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BRUNETTO LATINO

AND CICERO'S RETTORICA, PART II
 
 

Tulio ch'è preghiera et quando fu sa
P reghiera è quando l'accusato confessa ch'elgli à commesso quel peccato et confessa che l'à facto pensatamente, ma sì domanda che li sia perdonato, la qual cosa molte rade fiate puote advenire. Sponitore.
T ullio mostra in questa piccola parte del testo che cosa è appellata preghiera in questa arte. Et dice che allocta è questione de preghiera quando l'accusato confessa et dice ch'elgli fece quel peccato ch'elgli è apposto e ricognoscie che l'à facto pensatamente, ma tutta volta domanda perdono. Onde nota che questa preghiera puote essere in due maniere, o aperta o nascosa. Verbi gratia: In questo modo è la preghiera aperta: Dice l'accusato: "Io confesso bene ch'io feci questo facto, ma pregovi per amore et per reverentia di Dio che voi me perdoniate". ¶ La preghiera ascosa è in questo modo: "Io confesso ch'io feci questo facto e domando che voi mi perdoniate; ma se voi ripensaste quanto e come grande honore i'o facto al comune, ben sarebbe degna cosa che mi fosse perdonato." Ma si dice Tullio che queste preghiere possono avenire rade fiate, spetialmente davante a'giudici li quali sono giurati a leggi si che non anno podere di perdonare. Bene puote alcuna fiata lo'mperadore e'l sanato avere provedenza in perdonare gravi misfacti, sì come poteano li anziani del popolo di Firenze ch'aveano podere di gravare et di disgravare secondo il loro parimento./An excellent paralleling of Roman Senate, Florentine anziani./ ¶ Et poi che Tullio à detto de la prima parte de la constitutione assuntiva, cioè de la concessione et che cosa è concedere, e à detto due maniere di concedere, cioè de purgatione e de preghiera, si dicerà de la seconda parte, cioè rimuovere lo peccato./Again, see Catilinaria, Twice.Told Tales, chapter 4./
Quando e rimuovere il peccato
R imuovere lo peccato è quando l'accusato si sforça di rimuovere quel peccato da sè et da sua colpa et metterlo sopra un altro per força e per podestà di lui; la qual cosa si puo fare in due guise: o mettere la colpa o mettere il facto sopr'altrui. Et certo la colpa et la cagione si mette sopra altrui dicendo che quel sia facto per sua força e per sua podestate. Il facto si mette sopr'altrui dicendo ke dovea un altro et potea fare quel facto.
Sponitore.
I n questo luogo dice Tulio che è rimuovere lo peccato et come si puote fare, e ke cotale il caso: Uno è accusato de uno malificio, ed elgli vengendo a sua defensione sì lieva da ssè quello maleficio et mettelo sopra un altro. O dice bene che l'à facto, ma un altro c'avea in lui força et segnoria il costrinse a fare quel male.

Rimuo
vere lo
peccato
Colpe          facto
E questo rimovimento del peccato dice Tulio che si puo fare in due guise: l'una si mettere la cagione e la colpa sopra un altro, l'altra si mettere il facto sopra altrui. [¶ erased]Certo la colpa e la cagione si mette sopra altrui quando l'accusato dice che elli à facto quel male per colpa d'alcuno il quale à sopra lui força et segnoria. Verbi gratia: Il comune di Firenze elesse ambasciadori et fue loro comandato che prendessero la paga dal camarlingo per loro dispensa et incontanente/immantenente/ andassero alla presentia di messere lo papa per contradiare il passamento de'cavalieri che veniano di Cecilia in Toscana contra Firenze. Questi ambasciadori domandaro il pagamento, il segnore no'l fece dare, e'l camarlingo medesimo negò la pecunia, si chà gli ambasciadori non andaro e'cavalieri vennero; de la qual cosa questi ambasciadori fuoro accusati, ma elgli si levano la colpa et la cagione et miserla sopra'l segnore et sopre il chamarlingo, i quali aveano la força e la segnoria et non fecero il pagamento./Chapter 2, Twice-Told Tales, clearly shows Brunetto's own involvement in similar embassies; this particular instance was of the utmost importance to Florence and resulted in the defeat of Montaperti./ Mettere il fatto sopr'altrui e quando l'accusato dice ch'elgli quel facto non fece et non ebbe colpa nè cagione del fare, ma dice che un altro l'a facto et ebbevi colpa et cagione, mostrando che quell'altro sopra cui elgli il mette dovea et potea fare quel male. Verbi gratia: Catone et Catellina andavano da Roma a Rieti, et incontraro un parente de Catone, a cui Catellina portava grande malavoglienza per cagione de la coniuratione di Roma, et perciò in meçço de la via l'uccise; nè Catone non avea podere di difenderlo, perciò ch'era malato de suo corpo, ma rimase intorno al morto per ordinare sua sepultum. Et Catellina si n'andò in altra parte molto avaccio et celatemente. In questo mezzo genti che passavano per lo camino trovaro il morto di novelli, et Catone intorno lui, sì pensaro certamente che Catone avesse facto il malificio, et perciò fu elgli accusato di quella morte. Onde elgli in sua defensione levava da sè quel facto, dicendo ch'elgli facto nol'avea et che no'l dovea fare, perciò ch'era suo parente, e dicea che nol' potea fare, perciò ch'era malato di sua persona. Et così recava il facto e la colpa sopra Catellina, perciò che'l dovea fare come di suo nemico, et potea lo fare, ch'era sano et forte et di reo animo.  ¶ Et poi che Tullio àe insegnato rimuovere lo peccato, sì insegnà in questa altra parte riferire il peccato.
Quando è riferire il peccato
R iferire il peccato è quando si dice ke sia facto per ragione, in perciò che alcuno avea tutto avanti facto a llui ingiuria.
Sponitore.
D ice Tulio che riferire il peccato è allocta quando l'accusato dice ch'elgli à facto a ragione quello de che elgli è accusato, perciò che a lui fu fatta prima tale ingiuria che dovea a ragione prenderne tale vendetta, sì come pare ne lo exemplo d'Oreste, che fu accusato de la morte da la sua madre, ed elgli dicea che l'avea morta a ragione, perciò che primieramente avea ella facta a llui ingiuria, cioè che avea morto il padre d'Oreste; et di questo nascie cotale questione se Oreste fece quel facto a ragione o no. ¶ Et poi che Tulio àe insegnato riferire il peccato, sì insegnerà omai che è comparatione.
Quando è comparazione
C omparatione è quando alcuno altro facto si contende che fu diricto et utile, et dicesi che quello del quale è facta riprensione fue commesso per quell'altro si potesse fare.
I n questo luogo dice Tulio che quella questione è appellata comparatione nella quale l'accusato dice c'à facto quello ch'è a llui apposto, per cagione de potere fare un altro facto utile et diricto. Verbi gratia: Marco Tulio, stando nel più alto officio di Roma, senti che congiuratione si facea per lo male del comune, ma non potea sapere chi nè come. A la fine diede dell'avere del comune in grande quantitade a una donna la quale avea nome Fulvia, et era amica per amore di Quinto Curio, il quale era partefice/ sapitore/ del tradimento; et per lei trovò et seppe dinanzi tutte le cose in tal maniera ch'elgli difese la cittade e'l comune de la mortale/ molt'alta/ tradigione. Ma a la fine fue ripreso ch'elgli avea troppo malamente dispeso l'avere del comune. Et elgli in difensione di sè diceva che quelle spese avea facte per fare un altro facto diricto et utile, cioè per iscampare la terra de tanta destructione. Ete quello scampamento non si potea fare sanza quella dispesa. Et così mostra che'l facto del quale elgli è ripreso fu facto per bene. Et poi che Tullio à detto de le quattro parti de la constitutione,/assuntiva/ la quale è parte della iuridiciale sì come pare davanti nel tractato de la constitutione del genere, sì ridicerà elgli brievemente sopra la questione traslativa, de la quale fu assai detto in adietro, per dire alcuna cosa che là fue intralasciata.
Tulio. Quando la controversia de constitutione traslativa/ Come Ermagoras fue trovatore della questione translativa./
N ella quarta questione, la quale noi appelliamo translativa. Certo la controversia d'essa questione è quando si tenciona a cui convegna fare la questione, o con cui o in che modo, o davanti cui, o per quale ragione, o in che tempo; e sanza fallo tuttora è controversia o per mutare o per indebolire l'actione. Et credesi che Ermagoras fue trovatore de questa constituzione; non che molti antichi parladori non l'usassero spessamente, ma perciò che li scriptori dell'arte non pensaro che fosse de le capitane et non la misero in conto de le consitutioni. Ma poi che da llui fu trovata, molti l'ànno biasimata, li quali noi pensamo c'abbiano fallito non pur in prudentia; chè certo manifesta cosa è che sono impediti per invidia e per maltractamento.
Sponitore.
Q uesto testo de Tullio à assai aperto in se medesimo, et spetialmente perciò che de la questione o constitutione translativa è assai sufficientemente tractato indietro in altra parte de questo libro, et là sono divisati molti exempli per dimostrare come si tramuta l'actione, quando non muove la questione quelgli che dee, contra cui dee, o innanzi cui dee, o per la ragione che dee, o nel tempo che dee. Sicchè al postutto in questa translativa conviene ke sempre sia: o per tramutare l'actione in tutto, come pare indietro nel'exemplo di colui che risponde al'aversario suo: "io non ti rispondo de questo facto nè ora nè giamai"; et così in tutto tramuta l'actione del'aversario. Onde per indebolire l'actione in parte ma non del tutto, sì come pare nel'exemplo di colui che risponde al'aversario suo: "Io ti rispondero de questo facto, ma non in questo tempo" o "non davante a queste persone". Et dice Tulio che Ermagoras fu trovatore de la translativa constitutione, cioè che la mise in conto de le quattro constitutione, sì come detto fu in adietro, et di ciò fu ripreso da alquanti che non erano ben savi, et che aveano invidia et maltractamento contra lui. Nota che invidia è dolore del'altrui bene. Et maltractamento è dicere male d'altrui.
Tulio dicha tractata de la constitutione, dice che porra gli exempli qua adietro/dice che davanti dicerà exempli in ciascuna maniera di constituzioni./
G ià avemo exposte le constitutioni et loro parti; ma li exempli de ciascuna maniera parrà che noi possiamo meglio divisare quando noi daremo copia de ciascuno di loro argomenti; perciò che allotta saràe più chiara la ragione del'argomentare, quando l'exemplo si potràe a mano a mano acconciare al genere della causa.
Sponitore.
V olendo Tulio passare al processo del suo libro, brievemente ripete ciò ch'à detto dinanzi, dicendo che dimostrato à che sono le constitutioni e le loro parti, ma in altra parte porrà certi exempli in ciascuna genere de le cause, cioè nel deliberativo et nel dimostrativo et nel giudiciale, quando tracterà il libro di ciascuno in suo stato. Et di ciò si diparte l'autore et/ il conto e/ torna a tractare secondo che si conviene al'ordine del libro per insegnamento dell'arte.
Tulio. Qual causa è simpla e quale congiunta
P oi ch'è trovata la constitutione de la causa, inmantenente ne piace de considerare se la causa è simpla o congiunta. Et sed'ella è congiunta, si conviene considerare si elli è congiunta di piusori questioni o d'alcuna comparatione
Sponitore.
A presso il tractato nel quale Tulio àe insegnato trovare le constitutioni e le sue parti, sì vuole insegnare qual causa sia simpla, cioè pur d'un facto. Et quale sia congiunta, cioè di due o di più facti. Et quale sia congiunta d'alcuna comparatione, et di ciascuna dice l'exemplo in questo modo:
Tulio. Della causa simpla
S impla è quella la quale contiene in sè una questione absoluta, in questo modo: "Stanzieremo noi battaglia quelli di Chorinto o no?"
Sponitore.
D ice Tulio che quella causa è simpla la quale è pur d'uno facto, et che non è se non d'una questione solamente. Verbi gratia: La cittade de Corinto non stava obediente a li Romani, onde i consoli di Roma misero a consilglio se paresse a loro di mandare oste a fare la battalglia contra loro, o no. Così vedi che causa simpla è pur d'una questione del sì o del no.
Tulio. De la causa congiunta
C ongiunta di piusori questioni è quella ne la quale si domanda de piusori cose in questo modo: "E Cartagine da disfare o da rendere a' Cartaginesi, o è da menare in altra parte loro habitamento?"
