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LA CITTA` E IL LIBRO III
ELOQUENZA SILENZIOSA:
VOCI DEL RICORDO INCISE NEL
CIMITERO 'DEGLI INGLESI',
CONVEGNO INTERNAZIONALE
3-5 GIUGNO 2004


 


PROGRAMMA DEL CONVEGNO, ‘LA CITTA’ E IL LIBRO III’/ELOQUENZA SILENZIOSA: VOCI DEL RICORDO INCISE NEL CIMITERO ‘DEGLI INGLESI’/

4 June 2004, Sala Ferri, Gabinetto G.P. Vieusseux, Palazzo Strozzi

ALLA RICERCA DI ‘FIORENTINI’ DI ALTRE CULTURE NEL CIMITERO ‘DEGLI INGLESI'/ OTHER 'FLORENTINES' IN THE 'ENGLISH' CEMETERY


Religione, nazione, affari: Il patrimonio della memoria nella comunità svizzera di Firenze/ Religion, Nation Alessandro Volpi, Università di Pisa || 'Sotto i mirti della dolce Italia': I russi Michail Talalay, Russian Academy of Sciences || Da Mosca a Firenze: i Kudrjavcev e l’Italia Lucia Tonini, Università 'l'Orientale', Napoli || Le ragioni di una assenza, i motivi di una presenza: Polacchi e Ungheresi nel Cimitero 'degli Inglesi' Luca Bernardini, Università di Milano || Gli Europei del Nord: dall'Olanda, dalla Scandinavia e dai Paesi baltici/ Northern Europeans: Holland, Scandinavia and the Baltic Countries Asker Pelgrom, Rijkuniversiteit Groningen, Olanda || Due sepolture al Cimitero ‘degli Inglesi’: una traccia per l’attività fiorentina di Félicie de Fauveau Silvia Mascalchi, Istituto Statale d'Arte di Firenze || Robert Davidsohn, un autore della memoria storica di Firenze/ Robert Davidsohn, Historian of Medieval Florence Giuliano Pinto, Università di Firenze



 

RELIGIONE, NAZIONE, AFFARI: IL PATRIMONIO DELLA MEMORIA

NELLA COMUNITÀ SVIZZERA DI FIRENZE

ALESSANDRO VOLPI


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^* JEAN DAVID MARC GONIN / SVIZZERA/ Gonin/ Giovanni/ Giovanni/ Svizzera/ Firenze/ 17 Gennaio/ 1828/ / 1/ Jean David Marc Gonin/ D25I

JEAN PIERRE GONIN (1783-1854)D'origine ugonotta, suo nonno fu pastore in Francia e martirizzato, suo padre crebbe in esilio nelle Valli Valdesi, egli nacque a Ginevra e in gioventù si trasferi a Firenze per intraprendere un lavoro industriale. Nella sua casa al Pignone si radunava nella clandestinità quel gruppo protestante che nel 1826 richiedeva al Governo granducale l'apertura di una cappella. Calvinista convinto, fu energico e devoto presidente del Concistoro della Chiesa Evangelica Riformata dal 1827 al 1846. Un suo bambino, Jean Marc (1812-1828) fu il primo ad essere sepolto in questo cimitero; altri due figli, Costantino e Antonio, furono a lungo attivi in ogni iniziativa a favore della comunità evangelica. L.S.


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* ANNA CLA (BAZZELL) EGIA/ SVIZZERA/ Egia nata Bazzel/ Vedova Anna/ Luigi/ Svizzera/ Firenze/ 25 Gennaio/ 1875/ Anni 78/ 1296/ [Inscriptions in Romashj]/ Q.R./ ANNA CLA EGIA/ NATA BAZZELL/ MORTA ALL'ETA D.ANNS LXXIX/ ANNO MDCCCLXXV/ ELLA FUT/ LA PLU BUNA DELLAS MAMMAS/ E LA PLU ADURATA DELLAS NONAS// MEIS PEI S'HA ARTIGNU VI'A/ SEIS FASTIZIS, EU HA SALVA/ SIA VIA, E NON SUN/ GIUNGHI DA QUELLA/ GIOB. XXIII.11// LA FIGLIA BARBLA ANDRI STUPAN/ ET IL ABIADIS/ ANNA, CLA, AISA E NINA/ METTETTEN QUAIS MARMI/ D23F


^* VALENTINO GRANDI/ SVIZZERA/ Grandi/ Valentino/ Giovanni/ Svizzera/ Pistoia/ 8 Settembre/ 1853/ Anni 80/ 514/ Valentin Grandi, Zelin, Canton des Grisons, en Suisse, domicilé a Pistoia, ancien Cafetier, fils de Jean Grandi/ Q85: 106 Paoli/ A VALENTINO GRANDI/ CUI SCENDENDO DA CELINO A PISTOIA/ DEE PROVA DI ONESTA OPEROSITA'/ D' INGEGNO COMMERCIALI E SPECULAZIONE/ MORTO OTTUAGENARIO IL DI OTTO SETTEMBRE 1853/ QUESTA MEMORIA DI LUI PONEVANO/ LA VEDOVA LUISA STARLAI E E GLI EREDI/ 514/ A3N(34)


 
Le mouvement d'émulation qui avait soulagé Corinne, pendant quelques instants, la conduisit encore le lendemain à la galerie de Florence; elle se flatta de retrouver son ancien goût pour les arts, et d'y puiser quelque intérêt pour ses occupations d'autre-lois. Les beaux-arts sont encore très-républicains à Florence.

Madame de Staël, Le séjour à Florence, Corinne ou l'Italie

’8 settembre 1853, alla veneranda età di 80 anni, moriva a Pistoia Valentino Grandi, cittadino svizzero trapiantato precocemente in Toscana, e veniva seppellito nel cimitero degli inglesi di Firenze dove la vedova, Luisa Starlai, aveva fatto scolpire una lapide dal profilo lineare e con un’iscrizione altrettanto asciutta nell’esprimere un’orgogliosa identità: “A Valentino Grandi/ cui scendendo da Celino a Pistoia/dee prova di onesta operosità/d’ingegno commerciale speculazione/morto ottuagenario il dì otto settembre 1853/questa memoria di lui ponevano/la vedova Luisa Starlai e gli eredi”. Si trattava di un’epigrafe che avrebbe potuto attagliarsi alle vicende biografiche di molti degli svizzeri che avevano vissuto nel granducato lorenese nei primi decenni dell’Ottocento ed avevano trovato il giusto riposo nel Cimitero di Porta a’Pinti.

Accanto a storici del calibro di Jacques Augustin Galiffe e a pittori di discreta fama come Salomone Guillaume Counis, ritrattista napoleonico, e Carlo Muller, nato nel cantone di Berna e morto di malaria in Maremma, freneticamente battuta alla ricerca di scorci suggestivi, la comunità degli svizzeri toscani fu infatti costituita in larga prevalenza da commercianti, o meglio da “negozianti”, termine a cui proprio il ginevrino Sismondi aveva contribuito a dare la dignità della professione decisiva per l’equilibrato sviluppo della società civile. Pochissimi erano al contrario i rentier e coloro che si dichiaravano semplicemente possidenti. I Dalgas, i Dufresne, i Gonin, i Pult, i Gilli, i Guerber, i Fent, i Kubli, i Sautter, gli Schmuts, i Wagniere, i Vieusseux, i Wital posero in essere una rete dalle maglie molto fitte dove la comune provenienza geografica e culturale era motivo di immediata vicinanza e di intrinseca collaborazione economica.

Firenze in tale prospettiva era un naturale centro di aggregazione perché rappresentava la città che più di ogni altra aveva espresso nei secoli, come scrivevano Sismondi e Constant, la capacità di essere realmente “borghese” e quindi di dare autorevolezza sociale ai mercanti. Inoltre aveva mostrato con continuità e intelligenza i segni della tolleranza religiosa, legata ad un connaturato cosmopolitismo, accogliendo appunto intere comunità di forestieri, senza chiedere mai ad esse una pesante prova di lealtà o di integrazione forzata. Per la staeliana Corinne l’essenza intima di Firenze era contenuta nelle innumerevoli chiese, mai opprimenti, capaci di riferire un senso religioso “popolare” che si mescolava con la profonda armonia della tradizione storica, ugualmente radicata nel gusto per le belle arti “tres-republicains”.

Qui, dunque, i mercanti svizzeri, provenienti soprattutto dal Cantone di Vaud e dai Grigioni, erano potuti giungere nella legittima speranza di reiterare il modus vivendi domestico, arricchito da una siffatta autorevolezza storica ma genuinamente nazionale sia nelle pratiche commerciali che in quelle confessionali. Il loro presentare tratti comunitari si concretizzava nell’evidente richiamo ad una peculiarità di cui proprio il commercio era segno qualificante; essere svizzeri significava percepire una dimensione economica in cui confluivano gli echi della severa moralità riformata e ciò diveniva marchio di credibilità. Ai prodotti smerciati si aggiungeva la fibra del mercante che li vendeva, responsabile del suo operato davanti ad un Dio non molto disposto a perdonare e ad un credo liberale altrettanto rigoroso nel pretendere il rispetto delle prerogative fondamentali dell’individuo. L’“art du négociant” era il termine usato dalla cultura ginevrina per indicare quello che non era un artificio, bensì una vocazione accuratamente coltivata, dove confluivano le tradizioni religiose e i nuovi doveri civili formulati dal gruppo di Coppet.

La pervicace sensibilità identitaria con cui Jean Pierre Gonin, imprenditore commerciale di famiglia ugonotta, assolse alla funzione di presidente del Concistoro della Chiesa evangelica riformata dal 1827 al 1846, dopo essersi adoperato per l’apertura di una cappella, di una scuola e del cimitero protestante, era la testimonianza chiara della sincerità della fede professata da un esponente di spicco della rete mercantile elvetica, che aveva convinto a versare fondi per la costruzione del luogo votivo molti suoi compatrioti commercianti, a cominciare dai Gilli, dai Wital e dai Dufresne. Proprio Augusto Dufresne, successore di Gonin alla guida del Concistoro avrebbe combinato un’efficacissima attività bancaria, con banco di famiglia e con ricche partecipazioni nella Cassa di sconto di Firenze e nel Banco Fenzi, alla perentoria difesa dell’autonomia della cappella svizzera messa a repentaglio nei primissimi anni cinquanta dalle iniziative del ministro degli interni Leonida Landucci, impegnato nel creare le condizioni per la firma di un Concordato con la S. Sede.1 Anche la famiglia Wital, giunta in Toscana alla fine del Settecento, si batté con forza per diffondere il culto evangelico riformato tra i clienti e i lavoranti dei propri magazzini, in particolare Charles Wital ricoprì a lungo la carica di “ispettore” del Cimitero protestante.

Altrettanto fecero i Gisepp e i Gaudenzi, originari del Cantone dei Grigioni e titolari di botteghe a Firenze, Prato e Pistoia. Giacomo Gaudenzio Salvetti aveva voluto essere ricordato utilizzando l’espressione eloquente di “ancien negociant” a testimonianza di un passato tanto glorioso quanto indefessamente laborioso. In una simile opera di tutela e di allargamento dell’appartenenza religiosa, i negozianti svizzeri si adoperavano non di rado anche assumendo le vesti di rappresentanti consolari della nazione, come accadde per Frédéric Bégré, nativo di Yverdon ed imparentato con i Wagnière, che sia a Roma sia a Firenze utilizzò gli strumenti della diplomazia commerciale per far valere il rispetto della fede professata dagli svizzeri. Sforzi analoghi pose in essere, nelle vesti di segretario della Legazione svizzera, March Schlaich, morto prematuramente, a soli 42 anni, nel 1867 e seppellito a Porta Pinti. La religione era garanzia di onestà e in quanto tale doveva essere “professionalmente” rispettata.

Se la credibilità personale doveva costituire da Raynal e dagli ideologues in poi il carattere irrinunciabile della figura mercantile, trasformandosi nella ben più economica categoria del credito, la devozione religiosa era infatti un requisito di riconoscibilità e una garanzia di affidabilità su cui gli svizzeri potevano contare tanto da esporre la “denominazione d’origine” sulle insegne delle loro botteghe, dove peraltro non era raro si trattasse delle recenti idee del costituzionalismo alla moda e delle regole del libero mercato. Così erano nate alcune delle drogherie più conosciute di Firenze, come “l’Elvetico” della famiglia Wital sito in Borgo degli Albizi, “l’Elvetichino” in Piazza Duomo,  il “Caffè degli Svizzeri” in Piazza S. Croce, “Il Panone” aperto da Angelo “Fint” Fent, il caffè Gilli in Via Calzaioli e quello dei Pult in Via della Vigna. I Gilli, in particolare, erano una famiglia di svizzeri engadinesi che avevano dato vita ad una piccola bottega a Firenze fin dal 1773, acquistando in seguito grazie agli introiti di una fortunata attività che serviva molti correligionari altri fondi in via degli Speziali;2 la loro integrazione nella realtà fiorentina li aveva condotti nella primavera del 1848 a stipulare alcuni contratti con l’amministrazione comunitativa per concedere ad essa prestiti destinati a finanziare l’ingente deficit del bilancio comunale.3 Un gesto che non avrebbe in alcun modo giovato ai Gilli, visto che nel 1850, il restaurato governo lorenese non solo non provvide alla restituzione del prestito ricevuto, ma pretese anche il pagamento delle tasse poste su tali crediti.4

I “caffettieri” e i pasticcieri di provenienza svizzera risultavano una vera e propria colonia, i cui membri erano spesso imparentati tra loro e pronti a darsi reciproca occupazione, attratti da una città come Firenze dove proprio la forte vena “turistica” creava ampi spazi per i mestieri del “saper vivere” e della ristorazione; erano registrati come appartenenti a tali professioni nella documentazione ufficiale della comunità fiorentina Antoine Bardola, Giovanni Battaglia, Giovanni e Luzio Bazzel, Jean Bischoff, Nicolas Bossi, Giacomo Melchior Brun “maitre d’hotel”, Antoine Buol, George Gasparis, Adam Doenz, Joseph Geng, Francoise Gruaz Lanzel, Andre Kaismann, Thomas Manni, tutti sepolti nel Cimitero degli inglesi. Dichiaratamente nazionali, questi mercanti, che tenevano esplicitamente alla qualifica di “borghesi”, provvedevano i numerosi membri della colonia del bene primario per eccellenza e certo non acquistabile altrove in modo altrettanto convincente, il cioccolato, di cui detenevano il monopolio naturale, propagandone il consumo fra fiorentini e golosi forestieri. L’esistenza di luoghi di sociabilità e di ritrovo tanto palesemente connotati diveniva un elemento di forza per definire in modo ulteriore il senso di appartenenza della comunità svizzera, per permetterle di conservare i propri costumi anche in una delle capitali culturali europee; al tempo stesso, rappresentava una rete aperta per accogliere gli svariati contributi del multiforme genius loci. La produzione tipica era elemento di specificità, di coesione e, parimenti, di attrazione. Non era casuale pertanto che dietro i banconi delle caffetterie si combinassero matrimoni destinati a durare: come avvenne per le famiglia Stuppan, conosciuta poi con il nome di Stoppani, che si era legata ai Tones a loro volta imparentati con i Gisepp, tutti rigorosamente impegnati a confezionare splendidi dolciumi.

