mass.: Harvard (Loeb Library), 1954.

Comparetti, Domenico. Virgilio nel Medio Evo. Firenze: 'La Nuova Italia' Editrice, 1937, 1955. 2 vols.

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Contini, Gianfraco. 'Un nodo della cultura medievale: la serie Roman de la rose, Fiore, Divina Commedia'. Un'idea di Dante: Saggi danteschi. Torino: Einaudi, 1976. Vede il rapporto tra Dante e il Roman per il tramite del Tesoretto di Latino.

Curtius, Ernst Robert. European Literature and the Latin Middle Ages. Trad. Williard Trask. New York: Harper, 1963; trad. it. Letteratura europea e Medio Evo latino, Firenze, 1995.

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______. Vita nuova. A cura di Natalino Sapegno. Florence: Valecchi, 1931.

Davidsohn, Robert. Storia di Firenze. Trad. Giovanni Battista Klein. Florence: Sansoni, 1957. Questo testo con le Chroniche di Villani è fondamentale per collocare Latino nel suo contesto storico.

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Sundby, Thor S. Della vita e delle opere di Brunetto Latini. Trans. and ed. Rodolfo Renier. Florence: Le Monnier, 1884. Un eccellente studio sulla vita e sulle opere di Brunetto Latino.

Villani, Filippo. Liber de civitatis Florentiae famosis civibus. Firenze: Mazzoni, 1847. Ashburnham Ms 492, Biblioteca Laurenziana, in mostra permanente, porta le correzioni al testo fatte da Coluccio Salutati. E' chiaro che il Cancelliere rinascimentale di Firenze aveva un profondo interesse per la vita del Cancelliere medievale di Firenze.

Villani, Giovanni. Chroniche di Giovanni, Matteo e Filippo Villani. Trieste: Lloyd Austriaco, 1857. Vol. I.

Vossler, Karl. Mediaeval Culture: An Introduction to Dante and his Times. Trad. William C. Lawton. 2 vols. New York: Ungar, 1958; trad. it. La Divina Commedia, Roma-Bari, 1983. Vossler disprezzava il Tesoretto.

Weiss, Robert. The Spread of Italian Humanism. London: Hutchinson, 1964. Tratta della funzione del Segretario di Stato latino.

Wieruszowski, Helene. Politics and Culture in Medieval Spain and Italy. Roma: Edizioni di Storie e Letterature, 1971. Tratta dell'epistolografia (Ars dictaminis).
 
 
 

IL TESTO DI BRUNETTO LATINO, IL TESORETTO
 
 
 
 
 

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