Sponitore.
P oi che Tulio à detto de la causa simpla, sì dice de la congiunta, dicendo che quella causa è congiunta nella quale à due, o tre, o quattro o più questioni. Verbi gratia: I Romani vinsero a força d'arme la città de Cartagine, et erano alcuni che al postutto diceano si disfacesse; altri diceano che la città fosse renduta algli uomini de la terra, altri diceano che la città si dovesse mutare di quello luogo et habitare in altra parte. Et così vedi che questa causa è congiunta de tre questioni che sono dette.
Tulio. Della causa congiunta di comparazione
D i comparatione è quella ne la quale contendando si questiona qual sia il meglio o qual è finissimo, in qeusto modo: "E da mandare oste in Macedonia incontra a Filippo in aiuto a'compagni, od è da tenere in Ytalia per avere grandissima copia di genti contra Anibal?"
Sponitore
P oi che Tulio avea detto della causa, la quale è congiunta de piusori questioni, sì dice di quella causa k'è congiunta de comparatione di due o di tre, o di quattro, o di più cose, ne la quale si considera qual partito sia il migliore de'due, o tre, o più, et se tutti sono buoni o l'uno migliore che l'altro, per sapere qual sia finissimo/cioè il sovrano/ di tutti. Verbi gratia: I Romani aveano mandato oste in Macedonia contra Filippo Re di quelli del paese, et in quello medesimo tempo attendeano a la guerra d'Anibal, che venia contra loro ad oste. Onde alcuni savi di Roma diceano che'l migliore consiglio era mandare gente in Macedonia, per attare l'altra loro oste la quale era in quella contrada. Altri diceano che maggiore senno era ritenere la gente in Ytalia, per raunare grandissima oste contra Anibal. E così contendeano qual fosse il migliore, o'l finissimo partito: o tenere, o mandare la gente.
De controversia in iscripto et in ragionamento
P oi è da pensare se la controversia è in scripta o in ragionamento
Sponitore
A presso ciò che Tulio à dimostrato qual causa è simpla et quale congiunta et quale de comparatione, si vuole fare intendere quale contraversia nasce et aviene de cose et de parole scripte, et qual nasce pur di ragionamento, cioè di dire parole et di cose che non sono scritte. E così vuole Tulio apertamente mostrare/ insegnare/ per rethorica ciò c'altri dee dire a ciascun punto de tutte le cause che possano intervenire. E così/ perciò/ dicerà de la scritta per sè et del ragionamento per sè, et di ciascuno partitamente in questo modo: Tulio de la controversia/ che nasce di cose/ in scripto et de sue maniera
C ontroversia in iscripto è quella che nasce d'alcuna qualitade di scriptura. Et certo le maniere de questa che sono partite da le constitutioni sono .v. ¶ Che talvolta pare che le parole medesime siano discordanti da la sententia de lo scriptore. ¶ E talvolta pare che due leggi o più discordiano intra se stesse. ¶ E talvolta pare che quello ch'è scripto signiffichi due cose o più. ¶ E talvolta pare che di quello ch'è scripto si truovi altro che non è che scripto. ¶ E talvolta pare che si questioni in che sia la força de la parola, quasi come in diffinitiva questione/ constituzione/, per la qual cosa noi nominiamo la prima de queste maniere di scritto et di sententia. ¶ Il secondo appelliamo di leggi contrarie. ¶ La terza apelliamo dubbiosa. ¶ La quarta appelliamo di ragionevole. ¶ La quinta apelliamo diffinitiva.
Sponitore
P oi che Tulio à dimostrato qual causa sia pur d'un facto o di più, immantenente vuole dimostrare quale controversia è in scritta, et quale in ragionamento. Et in questo dice primieramente di quella ch'è in iscritto, cioè che nasce d'alcuna scriptura, et questo puote essere in cinque modi. ¶ Il primo modo è appellato di scritto, et di sententia, perciò che le parole che sono scritte, non pare ke suonino come fue lo'ntendimento di colui che lo scrisse. Verbi gratia: Una legge era ne la città di Luccha, nella quale erano scritte queste parole: "Chiunque aprirà la porta della città di notte, in tempo di guerra, si sia punto ne la testa". Avenne che un cavaliere l'aperse per mettere dentro cavalieri et genti che veniano in aiuto a Luccha, et perciò fue accusato che dovea perdere la testa secondo la legge scritta. l'accusato si difendea dicendo che la sententia e lo'ntendimento di colui che fece et scrisse la legge fu che chi aprisse la porta per male fosse punito. Et così pare che le parole scritte non siano accordanti a la sententia de lo scrittore, et di ciò nascie controversia intra loro, se si debbia tenere lo scritto o la sententia. ¶ La seconda è appellata de contrarie leggi, perciò che pare che due leggi o più si discordino intra se stesse. Verbi gratia: Una leggie era cotale, che chiunque uccidesse il tiranno prendesse dal senato che unque merito volesse. Et nota che tyranno è detto quelli che per força di suo corpo o d'avere o di gente sottomette altrui al suo podere. Un'altra leggie dice che morto il tiranno dovessono essere uccisi .v. più prossimani parenti. Ora avenne che una femina uccise il suo marito, il quale era tyranno uccise, et domandò al senato per guiderdone et per merito un suo figlio. La prima leggie conceda che sia dato, l'altra leggie comanda che sia morto, et così sono due leggie contrarie, et perciò ne nasce questione se a la femina debbia essere renduto il figliuolo, o se debbia essere morto. ¶ La terça maniera è apellata dubbiosa, perciò che pare che quel ch'è lo scritto significhi due cose o più. Verbi gratia: Alexandro fece tetamento nel quale fece così scrivere così: "Io comando che colui ch'è mia reda dea a Cassandro .C. vaselli d'oro i quali esso vorrà". Apresso la morte d'Alexandro venne Cassandro et domandava .C. vaselli d'oro al suo volere et che a llui piacessero, dice la reda: "Io ti voglio/ debbo/ dare que'ch'io vorrò". E così de quella parola scritta nel testamento, cioè "i quali esso vorrà", si è dubbiosa ad intendere del cui volere Alexandro avea detto; e così nasce questione intra loro. ¶ La quarta maniera è appellata ragionevole, perciò ke di quello ch'è scritto si truova e se ne ritrae altro che no è scritto. Verbi gratia: Marcello entrì nella chiesa di San Piero di Roma et ruppe il crucifisso, et tagliò l'ymagini di là entro; fue accusato, ma non si truova neuna leggie scritta sopra così facto malificio, nè convenevole non era che ne scampasse sanza pena; et perciò il suo aversario ritraaeva d'altre leggie scritte quella pena che si conviene a Marcello ragionevolemente. ¶ La quinta maniera è appellata diffinitiva, perciò che pare che si questioni la força d'una parola scritta, si chè conviene che quella parola sia diffinita, et dicasi il propio intendimento di quella parola. Verbi gratia: Dice una leggie: "Se'l segnore de la nave l'abandona per fortuna de tempo et un altro va a governala, et scampa la nave sia sua. Avene che una nave de Pisani venia in Tunisi, et presso al porto sorvenne sì forte tempesta di mare, che'l segnore usci di fuori et entrò in una piccola barcha. Un altro corse a governare la nave/ ch'era malato rimase nella nave/ et tennesi tanto là entro che'l mare tornò in bonaccia, e la nave campò in terra. E perciò dicea che la nave era sua secondo la leggie, perciò che'l segnore l'avea abandonata, et esso l'avea difesa. Il segnore dicea cher perch'elgli entrasse ne la piccola barcha non avea abandonata perciò la nave. E così era questione intra loro di questa parola del'abbandono de la nave; et per sapere la força d'essa parola conviene che si diffinischa et dicasi, il propio intendimento. Già à detto Tulio di quella controversia la quale è in scripta et delle sue cinque parti. Ogimai dicerà de quella controversia ch'è in ragionamento.
Tulio de la controversia che nasce di ragionamento
R agionamento è quando tutta la questione è in alcuno argomento et non in scrittura
Sponitore.
Q uella controversia è in ragionamento nella quale non si considera alcuna cosa che sia per scriptura, ma prendesi argomento et pruova per parole fuori di scritta a dimostrare che de essere sopra quella questione. Verbi gratia: Dice Anibal che Ytalia èe migliore paese che Francia; dice Loodigo che no. Et di ciò era questione tra loro, et perciò conviene recare argomenti in ragionando per mostrare che ne dee essere, et questo senza scritta acciò che sopra questo non è legge nè scrittura.
Tulio. De le quattro parti de la causa
A dunque, poi ch'è considerato il genere della causa et conosciuta la constitutione, et inteso quale è simpla et quale è congiunta, et veduto qual controversia è di scritto et di ragionamento, oggimai sara da vedere qual'è la questione, et quale la ragione, et quale il giudicamento, et quale il fermamento de la causa; le quali cose tutte convengnono muovere della constitutione.
Sponitore.
I n questa parte dice Tulio che poi ch'elgli àe insegnato che è il genere delle cause, cioè diliberativo, dimostrativo, et giudiciale. E à facto conoscere che è la constitutione, cioè quale congetturale, et quale diffinitiva, et quale translativa et quale negotiale. Et à facto intendere quale simpla et quale congiunta, cioè quale contiene in sè una questione o più, e à facto vedere quale controversia è in iscritto et quale in ragionamento, sì come tutti questi ammaestramenti/ insegnamenti/ paiono in adietro là dove lo sponitore l'à messo in scritto et tractato sofficientemente. Oggimai vuole Tulio procedere et dimostrare apertamente qual sia la questione e la ragione e'l giudicamento e'l fermamento de la causa; le quali cose tutte muovono et nascono della constitutione, ciò viene a dire che la constitutione è il cominciamento di queste cose. Tulio. Della questione
Q uestione è quella controversia la quale s'ingenera del contastamento de cause in questo modo: "Non facesti a ragione--Io feci a ragione". Questo è il contrastamento delle cause, nella quale è la constitutione. Et di questa nascie controversia la quale noi appelliamo questione, in questo modo: se facto l'à a ragione o no.
Sponitore
N el testo il quale è detto davanti insegna Tulio conoscere et sapere che è la questione. Et in ciò dice ke questione è quella che si conviene considerare sopr'a ciò di che le parti tencionano. Et così s'ingenera del contastamento de le parti, cioè di quello ke l'uno appone et l'altro difende. Verbi gratia: Dice la parte che appone al'altra: "Tu non ài facta ragione, chè tu prendesti il mio cavallo." E la parte che si difende risponde et dice: "Si, feci ragione". Ora è la causa ordinata, cioè che ciascuna parte à detto, l'una accusando et l'altra difendendo, et questo è appellato constitutione, sopra questo si conviene sapere se l'accusato à facta ragione o no. Et questo è quello che Tulio appella comune questione. ¶ Dunque potemo intendere che quando le parti ànno detto e quando l'accusatore à apposto incontro a l'aversario suo e l'accusato à risposto o negando o confessando, sì è la causa cominciata et ordinata; et però infin a questo punto è appellata constitutione, cioè viene a dire che la causa è cominciata et ordinata; da quinci innanzi, se l'accusato niega et difendesi, si conviene che si conosca se la sua defensione è diricta o no, cioè quando dice: "Io feci ragione" convienesi trovare s'elgli à facta ragione o no, et questa è facta/ appellata/ questione. Et perciò ke la scusa dell'accusato, a dir pur così sempicamente: "Io feci ragione", non vale neente, se non ne mostra ragione per che, et come, si insegnerà Tulia immantenente che ragione sia.
Tulio. De ragione
R agione è quella che contiene la causa, la quale se ne fosse tolta non rimarrebbe alcuna cosa in controversia, in questo modo mosterremo, per cagione d'insegnare, un leggieri et manifesto exemplo. Se Orestre fosse accusato de matricidio ed elgli non dicesse: "Io il feci a ragione, perciò cha ella avea morto il mio padre", non averebbe difensione; et se non l'avesse non sarebbe controversia. Dunque la ragione di questa causa è ch'ella uccise Agamenon.