Ugualmente avveniva nel caso del commercio della paglia, che aveva visto il trasferimento di molti piccoli produttori elvetici in Toscana, dove avevano stabilito strette relazioni con gli artigiani cittadini senza recidere il legame con Wohlen e con le dinastie dei “signori della paglia”.5 Con queste famiglie di mercanti erano giunte a Firenze anche moltissime giovani intenzionate a trovare occupazione come domestiche presso le famiglie benestanti della capitale e un gran seguito di "lavoranti" disposti ad impiegarsi senza eccessive pretese, molto spesso, raccontava Giuseppe Conti nelle colorite pagine di “Firenze vecchia”, inseriti nelle fila dei facchini che lavoravano incessantemente presso la dogana di Palazzo vecchio; due componenti destinate a rendere la comunità degli svizzeri estremamente differenziata sul versante delle fortune economiche, senza che ciò ne indebolisse in alcun modo la forte coesione interna. Tale unità del resto era spesso cementata dalla presenza di numerose istitutrici che avevano studiato in molti casi a Vevey ed erano utilizzate, come avveniva per la richiestissima Fanny Genand, da più famiglie contemporaneamente. A Firenze venivano così decisamente stemperati i contrasti che si erano manifestati in Svizzera dopo il tentativo avviato fin dal 1817 da parte delle Compagnia dei Pastori di Ginevra di soffocare il dibattito teologico; un tentativo che aveva provocato il netto distacco dei riformati della Chiesa del Vaud e aveva alimentato i dissensi della nuova ortodossia del “Risveglio”, coltivati da pastori come Gaussen e Galland non troppo ben visti a Firenze proprio per la loro verve polemica.

Al cioccolato, alla paglia si univa il mercato dei titoli bancari, delle cambiali, delle nascenti assicurazioni, in cui i Dufresne, i Gonin, i Dalgas avevano un ruolo fondamentale, stringendo alleanze familiari e societarie sia all’interno del gruppo svizzero sia con le grandi case fiorentine a partire dai Fenzi. L’idea di un sistema ramificato di relazioni personali, tipico delle economie di primo Ottocento, era consolidata nei mercanti svizzeri dalla duplice coscienza di essere membri di un sinedrio, a cui spettava il compito di garantire la crescita comune, e di dover procedere ad un’opera costante di evangelizzazione, aprendosi all’esterno. Dopo le tragedie della rivoluzione francese, abbattutesi sulle città svizzere, scrittori come Delolme, Constant, Bonstetten e la Stael avevano maturato la convinzione che a questi impegni fosse necessario aggiungere quello dell’affermazione della libertà individuale nei termini del presidio dagli abusi dell’autorità istituzionale legittimata soltanto dal divenire dell’eticità della storia. La “ricchezza commerciale” era uno degli ambiti prediletti del cammino storico perché avveniva unicamente in tempo di pace, secondo la definizione di Lampredi, di Condillac e di Condorcet, e perché promanava dalle condotte morali degli attori mercantili: religione, affari e nazione non erano separabili per gli svizzeri dell’Ottocento.

Queste erano le ferme convinzioni di Giovan Pietro Vieusseux che si era adoperato per declinare l’attività commerciale in chiave libraria, dedicandosi al mercato delle produzioni in grado di svolgere un’azione pedagogica che trasformasse i propri fruitori in cittadini morali e civilmente nazionali. Certo non a caso per fare ciò aveva scelto di inserire nel primo Catalogo della sua Biblioteca circolante quasi per intero la letteratura, la politica e l’economia dei ginevrini, persuaso che i codici di condotta preparati a Coppet non valessero solo per la città del Lemano, ma fossero i testi di una rinnovata religione della libertà europea. La comunità svizzera era in tal senso un circuito di fertili suggestioni, di dottrine, di merci che il suo essere coesa e alla costante ricerca di proseliti rendeva ospitale e facile da accogliere. Del resto, i contatti del mondo editoriale toscano con la Svizzera erano già decisamente fitti, a partire dai legami che vari librai fiorentini, come Giovan Francesco Bertolini, Giuseppe Pagani, Filippo Stecchi e Joseph Bouchard avevano con la Société typographique de Neuchatel,6 e dalle ricorrenti commissioni indirizzate da clienti toscane alla ditta Glaser, pressoché monopolista nella distribuzione delle Memorie e degli Atti delle varie società scientifiche elvetiche.

Jacques Augustin Galiffe, imparentato con numi tutelari della cultura ginevrina, come Charles Pictet di cui aveva sposato la figlia e Augustin de Candolle, ed esperto uomo di banca che aveva seduto negli organi direttivi delle principali Case inglesi, olandesi e tedesche, aveva persino qualificato l’attitudine all’accoglienza come tipica della cultura e della mentalità svizzere redigendo un ponderoso tomo relativo alla presenza degli “emigrati” italiani a Ginevra nel XVI e nel XVII secolo, nel quale la figura dell’esule acquisiva i contorni della risorsa preziosa per migliorare le sorti della sua località di destinazione qualora essa avesse saputo trasformare i differenti linguaggi religiosi in un formidabile laboratorio di progresso civile e di ampliamento degli orizzonti intellettuali. Galiffe, come Vieusseux e tanti altri mercanti svizzeri, individuava nel viaggio, nella lontananza dalla patria d’origine un elemento di miglioramento individuale e di crescita collettiva che proprio l’associazione del commercio con il tollerante tessuto di relazioni personali e intellettuali da esso poste in essere consentiva di valorizzare a pieno. L’assonanza di Galiffe con Vieusseux, peraltro, non poteva essere in tale prospettiva più evidente; per entrambi i confini dell’attività mercantile come pratica di civilizzazione comune dovevano espandersi fino a comprendere parti ancora incoerenti rispetto al ceppo del liberalismo europeo a cominciare dalla Russia, dove Galiffe collaborò a lungo con la Banca de Rall, e per entrambi il sistema degli scambi avrebbe dovuto essere ricondotto nell’alveo della tutela delle libertà individuali, così da non violare proprio la indispensabile omogeneità dei popoli civili.

Commercio ed evoluzione verso forme di governo costituzionale erano per lo storico ginevrino, convinto ammiratore del sistema inglese, i due capisaldi della formazione di una moderna società “aristocraticamente borghese” e l’indipendenza della città del Lemano dalla Francia costituiva nel suo pensiero il paradigma della tutela del sentimento nazionale nei suoi multiformi aspetti, fondati in primis sulla tolleranza, contro ogni genere di abuso e di pregiudizio. Per simili ragioni, Galiffe mostrò in più occasioni di non accettare nessuna forma di dogmatismo confessionale qualora esso avesse condotto a fratture nel corpo sociale della cittadinanza.7 Come per Vieusseux, tale idea di cittadinanza si basava prima di tutto sulla forza delle istituzioni di rappresentarla e sulle capacità coesive dei vari nuclei familiari, non a caso oggetto da parte di Galiffe di un ampio e minuzioso studio volto a rintracciare le fila della complessa genealogia dei ginevrini.

Un dato centrale in questo processo di amalgama, peraltro, era costituito dalla francofonia dei nuclei svizzeri trapiantati a Firenze che comportava non solo una naturale semplificazione dei contatti con le élites commerciali e culturali italiane e, ovviamente, transalpine di passaggio per la capitale granducale, ma parimenti una avvertibile omogeneizzazione in termini di modello politico ed economico. Anche da un simile punto di vista, l’azione di Vieusseux fu estremamente significativa attraverso la diffusione di edizioni di opere e di giornali pubblicati in gran parte a Parigi in cui comparivano sia il patrimonio ideale ginevrino che le tracce del suo recepimento da parte della cultura europea in un corpus sostanzialmente unitario e genericamente qualificabile come liberale dove la piena affermazione della tolleranza tentava di cancellare le discriminazioni a partire da quelle religiose; proprio Ginevra e Firenze rappresentavano in questa prospettiva i due vertici di un triangolo che trovava compimento a Parigi e il “tourismo” risultava essere in tale perimetro un flusso inesauribile di idee.

La sostanziale omogeneità culturale maturata nei vari ambienti sociali e intellettuali fiorentini e il clima di tolleranza della Toscana di Leopoldo II, almeno fino al 1849, permisero un’integrazione sicuramente indolore per molti membri della comunità svizzera sul piano delle relazioni economiche e su quello più generalmente istituzionale. Ancora una volta risulta emblematica la vicenda di Jean Pierre Gonin, a lungo punto di riferimento di essa. Dopo aver accumulato una discreta ricchezza nel settore dei cappelli di paglia, come notava sbalordito lo stesso granduca - “dal 1818 al 1826 la Casa Gonin trafficò di cappelli di paglia per la somma di 16 milioni di lire”8 -, aveva investito una parte significativa dei propri capitali nella manifattura della seta prima legandosi ad Augusto Guerber, anch’egli svizzero ed evangelico convinto, nella Guerber, Gonin e C., ditta con relazioni a Parigi e a Berna, e poi dando vita sul finire degli anni trenta ad una società in accomandita insieme ai fratelli Mazzei e a Filippo Riva. Tale iniziativa, che aveva impegnativi tratti imprenditoriali, disponeva di 650 telai e di un capitale di 3 milioni di lire fiorentine, versate per due terzi, e si proponeva di realizzare un’attività di vaste proporzioni a ciclo integrato, in cui erano comprese le filande a vapore, i torcitoi e la tessitura, con l’obiettivo di trovare sbocchi ai tessuti lavorati sui grandi mercati internazionali.9

Nel 1842, lo stesso Jean Pierre Gonin, nelle vesti di “notabilità dell’industria serica”, aveva partecipato con diversi negozianti della capitale, tra cui figurava il francese riformato Gustavo Mejéan, alla Commissione incaricata di preparare la Fiera della seta tratta, che avrebbe dovuto agganciarsi alla rinomata fiera di Senigallia.10 Ciò non gli impediva, comunque, di mantenere un proficuo interesse sul versante della paglia, qualificandosi come “fabbricante di trecce” all’Esposizione industriale di Firenze del 1841,11 di aprire un banco di sconto, dove dedicarsi al lucroso commercio cambiario, in particolare per approvvigionare di mezzi di pagamento i mercanti svizzeri che agivano sulla piazza fiorentina, e di entrare nel 1841 nel consiglio di amministrazione della Società della Strada Ferrata Leopolda. Nella medesima prospettiva la Guerber, Gonin e C., aveva preso parte all’azionariato della Cassa di Sconto di Firenze fin dalla sua costituzione, avvenuta nel 1826, inserendosi nella cordata di negozianti evangelici che avevano messo i loro capitali a disposizione dell’iniziativa e che comprendeva i Dufresne, i Mejean, i Borel e i Muller.12 La partecipazione a questa impresa, che fu sicuramente una delle più importanti nella definizione dei caratteri del mercato finanziario toscano, contribuì in modo evidente ad avvicinare ulteriormente tali ditte al tessuto commerciale e finanziario della regione, favorendo accordi di lunga durata con le principali Case bancarie locali; così i Gonin e i Dufresne si legarono come corrispondenti privilegiati al Banco di Emanuele Fenzi, contribuendo al collocamento di titoli azionari e di partite dei vari debiti esteri.13

Parallelamente alla carriera professionale e ai già ricordati sforzi di proselitismo religioso, Gonin intraprendeva anche un cursus honorum nell’amministrazione lorenese come priore della terza borsa del magistrato comunitativo di Firenze,14avendo ottenuto fin dal 1838 la “naturalizzazione” toscana della sua famiglia e risultando proprietario di “bei immobili nel fondaccio di S. Spirito e in via Maffia”.15 Nello stesso organismo aveva seduto una decina d’anni prima Adolfo Dufresne, ottenendo un analogo processo di cittadinanza.16 La rete degli intrecci tra evangelici svizzeri e commercianti fiorentini trovava un altro eloquente esempio nelle vicende della ditta “Cantini, Borgagni, Muller e C.”, una ditta serica che aveva ereditato il marchio di due precedenti società seriche appartenute a Vincenzo Borgagni e Filippo Cantini e liquidate nel 1820. In tale impresa Francesco Muller svolgeva funzioni di direttore commerciale mentre la metà del capitale sociale di 100 mila lire toscane era controllata dal banco di Luigi Wolff, creato nel 1819 come filiazione della società Senn e Guebhard, operante a Livorno e fondata da Pierre Senn.17 Quest’ultimo aveva sposato nel 1793 Jeanne Susanne Vieusseux, sorella maggiore di Giovan Pietro, e si era associato con Joseph Guigues, presso cui aveva lavorato il padre dello stesso Vieusseux, Pierre. Più tardi lo stesso Wolff avrebbe legato la propria ditta ai Wital, condividendo con loro una filiale modenese.