Sponitore
S ì come appare nel testo di Tulio, ragione è quella che sostiene la causa in tal modo che, chi non mostra et assegna ragione de la sua causa, certo non sarà controversia, cioè non à difensione. Et così la causa del'aversario rimane ferma et non à contrastamento. Verbi gratia: Fue che la madre d'Oreste uccise Agamenon suo marito et padre d'Oreste; per la qual cosa Oreste, per movimento di dolore, fece matricidio, ed elli confessa, ma dice che'l fece a ragione; se non dice perchè et come, la sua difensione non vale neente, et se la difensione non vale neente non è controversia nè questione. Ma se dice così: "Io il feci a ragione perciò ch'ella uccise il mio padre", sì mantiene la sua causa et vale la sua difensa, mostrando la ragione e la cagione perch'elgli fece il matricidio. ¶ Et poi che Tulio à dimostrato che è questione et che ragione, sì dimosterrà che è giudicamento.
Tulio dice del giudicamento.
G iudicamento è quella controversia la qual nasce de lo indebolire et del confirmare la ragione, et in ciò sia quello medesimo exemplo de la ragione che noi avemo detta poco davanti: "Ella avea morto il mio padre". Dice l'aversario/ il savio/: "Sanza te figliuolo convenia ch'essa madre fosse uccisa; perciò che'l suo facto si potea ben punire sança il tuo perverso adoperamento. Di questo mostramento de la ragione nascie quella somma controversia la quale noi appelliamo iudicamento, la quale è cotale: se fu diricta cosa che Oreste uccidesse la madre, perciò ch'ella avea morto il suo padre.
Sponitore
T ulio avea detto et insegnato che è ragione; et perciò che de la ragione nasce il giudicamento, sì tracta elgli del giudicamento per dimostrare come et quando et in che luogo. Verbi gratia: L'accusato assegno ragione perchè fece quel facto et conferma la sua difensa per quella ragione. L'accusatore dice contra quella difensa et indebolisce la ragione del'accusato. Onde di ciò che l'uno conferma et inforça la sua ragione/ difensione/ et l'altro la infiebolisce et fa debole, sì ne nasce una questione, la quale è appellata giudicamento, perciò che quando ella è provata, si puote giudicare, et in ciò sia quello medesimo exemplo di sopra: Oreste assegna ragione per la quale elgli uccise Clitemestra sua madre: perciò ch'ella avea morto Agamenon; et così conferma la sua difensione, ma contra lui dice l'aversario: "Tu non la dovei punire et non convenia a te punirla di ciò, ma altre la dovea et potea punire sanza tua perversitade, et sanza così crudele opera, come figluolo uccidere sua madre". E così indebolia la ragione d'Oreste et mettealo in vituperoso abbominio, et sopra questo, cioè sopra confermamento/ e sopra lo 'ndebolimento/ della ragione, nasce questione la quale è appellata giudicamento, perciò che si puote iudicare. ¶ Et oggimai à detto Tulio che è questione, et che è ragione, e che è giudicamento; sì dicerà che è fermamento.
Tulio del fermamento.
F ermamento è il fermissimo et apostissimo argomento al giudicamento, come se Oreste volesse dire che l'animo il quale la madre avea contra il suo padre. quello medesimo avea contra lui et contra le serocchie/ sue sorelle/ et contra il reame e contra l'alto pregio de la sua ingeneratione et de la sua familglia, si chè in tutte guise doveano i suoi figluoli prendere in lei la pena.
Sponitore
P oi che Tulio àe dimostrato che è questione et ragione et giudicamento, sì diceva in questa parte che è fermamento. E certo lo'nsegnamento suo è molto ordinatamente, chè primieramente è questione intra le parti sopra alcuna causa la qual'è appella/ aposta/ ad uno e detto contra/ sopra/ lui che non à facto bene o ragione. Ed elgli in sua difesa dice ch'à facto bene o ragione, et di questo nasce la questione, cioè se elgli à facto a ragione o no. ¶ Apresso dice l'accusato la cagione per la quale elgli avea ragione di fare ciò, et questa è appellata ragione. ¶ Et quando l'accusato à detto la ragione, il suo adversario a detto contra quella ragione et indebolisce quello dove l'accusato ferma la ragione, et questa è appellata giudicamento./ New section titled/, Fermamento/ Iudicamento/ ¶ Poi che la questione del giudicamento è nata, sì conviene nel' accusato travva innanzi i fermissimi argomenti bene appostati contra il giudicamento. Verbi gratia: Oreste à detto ch'elgli uccise la madre, perciò ch'ella uccise/ avea morto/ il padre, et così assegna la ragione perch'elgli l'uccise. Il suo adversario mettendolo in questione de giudicamento, dice che a llui non si convenia ma ad altrui, et così indebolisce la sua ragione. Or conviene che Oreste dica i fermissimi/ manifesti/ argomenti. Et dice così: "Tutto altressì com'ella uccise il suo marito mio padre, così ella avea conceputo di uccidere me e le mie sorelle, cui ella avea ingenerate di suo corpo, et mettere il nostro regno a distructione et abassare l'altezza del nostro sangue, et mettere in perilglio la nostra famiglia". Et in questi argomenti accolglie fermissima difensione de la sua ragione contra il giudicamento, e dice: "Perciò ch'ella fece così disperato maleficio et avea pensato cotanta crudelitade, sì fue al postutto convenevole che i suoi propii figluoli le ne dessero pena et non altri". E questi sono fortisimi argomenti ne'quali dice che'l facto de la madre fu crudele, superbo et malitioso. Et nota che quel facto è appellato superbo, il quale alcuno adopera contra'maggiori, sì come quella fece uccidendo il Re Agamenon. Et quello è crudele facto il quale l'uomo/ alcuno/ adopera contra' suoi, sì come contra la sua famiglia. Et quello è malitioso facto il quale è molto fuori d'uso, sì com'è contra naturale usança ch'alcuna femina uccida il suo marito, e figliuoli et distrugga un alto reame. Onde questi fermissimi argomenti e quali l'accusato mette davanti per confermare le sue ragioni incontra lo'ndebolimento che facea l'aversario, sì è appellato fermamento.
Differença dalla constitutione congetturale a l'altre/ In quale constituzione non à giudicamento/ .
E t certo nell'altre constituzioni si truovono i giudicamenti a questo medesimo modo; ma nella congetturale constitutione, perciò che in essa non s'assegna ragione, acciò che'l facto non si concede, non puote giudicamento nascere per dimostrança di ragione; et però conviene ke questione sia quel medesimo che giudicamento: "facto è, nonn è facto, s'è facto o no". Che al vero dire, quante constitutioni o loro parti sono nella causa, conviene che vi si truovino altrettante questioni, ragioni, giudicamenti et fermamenti.
Sponitore.
I n questa parte del testo dice Tulio che, sì come per lui è stato detto davanti, così si possono trovare giudicamenti in ogni constitutione; salvo che nella constitutione congetturale, de la quale è molto tractato in adietro, perciò che in essa l'accusato non assegna neuna ragione, anzi niega, al postutto non ne puote nascere iudicamento. Verbi gratia: Uno accusò Ulixes ch'elgli avea morto Aiace. Dice Ulixes: "Non feci," et così niega quel facto che gli è apposto, et perciò non conviene che sopra il suo negare assegni alcuna ragione. E poi che non asegna ragione, il suo aversario non a bisogna d'indebolire la ragione de accusato. Dunque non ne puo nascere giudicamento. Et perciò conviene che in queste constituzioni congetturali la questione e'l giudicamento siano ad una cosa: chè là dove dice l'accusatore "Tu uccidesti" et Ulixes dice "Non uccisi", la questione e'l giudicamento fie sopra questo, cioè se l'uccise o no. Poi dice Tulio che quante constitutioni àe in una causa, altrettante v'à questioni, et ragioni et iudicamenti et fermamenti.
Che è da considerare trovate le predette cose/ Dell'altre parti della causa/
T rovate nella causa tutte queste cose, son poi da considerare ciascuna parte de la causa; c'al vero dire non si dee pur pensare in prima quello che si dee dicere in prima; perciò che se le parole che sono da dire in prima tu le vuoli inforçatamente congiugnere et raunare colla causa, conviene che d'esse medesime tragie quelle che sono da dire poi.
Sponitore.
O r dice Tulio: Da chè il parliere conosce la causa et àe inteso ciò ke elgli nà insegnato per tutto il titolo/ libro/ infino a questo luogo, quando alcuna causa viene sopra la quale convegna che dica, sì dee il buona parladore pensare con molta diligentia et considerare nella sua mente, anzi che cominci a dire, tutte le parti de la causa sua insieme et non divise. Chè s'elgli pensasse in prima pur quello che sia da dire, et non pensasse che sia da dire poi, sanza fallo il suo cominciamento si discorderebbe dal mezzo e'l mezzo dalla fine. Ma chi accorda bene le sue parole co' la natura de la causa et innanzi pensa che si convenga dire avanti et che poi, certo la incomincianza fie tale che mosterà/ nne nascerà/ ordinatamente il mezzo e la fine. Tutto altressì fa il buono drappiere, che non pensa in prima pur de la lana, ma considera tutto il drappo insieme anzi che cominci, et d'avere la lana e'l colore, e la grandezza del drappo, et provedesi de tutte cose che sono acciò mestieri, et poi comincia et fae il suo drappo ordinatamente.
Tulio incomincia de la seconda parte di rectorica cioè della dispositione./Di sei parti della diceria/
P er la qual cosa, quando il giudicamento et quelli argomenti che si bisognano de trovare al giudicamento saranno diligentamente trovati secondo l'arte et tractati con cura et con cogitatione, ancora sono da ordinare l'altre parti de la diceria, le quali pare a noi al tutto che sono sei: Exordio, Narratione, Petitione, Confermagione, Riprensione et Conclusione.
Sponitore Ser B. latino.
P oi che Tullio à sofficientamente demostrato la chiarezza delle cause, et àe comandato che'l buono parliere innanzi pensi tutte le parti de la causa per accordare il mezzo e'l fine colla incomincianza del suo dire, sì che sia l'una parola nata dell'altra, sì dice esso medesimo, che poi che tutto questo facto, et trovato il giudicamento della causa, et ciò che bisogna secondo i comandamenti di rethorica, i quali si convegnono trattave con molto studio et con grande deliberatione. Ancora sopra tutto questo si convegnono pensare l'altre parti della diceria, de le quali non è detto neente, et sono .vj. et di ciascuna per sè tratterà il libro interamante.
Lo sponitore excita con prieghi l'amico suo/ chiarisce tutto ciò ch'è detto inn adietro/.
E t sopra questo punto, anzi che'l maestro/ conto/ vada più avanti,/ innanzi/ piace a lo sponitore di pregare il suo porto, per cui amore è composto il presente libro non sanza grande affanno di spirito, che'l suo intendimento sia chiaro e lo'ngegno apprenditore, e la memoria ritenente ad intendere le parole che son dette in adietro et quelle che seguirano per innanzi, sì che sia, come desidera, dictatore perfecto et nobile parladore, de la quale scientia questo libro à lumiera et fontana. Et avegna che il libro tracti pur sopra controversie et insegna parlare sopra le cose che sono intencione et insegna conoscere le cause e le questioni, et per mettere exempli, dice sovente del'accusato e del'accusatore, penserebbe per aventura un grosso intenditore che Tulio tratasse/ parlasse/ delle piatora che sono in corte, et non d'altro. Ma ben conosce lo sponitore che il suo amico è guernito de tanto conoscimento ch'elgli intende et vede la propria intentione del libro, et che lle piatora si pertegnono a tractare a segnori legisti; et che Rethorica insegna dire appostamente sopra la causa proposita, la qual causa nonnè pur de piatora, nè pur tra accusato et accusatore, ma è sopra l'altre vicende, sì come in sapere dire inn ambascerie, ne consigli de'segnori et ne le comunanze, et in sapere comporre una lectera ben dittata. Et se Tulio dice che ne le dicerie intra le parti sono le constitutioni et questioni et ragioni, et giudicamento et fermamento, bensi dee pensare un buono intenditore che tutto die ragionano le genti insieme di diverse materie, nelle quali aviene sovente che l'uno ne dice il suo parere, et dicela in uno suo modo, et l'altro dice il contradio, si che sono conventione et l'uno appone et l'altro difende, e perciò quelli che appone incontra l'altro è appellato accusatore et quelli che difende è appellato accusato. Et quello sopra che contendono è appellato causa. ¶ Onde se l'uno appone et l'altro niega, al postutto de questo non puote nascere questione se non di sapere se quella cosa che niega s'elgli l'à facta o detta, o no. Ma quando l'uno appone e l'altro difende, sì è la causa incominciata et ordinata intra lloro, et questa è la constituzione de la quale nasce la questione, cioè se la sua difensa è la ragione o no. Et poi ciascuna contende come pare a llui per confermare le sue parole et per indebolire quelle dell'altro, sì come pare per indietro nel tractato de la questione, et de la ragione, et del giudicamento et del fermamento. Onde non sia credença d'alcuno ke, sì come dicono li assempri messi in adietro, che Orestes fosse accusato in corte de la morte de sua madre; ma le genti ne contendeano intra loro, chè l'uno dicea che non avea facto nè bene nè ragione, et questo è appellato accusatore. Un altro dicea in difensione d'Oreste ch'elgli avea facto bene et ragione, et questo è appellato nel libro accusato.
Sponitore.Mostra l'aringheria con tenere le predette cose/ De'consiglieri/
C osì adviene intra'consiglieri de'segnori et delle comunançe, che poi che sono asembiati per consigliare sopra alcuna vicenda, cioè sopra alcuna causa la quale è messe et proposta davanti loro, all'uno pare una cosa, et al'altro pare un'altra. Et così è già facta la constitutione de la causa, cioè ch'è incominciata la'ntentione tra loro, et di ciò nasce questione s'elgli à ben consigliato o no. Et questo è quello che Tulio appella questione. Et perciò l'uno, poi ch'elgli à detto et consigliato quello che lui ne pare, immantenente assegna la ragione per la quale il suo consiglio e buono et diricto. Et questo è quello che Tulio appella ragione. Et poi ch'elgli àe assegnata la ragione e la cagione per che, si sforça di mostrare chè s'alcun cosigliasse o facesse il contrario come sarebbe male et non adiricto; e così infiebolisce la partita ch'è contra il suo consiglio; et questo è quello che Tulio appella giudicamento. Et poi ch'elgli à indebolita la contraria parte, sì raccolglie tutti i fermissimi argomenti e le forti ragioni che puote trovare per più indebolire l'altra parte, et per confermare la sua ragione; e questo è quello che Tulio appella fermamento. ¶ E certo queste quattro parti, cioè questione, ragione, giudicamento et fermamento, possono essere tutte nella diceria d'uno de'pardatori, sì come appare in ciò ch'è detto di sopra. ¶ E puote bene essere la sua diceria pur dell'una, cioè pur infino a la questione, dicendo il suo parere, et non assegnando sopra ciò altra ragione. ¶ Et puote bene essere pur de due, cioè dicendo il suo parere, et assegnando ragione per che. ¶ Et puote bene essere pur de tre, cioè dicendo il suo parere, et assegnando ragione per che, et indebolendo la contraria parte. ¶ Et puote essere de tutte et quattro sì come fue dimostrato di sopra. ¶ Questa è la diceria del primo parliere, e poi ch'elgli à consigliato et posto fine al suo dire, immantenente si leva un altro consigliere et dice tutto il contrario di colui che c'à detto davanti; et così è facta la constitutione, cioè la causa ordinata, et cominciata la tentione; et sopra i loro detti, che varii et diversi, nasce questione, se colui avea bene consigliato, o no. Poi dimostra la ragione perchè il suo consiglio è migliore. ¶ Apresso indebolisce il detto e'l consiglio di colui c'avea detto dinanzi da llui; et poi riconferma il suo consiglio per tutti i più fermi argomenti che può trovare. ¶ Adunque le predette quattro parti possono essere nel detto del primo parliere, et nel detto del secondo, et di ciascuno che vuole parlamentare. ¶ Così usatamente aviene che due persone si tramettono lettere l'uno al'altro o in latino o in prosa o in rima, o in volgare, nelle quali contendono d'alcuna cosa, et fanno tencione. ¶ Altressì è uno amante chaimando mercè a la sua donna dice parole et ragioni molte. Ed ella si difende in suo dire, et inforça le sue ragioni, et indebolisce quelle del pregatore. In questi et in molti altri exempli si puote assai bene intendere che la rethorica di Tulio non è pure ad insegnare piatire a le corti di ragione, avegna che neuno possa buona avogado essere nè perfecto se non favella secondo l'arte di rethorica.
Lo sponitore chiarisce d'alcuno dubbio
E t ben è vero che lo 'nsegnamento ch'è scritto in adietro pare che sia molto intorno quelle vicende che sono in tencione et in controversia tra alcune persone, le quali contendano insieme l'uno incontra l'altro; et potrebbe alcuno dire, che molte volte/ fiate/ o manda l'uno lectera a l'altro nella quale non pare che tencioni contra lui, altressì come una ama per amore fa cançoni e versi de la sua donna, nella quale non à tencione alcuna intra lui e la donna, et di ciò riprenderebbe il libro et biasimerebbe Tulio, e lo sponitore medesimo di ciò che non dessero insegnamento sopra ciò, maximamente a dictare lectere, le quali si costumano et bisognano più sovente et a più genti, che non fanno l'aringherie et parlare intra genti, ma chi volesse bene considerare la propietà d'una lectera o d'una cançone, ben poria apertamente vedere che colui che la fa o che la manda intende ad alcuna cosa che vuole che sia facta per colui a cui e'la manda. Et questo puote essere pregando o domandando, o comandando o minacciando, o confortando, o consigliando. Et in ciascuno de questi modi puote quelgli a cui va la lectera o la cançone o negare o difendersi per alcuna scusa. Ma quelgli che manda guernisce la sua lectera guernisce d'ornate parole et piene di sententia et di fermi argomenti, sì come crede poter muovere l'animo di colui a non negare. E, s'elgli avesse alcuna scusa, come la possa indebolire od istornare in tutto. Dunque è una tencione tacita intra loro, et così sono quasi tutte le lectere e le cançoni d'amore in modo di tencione o tacita od expressa; e se così nonnè, Tulio dice manifestamente, intorno il principio di questo libro, che non sarebbe di rethorica. Ma tutta volta, o di tencione o no di tencione che sia, Tulio medesimo di quello luogo innanzi, inforça i suoi insegnamenti in parlare et in dictare secondo rethorica. Et là dove Tulio se ne pasasse o paresse che dica pure insegnamenti sopra dire tencionando, lo sponitore isforçà il suo poco ingegno in dire tanto e sì intendevole che'l suo amico potrà bene intendere l'una materia et l'altra. Ed ecco Tulio che comincia a dire di quelle partite de la diceria,/ o d'una lettera dittata/ delle quali non avea detto neente in adietro. Et queste parti sono sei, sì come pare in questo albero.
diceria
proemio                            conclusione
Narratione         Risponsione
Divisione
Confermagione
Sponitore
Q ueste sono le sei parti che Tulio mostra certamente che sono nella diceria o ne la pistola, spetialmente in quelle che sono tencionando, sì come pare nel detto de lo sponitore qui adietro. E, sì come detto fu in altra parte di questo libro, Tulio reca tutta la rethorica a le cause, le quali sono in controversia et in tencione, et ben dice tutto a certo che le parole che non si dicono per tencione d'una parte incontro ad un'altra non sono per forma nè per arte di rethorica. Ma perciò che la pistola, cioè la lectera dictata, spessamente nonnè per modo de tencione nè di contendere, anzi è uno presente che uno manda a un altro, nel quale la mente favella et aè udito colui che tace, et di lontana terra domanda et acquista, la grazia s'inforça e l'amore ne fiorisce, et molte cose mette in iscriptura le quali si temerebbe o non saprebbe dire a lingua in presentia; sì dicera lo sponitore un poco del' oppinione de'savi et de la sua medesima in quella parte/ di rettorica/ c'apertiene a dictare, sì come promise al cominciamento de questo libro. Et dice che dictare è uno diricto et ornato tractamento de ciascuna cosa, convenevolemente a quella cosa acconcia. Questa è la diffinitione/ del dittare, e perciò conviene intendere ciascuna parola d'essa diffinizione/. Onde nota che dice "diricto tractamento" perciò che le parole che si mettono in una lectera dictata debbono essere messe a diricto, sicchè s'acordi il nome col verbo, e'l mascolino col feminino, e'l plurale e'l singulare, e la prima persona e la seconda, e la terça, et l'altre cose che si 'nsegnano in gramaticha, delle quali lo sponitore dicerà un poco in quella parte del libro che fie più avenente; et questo diricto tractamento si richiede in tutte le parti di rethorica dicendo et dictando. Et dice "ornato tractamento" perciò che tutta la pistola de essere guernita de parole avenanti et piacevoli et piene de buone sententie. Et anche questo ornato si richiede in tutte parti di rethorica, sì come fue detto in adietro sopra'l testo di Tulio. Et dice "tractamento di ciascuna cosa" perciò che, sì come dice Boetio, ongni cosa proposta a dire puote essere materia del dictatore. Et in questo si divisa da la sententia di Tulio, che dice che la materia del parliere non è se non in tre cose, ciò sono dimostrativo, deliberativo et iudiciale. Et dice "convenevolemente acconcio a quella cosa" perciò che conviene al dictatore aquisare/ asettare/ le parole alla sua materia, et ben potrebbe il dictatore dicere parole diricte et ornate, ma non varrebbe neente s'elle non fossero acconcie a la materia, et così è divisato da cciò che dice Tulio. Et perciò di queste due manierie, cioè del dicere et del dictare, e de lo 'nsegnamento dell'uno et dell'altro potrà l'amico de lo sponitore prendere la diricta via. ¶ Et per questo divisamento conviene che le parti de la pistola si divisino da quelle de la diceria che Tulio à detto che sono sei. Ciò sono: exordio, narratione, partitione, confermamento, riprensione et conchiusione. Et oppinione de Tulio è che exordio sia la prima parte della diceria, il quale apparecchia l'animo del'uditore a l'altre parole che rimagnono a dire, et questo è appellato prologo dalla gente. ¶ Et dice che narratione è quella parte de la diceria nella quale si dicono le cose che sono essute, o che non sono essute, come se essute fossoro. E questo è quando l'uomo dice il facto sopra il quale/ esso ferma la/ forma de la sua diceria. ¶ Et dice ch'è partigione quando il parladore à narrato e à contato il facto, ed esso viene partendo la sua ragione et quella del' aversario, et dice: "Questo fue così, ey quest'altro così." Et in questo modo accoglie quelle partite che sono allui più utile et più contrarie al' aversario, et afficcale al'animo del'uditore; et allora pare c'abbia detto tutto il facto. ¶ Et dice che confermagione è quella parte de la diceria nella quale il parlieri reca argomenti et assegna ragioni per le quali agiugne fede et auctoritade alla sua causa. ¶ Et dice che riposione è quella parte de la diceria ne la quale l'aringatore/ il parliere/ reca ragioni et cagioni/ et argomenti/ per li quali atassa et menoma et indebolisce il confermamento del'aversario.  ¶ Et dice che conchiusione è la fine e'l termine de tutta la diceria. ¶ Queste sono le sei parti che dice Tulio ke sono et debbono essere nella diceria; et di ciascuna tratterà il libro qua innanzi sofficientemente. Ma in questo k'è detto puote huomo intendere che queste sei medesime possono convenire in una pistola, di tale materia puote ella essere. Ma tutta volta, de qualunque materia sia nelle tre de queste sei parti s'acorda bene la pistola colla diceria, cioè in exordio, narratione et conclusione. Ma l'altre, cioè divisione,/ partigione/ confermamento et riprensione, possono più lievemente rimanere et non avere luogo nela pistola. ¶ Tutto altressì la pistola àe .v. parti, de le quali l'una può bene rimanere et non avere luogo ne la diceria, cioè "salutatione." L'altra, cioè "petitione", avegna kè Tulio nolla nominasse intra le parti de la diceria, sì vi puote et dee aver luogo in tal maniera c'apena pare che diceria possa essere sanza petitione. Dunque le parti de la pistola sono .v., ciò sono salutatione, exordio, narratione, petitione et conclusione, sì come pare in questo albero:

Epistola
Salutatione                 Conclusione
Exordio       Petitione
Narratione