Esisteva dunque un sistema di relazioni in cui parentele familiari, vocazioni religiose e affari si intrecciavano coinvolgendo personaggi e ditte toscane che proprio nella coesione della comunità svizzera trovavano un allettante motivo di interazione: entrare in commercio con uno dei mercanti svizzeri significava, in fondo, stabilire contatti con molteplici altri soggetti a lui vincolati. Un esempio ulteriore in tal senso è offerto dalla vicenda di Cristiano Augusto Dalgas, discendente da una famiglia originaria di Losanna e a lungo ai vertici del commercio livornese in qualità di membro della Camera di commercio locale e di reggente della Cassa di sconto.18 La sua biografia testimonia peraltro della capacità dei vincoli confessionali di estendersi a più ambiti nazionali; i Dalgas infatti dalla Svizzera erano migrati a metà del Settecento in Danimarca integrandosi nella comunità francese riformata, nell’ambito della quale Jean Marc Dalgas divenne uno dei più conosciuti pastori protestanti. Due dei suoi dieci figli si trasferirono in seguito a Napoli mentre Cristiano Augusto sceglieva come destinazione Livorno, arrivandovi nel 1810 con l’ufficio di console di Danimarca e entrando poi a far parte, nel 1815, della Congregazione olandese-alemanna. Proprio quest’ultimo, sposatosi con Luisa Salvetti, discendente di una famiglia di negozianti fiorentini, si era posto alla testa di una cordata di mercanti svizzeri, tra cui i Senn e i Kotzian, per reperire capitali da far confluire nella già ricordata Banca di Sconto labronica, nata nel 1836 con l’apporto di risorse finanziarie di varie nazionalità, oltre che con i mezzi dei commercianti livornesi.

Ai Gonin era legato anche Vieusseux, che condivideva con loro l’amicizia con l’evangelica Matilde Calandrini, a cui Jean Pierre Gonin aveva versato fondi per l’apertura dell’asilo fiorentino,19 e con la famiglia Forti.20 Nel 1827, Gonin aveva scritto proprio a Giovan Pietro Vieusseux e alla ditta livornese Castelli, a riprova dell’esistenza di una rete allargata di “svizzeri” e “toscani”, con il fine di chiedere una raccomandazione per “uno dei fratelli Mayer”, che avrebbe voluto impiegarsi con profitto presso una Casa commerciale italiana od estera, ventilando persino l’ipotesi di un’occupazione a New York.21 Gonin, Vieusseux e Matilde Calandrini erano poi amici intimi di un altro protagonista degli ambienti dell’aristocrazia fiorentina e dell’evangelismo riformato, il conte Piero Guicciardini, al centro di un costante scambio di opere religiose e non solo che non di rado Vieusseux e Gonin gli procuravano dalla Svizzera.22 Del medesimo gruppo faceva parte anche la famiglia Guerber, originaria di Berna e in società con i Gonin, che perse nel giugno del 1837 il proprio “capofamiglia”, come annunciava solennemente una missiva indirizzata dalla famiglia a numerosi amici, tra cui appunto Vieusseux, invitandoli a partecipare al rito dell’inumazione nel cimitero di Porta Pinti.23

Gli stessi personaggi erano intimi dei Borel, proprietari di una grossa Casa di commercio a Neuchatel, con filiali in Francia, a Firenze e a Napoli, dove Vieusseux pensava di potersene servire per la distribuzione dell’“Antologia”.24 Lettere di presentazione, favori personali, comune fede e durevoli amicizie componevano i caratteri di un circuito della tolleranza che quasi impercettibilmente produceva effetti di chiara mobilità sociale, ridefiniva originarie geografie di appartenenza e spingeva un’intera città in direzione di un cosmopolitismo per nulla artificiale, corroborando un’immagine già nitida ma soprattutto rendendola viva, reale e quotidiana.

La fiducia nei confronti dei riformati acquisiva i tratti della profonda omogeneità culturale nel caso del gruppo che faceva capo a Raffaello Lambruschini, ben felice di accogliere nelle sue fila lo svizzero Enrico Schneider, acceso seguace delle teorie pestalozziane. “Io pubblicherò  - scriveva lo stesso Lambruschini sulle pagine della “Guida dell’Educatore” nel 1840, anno della sua conoscenza con Schneider – non solo notizie, ma ancora estratti delle opere tedesche d’Allemagna e di Svizzera le più magistrali in fatto di pedagogia”.25 Inserito nella redazione della medesima rivista proprio per trattare dei delicatissimi temi pedagogici con riferimento ai principali modelli europei, Schneider divenne rapidamente un ascoltato collaboratore dell’abate di S.Cerbone, tanto da suscitare l’interessamento di Niccolò Tommaseo, molto sospettoso verso qualsiasi posizione che non fosse di stretta osservanza cattolica romana. A rassicurarlo interveniva però lo stesso Vieusseux con un’ eloquente missiva dell’aprile del 1843 da cui era bandita qualsiasi riserva: “Lo Schneider – scriveva premuroso – è uno svizzero della scuola di Pestalozzi e Girard, di una trentina d’anni, vero tedesco per il lavoro, nato con la protuberanza della pedagogia, di cuore eccellente e molto amato dai bambini”.26

Come ha notato Giorgio Spini, l’integrazione di svizzeri pii, di cui Schneider era chiaro esempio, avveniva in Toscana all’interno di ambienti che coltivavano una tolleranza di matrice “sismondiana”, una dimensione civile della fede religiosa che non sempre coincideva del tutto con le fin troppo intransigenti convinzioni dei pastori della locale Chiesa elvetica a cominciare da Emile Demole, attaccato in più occasioni proprio da Lambruschini per il suo “oscurantismo”, e da Moise Droin, accusato di aver dimenticato gli insegnamenti di Naville per abbracciare la mistica del “risveglio”;27 se la religiosità doveva rappresentare lo strumento della pedagogia morale della nuova Europa, il suo impianto dottrinario non poteva contraddire l’esigenza di ampliare i confini ideali del senso comunitario. Lo stesso Droin, tuttavia, dopo aver aperto nel 1838 una Scuola dei Padri di famiglia, vi aveva accolto come insegnante proprio Ernest Naville, figlio del noto pedagogista, mostrando la chiara intenzione di non entrare in rotta di collisione con gli ambienti moderati che nei confronti della famiglia Naville mostravano una grande attenzione. Un analogo atteggiamento di mediazione fu posto in essere tra il 1843 ed il 1844 dal pastore ginevrino Charles Crémieux, venuto a soggiornare a Firenze e subito legatosi al gruppo di Lambruschini.28

In tale contesto, il cimitero restava l’unico segno d’identità da conservare gelosamente, e in modo legittimo, di fronte al processo di amalgama in corso, un luogo nazionale e familiare nel cuore di una città di cui, in vita, si era coscienti e spesso orgogliosi di essere parte integrante. Il cimitero è l’isola dei morti nel cuore urbano, rispetto al quale esso dispone di una silenziosa e rispettata exraterritorialità, che assicura la validità delle norme morali e religiose delle “nazioni” di origine dei sepolti, tornati ad essere cittadini di una fede identitaria e nazionalizzata appunto. Trovare sepoltura a Firenze significava appartenere alla grande vocazione cosmopolita partorita dall’illuminismo francofono ed era prova di un’acquisita integrazione, ma riunirsi nel piccolo Cimitero “degli inglesi” aggiungeva a ciò la trasmissione della memoria di una specificità che non si intendeva in alcun modo cancellare. Il luogo delle sepolture era ormai un pezzo del tessuto urbanistico e dipendeva in termini concreti dalle sue logiche; aveva però ripudiato a chiare lettere la natura del lazzaretto che segrega e divide per riunire in sé la capacità di essere autosufficiente, senza bisogno di ulteriori simboli di legittimazione come l’assoluta indissolubilità alle sedi del culto religioso e civile, avvicinandosi al tempo stesso al “regno della natura” sul modello inglese.

Era in grado inoltre di esprimere il sentimento collettivo di pietas e di profondo attaccamento alle storie di una comunità che andava al di là del freddo egualitarismo laicizzante, allentando tuttavia il culto del sublime neoclassico e la vena pedagogicamente civile del monumento funebre. L’impianto circolare e i segni del conosciuto giardino domestico parevano essere in tal senso l’espressione formale di simili prospettive pubbliche e private, accentuate nel caso della religiosità riformata da una sostanziale rarefazione della distanza fra i due piani. L’abbattimento delle mura cittadine attorno al cimitero e le ipotesi ventilate da Giuseppe Poggi di costruire una sorta di cinta rocciosa rafforzavano l’immagine romantica delle sepolture di Porta a Pinti come sublimazione della “pallida mors” in un ambiente naturale, recintato e accogliente al contempo, di cui il dolore di Arnold Boecklin per la morte della figlioletta lì sepolta aveva sottolineato soltanto le inquietudini dovute all’evidenza della fine del tempo.29

Qui le famiglie si ricomponevano nella loro originaria integrità, riannodando fili che si erano dipanati in più direzioni e facendo appello al sentimento religioso per rivitalizzare i legami di sangue, sublimati nel decoro delle lapidi; un popolo vero e proprio, desideroso di ricongiungersi che nel caso degli svizzeri contava ben 433 sepolti, la comunità più numerosa dopo le 760 tombe degli inglesi. I Wital e gli Augier, imparentati tra loro per effetto di vari matrimoni, ricevevano sepoltura comune ed erano avvicinati dalla serenità degli addii, impressa sulla tomba di Joseph Augier e di Caroline Wital Augier, certi entrambi, con i passi di Matteo, della loro felicità eterna dopo una vita laboriosa. Il richiamo al Vangelo di Matteo, accostato ad un breve passo della lettera di S. Paolo ai Filippesi, compare anche nella bella tomba di Pierre Wagnière, dove l’affannoso respiro dell’esistenza è raffigurato da una clessidra posta tra due ali di pipistrello.

Ancora i Wital mostravano i propri intrecci con i Brun, e le lapidi della famiglia Dufresne, dei Guerber e dei Gonin parevano voler eternare una solidarietà ed un’intima fedeltà tanto importante nell’esistenza terrena.

Altri nuclei famigliari affidavano al rigoroso calore del cimitero “nazionale” il geloso ricordo dei loro bambini scomparsi prematuramente. Così accadeva per Louisa Ann e per Rodolfo Guglielmo Dalgas, seppelliti in curate tombe che parevano voler ispirare la più limpida serenità. “Laissez venir a moi les petits enfants”, si legge sulla tomba di Francois Emile Conod, morto a soli 5 mesi nel novembre del 1865 e posto accanto a Josephine Jenny Conod, scomparsa tragicamente due anni prima a 10 mesi. Qui hanno trovato riposo anche i tre figlioletti di Alberto Revel, membro di una delle famiglie più autorevoli della Chiesa riformata svizzera che in Jean Pierre Revel aveva avuto uno dei principali difensori del credo valdese “intransigente”. Qui, ancora, veniva seppellita la figlioletta di Ermanno Crastan e Anna Fent, Annine, scomparsa a soli 10 mesi. Per molti svizzeri, poi, la sepoltura fiorentina sembrava acquisire il carattere del pieno coronamento di un’esistenza animata dal perseguimento di finalità superiori, mai troppo materiali e sempre orientate a superare le angustie del particolare. Il “marmo bagnato dalle lacrime degli orbati genitori e degli infelici amici” avrebbe dovuto ispirare “ai posteri santi affetti” nel ricordo del giovane Andrea Mayer, sottratto a vent’anni “alla libertà dei cieli”, e l’asciutta epigrafe dedicata a Carlo Muller ne consacrava il piacevole sacrificio consumato nel “raffigurare i belli aspetti della natura”. Più severamente, Giovan Daniele Peyran era rappresentato nel solenne momento della dipartita “mentre studiava – a Firenze – teologia”. I profili geometrici delle tombe avvicinavano anche i molteplici membri della famiglia Hoffstetter, riunendo una piccola comunità di tedeschi che comprendeva gli Haupt e gli Heinzmann.

La memoria funebre racchiude in uno spazio proiettato verso l’alto dal piccolo rilievo collinare e dal profilo alberato una multiforme composizione di spiriti per i quali la religione e la fiorentinità assumevano i tratti del coronamento di una vocazione civile che aveva bisogno di una perenne testimonianza e di una felice trasmissione in una città dei forti connotati storicizzanti.

The funereal memory shuts up in a space towards the top of the little hill with its profile of shadowing trees a multiform composition of spirits for whom religion and Florence assumed the traits of a crowning of a civil vocation which needed an eternal witness and a happy transmission in a city of such famous historical worthies.
 