E s'alcuno domandasse per qual cagione Tulio intralasciò la salutatione et non ne tractò nel suo libro, certo lo sponitore ne rendà bene ragione in questo modo. ¶ Certa cosa è che il/ Tullio nel suo/ libro di Tullio tracta delle dicerie che si fanno in presentia, ne le quali non bisogna di contare il nome del dicitore/ parlieri/ nè dell'uditore, ma ne la pistola bisogna dimettere le nome del mandante et del ricevente, c'altrimenti non si potrebbe fare sapere a certo nè l'uno nè l'altro. ¶ Apresso ciò, la salutatione par che sia del'exordio; chè sança fallo chi saluta altrui per lectera già pare che cominci suo exordio. E Tulio trattòe de lo exordio compiutamente, non curò di divisare de la salutazione, nè distendere il suo conto intorno le saluti, maximamente perciò che pare che rechi tutta la rethorica a parlare in controversia tentionando. Et perciò fouro alcuni che diceano che salutatione non era parte de la pistola, ma era un titolo fuor del fatto. E io dico che la salutazione è porta de la pistola, la quale ordinatamente chiarisce le nomora e meriti de le persone e l'affectione del mandante. Et nota che dice "porta", cioè entrata de la pistola, et che chiarisce le nomore, cioè del mandante e del ricevente. Et dice "i meriti de le persone", cioè il grado et l'ordine suo, sì come a dire: "Innocentio papa", "Federigo Imperadore", "Acchiles cavaliere", Oddofredi giudice", et così dell'altre gradora. Et dice "ordinatamente", cioè che mette il nome e'l grado ciascuno come s'aviene. Et dice "l'affectione del mandante", cioè com'elgli manda al ricevente salute, o altra parola di bene, o per aventura de male, secondo la sua affectione, cioè secondo la sua volontade. Adunque pare manifestamente che la salutatione è così parte de la pistola, come l'occhio dell'uomo. Et se l'occhio è nobile membro del corpo,/ dell'uomo/, dunque è la salutatione nobile parte de la pistola, che altressì allumina tutta la lectera come l'occhio allumina l'uomo. Et al ver dire, la pistola nella quale nonn'à salutationee, è altrettale come la casa che non a ne porta nè entrata, et come il corpo vivo che non a occhi, et perciò falla chi dice che salutatione è un titolo fuori del facto. Anche si scrive et s'inchiude et sugella dentro. Ma titolo de la pistola è la soprascripta di fuori, la qual dice a cui sia data la lectera. Ben dico c'alcuna volta il mandante non scrive la salutatione, o per celare le persone se la lettera venisse data altrui, o per alcun'altra cagione. ¶ Nè non dico che tutta fiata convegna salutare, ma ora per desiderio d'amore, or per solazzo, si mandano altre parole, che portano più incarnamento et giuoco, che non fa a dire pur salute. Et maggiore non dee huomo mandare salute, ma altre parole che significança abbiano di reverentia e devotione. Et talvolta a nemici non scrivemo altro che le nomora et tacemo la salute. O per aventura mettemo alcuna altra parola che significa indengnemento o conforto de ben fare, o altra cosa, sì come fa il papa, che scrivendo a li giudei o ad altri huomini che non sono de la nostra cattolica fede, od a'nemici de la Santa Chiesa tace la salute. Et talvolta mette in quel luogo "spirito di più sano consiglio," o "conoscere via de veritade" o "d'abondare in opera de pietade" et simili cose/ The Sommetta of 1287 gives such an example./
Lo sponitore tracta qui de dictare
A dunque dee provedere il buono dictatore che, similemente come saluta un huomo un autro trovandolo in persona, così il dee salutare in lectera mettendo et adornando parole secondo che la conditione cel ricevente richiede. Chè quando huomo va davante a messere lo papa, o davante imperadore o d'altro segnore ecclesiastico o secolare, certo è/ elli/ va con molta reverentia et inchina la testa. Et a la fiata si mette ginocchioni in terre per basciare il piede al papa, et all'mperadore, tutto altressì dee il dictatore nominare lo ricevente e la sua dignità con parole di sua honoranza et metterlo dinanzi. Appresso dee nominare sè medesimo e la sua dignitade. Poi dee scrivere la sua affectione, cioè quello che desidera che vegna a colui che riceve la lectera, sì come saluto o altro che sia avenante. Tuttavolta guardino che l'affectione sia di quella guisa et di quella parole che si convegnano al mandante et al ricevante, chè quando noi scrivemo al maggiori di noi o di nostro paraggio o di minore grado, noi dovemo mandare tali parole che siano accordanti a le persone et al loro stato. Et non pertanto ch'io abbia detto che'l nome del maggiore si debbia mettere dinanzi et del par altressì. Io ben veduto alcuna fiata che per grandi principi et segnori scrivendo a mercatanti, o d'altri minori mettono dinanzi il nome di colui a cui elgli mandano, et questo è contra l'arte; ma fannolo per conseguire alcuna utilitade, perciò sia il dictatore accorto et adveduto in fare la salutatione avenante et convenevole d'ogni parte/ canto/, si chè in essa medesima conquisti la gratia e la benivogliença del ricevente, sì come noi dimosterremo avanti secondo la rethorica di Tulio. Et ben'è questa materia sopra la quale lo sponitore potrebbe dire lungamente et non sanza molta/ grande/ utilitade. Ma considerando che soltilitade perchè' l verbo non si mette nella salutatione, et per che'l nome del mandante si mette in terça persona per significamento di maggiore humiltade, et perche tal fiata si scrive pur una/ la primiera/ lectera del nome, pare che toccha più a'dictatori in latino che'n volgare, sene passerà lo sponitore brevemente, et seguirà la materia di Tulio per dicere dell'altre parti de la diceria, et di quelle de la pistola, sì come porta l'ordine. ¶ Et in questo luogo si parte il conto de la salutatione, et dicerà del'exordio in due guise: l'una secondo che ne dice Tulio et che pare che s'apartenga a diceria, l'altra secondo che si conviene ad una lectera dictata e la diceria medesima, oltre quello che porta il testo di Tulio.
Qui dice Tulio perch'elgli parlera d'exordio primamente
E t perciò che exordio de essere prencipe de tutti, et noi primieramente daremo insegnamenti in fare exordii.
Sponitore.
V olendo Tulio tractare del'exordio prima che dell'altre parti de la diceria, sì l'appella prencipe de tutte l'altre parti tutte; et certo è de ragione: l'una per che si mette et si dice tuttora davanti a l'altre. L'altra perciò che ne lo exordio pare che noi acconciamo et apparecchiamo l'animo dell'uditore ad intendere tutto ciò che noi volemo dire poi.
Tulio dice che è exordio.
E xordio è un detto il quale acquista convenevolemente l'animo del'uditore al'altre parole che sono a dire; la qual cosa averrà se farà l'uditore benivolo, intento et docile. Per la qual cosa chi vorrà bene exordire la sua causa, al lui converta diligentemente/ procedere e/ conoscere davanti la qualitade della causa.
Lo sponitore.
P oi che Tulio avea contate le parti de la diceria, sì vuole in questa parte tractare de ciascuna per sè divisamente, et prima del exordio, del quale tracta in questo modo: Primieramente dice che è exordio, mostrando che tre cose dovemo noi fare nell'exordio, cioè fare che l'uditore davanti cui noi dicemo sia inver noi benivolente et intento et docile a cciò ke noi volemo dire. Et perciò ne conviene conoscere la qualitade del convenente sopra 'l quale noi dovemo dire o dittare. Nel secondo luogo divide l'exordio in due parti, cioè principio et insinuatione, et mostrane in quale convenente noi dovemo usare principio, et in quale insinuatione. Nel terço luogo/ ne fa intendere/ donde noi pottemo trarre le ragioni per acquistare benivogliença, attentione et docilitade, et come noi dovemo queste tre usare in quello exordio ch'è appellato principio, et come in quello ch'è appellato insinuatione.  ¶ Nel quarto luogo pone le virtù di viçi dell'exordio. ¶ Et perciò dice che exordio è una adornamento de parole le quali il parladore e'l dictatore propone davanti nel cominciamento del suo dire in maniera de prolago, per la quale cosa si sforça di dire et di fare sì che l'uditore sia benivolo verso lui, cioè ch' elgli piaccia esso e'l suo parlamento. E procacciasi de dire et de fare sì che l'uditore sia intento al lui et al suo detto; similemente si studia de dire et fare sì che l'uditore sia docile, cio che prenda et intenda la força de le parole, et perciò dico che immantenente che l'uditore e docile siche voglia intendere e conoscere la natura del facto e la força de le parole, sì è elgli intento. Ma perchè l'uditore sia intento a udire, puote bene essere che non sia docile a intendere. Et di ciascuno di questi/ tre/ dicerà il conto quando verrà suo luogo, ma perciò che'l dicitore/ parliere/ che non conosce dinanzi di che maniera et di che ingeneratione sia la sua causa non puote bene avenire a le tre cose che son dette in adietro, cioè che l'uditore sia benivolo, intento et docile, sì dicerà Tulio quante et quali sono le generationi de le cause, in questo modo:
Tulio dice de le cinque qualitade delle cause.
L e qualitade delle cause sono .v.: honesto, mirabile, vile, dubbioso et oscura.
Sponitore.
I n questa piccola parte nomina Tulio le qualitadi delle cause, cioè de quante generationi sono le dicerie. Et se alcuno m'aponesse che Tulio dice contra ciò ch'elgli medesimo avea detto in adietro, cioè che li generi e le qualitadi son tre, Dimostrativo, Deliberativo, et Giudiciale. E ora dice che sono .v., cioè Honesto, Mirabile, Vile, Dubbioso et Oscuro. Io risponderei che le primiere tre son qualitadi substantiali sì incarnate a la causa che non si puote variare. Onde quella causa ch'è deliberativa non puote essere non deliberativa/ dimostrativa/, et quella che demostrativa non puo essere non demostrativa. Altressì dico della iudiciale, ma quella causa che è honesta puote bene essere non honesta, et quella ch'è mirabile puote essere non mirabile, et così dico de la vile et de la oscura et della dubbiosa. Adunque sono queste qualitadi accidentali che possono essere et non essere; ma le prime tre sono substantiali che non si possono mutare.
Tulio del'onesta qualitade
H onesta qualitade di causa è quella la quale incontanente, sança nostro exordio, piace al'animo del'uditore
Sponitore.
Q uella causa è honesta sopra la quale dicendo parole, immantenente, sanza fare prologo, l'animo del'uditore si muove a credere et a piacere le parole che'l parliere dice sopra'l convenente; et in questo non fa bisogno usare parole per acquistare benivolgiença del'uditore, perciò che l'onestade dela causa l'à già acquistata per sua dignitade, sì come nella causa di colui che accusa il furo, o che difende il padre, o l'orfano, o le vedove o le chiese.
Tulio de la mirabile qualitade
M irabile è quello dal quale è straniato l'animo di colui che dee udire.
Sponitore.
Q uella causa è appellata mirabile la quale è di tale convenente che dispiace al'uditore, perciò ch'è di sozza et di crudele operatione, et perciò l'animo del'uditor è contra noi et istraniato da la nostra parte; et in questo bisogna d'acquistare benivolençia sì che l'uditore intenda. Si come ne la causa di colui c'avesse morto il suo padre o facto furto o incendio. Dunque potemo intendere che una medesima causa puote esere honesta et mirabile: honesta dall'una parte, cioè di colui medesimo che difende il suo padre. Mirabile dall'altra parte, cioè di colui medesimo ch'è contra la sua madre propia, et di questo uno exempo si possono intendere tutti i somiglianti.
Tulio dice del al vile qualità di causa
V ile è quello del quale non cura l'uditore et non pare che sia da mettere grande opera a intendere. Sponitore.
Q uella causa è appellata vile la quale è de piccolo convenente, sì che non pare che ne sia molto da curare, e l'uditore non si maraviglia/ sine travaglia/ molto ad intendere. Sì come la causa d'una gallina o d'altra cosa che sia de piccolo valere. Et in questa causa dovemo noi procacciare/ di fare sè/ che l'uditore sia intento a le nostre parole.
Tulio dice de la dubitosa qualità di causa
D ubitoso è quello nel quale o la sententia è dubbia, o la causa è in parte honesta, et in parte sozza et disonesta, si chè ingenera benivoglenzia et offensione.
Sponitore.
Q uella causa è appellata dubitosa nella quale l'uditore non è certo a che la cosa debbia pervenire, o in che sententia torni alla fine. Sì come nella causa d'Orestes che dicea c'avea morta la sua madre giustamente per due cagioni: l'una perciò ch'ella avea morto il suo padre,/ l'altre perciò ch'ella avea morto il suo padre/ l'altra perciò che dio Appollo glile comandò. Onde l'uditore non è certo la quale de queste due cagioni caggia in sententia. Altressì è dubitosa quella/ causa nella quale àe/ parte dove parte d'onestade et perciò piace all'uditore, e à parte de disonestade, et perciò piace al'uditore, sì come nella causa de un figliuolo: d'un ladro/ furo/ che fue accusato de furto e'l figliuolo si sforçava di difenderlo in tutte guise. Certo la causa era honesta quanto in difendere lo padre, ma era disonesta quanto in difendere lo furo.