NOTE

1  G. Spini, Risorgimento e protestanti, Roma, Claudiana, 1998, p. 233.
2  G. Rossi, I caffè letterari in Toscana. Memorie di una civiltà, Lucca, Pacini Fazzi, 1988, p. 58. Sul commercio e sulla produzione del cioccolato cfr. F. Chiapparino, L’industria del cioccolato in Italia, Germania e Svizzera. Consumi, mercati e imprese tra ‘800 e prima guerra mondiale, Bologna, Il Mulino, 1997.
3  Archivio Storico Comune di Firenze, 253, aff. 59,  c. 694, f. 105.
4  Ivi, 249, 34, 381, 6.
5  O. Rucellai, La paglia, intrecci svizzeri a Firenze, Firenze, Polistampa, 2001.
6  R. Pasta, “Helvetia mediatrix”. Il mercato librario italiano e la Société Typographique de Neuchatel, in Editoria e cultura nel Settecento, Firenze, Olschki, 1997, pp. 252-253.
7  Utili notizie su Galiffe sono contenute alla pagina web: http//.florin.ms/cemetery2.html.
Il governo di famiglia in Toscana. Le memorie del granduca Leopoldo II di Lorena (1824-1859), Firenze, Sansoni, 1987, p. 77.
9  R. Tolaini, Filande mercato e innovazioni nell’industria serica italiana. Gli Scoti di Pescia (1750-1860), Firenze, Olschki, 1997, p. 138, M. Scardozzi, Per l’analisi del ceto commerciale fiorentino nella prima metà dell’Ottocento: i setaioli, in “Quaderni storici”, 70, 1989, p. 255.
10  Archivio Storico del Comune di Firenze, 191, 3829, , 78, 42.
11  Archivio Storico del Comune di Firenze, 37, 11, 83, 66. Mirella Scardozzi, proprio facendo riferimento alla Guerber, Gonin e C., ha sostenuto l’esistenza di una precisa pianificazione commerciale da parte di alcune ditte fiorentine che puntava a realizzare un contemporaneo commercio “transoceanico” di paglia e seta, così da sfruttare possibili sinergie (M. Scardozzi, Per l’analisi del ceto commerciale fiorentino, cit., p. 259).
12  A. Volpi, Banchieri e mercato finanziario in Toscana (1801-1860), Firenze, Olschki, 1997, p. 34.
13  Ivi, pp. 168-169.
14  Archivio Storico del Comune di Firenze, 180, 33, 1839, 49.
15  Ivi, 186, 9650, 179,  271.
16  Ivi, 142, 98, 479 or.
17  M. Scardozzi, Per l’analisi del ceto commerciale fiorentino, cit., p. 258.
18  V. Marchi, U. Canessa, Duecento anni della Camera di Commercio nella storia di Livorno, I, Le radici, (1642- 1860), Livorno, Debatte, 2001, pp. 304-326, A. Volpi, Banchieri e mercato finanziario, cit., pp.
19  BNCF, Vieusseux 10, 200, lettera di Matilde Calandrini a G.P. Vieusseux, s.d. 1834.
20  Ivi, Vieusseux 36, 138, lettera di Serine Forti a G.P. Vieusseux, 11 agosto 1825.
21  Ivi, Vieusseux 41, 77, lettera di Jean Pierre Gonin a G.P. Vieusseux, 28 gennaio 1827.
22  Ivi, Vieusseux, 44, 76, lettera di Piero Guicciardini a G.P. Vieusseux, Vieusseux, 4 ottobre 1834.
23  Ivi, Vieusseux, 44, 30, lettera della “famiglia” Guerber a G.P. Vieusseux, 14 giugno 1837.
24  Ivi, Vieusseux, 45, 23, lettera di Enrico Heckel a G.P. Vieusseux, 12 febbraio 1826.
25  Due parole ai lettori, in “Guida dell’educatore”, 1840, V, p. 357.
26  Lettera di G.P. Vieusseux a N. Tommaseo, 5 aprile 1843, in Carteggio Tommaseo-Vieusseux, III, I, 1840-1847, a cura di V. Missori, Firenze, Le Monnier, 2002, p. 189.
27   G. Spini, Risorgimento e protestanti, cit., pp. 154-155.
28  Ivi, p. 160.
29  C. Sisi, Visita al cimitero romantico, in Viaggio di Toscana. Percorsi e motivi del XIX secolo, a cura di M. Bossi e M. Seidel, Venezia, Marsilio, 1998, pp. 99-119.
 

© Allesandro Volpi, 2004


'SOTTO I MIRTI DELLA DOLCE ITALIA': I RUSSI

MICHAIL TALALAY


Fra gli ospiti del Cimitero degli Inglesi si ritrovano in primo luogo i nomi più noti dei membri della colonia svizzera e di quella inglese a Firenze. Tuttavia anche la storia della colonia russa, il cui inizio risale agli anni ’20 del XIX secolo, è legata a questo luogo.

Fino al Concilio Vaticano II i cattolici consideravano scismatica la Chiesa Ortodossa; di conseguenza in Italia i russi non avevano diritto di essere sepolti nei cimiteri cattolici. Regole particolarmente restrittive riguardo alla sepoltura dei non cattolici vigevano nello Stato Pontificio.1

Nel Granducato di Toscana a partire dal XVI esisteva un cimitero greco ortodosso a Livorno regolato dalle leggi tolleranti, in materia di fede, di Ferdinando I dei Medici, come ad esempio la “Legge Livorniana” del 1552-1553.2 Proprio qui a Livorno, e non a Firenze che non aveva ancora un cimitero acattolico, venivano sepolti i russi morti all’inizio del XIX secolo. Fra questi ricordiamo il diplomatico russo N. Korsakov, amico di Puskin, al quale il poeta aveva dedicato versi penetranti, e l’ambasciatore russo a Roma A.Ja. Italinskij, sepolto a Livorno con una solenne cerimonia funebre.3

Con l’istituzione di un cimitero non cattolico a Firenze nel 1827 la situazione cambiò. Naturalmente i russi tendevano a voler seppellire i loro morti in patria e il Cimitero degli Inglesi talvolta serviva come collocazione temporanea per la salma prima di venire portata in Russia: così successe ad esempio per Michail Zaseckij.

EUGENIE JESAKOFF DE KRAFT/ RUSSIA/1859, 12 Fevrier, provisoiremente deposée, Eugènie de Kraft, née d'Jesakof, l'Empire Russe, mariée au Baron de Kraft, agé de 56 ans, fille de Comte d'Jesakoff, et de Comtesse d'Jesakoff

In particolare i rappresentanti di famiglie aristocratiche che avevano le loro cappelle mortuarie in Russia preferivano trasportare là i loro cari. Tuttavia molti di essi rimasero per sempre in terra italiana. E se non c’erano difficoltà per la sepoltura, nei cimiteri cattolici, dei russi che erano passati al cattolicesimo,4 gli ortodossi poterono invece trovare pace eterna solo nel cimitero aperto dai protestanti.

Nel Cimitero degli Inglesi, durante il periodo del suo pieno funzionamento, vennero sepolti in tutto 50 membri della colonia russa. In gran parte erano rappresentanti dei ceti abbienti venuti in Italia per curarsi insieme ai loro servitori; fra questi ultimi ricordiamo Kasincev, o la negretta Kalima, battezzata come ortodossa.

Nel XIX secolo Firenze divenne anche una tappa fondamentale del Grand Tour delle elites culturali europee, fra cui quelle russe. Molti artisti si stabilirono qui per lungo tempo; fra questi ad esempio il pittore Zeleznov, la cui figlia riposa nel cimitero fiorentino, o l’artista originario di Riga Edvard Bosse, stabilitosi a Firenze con la sua famiglia.

Il vasto Impero russo è stato patria non solo di cittadini di origine russa, dei quali dà testimonianza il nostro elenco, ma anche di origine tedesca, finlandese, moldava (nell’elenco non sono inseriti i polacchi sepolti nel cimitero degli Inglesi anche se formalmente erano sudditi dello zar russo).5

Il Cimitero chiuse nel 1877, ma più di cento anni dopo ha nuovamente riaperto i suoi cancelli per accogliere sotto i cipressi di Piazza Donatello il noto coreografo russo Evgenij Poljakov per il quale l’Italia era diventata una “seconda patria.”

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EVGENIJ FEDOROVIC ALISOV/ RUSSIA/ 20. Allissoff/ Eugenio/ Teodoro/ Russia/ Firenze/ 7 Ottobre/ 1872/ Anni 25/ 1183/ Eugène Alissoff, Russia, fils de Théodore et de Marie, née Schorstoff/ Black-edged torn letter paper loose in register, gives 'Eugène Allissoff, fils de feu Théodore et feu Maria Schorstoff Karsoff agé de 25 ans. natif de Koursk/ Talalay: 26.2.1847-Firenze 7.10.1872, N° 1183, RC/ B16R


 

§ EKATERINA JUR'EVNA ANDRIANOVA, NATA LISJANSKAJA/ RUSSIA/ 28. Andrianoff nata Lisiansky/ Vedova Caterina/ Guri/ Russia/ Firenze/ 3 Gennaio/ 1877/ Anni 65/ 1376/ Talalay: Firenze 3.1.1877, di anni 65; figlia del navigatore Jurij Fedorovic Lisjanskij (1773-1837), N° 1376 (patria='Grecia') RC

ANTONINA IVANOVNA BERNOVA/ RUSSIA/ 114. Bernoff (de)/ Antonina/ Giovanni/ Russia/ Firenze/ 25 Settembre/ 1865/ Mesi 4/ 924/ Antonine de Bernhoff, Russie, fille du Colonel Jean de Bernhoff, et de M. née Danileffsky/ Talalay: Epitaffo: 'Da budet volja Tvoja Sviataja!' Che sia secondo la tua sacra volontà/ 25.5.1865-25.9.1865, di 4 mesi, N° 924, RC/ C24P

EDUARD BOSSE/ LETTONIA/RUSSIA / 164. Bossé/ Eduardo/ Ernesto/ Russia/ Firenze/ 3 Aprile/ 1859/ Anni 49/  670/ EDUARD BOSSE/ GEB IN RIGA DEN 6 FEBRUAR 1810/ GEST IN FLORENZ DEN 3 APRIL 1859/ Talalay: Riga 6.2.1810 - Firenze 3.4.1858, artista, ha lavorato agli Uffizi come copista/ C22Q
 

ELISE BOSSE/ LETTONA /RUSSIA/ 165. Bossé/ Elisa/ Ernesto/ Germania/ Firenze/ 24 Settembre/ 1877/ Anni 55/ 1409/ ELISE BOSSE/ GEB IN RIGA DEN 28 JULI 1822/ GEBST IN FLORENZ DEN 24 SEPT 1877 Talalay: N° 1409, RC/ C20Q

ERNST GOTTHILF BOSSE/ LETTONA/RUSSIA/ Bossé/ Ernesto Gotthilf/ Giovacchino/ Russia/ Firenze/ 27 Dicembre/ 1862/ Anni 77/ 812/ GEB IN RIGA DEN 20 AUGUST 1785/ GEST IN FLORENZ 27 DECEMBR 1862/ Talalay: N° 812, RC, all'altro Cimitero è sepolto Bosse Wilhelmina Sophia, Riga 12-11-1787- Firenze 27.9.1884/ C21Q
 

  

NIKOLAJ NIKOLAEVIC CHLEBNIKOV/ RUSSIA/ Chlebnikoff/ Niccolà/ / Russia/ Firenze/ 26 Dicembre/ 1856/ Anni 24/ 606/ Talalay: Epitaffo: Da budet volja Tvoja/ Che sia secondo la tua sacra volontà/ Mosca 1.2.1835, N° 606, RC/ C25P

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                                                                                 Inscription in Cyrillic cursive encircling stone
 

BORIS MICHAJLOVIC CHRAPOVICKIJ/ RUSSIA/ Chrapowitzky/ Boris/ Michele/ Russia/ Firenze/ 5 Aprile/ 1858/ Anni 7/ 638/ Boris Chrapowitzky, Russie, fils de General Michel Chrapowitzky, et de Lydie, née Comtesse Apratine/ Talalay: 29(17).10.1850 - Firenze 6.4 (24.3). 1858, 'figlio di un general-maggiore a riposo, morto per le ferite in seguito alla caduta dal secondo piano; senza poter aver ricevuto l'estrema unzione poiche la morte è stata quasi istantanea', MKF, lapide con croce, N° 638, RC/ C24P


 

*°§ ELENA RAFALOVIC COMPARETTI/ RUSSIA/ITALY/ [Comparetti/ Elena/ /Italia/ Firenze/ 29 Novembre/ 1918/ / 760 Later Hand]/ ELENA COMPARETTI/ RAFFALOVICH/ ODESSA 1842/ FIRENZE 1918/ [Wife to prof. Domenico Comparetti, °=Valeria Milani Comparetti, Firenze; Talalay: Odessa 1842-1918; feminista, pedagoga, figlia del banchiere Lev Anisimovic Rafalovic e di Elena Jakovlevna Poljakova, moglie del filologo pisano Domenico Comparetti; nel Cimitero algo Allori si trova la tomba della moglie dello suo zio Rafalovic Ljubov' Samojlovna/1825-1883, HII11; Bibl.: Storia di Elena, a cura di E. Frontali Montali, Torino, La Rosa, 1980; M.A. Manacorda, 'La breve illusione pedagogica di Elena Comparetti' in L'educazione delle donne: Scuola e modello di vita femminile nell'Italia dell'800, a cura di S. Soldoni, Milano, Angeli, 1989] C28L


 

§ IVAN MARKOVIC DANIELOVIC/ RUSSIA/ Danielovich/ Giovanni/ Marco/ Russia/ Firenze/ 27 Maggio/ 1870/ Anni 60/ 1093/ Jean Dainlivich, Russie, fils de Marco Dainlivich/ Talalay: Firenze 27.5.1870, di anni 60, N° 1093, RC/

ELENA NIKITICNA DIK, NATA AKZYNOVA/ RUSSIA/12. Akzynoff/ Elena/ di Nikita/ Russia/ Firenze/ 13 Maggio/ 1868/ Anni 34/ 1014/ Hélène Akzynoff, Russie, fille de Nikita veuve Dizcks/ Talalay: † Firenze 13.5.1868, di anni 34, N° 1093, RC/ [Sculptor, 1869, T. Kamensky, Portrait Medallion of sculpted marble bust within a garland inserted into now-crumbling pietra serena/ T. Kamesky]/  F10I

§ ELIZAVETA FEDOROVNA DISSON/DIXON, NATA FRIDE/ RUSSIA/ Disson nata Fride/ Elisabetta/ Teodoro/ / Firenze/ 24 Ottobre/ 1874/ Anni 59/ 1276/ Talalay: vedova di un suddito inglese, likely William Hepworth Dixon, autore del libro La Russia libera (1875), MKF, N° 1276, RC]

§ MARIJA MARTYNOVNA DOBROVOL'SKAYA/ RUSSIA/ Dobrowolsky/ Maria/ Martino/ Russia/ Firenze/ 23 Dicembre/ 1862/ Anni 50/ 811/ Marie Dobrovolosxy, Russie, fille de Martin Dobrovolsxy et de Théodosia/Talalay: Firenze 23.12.1862, di anni 50, N° 811, RC/

§ PARASKEVA RODIONOVNA DOGADINA/ RUSSIA/ Paraskewa/ Dagadin/ Nodione/ Russia/ Firenze/ 22 Luglio/ 1867/ Anni 44/ 987/ Dagadina Paraskewa, Russie, Moscau, domestique, fille de Rodian Paraskewa et de Anna/ Talalay: 'piccolo-borghesi di Mosca', MKF/ see Paraskewa

§ OL'GA DRAGOMANOVA/ RUSSIA/ Dragomanoff/ Olga/ / Russia/ Firenze/ 1 Marzo/ 1872/ Anni 27/ 1163/ Russia, fille de Michel Dragomanoff, agée de 6 mois/ Talalay: † Firenze 1.3.1872, di anni 27,N° 1163, RC/

ELIZAVETA PAVLOVNA FROLOVA NATA GALACHOVA / RUSSIA/ Froloff o Troloff/ Elisa/ / Russia/ Firenze. 4 Settembre/ 1840/ Anni 40/ 206/  Talalay: San Pietroburgo 4.1.1800-Firenze 5.9(24.8)1844/ 'andata sposa il 7.11 (26.10),1836, MKF], N° 206, RC/ F5E

IVAN NICKOLAJ GIAMARI/ RUSSIA / Giamari/ Giovanni/ Niccola/ Russia/ Firenze/ 26 Febbraio/ 1867/ Anni 78/ 973/ GIOVANNI GIAMARI/ 26 FEBRUARY 1867/ Talalay: Firenze, 25.5.1874, di anni 66, N° 973, RC/ F9F


 

SOFIJA FELICATOVNA GOLIKOVA/ RUSSIA/ Golikoff/ Sofia/ Phelitre/ Russia/ Firenze/ 12 Aprile/ 1863/ Anni 22/ 827/ Sophie Golikof, Russia, rentière. fille de Pheliter Golikoff, et de Pauline Golikoff/ [Young woman carried to heaven by winged, diademed angel]/ Talalay: nata 8.10.1841, Epitaffio: 'Blazeni cistii serdcem/ ibo oni Boga uzrjat'/Beati coloro che hanno il cuore immacolato perchè di essi è il Regno di Dio], N° 827, RC/ A8N(108) A.Tomba fecit 1864

 
 

LEONID ALEKSANDROVIC GORODECKIJ/ RUSSIA/ Gorodetzky/ Leonida/ Alessandro/ Russia/ Firenze/ 30 Settembre/ 1872/ Anni 21/ 1180/ Leonide Gorodtsky, fils d'Alexandre/ Talalay: Firenze 30(18).9.1872, di anni 21, N° 1180, RC/ B13T


 

IVAN IVANOVICH IVANOV/ RUSSIA/ Ivanoff/ Giovanni/ / Russia/ Firenze/ 19 Dicembre/ 1838/ / 177/ Talalay: Firenze, 19(7).12.1858, di anni 26, Epitaffo: kollezskij registrator/ pridvornogo Rossijskogo
Imperatorskogo stata/ lekarskij pomosnik/ registratore di collegio dello staff di Corte dell'Impero Russo, aiutante medico, N° 177, RC/ D22H

EUGENIE JESAKOFF DE KRAFT/ RUSSIA/1859, 12 Fevrier, provisoiremente deposée, Eugènie de Kraft, née d'Jesakof, l'Empire Russe, mariée au Baron de Kraft, agé de 56 ans, fille de Comte d'Jesakoff, et de Comtesse d'Jesakoff

IVAN NIKOLAEVIC KANTAKUSIN/ MOLDOVA/RUSSIA/ Cantucuzène/ Giovanni/ [Nicolai] / Romania/ Firenze/ 2 Novembre/ 1858/ Anni 35/ 650/ Talalay: Moldova 1825 - 4.11(21.10).1858; di famiglia rumena della buona società: il capostirpe della così detta linea svizzera dei Kantakuzin; 'la cerimonia funebre è stata celebrata dal padre Platon Travlinskij, priore della cappella di Casa Demidov nella proprieta di San Donato", MKF, N° 650, RC/ C24Q

§ VARVARA IL'INICNA KASINCOVA/ RUSSIA / Kachinzoff/ Barbara/ / Russia/ Firenze/ 20 Dicembre/ 1829/ / 25/  Talalay: figlia di Il'ja Kasincov, servo emancipato del conte D.P. Boutourline, N° 25, RC; Bibl: Memorie di Michail Dmitrievitch Boutourline, a cura di W. Gasperowicz e M. Talalay, trad. di M. Olsuf'eva, Lucca, Paccini Fazzi, 2001/

*°§ MARIE PETROVNA KOCHANOVSKAJA/ POLAND/ Kokanowsky/ Maria/ Pietro/ Russia/ Firenze/ 5 Novembre/ 1868/ Anni 38/ 1024/ MARIE KOCHANOWSKI/ NEE A KICHENEFF/ [Kisinev] DECEDE A FLORENCE/ LE 5 NOVEMBRE 1868/ Talalay: N° 1024, RC; 'la tomba della sua sorella Alessandra si trova nel Cimitero greco ortodosso di Livorno' ; Bibl.: M. Talalay, A.M. Canepa, 'I sepolcri dei russi a Livorno', in Nuovi Studi Livornese, II (1994); °=Gene and Ray Bogucki, Petersburgh, New York/ F5G


 

§ NICKOLAJ ALEKSANDROVICH KOLEMIN/ RUSSIA/ Koleimin/ Niccolò/ Alessandro/ Russia/ Firenze/ 21 Agosto/ 1874/ Anni 31/ 1273/ Talalay: 'tenente della guardia in congedo', MKF; Epitaffo: verujaj v Mja/ ase ne umret/ ozivet/ chi crede in Me non muore ma vivra; N° 1273, RC /E16B


 

§ NIKOLAJ VLADIMIROVIC KOVALESKIJ / RUSSIA/ Kowalewsky/ Nicolo`/ Valdimiro/ Russia/ 11 Settembre/ 1877/ Anni 23/ 1405/ Talalay: 'studente dell'università S. Vladimir di Kiev, MKF; N° 1405, RC/

§ VARVARA ARSEN'EVNA KUDRJAVCEVA NATA NELIDOVA/ RUSSIA/ Kudranzow/ Bardera [sic]/ / Russia/ Firenze/ 17 Marzo/ 1857/ Anni 30/ 609/ Bardera Kudrawzow, femme de Pierre Kudrawzow, Moscou, Empire Russe/  Talalay: 6.2.1826 - 17(5).3.1857; 'moglie di un professore dell'università di Mosca' (Petr Nikolaevic Kudrjavcev, noto storio, italianista (1816-1858), MKF; N° 609, RC; Epitaffo: nikto ne prinosil/ stol'ko scast'ja/ kak ona i tomu, kto znal/ i poterjal ee nikogda/ ne izbyt' gor'kogo sirostava/ Nessuno ha dato tanto felicità come lei e chi l'ha conosciuta e l'ha persa sara sempre amaramente orfano (epitaffio composto probabilmente dal professor Kudrjavcev rimasto vedovo)/ C25P

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Front of Kudravceva Tomb                          Back with Epitaph                                            Tomb behind with weeping orphan

IVAN LEONTEVIC LEVICKIJ (LEWITZKY)/ RUSSIA/ Leontieff Lewitzky/ Giovanni/ / Russia/ Firenze/ 5 Novembre/ 1864/ Anni 10/ 888/ Talalay: Varsavia, 31.1.1854 -Firenze 5.11.1864; 'figlio del generale luogotenente Leontij Petrovic Levickij e Sofia nata Genrius', MFK; N° 888, RC; colonna spezzata con un tralcio, Epitaffio: paz dvora/ Ego Imperatorskogo Velicestva Gosudarja Imperatora Vserossijskogo/ Aleksandra II Ty dal/ Ty vzjal/ Gospodi da budet/ Volja Tvoja Svjataja/ Do svidanija do skorogo svidanija/ ditja moe/ paggio di Sua Maesta Imperatore di tutte le Russie Alessandro II. Tu hai dato e Tu hai tolto, Signore, sia fatta la tua santa volonta. A riverderci presto, bambino mio/ A5N(61, Rebesov [sic])


 

BARONNE AUGUSTE DE MANNERHEIM/ SVEZIA/FINLAND/RUSSIA/ Mannerheim/ Barone Augusto/ Carlo/ [pencil Finlandia (Svezia)]/ Firenze/ 19 Aprile/ 1876/ / 1353/ [Cherubim reading Scroll] ICI REPOSE/ LE BARON AUGUSTE DE MANNERHEIM/ NE EN FINLANDE L'AN 1895/ MORT A FLORENCE A SAN DONATO VILLA DEMIDOFF/ LE 18 AVRIL 1876/ AIME ET REGRETTE/ Talalay: barone, Finlandia 1805- San Donato, Villa Demidoff 1876, reppresentante di una nota famiglia finlandese; in Italia era stato ospite dei Demidov, N° 1353, RC/ K. Bjorklund, 'Marskens slatingar vilar i Florens', in Sommarsondag, 15.7.2001/E18L


 

§ JULIA GOTTARDOVNA DE MANTEUFFEL/ RUSSIA/ Manteuffel (de)/ Giulia/ Gottardo/ Russia/30 Dicembre/ 1870/ Anni 80/ 1114/ Julie de Manteuffel, La Livonie, Russie, rentiere, fille de Gotard Manteuffel/ Talalay: † Firenze 30.12.1870, di anni 80, N° 1114, RC

ANATOLIJ MICHAJLOVIC MASLENNIKOV/ RUSSIA/ Masleitschikoff/ Anatolio/ / Russia/ Firenze/ 29 Gennaio/ 1873/ Anni 21/ 1196/ Anatole Masleinikoff, Russia/  Talalay: Astrachan, 4.1.1852 - 29(17).1.1873; 'figlio di un mercante delle 1? gilda', MFK; N° 1196, RC; croce su piedestallo; Epitaffio: 'Pomjani mja Gospodi/ egda priidesi vo Carstvie Tvoe'/ Ricordati di me, Signore, quando sarai nel Tuo Regno!/ F7C

ALEKSANDR ALEKSANDROVIC MORDVINOV/ RUSSIA/ Mordwinoff/ Alessandro/ Alessandro/ Russia/ Firenze/ 15 Giugno/ 1868/ Anni 25/ 1018/ +/ [Medallioned crosses on gables]/ Talalay: Mosca 21.11.1842 -Firenze 15(3).6.1868; 'segretario di collegio in congedo', MFK; N° 1020, RC; figlio del senatore Aleksandr Nikolaevic Mordvinov e della principessina giorgiana Aleksandra Semenovna Cherchelidze, revoluzionario, membro del gruppo 'Terra e Liberta', altare di marmo, Bibl.: Revoluzionnaja situazija v Rossii: 1859-1861, Moskva, 1965, ss. 420-425; V.A. Cernych, Zemlevolc Aleksandr Mordvinov (manoscritto)/ A5P(63)

§ GRIGORIJ CILIKOV MURADOV/ RUSSIA/ Mouradoff (Tchilitchkoff)/ Gregorio/ / Russia/ S. Marco Vecchio/ 5 Giugno/ 1852/ Anni 26/ 480/ Grégoire Tchititchkoff-Mouradoff, Prussia, Peintre, fil de Ariitine Tchititchkoff de Petersburg, et de Marie Sophie, sa femme/ marginal references to official documents from Russian consulate in Tuscany/ Talalay: Firenze, S. Marco Vecchio 5.6.1852, di anni 26, N° 480, RC/

BARONESSA OL'GA IVANOVNA NORDENSTAMM/ FINLAND/ Nordenstone/ Olga/ Giovanni Maurizio/ Russia/ Firenze/ 17 Novembre/ 1870/ Anni 24/ 1110/ Olga Nordenstam, Russie, fille de Général Jean Maurice Nordenstam/ OLGA NORDENSTAM/ Talalay: Nordenstamm Ol'ga Ivanovna, baronessa, Finlandia 1844 - Firenze 17.11.1870; Bibl.: K. Bjorkland, 'Marskens slatinger vilar i Florens', in Sommarsondag, 15.7.2001/A8U(132)


 

LJUDMILA BORISOVNA PAVLOVICH/ RUSSIA / Paulowich/ Ludomilla/ Boris/ Russia/ Firenze/ 13 Novembre/ 1874/ Anni 3/ 1280/ Ludmilla Poulowic, Russia, fille de Boris/ Talalay: Firenze, 13(1).11.1874, di anni 3, N° 1280, RC/ E17I


 

EVGENIJ POLJAKOV/ RUSSIA/ Poljakov/ Evgenij/ Evgenia [in Cyrillic cursive] / 27.4.1943-24.10.1996/ EVGHENI POLYAKOV/ COREOGRAFO BALLERINO MAITRE DE BALLET// EVGHENI POLYAKOV// GENIE COREOGRAFO BALLERINO/ MAITRE DE BALLET DA MOSCA DOVE NACQUE/ PORTO' IN FRANCIA E IN ITALIA/ LA GRANDE ARTE DELLA DANZA/ E LA SUA RARA PREZIOSA UMANITA'/ RIPOSA ADESSO NELLA SUA FIRENZE/ VIVO NEL CUORE DEGLI AMICI/ CON AMORE E NOSTALGIA/ A LUI UNITI PER SEMPRE/ Talalay: 1945 - Parigi 1996, coreografo, ballerino; Bibl: E. Polyakov, S. Stagni, Altre coreografie (Firenze: Edizioni Novalis, 1996); M. Talalay, Pamjati Evgenija Poljakova, in Russ,kaja Mysl', 4149 (14.11.1996), S. 17; M. Talalay, 'Florencija prosaetsja s maestro, in Russkaja Mysl', 4161, 13-02.1997, S. 16, La Firenze dei Russi (foto di M. Agus, testi di L. Tonini e M. Talalay), Firenze, Edizioni Polistampa, 2000, pp. 44-45./ D24I


 

VLADIMIR FEDOROVICH RADECKIJ/ RUSSIA / Radetzky/ W./ Teodoro/ Russia/ Firenze/ 11 Marzo/ 1871/ Anni 49/ 1122/ Talalay: † Firenze 11.3.(27.2).1871, di anni 49; 'ingegnere delle vie di comunicazione, consigliere di Stato effetivo', MFK; N° 1122, RC/ A5T(92)


 

§ MODEST NIKOLAEVICH RAZNATOVSKIJ/ RUSSIA / Raznatowsky/ Modesto/ Niccola/ Russia/ Firenze/ 12 Maggio/ 1873/ Anni 12/ 1214/ Talalay:† Firenze12.5(30.4).1873, di anni 12, 'figlio di un attendente in congedo, allievo di un ginnasio di Pietroburgo', MKF, N° 1214, RC