Tulio del'oscura qualità di causa
S curo è quello nel quale l'uditore è tardo, o per aventura la causa è impigliata de convenenti troppo malagevoli a conoscere
Sponitore
D ice Tullio che quella causa è appellata oscura ne la quale l'uditore è tardo, cioè che non intende ciò che portano le parole del dicitore sì bene, si tosto come si conviene, perciò che non/ è forse/ ben savio, o forse ch'è affaticato per li detti d'altri parladori c'aveano detto innanzi; o per aventura la causa è impigliata di cose et di ragioni che sono/ oscure e/ malagevoli ad intendere.
Tulio dice de la divisione del'exordio et rende la cagione.
E t perciò che la qualitadi de la cause sono tanto diverse, sì conviene che li exordii siano diversi et dispari et non simili in ciascuna qualitade di cause; per la qual cosa exordio si divide in due parti, ciò principio et insinuatione.
Sponitore
P erciò, dice Tullio, che le generationi e le qualitadi de le qualitidati/ cause/ sono tanto diverse, cioò che sono in .v. modi sì come detto è qui di sopra, et l'uno modo nonnè accordante col'altro, sì conviene che in ciascuna qualitade de cause et in ciascuna de' detti .v. modi si abbia suo modo in fare exordio, tale che si convegna a la qualitade sopra la quale noi dovemo parlamentare o dictare. Et volendo Tulio insegnare apertamente, si dice che exordio è de due maniere; uno che s'appella principio, et un'altro ch'è appellato insinuatione; e di ciascuna dicerà elgli interamente. Et così potemo e dovemo sapere che le cause sopra le quali dice alcuno parlatore, o sopra le quali dice/ scrive/ alcuno dictatore sono .v., cioè sono: honesto, mirabile, dubitoso, vile, et oscuro, sì come apare in adietro. Et sopra tutte qualitadi sono due modi d'exordio et non più, cioè principio et insinuatione.
Dice che è prohemio. Testo
P rincipio è un detto lo quale apertamente et in poche parole fa l'uditore benivolo, o docile, o intento.
Sponitore
Q uella maniera d'exordio è appellata principio quando il dicitore/ parliere/ o'l dictatore quasi incontanente a la comincianza del suo dire, sança molte parole et sanza neuno infingimento ma parlando tutto fuori apertamente, fa l'animo del'uditore benivolente a llui, o alla sua causa, o talora il fa docile, o intento, si come fece Pompeio a'Romani parlando del convenente de la guerra con Giulio Cesare, che fece cotale exordio: "Perciò che noi avemo il diricto dalla nostra parte, et combattemo per difendere la nostra ragione et del nostro comune, sì dovemo noi avere sicura speranza che li dii saranno in nostro adiuto."
Tulio dice che è insinuatione
I nsinuatione è un detto il quale, con infignimento parlando dintorno, covertamente entra nell'animo del'uditore.
Sponitore
T ullio dice ke quella maniera d'exordio è appellata insinuatione quando il parliere o'l dittatore fa dinanzi un lungo prolago de parole coperte, infingendo de volere ciò che non vuole, o di non volere quello che vuole./ dee volere/ E così ca dintorno con molte parole per sorprendere l'animo dell'uditore sì che sia benivolo o docile, o intento; sì come disse Sino parlando a coloro che riteneano la sua persona in gravosi tormenti: Infino a ora v'o io pregato che mi traeste di tante pene; oggimai non domando io se non la morte, ma grandissime tesauri avrei dati a chi m'avesse scampato". Et in questo modo copertamente si infignea di non volere quello che volea, per venire in animo di loro che lo scampassero per avere, da che mercè non valea. Et così à divisato il maestro/ conto/ che è principio et che è insinuatione; ogmai dicerà quale de questi due modi d'exordio noi dovemo usare in ciascuna de' .v.e modi de cause, cioè nell'honesto, nel mirabile, nel vile, nel dubitoso et nell' oscuro.
Tulio della admirabile generatione
N ella mirabile generatione di causa, se l'uditore non fosse del tutto turbato contra noi, ben potemo acquistare benivoglienza per principio, ma s'e troppo malamente fosse straniato ver noi, allora ne conviene fuggire a insinuatione, in perciò che volere così isbrigatamente pace et benivogliença da le persone adirate non solamente non si truova, ma crescie et infiamasi l'odio.
Sponitore
I n adietro è bene detto che quella causa è appellata mirabile la quale è di rea oeratione, si chè pare ke dispiaccia al'uditore. Et perciò dice Tulio che quando la nostra causa è mirabile puote bene essere alcuna volta/ fiata/ che l'uditore non sia del tutto cruccioso contra noi. Et allora potemo noi acquistare la sua benivolenza per quel modo d'exordio ch'è appellato principio, cioè dicendo un breve prologo in parole aperte et poche. Ma se l'uditore fosse iroso et crucciato verso/ contra/ noi malamente, certo in quel caso ne conviene ritornare al'altro modo d'exordio, cioè insinuatione, et fare un bel prolago di parole infinte et coperte, si chè noi possiamo mitigare l'animo suo, et acquistare sua benvoglienza et ritornare in suo piacere. C'al ver dire, quando l'uditore è adirato et cruccioso, chi volesse acquistare da llui pace così subitamente per poche et aperte parole, dicendo il facto tutto fuori, certo nolla trovarebbe, ma crescerebbe l'ira et infiamerebbe l'odio; et perciò dee andare dintorno et intrarli sotto copertamente./ convertamente/
De la vile qualità de cause
N ella causa la quale è di vile convenente, per cagione di trarla de viltança et de dispregio, ne conviene fare l'uditore intento.
Sponitore
Q uando la nostra causa è vile, cioè di piccolo convenente si chè l'uditore poco cura de lo'intendere, allora ne conviene usare principio, et in esso fare che l'uditore sia intento a le nostre parole. Et questo potemo ben fare traendola de vilezza et/ viltanza e facciendola grande et/ in alçandola et faccendola grande, sì come fece Virgilio volendo trattare dell'api: "Io dicerè cose meravigliose et grandi de le piccole api."
De la dubbiosa qualità
D e la dubitosa qualitade di causa, se lla sententia è dubbia si conviene incominciare l'exordio dalla sententia medesima, ma se lla causa è parte honesta et in parte disonesta si conviene acquistare benivoglienzia, si chè paia che tutta la causa ritorni in honesta qualitade.
Sponitore
L a causa dubitosa, si come fu detto in adietro, è in due maniere: l'una che la sententia è dubbia, sì come nell'exemplo d'Orestes, che per due cagioni e ragioni dicea c'avea ben facto d'uccidere la madre. Et in quel caso dovea elgli incominciare il suo exordio da quella ragione la quale elli più ferma nel suo animo di volere provare, et per la quale elgli crede d'avere la sententia in aiuto, ma se il convenente è dubitoso perciò che sia in parte honesta et in parte disonesta, in quel caso dee il buono parlieri acquistare nell'exordio benivolençia dal'uditore per principio, sicchè tutta la causa paia che sia honesta.
Del onesta qualità
Q uando la causa fie honesta, o potemo intralasciare lo principio, o, senne pare convenevole, cominceremo a la narratione o da la legge, o d'alcuna fermissima ragione de la nostra diceria, ma senne piace usare principio, dovemo usare le parti de benivolgliença per accrescere quella.
Sponitore
Q uando il convenente sopra 'l quale ne conviene dire è honesto, certo per la natura del facto propia avemo noi la benivolgiença dell'uditore sança altro adornamento de parole. Et perciò quando noi venimo a dire noi potemo bene intralasciare lo principio, et non fare neuno exordio nè prologo de parole, et cominciare/ la nostra diceria alla narrazione, cioè pur dire lo fatto; e bene potemo cominciare/ da quella legge che toccha alla nostra materia, o da quella ragione la quale sia più fermo argomento et più certo. Ma se nne piace usare principio et fare alcuno prolago, certo noi lo potemo benfare, non per acquistare benevogliença ma per crescere quella che v'è. Et perciò in questo caso il nostro principio de essere in parole appropiate a benevoglienza.
De l'obscura qualità de causa
N ella causa la quale è oscura conviene che nel nostro principio noi facciamo che l'uditore sia docile.
Sponitore
I n adietro fue mostrato qual causa è, et quando sia oscura. Et perciò dice Tulio che nella causa la quale è oscura al'uditore a intendere noi dovemo usare quella parte del'exordio la quale è appellata principio. Et in quello dovemo noi sì dire che l'uditore sia docile, cioè che la intenda et senta la natura del facto, in questo modo: che noi diceremo in poche parole sommatamente la sustanzia del facto dell'una parte et dell'altra. Et poi che noi vedremo che l'uditore sia apparecchiato et intendere il facto, noi andremo innanzi a dicere la nostra ragione sì come si conviene al facto.
Conchiude ciò c'à detto, et dice di ciò che dirà
E t perciò che infino ad ora noi avemo detto che si conviene fare nell'exordio, oggimai rimane a dimostrare per quali ragioni ciascuna cosa si possa fare.
Sponitore. Ser B.L
I nfino a questo luogo à insegnato Tulio tutto ciò che si conviene dire o fare nel'exordio; et perciò ch'elgli à detto in quale exordio o in quale causa ne conviene usare parole per acquistare benevogliença, sì vuole elgli da qui innanzi mostrare le ragioni come si puote ciò fare: et questo insegnamento fa bene di sapere.
Onde s'acquista benivolença/ De'quattro luoghi della temperanza/
B enivogliença s'acquista di quattro luogora: dalla nostra persona, da quella de'nostri aversarii, da quella de giudici et dalla causa.
Sponitore
I n questa parte insegna Tulio acquistare benivogliença, et perciò ch'ella non si puote avere se non per quello che s'apartiene alla persone et al facto, sì dice che quattro luogora sono dalle quali muove benivoglienza. Il primo luogo si è la nostra persona, et di coloro per cui noi dicemo. Il secondo luogo si è la persona de'nostri aversari et di coloro contra cui noi diciamo. Il terço luogo si è la persona de'giudici, cioè la persona di coloro davanti da cui noi dicemo. Il quarto luogo si è la causa, il fatto, e'l convenente sopra 'l quale noi dicemo. Et di ciascuno dicerà l'autore/ il conto/ ordinatamente et sofficientemente.