GEORGIJ DMITRIEVIC REBEZOV [REBESOFF]/ RUSSIA/Rébésoff/ Giorgio/ / Russia/ Firenze/ 26 Ottobre/ 1864/ Mesi 10/ 887/ [Rosebud] / Talalay: Pisa 12.12.1863 - Firenze 26.10.1864; 'figlio di Dmitrij Ivanovic Rebezov (1818-1874) e di Praskov'ja Ivanovna Cechini (1834-1905), Epitaffio: takih bo est/ Carstvie Nebesnow/ avranno il Regno Celeste; N° 887, RC/ B15M


 

KALIMA NADEZDA DE SANTIS/ NUBIA/RUSSIA/ Desantis (Speranza [=Nadezda])/ Kalinna/ / Russia/ Firenze/ 25 Agosto/ 1851/ Anni 38/ 464/ [Kalima was born in Nubia, likely a black slave, was brought to Florence in 1827, freed, baptised 'Nadezda', 'Hope', married, died a lady in Florence; her tomb with Greek Orthodox cross in stone, Cyrillic inscriptions, is near that of Hiram Powers, American Indian sculptor of the 'Greek Slave'; Talalay: Firenze27.8.1851, N° 464, RC; Epitaffio: 'Zdes' pokoitsja telo/ negritjank Kalimy/ vo Sv. Kresenii Nadezdy/ privezennoj vo Florenciju/ iz Nubii v 1827 godu/ Primi mja Gospodi/ vo Carstvie Tvoe'/Qui giace il corpo nella negressa Kalima, nel Santo/ Battesimo chiamata Nadezda (Speranza) che è stata portata a Firenze dalla Nubia nel 1827, Accoglila Signore nel Tuo Regno/E17E

§ LYDIA SECHAVCOVA, NATA ROBERTS/ ENGLAND/RUSSIA/ Roberts nei Schehavtzoff/ Lidia/ / Russia/ Napoli/ 10 Febbraio/ 1877/ / 1382/ Talalay: 12.6.1851 - Napoli 10.2.1877; moglie di un attendente in congedo, il nobile P'tr Ivanovic Sechabc'v, stabilitosi in Italia: il matrimonio ebbe luogo il 23.4.1875 nella capella privata dei Demidov a San Donato (Fondo della chiesa di S Nicola a San Donato/ Archivio della chiesa russa di Firenze); deceduta dopo aver dato alla luce la figlia Vera, le ceneri sono state traslate nel Cimitero agli Allori nel 1906 (nuova tomba 3644.B VII 69); N° 1398, RC/ see Vera Sechavceva

^*§ CONTE BORIS SIEVERS/ LETTONIA/ Sievers Boris/ Conte/ / Russia/ Firenze/ 24 Maggio/ 1844/ / 288/ [marginal note]/ le comte de Sievers, Boris, Livonia en Russie, rentier/ Talalay: - 24.5.1844; N° 288, ["suicidio", RC]/C29N

Smirnova (Smirnoff) Anastasia, † Firenze 12.12.1833, di giorni 28 [registrata in RC, ma poi cancellata].

§ ELISABETTA FABIANOVNA STAHLBERG NATA BERG/ RUSSIA/ Stahlberg nata Berg/ Elisabetta/ Fabiano/ Russia/ Firenze/ 11 Gennaio/ 1874/ Anni 19/ 1238/ Talalay: † Firenze 11.1.1874, di anni 19,RC E13C

^*§ CONTESSA ELEANORE EMILIE STENBOCK-FERMOR/ RUSSIA/SVEZIA / Stenbock (Fermor) [pencilled brackets]/ Contessa Eleonora Emilia / / Russia [pencil, (Svezia)]/ /18 Febbraio/ 1859/ Anni 44/ 664/ Comtessa Eleanore Emilie Stenbock Fermor, Neuenhoff en Estonie, proprietaire, fille de Comte Magnus Johann Stenbock Fermor, Colonel Russe, et de Comtesse Friederike Auguste, née Gernet/ HIER RUHT IN GOTT/ ELEANORE STENBOCK FERMOR/ . . . / DEN 18TH FEBRUAR 1859/ Talalay: Firenze 18.2.1859, di anni 44 [figlia di Ivan Jakovlevic, il primo conte (dal 1825) Stenbock-Fermor], N° 664, RC C22P

[* KARL PHILIPPE STICHLING/ GERMANIA/ Stichling/ Carlo Filippo/ / Germania/ Firenze/ 27 Settembre/ 1841/ Anni 33/ 225/ Consolo Russiano/ F6E

]

^*§ DOROTEA FREDERIKOVNA DE THOM NATA PIONTKOVSKAJA/ RUSSIA/ Thom (De) nata de Pionthowsky/ Vedova Dorotea/ Gio: Federigo/ Russia/ Firenze/ 27 Gennaio/ 1864/ Anni 59/ 862/ Dorothèe Corinne de Thom, née Pionthowsky, Levonie, Russie, rentiere, fille de Jean Frédéric de Pionthowsky et de Jeanne Elisabeth, née Boström/ Talalay: † Firenze 27.1.1864 di 59 anni, n. 862 [RC], tomba non è conservata,RC/

VERA LEONIDOVNA URUSOVA/ RUSSIA/ +/ Ouroussoff/ Vera/ Principe Leonida/ Russia/ Firenze/ 28 Aprile/ 1872/ Anni 4/ [1165] / +/ fille du Prince Leonid Ourousoff/ Talalay: Urusova Vera Leonidovna, principessina, 1868 - 28.4.1872, figlia del principe Leonid Dmitrievic Urosov (1837-1885), vice-governatore della citta Tula e di Maria Segeevna Malzeva (1844-Roma 1904); N° 1165, RC;  lapide di marmo bianco: Epitaffio: Christos Voskrese (Cristo è risorto)/ A3O(16)

F'DOR PAVLOVIC D'OUSSOW/ USOV/ RUSSIA/ D'Oussow/ Teodoro/ Paolo/ Russia/ Firenze/ 28 Marzo/ 1876/ Anni 55/ 1350/ [Angel holding Cross, in other hand, with Ribboned Garland of Flowers, below Cross and Coat of Arms the Russian inscription is no longer legible from restoration cleaning] TEODORO E GUGLIELMINA D'OUSSOW/ E14I/

GUGLIELMINA (AMBROSUS) D'OUSSOW/ USOVA/ GERMANIA/RUSSIA/ D'Oussow nata Ambrosus/ Vedova Guglielmina/ Niccolò/ Germania/ Firenze/ 18 Novembre/ 1876/ Anni 43/ 1370/ TEODORO E GUGLIELMINA D'OUSSOW/ Talalay: † Firenze 18.11.1876, RC/ E14I/ see Ambrosus/Usova

PAUL POLIDOROVIC VENTURA/ MOLDOVA/RUSSIA/ Ventura/ Paolo/ Polidoro/ Germania/ Firenze/ 25 Gennaio/ 1859/ Anni 3/ 662/ Paul Ventura, Moldavie, fils du Colonel Polydore Ventura/ AICE ODIXXESTE/ PRUNKUL/ PAUL P. VENTURA/ NASKET LA MOLDOVA/ IN 5 DEKEMBRE 1855/ MORI LA FLORENCE IN 25 IANUARI 1859/ Talalay: Moldova 30.12.1855 - Firenze, 13.1.1859; N° 1091, RC; Tomba con alto piedistallo e stemma con motto: Ense et Consilio/ C26P

§ ALEKSANDR VICHMENEV/ RUSSIA/ Vichmenev/Aleksandr/ Talalay: 7.6.1865/ aet 29/ N° 910, RC/ See
Tikhmenew/ Alessandro/ / Russia/ Firenze/ 7 Giugno/ 1865/ Anni 29/ 910/ Alexandre Tikhmenew, Russie/ Talalay:Firenze 7.6.1865, di anni 29, n. 910 [RC], tomba non è conservata.

§ MICHAIL DMITRIEVICH ZASSECKIJ/ RUSSIA / Zassetzky/ Michele/ Demetrio/ Russia/ Firenze/ 2 Dicembre/ 1874/ Anni 61/ 1284/ Spedito in Russia/ Talalay: Mosca 25.20.1813-Firenze 2.12.1874, di anni 61; 'diplomatico; Vera Michaijlovna Zaseckaja, figlia di M.D. Zaszeckij, è vissuto a lungo a Firenze, dove è stata fra le promotrici della costruzione della chiesa russ che avrebbe voluto dedicare all'Arcangelo Michele in memoria del padre'; N° 1284/ (i resti sono stati traslati in Russia)

§ ZELEZNOVA (GELESNOFF) VERA MICHAJLOVNA/ RUSSIA/Gelesnoff/ Vera/ Michele/ Russia/ Firenze/ 27 Aprile/ 1870/ Mesi 26/ 1091 / Talalay: '† Firenze 27.4.1870, figlia dell'artista Michail I. Gelesnov, N° 1091, RC/ tomba non è conservata.

§ ALEKSANDR MICHAJLOVIC ZUKOVSKIJ/ RUSSIA/Talalay: /23.8.1812 - Firenze 6.2(25.1).1856; 'general-maggiore al seguito di Sua Maesta l'Imperatore', MFK; Epitaffio: upokoj Gospodi dusu raba Tvoego/ Accogli in pace, Signore, l'anima del Tuo schiavo/


Traduzione di Lucia Tonini

1 Cfr: Il cimitero acattolico di Roma, a cura di J. Beck-Friis (ultima ed.: Roma 1997); V. Gasperovicz, M. Ju. Katin-Jarcev, M. G. Talalay, A. A. Sumkov, Kladbise Testacco v Rime [Il cimitero Testaccio a Roma], Sankt-Peterburg 2000.
2 2 G. Panessa, Le comunità greche a Livorno, Livorno 1991.
3 M. Talalay, A.M. Canepa, 'I sepolcri dei russi a Livorno', in Nuovi Studi Livornesi, Vol. II, 1994, pp. 233-258.
4 Citiamo ad esempio la principessa Marija Sumbatova in Guanci, sepolta nella cripta della basilica di S. Miniato.
5 Uno di questi, Severin Gedeke, partecipo persino alla rivolta per l'indipendenza e morì a Firenze per una ferita provocata dalle armate dello Zar.


 


DA MOSCA A FIRENZE: I KUDRJAVCEV E L'ITALIA

LUCIA TONINI
 


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Front of Kudravceva Tomb                          Back with Epitaph
 

 Tomb behind with weeping orphan

§ VARVARA ARSEN'EVNA KUDRJAVCEVA NATA NELIDOVA/ RUSSIA/ Kudranzow/ Bardera [sic]/ / Russia/ Firenze/ 17 Marzo/ 1857/ Anni 30/ 609/ Bardera Kudrawzow, femme de Pierre Kudrawzow, Moscou, Empire Russe/ Kudrjavceva, nata Nelidova, Varvara Arsen'evna/ Talalay: 6.2.1826 - 17(5).3.1857; 'moglie di un professore dell'università di Mosca' (Petr Nikolaevic Kudrjavcev, noto storico, italianista (1816-1858), MKF; N° 609, RC; Epitaffo: nikto ne prinosil/ stol'ko scast'ja/ kak ona i tomu, kto znal/ i poterjal ee nikogda/ ne izbyt' gor'kogo sirostava/ Nessuno ha dato tanta felicità come lei e chi l'ha conosciuta e l'ha persa sarà sempre amaramente orfano (epitaffio composto probabilmente dal professor Kudrjavcev rimasto vedovo)/ C25P

^* MARIA MERCADANTI/ SVIZZERA/ Mercadant/ Maria/ / Svizzera/ Firenze/ 29 Gennaio/ 1832/ Anni 23/ 57/ C25O [Weeping orphan already in situ when Kudravcev planned his wife's tomb]


opo un panorama generale sulle presenze russe al Cimitero 'degli Inglesi' questa sarà una sorta di zoommata in particolare su una di esse che ci dà l’opportunità di accennare al significato del rapporto fra la cultura russa e Firenze alla metà del XIX secolo. Si tratta qui della  tomba di Varvara Arsenjevna Kudrjavceva, nata Nelidova che il marito Piotr depose nal marzo 1857 durante il soggiorno della coppia nella città. Il monumento non ha riferimenti religiosi e la scritta sulla lapide è espressione  solo del chiuso e inconsolabile dolore per la perdita. Tornato in patria nell’ottobre, anche Petr Kudrjavcev morirà inconsolabile nel gennaio del 1858, pochi mesi dopo la moglie.

Ma chi era Petr Kudrjavcev e perché era a Firenze. Era forse uno dei tanti rappresentanti della nobiltà russa che arrivavano a Firenze , sulle orme di un Grand Tour verso la Classicità o un membro di una famiglia di piccoli commercianti arrivato al servizio di qualche gran signore e poi emancipatosi, un diplomatico o un militare proveniente dal porto di Livorno ? No Kudrjavcev era uno dei primi rappresentanti di una nuova classe di raznochincy, borghesi possiamo dire, un rappresentante dell’intellighenzia russa degli anni ‘50, professore dell’Università di Mosca, fra i primi ad affrontare in Russia da storico moderno il Medioevo Europeo e a divulgarne la conoscenza in Russia.

Venendo nella capitale toscana Petr Nikolaevic Kudrjavcev , realizzava  uno dei sogni della sua vita di studioso che all’Italia aveva dedicato i maggiori suoi lavori. Professore di storia all’Università di Mosca era stato allievo di Granovskij, fondatore della Medievistica russa e lo aveva poi sostituito alla cattedra di storia Orientale e in seguito di storia Greca. Negli anni ’40, per completare il corso dei suoi studi , aveva fatto un lungo soggiorno all’estero durante il quale aveva frequentato le lezioni di Schelling e Werder a Berlino e aveva seguito corsi di storia dell’Arte a Dresda, a Parigi e a Vienna, che ispireranno in seguito alcuni suoi lavori. Nel 1844 la sua tesi di dottorato sul  “Papato e al Sacro romano impero nei secoli IX, X e XI” era stata subito occasione di disputa con lo storico e letterato Shevyrjov ,  in seguito fra i frequentatori del Gabinetto Vieusseux e autore della prima  “Storia della letteratura russa “ in italiano, che da un’ottica strettamente nazionale e ortodossa lo accusava di eccessivo ‘filipapismo’. La tesi infatti non verrà pubblicata.

A seguito di questo primo lavoro K. pubblicherà invece nel 1850 la sua opera fondamentale intitolata “Il destino dell’Italia dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente fino a Carlo Magno”, alla quale in seguito si aggiungeranno numerosi scritti impostati a un criticismo storico di stampo Niburiano, sull’”Attendibilità della storia “ o “Sulle condizioni e il significato della storia contemporanea “ cui metterà mano nei primi anni ’50. Entrato all’università nel 1850 come professore, subentrerà poi al suo maestro Granovskij alla morte di questi pochi anni dopo affiancando a quella di professore l’attivitè di  pubblicista che lo portò ad occuparsi su riviste come “Otechestvennye zapiski” (Memorie patrie) o Russkij Vestnik (Il messaggero russo ) di temi storico artistici come “La Venere di Milo”  o “Il Belvedere” sulla Galleria di Vienna.
Nel pieno della sua attività, partendo per un periodo di cura e studio a Firenze nel 1857 era stato salutato  da un  gruppo affezionato di studenti del corso di storia e dai colleghi di filosofia e storia russa fra cui P. Leont’ev divulgatore della filosofia di Schelling in Russia e Sergej Solov’ev autore della “Storia di Russia”.

La scelta di Firenze non era casuale ma  era motivata dall’interesse per la storia e la cultura della città che Kudrjavcev aveva coltivato nel corso dei suoi studi , in particolare quelli centrati sulla figura di Dante. A seguito infatti della comparsa nel 1851 dell’ opera di Foriel sull’origine della letteratura italiana e su Dante  e nell’anno seguente di quella di Vegele  “Vita e opera di Dante”, egli aveva messo in luce l’importanza della biografia del grande autore: “su di essa – dice Kudrjavcev – vale la pena di soffermarsi almeno quanto sulla sua opera” e per questo era sua intenzione promuoverne la conoscenza anche in lingua russa. Si dedica così  a scrivere una biografia del poeta, la prima in lingua russa, di cui tuttavia riuscirà a portare a termine solo i primi due capitoli sulla sua giovinezza. Il significato e la lettura che da della biografia dantesca si concentra, nei brani che sono a nostra conoscenza, sulla lotta fra le due fazioni opposte dei guelfi e dei ghibellini come caratteristica della del feudalismo italiano che si svolge tutto all’interno delle mura urbane, come fenomeno strettamente cittadino. Il fattore ideale tuttavia  interveniva nella società medievale soprattutto attraverso lo spirito delle crociate e le espressioni di amore cavalleresco visto come servizio alla donna, cantato dalla poesia trobadorica, fonte di ispirazione che, secondo l’autore, colmava una insufficienza di forti principi morali di vita. Dante riscatta questa condizione facendo dell’amore per  Beatrice non solo la luce della sua giovinezza ma il movente di una “Vita nova” .

In seguito, dopo aver trattato di temi legati al rapporto fra la politica del Sacro Romano Impero e la riforma di Lutero nel saggio intitolato “Carlo V”, nell’anno della sua venuta a Firenze Kudrjavcev torna su temi più strettamente fiorentini in un lavoro dal doppio titolo “Gioventù di Caterina dei Medici” o “Episodio dagli ultimi tempi della repubblica fiorentina”, tema suscitato dalla pubblicazione dell’opera di Reimont. Il racconto della gioventù di Caterina diventa pretesto per un saggio sulla storia fiorentina  e  in particolare sull’assedio del 1530, nel quale Kudrjavcev tende a dimostrare come l’equilibrio fra le forze politiche sia l’unica garanzia della stabilità di uno Stato.

L’interesse per la storia fiorentina diventa, nell’anno del suo soggiorno in questa città, reportage di cronaca che vide la luce su “Russkij vestnik” a più riprese.

Ma quello che è interessante osservare è come l’opera dello storico russo che fu tra i primi ad occuparsi e diffondere in Russia la storiografia fiorentina sulla scia di stimoli provenienti da autori di risonanza europea, pur meritandosi in patria accuse di scarso patriottismo non può prescindere nei suoi corsi universitari dai fondamenti di quella che in seguito sarà una interpretazione tutta russa del Rinascimento italiano, che rifiuta di allinearsi con la civiltà che da questo è nata e arrivando a delinearne i tratti demoniaci di una filosofia dell’Anticristo. Kudrjavcev, se pur in forma ancora velata mette tuttavia  in evidenza “l’indifferenza religiosa” che contraddistingue il nuovo orientamento che “lo doveva portare molto in basso”, in tutta una serie di articoli che sono stati ripubblicati negli ultimi anni ‘90.

Per concludere tornando alla figura del medioevo italiano che ha maggiore significato per lo storico russo e alla vicenda personale che lo lega al Cimitero 'degli Inglesi' è curioso notare come descrivendo la visione  giovanile avuta da Dante della morte di Beatrice Kudrjavcev precorre e descrive quasi quelli che saranno i suoi stessi sentimenti alla morte della propria moglie :” Egli era nella condizione nella quale uno dice a se stesso che per lui tutto è perduto in questo mondo. Proprio così: avvertiva il vuoto intorno non solo nel suo cuore ma anche nel mondo intero … Come prima nell’immagine di Beatrice si concentrava tutta la bellezza  e ogni merito, così ora gli sembrava che la città non avesse più alcun merito mancando colei che ai suoi occhi era la sua unica abbellimento; era pronto a dolersi con tutto il mondo della sua perdita come se  tutti fossero colpevoli della sua morte e tutti dovessero dolersene in egual modo”.  Le parole scritte sulla lapide della moglie nella città che egli amava sembrano risuonare quelle del suo maggior poeta : “Nessuno ha dato tanta gioia quanta ne ha data lei e chi l’ha conosciuta e l’ha perduta sarà sempre amaramente orfano” Ma per Dante la perdita della donna amata era solo un passaggio a un periodo di una Nuova Vita mentre per lui ne segnò effettivamente la fine.
 
 

© Lucia Tonini, 2004


LE RAGIONE DI UN'ASSENZA, I MOTIVI DI UNA PRESENZA: POLACCHI E UNGHERESI

LUCA BERNARDINI
 

In a recess is the monument to the Polish Countess Zamoyska, of the family Czartoryska, by the celebrated modern Tuscan sculptor Bartolini - one of his best works.  She is seated almost upright on her bed, painfully emaciated, and with all the appearance of approaching death.  The execution is admirable, but the representation of disease and dissolution is as unpleasing as it is inappropriate in a record of the life and immortality of the soul.

Joanna and Susan Horner, Walks in Florence
 

As to my children, Augustus, whom you scarcely know, is a volunteer in the army according to our law of universal conscriptio. Charles you may have seen at Florence. I sent him thither to visit his grandmother. Polixena gets handsome and clever; little Garibaldi is to go to school September next.

Ferencz Pulsky writing to Thomas Adolphus Trollope, from Pesth, 27 March 1869


uando sono stato invitato da Maurizio Bossi a prendere parte al convegno ho provato quelli che in inglese si chiamano “mixed feelings”. Una grande felicità, piuttosto naturale per uno che ha passato gran parte della sua vita in Piazza Donatello, al n. 18, angolo con via degli Artisti (un tempo si sarebbe detto: accanto al giornalaio, ma ora il giornalaio - come altre cose a Firenze - non c’è più). E un po’ d’imbarazzo: io sono un polonista, con un generico interesse per tutto ciò che viene dall’est europeo, ma i polacchi – si sa – da 350 anni sono cattolici, molto cattolici, pure troppo, e quindi – al cimitero detto “degli Inglesi” non ce ne sono. O quasi. Non che a Firenze manchino sepolture più o meno celebri di polacchi più o meno famosi. Nella cappella Salviati in Santa Croce troviamo la tomba di Zofia Czartoryska (1778-1837), opera di Lorenzo Bartolini, che nel suo Reisehandbuch für Italien (Berlin, 1853) Eduard von Lossow avrebbe segnalato come meritevole - da sola – di un viaggio a Firenze. Nella cappella Castellani, invece, fa mostra di sé il bel sepolcro di Michal Bogoria Skotnicki (1775-1808), dovuto allo scalpello di Stefano Ricci: un aneddoto, riportato da Stanislaw Dunin-Borkowski, che visitò l’Italia nel 1815-16, voleva aver Canova firmato a matita («Canova fecit») la base del monumento di cui avrebbe molto voluto essere l'autore. Nel 1861, lo storico dell'arte Jozef Kremer dal canto suo avrebbe constatato con un certo orgoglio che la presenza del monumento di Ricci in Santa Croce era stata segnalata da Valery (pseudonimo di A. C. Pasquin) nei suoi Voyages historiques [...] en Italie (Bruxelles, 1835). Avendo Elzbieta Laskiewicz fattone realizzare una copia per la cappella dei ‘Szafrancy’ nella cattedrale del Wawel, la memoria del pittore polacco sopravvive al contempo nel Panteon fiorentino e in quello della “Firenze del Nord”, Cracovia. Sono ancora da segnalare a Firenze le tombe, sempre in Santa Croce, del musicista Michal Kleofas Oginski, di Zofia Cieszkowska, opera dello scultore polacco Teofil Lenartowicz, e la misconosciuta lapide di Aleksandra Moszczenska, un infelice amore del poeta romantico Juliusz Slowacki. A Trespiano si trova il monumento funebre, opera di Roberto Pazzaglia, del filosofo Stanislaw Brzozowski, una delle figure più importanti della cultura polacca a cavallo fra il XIX e il XX secolo, ma al cimitero “degli inglesi” tombe di polacchi, cattolici di provata fede, come abbiamo detto, non ve ne sono, o quasi. Vedremo poi in che cosa consista questo quasi.

Sono relativamente numerose invece le sepolture di ungheresi. Accanto allo sconosciuto barone Emil Kann, morto a 27 anni nel 1873, alla figlioletta Isabella, di soli due anni e morta lo stesso giorno, e al figlio Georg Emil, morto dieci giorni dopo ad appena tre anni,


* BARON EMILE KANN/ HUNGARIA/ GEORGES EMILE KANN, ISABELLE FLORA KANN/ ITALY/ +/ Kann/ Barone Emilio/ Abramo/ Austria/ Firenze/ 9 Maggio/ 1873/ Anni 27/ 1213/ +/ * Kann/ Giorgio Emilio/ Emilio/ Austria/ Firenze/ 19 Maggio/ 1873/ Anni 3/ 1212/ * Kann/ Isabelle/ Emilio/ Austria/ Firenze/ 8 Maggio/ 1873/ Anni 2/ 1212[Swiss cross in garland] / Isabelle Kann, Florence, agé de 2 ans 2 mois, fils de Emile Kann/ Baron Emile Kann, Hongrie, Rentier, fil de Abraham Kann/ George Emile Kann, Hongarie, agé de 3 ans 2 mois, fils de Baron Emile Kann/ EMILE KANN/ MON MARI/ ET VOUS GEORGES ET ISABELLE/ FRUITS DE NOTRE AMOUR/ CE MARBRE DEDIE A NOTRE MEMOIRE/ PASSERA COME TOUTE CHOSE/ MAIS LES SENTIMENTS SACRE/ QUI M'ANIME/ TRIUMPHERA DI TOMBEAU/ AU REVOIR/ MARGUERITE/ EMILE KANN/ NE A VIENNE LE 1 JUILLET 1845/ MORT A FLORENCE LE 9 MAI 1873/ GEORGES EMILE KANN/ NE A FLORENCE LE 7 MARS 1870/ MORT A FLORENCE LE 1 MAI 1873/ ISABELLE FLORA KANN/ NEE A FLORENCE LE 24 FEVRIER 1871/ MORTE A FLORENCE LE 8 MAI 1873/B13P


troviamo personaggi più noti, come Gyula Pulszky (1849-1863), Caterina Marko Nicary (1789-1877), Victor Geyza Szilassy (1822-1859).


aaa

* GYULA PULSZKY/ AUSTRIA/HUNGARY/ Pulszky/ Giulio/ Francesco/ Austria [later corrected to 'Hongrie']/ Firenze/ 19 Novembre/ 1863/ Anni 14/ 856/?/ Giulio Pulszky, Hongrie, Balog, fils de François Pulszky de Lubois e Cselfabra, et de Thérèse, née Walter/ Thomas Adolphus Trollope, What I Remember, II. 233-243, who quotes Franz Pulszky's letter to him, p.239, naming his surviving children, Augustus, Charles, Polixena, and Garibaldi/ [Boy above Florence] PULSZKY GYVLA/ SZBALOGON MARE XXVII MDCCIL + FLORENCZBEN NOV XVIII MDCCCLXIII/ SIRATIAK A. KEDVES LEJAT/ SZULEI FERENCZ S TEBEZ/ NAGY ANYJA WALTER HENRIETTA/ TESTVEREI AGOST GABOR HARRIET KAROLY POLYXENA GARIBALDI/ F3F