De che s'acquista benivogliença de la nostra persone/ Tullio sopra lo prolago/
D alla nostra persona se noi dicemo sanza superbia de'nostri facti et de'nostri officii; et se noi ne leviamo le nostre colpe che ne sono apposte, e le disoneste suspitioni; et se noi contiamo li mali che ne sono avenuti e li'ncrescimenti che sono presenti; et se noi usiamo preghiera et scongiuramento humile et inclino
Sponitore
C onquistare benivoglença dalla persona nostra si è dicere de la persona nostra, et di coloro per cui noi dicemo, quelle pertenenze per le quali l'uditore sia benivolo verso noi. E sappie che certe cose s'apartegnono a le persone et certa a la causa. Et di queste pertinenze tracterà il conto sofficientemente, et fie molto bella, et utile materia ad imprendere. Et qui pone Tulio quattro modi d'acquistare benivogliença dalla nostra persona.  ¶ Il primo modo si è se noi dicemo sanza superbia, dolcemente et cortesemente, de'nostri facti et de'nostri officii. Et intendi che dice facti quelgli che noi facemo non per distrecta di legge o per força, ma per movimento di natura. ¶ Et così dicendo Dido d'Eneas acquistò la benivoglienza de l'uditori: "Io" dice ella, "accolsi et ricevetti in sicura magione colui ch'era cacciato in periglio di mare, et quasi anzi ch'io udisse il suo nome gli diedi il mio reame". Et così dice ch'ella si mosse a pietade sopra Eneas quand'elli fuggìa de la destructione de Troia. Et al ver dire noi avemo mercè et pietade de le strane genti per natura, et non per distretta. Ma ofici sono quelle cose le quali noi facemo per distretta, non per movimento di natura. Onde dice Tulio che dell'uno et dell'altro dovemo dire temperatamente sanza superbia. ¶ Il secondo modo si è se noi ne leviamo da dosso a noi et a'nostri le colpe e le disoneste sospictioni che ci sono messe et apposte sopra. Et intendi che colpe sono appellate quei peccati che sono apposte altrui apertamente davanti al viso, sì come fue apposto a Boetio ke elgli avea composte lectere del tradimento del'mperadore, il quale peccato elgli removeo per una pertenentia di sua persona, cioè per sapientia, dicendo così: "De le lectere falsamente composte che convien dicere la froda de le quali sarebbe manifestamente paruta se noi fossimo essuti a la confessione del'accusatore". Le disoneste sospictioni sono le colpe c'altre pensa in contra ad un altro, ma nolle pone davanti al viso. Sì come molti pensavano che Boetio adorasse i demoni per desidero d'avere le dignitadi. E questa sospictione si levò elgli parlando a la Filosofia, che disse: "Mentiro, che pensaro ch'io sozzasse la mia conscientia per sacrilegio o per parlamento de mali spiriti. Ma tu filosofia commessa in me cacciavia del mio animo ogni desiderio delle mortali cose". Et così parve che volesse dire: "Poi che in me avea sapientia, non era da credere che in me fosse così laido fallimento". Tutto altressì Elena, volendosi levare la sospictione che'l suo marito avea di lei, disse: "Elli che si fida in me de la vita, dubita per la mia biltà; ma cui assicura prodezza, non dovrebbe impaurire l'altrui bellezza." ¶ Il terço modo è se noi contiamo i mali che sono avenuti e li 'ncrescimenti che sono presenti. Così Boetio, contando ciò che avenuto era, acquistò la benivolenza dell'uditore, dicendo: "Per guiderdone della verace vertude soffero pene de falso incolpamento". Et Dido, dicendo i suoi mali dopo'l dipartimento d'Enea, acquistò la benivolenza per la sua misaventura. Et disse: "io sono cacciata et abbandono il mio paese e la casa del mio marito et vo fuggendo per gravosi cammini in caccia de'nemici". Altressì Julio Cesare, vedendosi in periglio de guerra, contò i mali c'a llui poteano avenire, per confortare i suoi a battaglia, et disse: "Ponete mente a le pene di Cesare, guardate le catene et pensate che questa testa è presso a'ferri e li membri a speçamento." ¶ Il quarto modo è se noi usiamo preghiera o scongiuramento humile o inclino, cioè devotamente et con reverentia chiamare mercede con grande humiltade. Et intendi che preghiera è appellata sança scongiuramento. Verbi gratia: Pompeio, vedendosi a la pugna de la mortal guerra di Cesare, confortando i suoi di battalglia disse: "Io vi priego de'miei ultimi facti, et delgli anni de la mia fine, perchè non mi convegna essere servo in vecchiezza, il quale sono usato di segnoreggiare in giovane etade." Et queste preghiere talfiata sono aperte, sì come quelle di Pompeio, talfiata sono ascose, sì come quelle di Dido in queste parole ch'ella mandò ad Eneas: "Io" disse ella "non dico queste parole perch'io ti creda potere muovere; ma poi ch'io o perduto il buono pregio e la castità del corpo et dell'animo, non è grande cosa a perdere le parole e le cose vili". Ma scongiuramento è quando noi preghiamo alcuna persona per Dio o per anima o per parenti o per avere o per altro modo di scongiurare, sì come Dido fece ad Eneas: "Io ti priego" disse ella "per lo tuo padre, et per le lancie, et per le saette de'tuoi fratelli, per li compangni che teco fuggiro, per l'iddii et per l'altezza de Troia." ¶ Et ora à detto il maestro/ conto/ del primo luogo donde muove benvoglienza, cioè dal nostra persona et di coloro che sono a noi. Omai dicerà il secondo luogo, cioè della persona delgli aversarii et di coloro contra cui noi dicemo.
In quanti modi s'acquista benivolença da la persona dal'aversario/ Sopra il secondo prolago/
Da la persona delgli aversari se noi li mettono in odio, invidia, od in disprego.
Sponitore
A cquistare benivogliença da la persona de'nostri adversarii si è dicere de le loro persona quelle pertinenze per le quali l'uditore sia a noi benivolo, et contra l'aversario malivolo; et a cciò fare pone Tulio tre modi: Il primo modo è dicere le pertenenze de le loro persone, per le quali sieno in odio del'uditore. Il secondo che siano in invidia. Et il terço che siano in loro dispetto. Et di ciascuno de questi tre modi dicerà il testo bene et interamanete.
De quarte cose si fa odioso
I n odio saranno messi dicendo com'elgli anno alcuna cosa facta isnaturatamente o superbamente, o crudelmente o malitiosamente.
Sponitore
N oi potemo i nostri adversarii mettere in odio dell'uditore se noi dicemo ch'elli abbiamo alcuna cosa facta isnaturatamente, contra l'ordine di natura, sì come mangiare carne humana et altre simili cosi, de le quali lo sponitore si tace ora presentemente./ This will be Dante's Infernal Ugolino's act./ O se noi dicemo ch'elgli abbiano facto superbiamente, cioè non temendo et nè venerando/ curando/ de'segnori nè de'maggiori et avendoli per neente, o se noi dicemo ch'el'abbiano facto crudelmente, cioè pietà non avendo, nè misericordia de'suoi minori nè di persone povere, inferme et misere. O se noi dicemo ch'elli abbiano facto malitiosamente, cioè cosa rea falsa et disleale, et disusata contra buono uso. Et di tutto questo exemplo avemo nelle parole che Boetio dice contra Nero imperadore: "Ben sapemo quante rovine fece ardendo Roma, uccidendo/ tagliando/ i parenti, tagliando/ et uccidendo/ il fratello, e sparando la madre". Altressì fue malitioso facto il qual racconta Eurifiles di Medea, che stava scapigliata tra'monimenti et ricogliea ossa de morti.  ¶ Ogimai à detto lo sponitore sopra il testo di Tulio come noi potemo mettere il nostro aversario in odio o in malavogliença del'uditore. Da quinci innanzi diceremo come noi li potremo mettere loro in invidia.
De quattro cose si rende invidioso
I n invidia dicendo la loro força, la potentia, le ricchezze, il parentado e le pecunie, e la loro fiera maniera da non sofferire, et come più si fidano in queste cose ke nella loro causa.
Sponitore
N oi potemo conducere i nostri aversarii in invidia et in disdegno delgli uditore se noi contiamo la força del corpo et dell'animo loro ad arme et sanza arme. Et la potentia, cioè le dignitadi. E le servi et ancille et posessioni, le pecunie, cioè sono denari/ auro et argento/, e'l parentado, cioè schiatte, legnaggio, parenti et seguito di genti, in cotal modo che noi diceremo come i nostri aversarii usano queste cose malamente et increscevolemente con male et con superbia, tanto che sofferire non si puote, così disse Salustio a' Romani: "Ben dico che Katellina è'stracto d'alto legnaggio, et à grande força de cuore et de corpo, ma tutto suo podere usa in tradimento et distructioni de terre et de genti". Così disse Katellina contra Romani: "Appo loro sono li honori e le potentie, ma a noi anno lasciati i pericoli, e le povertadi". ¶ Et ora è detto de la'nvidia contra nostri aversarii; sì dicerà il conto come noi li potemo mettere in dispregio.
Di quanto cose si recce in dispregio. Testo.
I n dispregio/ degli uditori/ saranno messi dicendo che sieno sanza arte, neghiottosi, lenti, et che studiano in cose disusate, et sono otiosi in luxuria.
Sponitore
N oi potemo mettere i nostri aversarii in dispetto/ delgli uditori/, cioè fargli tenere a vile et a neente, se noi diceremo che sia huomini nesci sanza/ arte e/ senno et sanza arte, di neuno huopo e da neuna cosa; o che sono neghiottosi, che tuttora si stanno et dormono et non si muovoni se non come per senno; et diceremo che sono lenti et tardi a tutte cose. O diceremo che studiano in cose che non sono dane mio uso ne d'alcuna utilità, et diceremo che sono otiosi in luxuria, dando força ed opera de troppo mangiare, in ebriare, in puttane/ meretrici/, in giuocho et in taverne.  ¶ E ora à detto uditori/ il conto/ come noi potemo acquistare la benivoglienza dell'uditore da la persona de'nostri aversarii mettendoli in odio et in invidia et in dispetto, e à insegnato come si puote ciò fare. Omai tornerà a la materia per dicere come s'aquista benvoglienzia dalla persona dell'uditore, et questo è il terço luogo.
Come s'aquista benivoglienza de la persona de l'uditore
D a la persona del'uditore s'acquista benivolença, dicendo che tutte cose sono usi di fare fortemente et saviamente, et mansuetamente, et dicendo quando sia di loro honesta credenza, e quando sia attesa la sententia e l'autoritade loro.
Sponitore
N oi potemo acquistare benivolenza del'uditori dicendo che buone pertenenze delle loro persone et lodando le loro opere, per fortezza et per franchezza, et per prodezza, et per senno et per mansuetudine, cioè per misurata humiltade, dicendo come la gente crede di loro tutto bene et honestade, et come la gente aspetta la loro sententia sopra questo facto, credendo/ fermamente/ che la loro sententia sia sì giusta et de tanta auctoritade che in perpetuo si debbia così observare ne' simili convenenti di forte fatto. Tulio lodò Cesare dicendo: "Tu ai domate le genti barbare et vinte molte terre et sottoposti ricchi paesi per tua fortezza." ¶ Di senno il lodanò et medesimo parlando di Marco Marcello: "Tu nell'ira, la quale è molto nemica di consiglio, ti ritenesti a consiglio". ¶ Di mansueto facto il lodò Tulio dicendo: "Tu nella victoria, la quale naturalemente adduce superbia, ritenesti mansuetudine." ¶ D'onesta credenza il lodò Tulio in questo modo: "Cesare volle alcuna fiata male a Tulio, ma tutte volta il ritenne in sua corte. Et non pertante Tulio era sì turbato in sè medesimo che non potea intendere a rethorica sì come solea, infino a tanto che Cesare li rende sua gratia. Et in ciò disse Tulio: "Tu ai renduto a me et alla mia primiera vita l'usanza che tolta m'era, ma in tutto ciò m'avea lasciata alcuna insegna per bene sperare." Et in questo dicea perchè l'avea ritenuto in corte, si chè tuttora avea buona sperança/ credenza/ d'attendere la sua buona sententia, lodò Tullio Cesare parlando de Marco Marcello: "La sententia ch'è ora attesa da te sopra questo convenentia non tocca pur ad una cosa, ma dee convenire a tutte le somiglianti, perciò che quello che voi giudicaverete di lui atterranno tutti gli altri per lui." ¶ Or è detto come s'acquista benivolentia da le persone delgli uditori; sì dicerà Tulio com'ella s'acquista dalle cose.
Come s'acquista benivolentia da quelle cose
D a esse cose se noi per lode innalçeremo la nostra causa, et per dispetto abasseremo qualla delgli aversarii.
Sponitore. Ser B.L.
N oi potemo avere la benivolentia del'uditori da esse cose, cioè da quelle sopra le quali sono le dicerie, dicendo le pertenenze di quelle cose in loda de la nostra parte, et in dispetto, et in abassamento dell'altra. Sì come disse Pompeio confortando la sua gente alla guerra de Cesare: "La nostra causa è piena de diricto et di giustitia, perciò ch'ella è milgliore che quella de'nemici, ne dà ferma speranza d'avere Dio in nostro adiuto."/ Brunetto translates speeches from Cicero and Sallust, separately, which also give this "just war" argument./ ¶ Et oggimai à divisato il conto le quattro luogora de le quali si colglie et acquista la benivolenza, molto apertamente et a compimento. Sì ritornerà a dicere come noi potemo fare l'uditore intento.
Come si fanno intenti gli uditori. Testo
I ntenti li faremo dimostrando che in ciò che noi diceremo sieno cose grandi, o nuove, o non credevoli, o che quelle cose toccano a tutti, o a coloro che l'odono, o a li quanti huomini illustri. O a li idii immortali, o a grandissimo stato del comune. O se noi profferremo di contare brievemente la nostra causa. O se noi proporremo la giudicatione, o le iudicatione se sono piusori.
Sponitore
A vendo Tulio dato intero insegnamente d'acquistare la benivolença di quelle persone davanti cui noi proponemo le nostre parole, sì che l'animo loro s'invii et diriçi in piacere di noi et de la nostra causa. E che siano contrarii et malvolenti a li nostri aversarii, sì vuole Tullio medesimo in questa parte del suo testo insegnare come noi potemo nel nostro exordio, cioè nel prologo et nel chominciamento del nostro dire, fare intenti coloro chen dono, sì che noi vogliamno acchetare i loro animi et stare a udire la nostra diceria. Et questo potemo noi fare in molti modi di quali sono specificati nel testo davanti, et in altri simili casi. Et posso ben dire manifestamente che ciascuna persona sarà intenta et starà ad intendere se io nel mio cominciamento dico ch'io voglia tractare de cose grandi et d'alta materia, sì come fece il buono autore recitando la storia d'Alexandro, che disse nel suo cominciamento: "Io diviserò et reconterò così alto convenente come di colui che conquise il mondo tutto et mise in sua segnoria."/This image is particularly apt as Brunetto played the role towards Carlo d'Angiò of Aristotle towards Alexander in the writing of Li Livres dou Tresor and Dante was to place his teacher within an Alexandrian context, amidst the hail of flames from the Roman d'Alexandre./ Altressì fia intento/ inteso/ s'io dica ch'io voglia tractare de cose nuove et contrarie novelle. E dicere ch'è avenuto et puote avenire per le novitadi che facte sono, sì come disse Katellina: "Poi che la força del comune è divenuta a le mani de la minuta gente et in podere del populo grasso, noi nobili, noi potenti, noi a cui si convegnono gli onori, siamo divenuti vile popolo et sanza honore et sanza gratia et sanza auctoritade."/ This text has a contemporary ring; it is likely that Brunetto saw the Catiline conspiracy against Rome as a model for that of Farinata and his fellow aristocratic Ghibellines against Florence./ Altressì fie intento s'io dico ch'io volglia tractare de cose non credevoli, sì come disse il santo: "Il mio dire sarà de le benedetta donna, la quale ingenerò et partorie il figliuolo essendo tuttavolta intera vergine davanti et di poi"; la quale è cosa non credevole, perciò che pare essere contra natura. Et sì come diceano i Greci: "Non era cosa da credere che Paris avesse tanto folle ardimento che venisse ne la nostra terra a rapire Elena." ¶ Altressì fia intento s'io dico che'l convenente sopra il quale de essere il mio parlamento toccha a tutti coloro che l'odono. Sì come disse Cato parlando della congiuratione di Katellina: "Congiurato ànno i nobilissimi cittadini di incendere et distruggere la patria nostra, e'l loro capitano ne sopra capo. Adunque pensate che voi dovete/ compensare che voi dovete/ sententiare de'crudelissimi cittadini che sono/ presi/ dentro alla cittade"./Brunetto Latini translated this oration into Italian./ ¶ Altressì fia intento s'io dico che la mia diceria toccha ad a li quanti huomini illustri, cioè di gran pregio et d'alta nominanza intra le genti. Sì come disse Pompeio parlando de la battaglia civile: "Sappiate che l'arme de' nemici sono appostate per abbattere l'alto et glorioso senato". ¶ Altressì fia intento s'io dico che le mie parole toccano a li dii. Sì come fue detto de Katellina, poi ch'elgli ebbe conceputo de fare cotanta iniquità: "Ma elli gridava ch'appena li dii di sopra potrebbero oggimai trarre il popolo de le sue mani". ¶ Altressì fie intento s'io dico nel cominciamento/ principio/ de dire la mia causa brievemente o in poche parole. Sì come disse il poeta per contare la storia de Troia:/ Io dirò la somma, come Elena fue rapita per solo inganno e come Troia/ "Per solo inganno fue presa et abattuta". ¶ Altressì fia intento s'io nel mio exordio propongo la giudicatione una o più, cioè quella sopra che infondare/ io voglio fondare/ il mio dire e fondata/ fermerò/ la mia provanza, si come fece Orestes, dicendo: "Io proverò che giustamente uccisi la mia madre, imperciò che'l dio Appollo lo mi à comandato, et perciò ch'ella uccise il mio padre". ¶ Et di tutti i modi per fare l'uditore intento potemo noi colgliere exempli in queste parole che disse Tullio a Cesare parlando per Marco Marcello: "Tanta mansuetudine inaudita et non usata pieta, e così incredibile et quasi divina sapientia, in nessuno modo io posso tacere nè sofferire ch'io non dica"./Brunetto Latini translated this oration into Italian./ ¶ Et poi che Tulio à pienamente insegnato come per le nostre parole noi potemo fare l'uditore, intento sì dicere come noi lo potemo fare docile.
Come si fa l'uditore docile. Testo.
D ocili faremo l'uditori se noi proporremo apertamente et brievemente la somma de la causa, cioè in che sia la controversia. Et certo quando tu vuoli fare docile conviene che tu insieme lo facci attento, in perciò che quelli è de gran guisa docile, il quale è attentissimamente apparecchiato d'udire
Sponitore
Q uelle persone davanti cui io debbo parlare posso io fare docili, cioè intenditori, de tutto il facto: se io nel mio exordio, alla incomincianza de la mia aringhiera, toccho un poco del facta sopra'l quale io dicerò, cioè brievemente et apertamente/ dicendo/ la somma della causa, cioè quello punto nel quale è la/ forza della/ contentione et della controversia. Così fece Salustio docile Tulio, dicendo: "Con ciò sia ch'io in te non truovi modo nè misura, brievemente ti rispionderò, che se tu ai presa alcuna voluntà in mal dire, che tu la perda in male udire". Questo et altri molti exempli potrei mettere per fare l'uditore docile, sì come buono intenditore puote vedere et sapere in ciò ch'è detto davanti. ¶ Et perciò che'l conto à trattato in adietro de due maniere d'exordio, cioè de principio et d'insinuatione, et à divisato ciò che si conviene dire nel principio per fare l'uditore benivolo, docile et intento, sì dicerà lo'nsegnamento della insinuatione in questo modo:
Quando è da usare Insinuatione.
O gimai pare che sia a dire come si conviene tractare delle insinuationi. Insinuatione è da usare quando la qualitade de la causa è mirabile. Cioè, sì come detto avemo in adietro, quando l'animo dell'uditore è contrario a noi; et questo adiviene maximamente per tre cagioni. O che nella causa è alcuna laidezza, o coloro che ànno detto davanti pare c'abbiano alcuna cosa fatta credere all'uditore. O se in quel tempo si dà luogo a le parole, perciò che quelli cui conviene udire son già udendo fatigati; acciò che di questa una cosa, non meno che per le due primiere, sovente s'offende l'animo del'uditore.
Sponitore
I n adietro è detto sofficientemente come noi potemo acquistare la benivolenza dell'uditore, et farlo docile et intento in quella maniera d' exordio la quale è appellata principio. Oggimai è convenevole d'insegnare queste medesime cose nella maniera d'exordio la quale è appellata insinuatione. Et bene è detto qua indietro che insinuatione è un modo di dicere parole coperte et infinte in luogo di prologo. Et perciò dice Tulio che questo cotal prolago indorato dovemo noi usare quando la nostra causa è laida et dishonesta in alcuna guisa, la quale causa è appellata mirabile, sì come pare in adietro là ove fu detto che sono .v. qualitadi delle cause, cioè honesta, mirabile, vile, dubitosa et oscura. Et buonamente nelle quattro ne potemo noi passare per principio; ma in questa una, cioè è nell mirabile, ne conviene usare insinuatione per sotrarre l'animo del'uditore et tornare in piacere di lui et in gratia quello che pare essere in suo odio. Adunque ne conviene vedere in quanti et quali casi la nostra causa puote essere mirabile, et poi vedere come ne potemo contraparare a ciascuno. E sono tre casi. Il primo caso si è quando nella causa sie alcuna laidezza per cagione de mala persona, o di mala cosa; chè al ver dire molto si turba l'animo del'uditore contra un reo huomo et per una malvagia coas. Il secondo caso è quando il parliere c'à detto davanti à sì et in tal guisa proposta la sua causa, ch'è intrata nell'animo del'uditroe et pare già che la creda sì come cosa vera; per la quale cosa l'uditore, poi che comincia a credere le parole che l'una parte propone et estima che la sua causa sia vera, appena si puote raducere a credere la causa dell'altra parte, anzi sene strana et allunga. ¶ Il terço caso è d'altra maniera: che sovente aviene che quelle persone davanti cui noi dovemo proporre la nostra causa et dire i nostri convenenti ànno lungamente udito et stati a intendere altri che ànno detto assai et molto et prima di noi. Onde l'animo dell'uditore è faticato sì che non vuole nè agrada lui/ d'intendere/ le nostre parole. E questa è una cagione che offende l'animo del'uditore non meno che l'altre due. Et perciò conviene al buono parliere mettere rimedio de parole incontra ciascuna caso contrario, secondo lo'nsegnamento di Tulio.

In che modo sì dee procedere ne la causa laid acciò che la laidezza si parta. Testo.
D ella laidezza de la causa a l'offensione, conviene mettere per colui di cui nasce l'offensione un altro huomo che sia amato. O per la cosa nella quale s'offende un'altra cosa che sia provata. O per la cosa huomo. O per huomo cosa, si chè l'animo del'uditore si ritraggha da quello che innodia in quello ch'elgli ama; et infignerti di non difendere quello che pensano che tu vogli difendere. Et così poi che l'uditore fie più allenito intrare a difendere a poco a poco. Et dicere che quelle cose, le quali indegnano gl' aversari, a noi medesimi paiono non degne. Et poi che tu averai allenito colui ke ode, dei dimostrare che quelle cose non tiene a te neente, et negare che tu non dirai neuna/ alcuna/ cosa delgli aversarii, nè questo nè quello, sì ch'apertamente tu non dannaggi coloro che sono amati, ma oscuramente facciendolo allunghi quanto puo da lloro la voluntade dell'uditore; et proffere la sententiia d'altri in somiglianti cose, o da auctoritade che sia dengna d'essere seguita. Et appresso dimostrare che presentemente si tracta simile cosa, o maggiore o minore. Sponitore I n questa parte dice Tullio che, se ll'uditore è turbato contra noi per cagione della causa nostra sia o che paia laida per cagione de mala persona o di mala cosa, allora dovemo noi usare insinuatione nelle nostre parole in tale maniera, che in luogo de la persona contra cui pare crucciato l'animo del'uditore noi dovemo recare un'altra persona amata et piacevole all'uditore, sì che per cagione et per coverta della persona amata e buona noi rappaghiamo l'animo del'uditore ritraiallo del cruccio c'avea contra la persona che lui sembrava rea; sì come fece Aiax nella causa de la tencione che fu intra lui et Ulixes per l'arme ch'erano state d'Achilles. Tutto fosse Aiax un valente huomo dell'arme, non era molto amato da la gente nè temuto de buona maniera. Ma Ulixes, per lo grande senno che in lui rengnava, era molto amato. Onde Aiaxx, volendosi contraparare, nel suo dicere ricordò com'elgli era nato di Telamone, il quale altra fiata prese Troia, al tempo del forte Hercules/Herode/. Et così mettea avanti la persona amata et gratiosa in luogo di sè et in suo aiuto, per piacere a la gente e per avere buona causa. Et quando la causa è laida per cagione de mala cosa, sì dovemo noi recare nel nostro parlamento un'altra cosa buona et piacevole; sì come feve Katellina scusandosi della congiuratione che facea in Roma, che mise una giusta cosa per coprire quella rea, dicendo elgli "E stata mia usanza di prendere a datare li miseri nelle loro cause." Nonne finito il libro ma non sine truova più volgariçato, ma a seguire l'ordine cominciato dovrebbe seguire ancora chiosa ne la quale dichiaresse come si mette la cosa per l'uomo et l'uomo per la cose. Siegue ora quelle che volgariço l'abate Guidotto

Qui comincia la Rethorica Nuova di Tulio traslata de gramatica in volgare per frate Guidotto da Bologna./Fra Guidotto da Bologna, Fiore di Rettorica, dedicated to King Manfred of Sicily, written between 1254-1266, a Ghibelline work: Maggini, Primi Volgarizzamenti, p. 3; Witt notes of it that it is a loose translation of the work formerly ascribed to Cicero, the Ad Herrenium, p. 7.
 

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