Il personaggio più interessante e conosciuto fra le figure legate alle sepolture del cimitero degli inglesi è sicuramente Ferencz Pulszky. Nato a Eperjes (oggi Presov, in Slovacchia) nel 1814, morto a Budapest nel 1889, archeologo, raffinato collezionista di antichità e oggetti d'arte, deputato alla Dieta ungherese e al comitato Saros, segretario di stato al ministero delle Finanze austriaco, reportagista e romanziere, futuro direttore (dal 1869) del Museo nazionale ungherese, Pulszky prese parte attivissima agli avvenimenti che portarono alla guerra d'indipendenza ungherese. Nel 1849 fu inviato da Lajos Kossuth a rappresentare in Inghilterra l'Ungheria libera. Pulszky - che da giovane, come archeologo e collezionista, aveva viaggiato a lungo nella Penisola, fin da una prima visita effettuata nel 1833 in compagnia dello zio Gábor Fejérváry – a Londra si trovò in stretto contatto con gli esuli italiani, primo fra tutti Giuseppe Mazzini. Mazzini, deciso a coinvolgere la "nazione sorella ungherese" in un'alleanza antiaustriaca che l'affiancasse agli italiani e ai serbo-croati, cercò attraverso Pulszky di convincere Kossuth a entrare nel Comitato centrale democratico europeo cui aveva dato vita insieme a rappresentanti francesi, polacchi e tedeschi. Pulszky fu l'intermediario dell'incontro avvenuto fra Kossuth e Mazzini a Londra nell'autunno del 1851, subito dopo il quale partì in compagnia del dittatore ungherese alla volta degli Stati Uniti. Dopo la dolorosa controversia insorta con Kossuth a causa dell'insuccesso del sollevamento di Milano (6 febbraio 1853) i rapporti fra Pulszky e Mazzini si raffreddarono in modo significativo, almeno fino al 1858. Nel 1860 Pulszky si recava a Torino - sotto le spoglie di corrispondente estero del London Daily news - come rappresentante di Kossuth presso Cavour, in vista di una nuova guerra contro l'Austria. Questo avrebbe significato una rottura definitiva con Mazzini, se non che Pulszky, deluso dal'atteggiamento attendista di Kossuth, si sarebbe convinto a seguire Garibaldi nella sua spedizione sull'Aspromonte (1862), riavvicinandosi all'esule ligure. L'anno era quello in cui si venne organizzando l'insurrezione nazionale polacca, che vide un convinto fautore in Mazzini e uno strenuo avversario in Pulszky, diffidente dei "sogni torbidi ed anarchici degli agitatori polacchi"1. Questo finì col provocare la conclusione di ogni rapporto fra l'attivista italiano e l’archeologo ungherese, e in buona sostanza il ritiro dalla vita politica di quest'ultimo, che nel 1863, quando la Polonia insorgeva contro l'occupante russo, lasciava Torino, convinto dell'inutilità di ulteriori negoziati col governo italiano, e si trasferiva a Firenze. A Firenze Pulszky era già conosciuto per aver esposto al bargello, nel 1860, gli oggetti medievali della sua collezionie. L’autore de I giacobini ungheresi si stabilì nella Villa Petrovich, oggi detta “della Costa”, a Santa Margherita a Montici2, e strinse amicizia con Francesco dall'Ongaro. La casa di Pulszky, in cui l'archeologo aveva esposto la propria collezione di specchi etruschi, bronzetti romani e glittica antica, divenne uno dei salotti più in vista della capitale, dove il sabato non era difficile incontrare ministri di stato come Marco Minghetti o Emilio Venosta-Visconti, dove Dall'Ongaro teneva le sue lecturae Dantis e dove - in occasione del sesto centenario della nascita dell'Alighieri - Rossi e Salvini ebbero a recitare, insieme, le terzine della Divina Commedia. Pulszky abbandonò Firenze per l'Ungheria alla vigilia del Vorvertrag (Compromesso) del 1867, grazie all'amnistia imperiale concessa da Francesco Giuseppe ai fuoriusciti politici nel 1866. In Italia lasciava il figlioletto Gyula, morto nel 1863 a soli 14 anni e sepolto nel cimitero degli Inglesi. Pulszky tragicamente fece ritorno nella sua patria nel settembre del 1866 per seppellirvi la moglie Therese Walther, austriaca, scrittrice, sposata nel 1845, e la figlia Henriette, nonché il figlio Gábor, che aveva combattuto insieme a Garibaldi, tutti vittime della spaventosa epidemia di colera di quell'anno. All'amicizia con l'eroe dei due mondi Pulszky consacrò il nome dell'ultimo nato, come si evince anche dalla lapide del sepolcro di Gyula.

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Da Alta Macadam, Americans in Florence: A Complete Guide to the City and Places Associated with Americans Past and Present, Firenze: Giunti, 2003. Santa Margherita a Montici in basso a destra. La tomba di Gyula Pulszky raffigura in rilievo la veduta di Firenze da Montici.

Della permanenza fiorentina di Pulszky, nei confronti della cui attività politica Karl Marx fin dai tempi del soggiorno londinese aveva espresso giudizi feroci, avanzando persino il sospetto che fosse una spia degli austriaci3, ha lasciato un resoconto piuttosto fatuo T. A. Trollope. Grazie a Trollope comunque veniamo a sapere che fra i frequentatori del salotto fiorentino di Pulszky vi fu Bakunin4. Troviamo nel suo What I remember:

Among other people more or less off the world’s beaten track, I used to meet there a very extraordinary Russian, who had accomplished the rare feat of escaping from Siberia. He was a nihilist of the most uncompromising type: a huge, shaggy man, with an unkempt head and chest like those of a bear; and by his side – more or less – there was a pretty, petite, dainty little young wife – beauty and the beast, if ever that storied couple were seen in the flesh!
La conferma che il personaggio che tanta perplessità aveva destato in Trollope fosse il celebre pensatore russo ce la dà una scrittice polacca, Maria z Przezdzieckich Walewska, che nel suo i Polacchi a Parigi, Firenze e Dresda, (Warszawa 1930) segnalava esattamente in quel periodo la presenza di Bakunin in un altro salotto fiorentino, quello del conte Roger Raczynski5. Se quindi Pulszky a Firenze conobbe Bakunin6, è molto probabile che vi possa aver fatto la conoscenza anche di un altro celebre fuoriuscito, al quale lo legava una comune ammirazione per Giuseppe Garibaldi, il generale Jóseph Hauke Bosak, eroe del powstanie del 1863. Giunto nella città toscana nella seconda metà del 1864, trovatosi in difficoltà finanziarie, Hauke Bosak volle farsi pittore per mantenere la famiglia7. A Firenze conobbe Bakunin, e da Firenze nell’aprile-maggio del 1865 si recò a trovare Garibaldi a Caprera. Dopo aver cercato di organizzare, d'intesa con l'eroe dei due mondi, una Legione polacca che prendesse parte alla guerra contro l'Austria del 1866, e di cui avrebbe dovuto assumere il comando, Hauke si arruolò nel garibaldino Esercito dei Vosgi e prese parte attiva - come generale di brigata - al conflitto franco-prussiano, cadendo in combattimento durante la difesa di Digione, nel 1871.

Con Hauke Bosak era giunto a Firenze un altro partecipante della sfortunata insurrezione anti russa del 1863, l’unico polacco sepolto al cimitero degli Inglesi. Si tratta di Seweryn Goedke, commissario del Governo nazionale presso i reparti che combatterono nel voivodato di Podlasie, nei pressi di Lublino, che a 27 anni giunse nell’allora capitale italiana per morirvi in conseguenza delle ferite ricevute in combattimento. La lapide del monumento sepolcrale conservato nel cimitero evangelico recita in latino: Severinus Goedke / Polonus / Patriae suae vindex / Filius bonus / Amicus fidelis / Civis probus / Miles intrepidus / Obiit in Exilio Florentiae / Fratres fratre posuerunt. Sul verso della lapide, troviamo in polacco che Goedke, «polacco / per stirpe, cuore, intelletto e gesta», nel 1863 era stato commissario del governo insurrezionale, e che era morto a Firenze il 3 maggio 1864. In Il cimitero protestante detto ‘degli Inglesi’ (Firenze, 1981, p. 20) il pastore Luigi Santini annotava che Goedke «giunto in esilio a Firenze, non sopravvisse a lungo alla ferite, dopo i patimenti che avevano fiaccato la sua giovane fibra. Per non voluta ironia, il registro del cimitero segnala: “Patria – Russia”».
 
 
SEVERINUS GOEDKE
POLONUS
PATRIAE SUAE VINDEX
FILIUS BONUS
AMICUS FIDELIS
CIVIS PROBUS
MILES INTREPIDUS
ORBIIT IN EXILIO FLORENTIAE
 FRATRES FRATRE POSUERUNT
Iscrizione in latino                                                                                                                                          Iscrizione in polacco

SEVERINUS GOEDKE/ POLAND/RUSSIA/ Gethke (Zimbowsky)/ Severino/ / Russia/ Firenze/ 3 Maggio/ 1864/ Anni 26/ 868/ Severin Gethke, dit Zimbowsky, Varsovie, Pologne, rentier/ [Cross] SEVERINUS GOEDKE/ PATRIAE SUAE VINDEX/ MDCCCLXIII/ FILIUS BONUS/ AMICUS FIDELIS/ CIVIS PROBUS/ MILES INTREPIDUS/ OBIIT IN EXILIO FLORENTIAE / MDCCCLXIV/ FRATRES FRATRE POSUERUNT. . . // A6N(82)


In realtà, Goedke avrebbe potuto non essere l’unico patriota polacco sepolto al cimitero degli Inglesi. A lungo risiedè a Firenze Bernard Zaydler (1799-1855), un assiduo frequentatore del gabinetto di lettura fondato da G. P. Vieusseux, nonché collaboratore saltuario dell’Antologia, giurista e storico, oggi conosciuto per la sua meritoria Storia della Polonia (Firenze 1831), ma soprattutto per aver ospitato in casa propria - al n. 65 di Via della Scala - personaggi come l'architetto Piotr Ajgner o come il poeta romantico Juliusz Slowacki. Nell’aprile del 1848 Zaydler conobbe di persona il poeta Adam Mickiewicz, giunto a Firenze alla testa di una costituenda “Legione Polacca” che avrebbe affiancato gli italiani nella guerra di indipendenza antiaustriaca. In autunno Zaydler cercò di arruolarsi nella Legione. Inizialmente respinto in quanto troppo in là con gli anni, riuscì ad entrare a farvi parte come “dottore”. Dottore, Zaydler in effetti lo era, ma in legge! Giunse, a fatica, col reparto di Mauricy Hauke e Ignacy Klukowski fino a Borgo San Lorenzo solamente per essere rispedito a casa dal comandante Mikolaj Kamienski, quando questi si accorse che il sedicente medico "ne sait pas son métier"8. Grazie a un suo rivale nel campo delle scienze storiche, l'abate Sebastiano Ciampi, sappiamo che Zaydler «da protestante si fece cattolico romano» per amore di una donna, la governante Giuseppina Doccioli. Meglio avrebbe forse fatto a rimanere protestante, visto che la Doccioli era in seguito impazzita, anche se non al punto da rinunciare ai cospicui alimenti che pretese dopo essersi separata. Né sembra che Zaydler abbia avuto più successo come storico che come combattente o come convertito a fini matrimoniali, se Vieusseux nel 1853 gli avrebbe rispedito ben quindici copie della sua Storia delle operazioni militari delle legioni polacche in Italia (Vercelli, 1848) rimastegli in deposito dall'anno di pubblicazione.9

Maggior fortuna sembrano invece aver conosciuto i residenti ungheresi di cui si sono conservate le tracce nel cimitero. Katalin (Caterina) Nicary (1789-1877) era la moglie, o per meglio dire, la vedova di un pittore piuttosto celebre, Karol Marko, giunto a Firenze nel 1840. Nato a Loecse, oggi in Slovacchia, Marko lasciò ben presto gli studi di ingegneria per la pittura, e da Budapest – dove lavorò come disegnatore per l’archeologo Gabriel Fejervary, si trasferì a Vienna. Giunto in Italia nel 1832, dapprima a Pisa e poi a Roma, dove frequentò la cerchia di Thorwaldsen e conobbe Massimo d’Azeglio, Marko venne affinando la sua tecnica paesaggistica, dove raggiunse notevoli risultati, testimoniati, fra l’altro, da due vedute “toscane”, Paesaggio con arcobaleno, e Tramonto. A seguito della loro esposizione a Firenze, nel 1840 il Granduca di Toscana offrì a Marko una cattedra presso l’Accademia di Belle Arti. Dopo alcuni anni di residenza in città, Marko si trasferì nella Villa Lapeggi, all’Antella, proprietà dei suoi migliori amici e mecenati fiorentini, i conti Ugolino e Gualfredo della Gherardesca. Qui sarebbe morto nel 1860, avendo fatto apporre sulla lapide nel locale cimitero la dizione: «Nacque Ungherese. Piegò a Lampeggi e posa qui Carlo Marko», con l’immodesta aggiunta: «Nome fra gl’immortali». Dei suoi sette figli, tre: Karl, Andreas e Franz, riprenderanno l’attività pittorica del padre. Karl rimarrà a vivere a Firenze, divenendo a sua volta un pittore di paesaggi di una certa fama. Allievo di Marko fu dal 1854 quel Geyza (Vittorio) Szillassy (1822-1859) di cui alcune tele oggi si trovano al Museo Nazionale a Budapest e che riposa non lontano dalla vedova del maestro sotto i cipressi del cimitero degli Inglesi.

Se forse per i motivi sopraddetti non troviamo nessuna testimonianza diretta di una visita di qualche viaggiatore polacco al cimitero di Piazza Donatello, vi è però una sorta di riferimento, obliquo ma quanto importante, nelle parole lasciateci dal filosofo Stanislaw Brzozowski. Giuntovi nel 1908, a Firenze Brzozowski fu un assiduo frequentatore della Biblioteca Filosofica - fondata da Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papini - che si trovava al n. 5 di piazza Donatello. Le prove di una sua possibile visita al cimitero degli Inglesi stanno in alcune righe in cui il filosofo tratteggiava quella tradizione culturale e letteraria di cui assurgeva a figura simbolo il poeta Robert Browning. «Vorrei, scriveva in una dedica alla moglie, che tu ad Elisabeth, e io a Robert, innalzassimo un monumento di lingua polacca - così come oggi già lo hanno nel nostro amore per loro e nella nostra gratitudine, e sempre lo avranno nel nostro miglior io, Irena [la figlia]».10 E’ davvero difficile immaginare un omaggio più toccante alla poetessa inglese, al cimitero protestante e alla città che lo ospita.
 

NOTE

1 Cfr. Eugenio Kastner, Lettere inedite di Giuseppe Mazzini a Francesco Pulszky, "La rassegna italiana", a. XVI, serie III. n. 186, nov. 1933, pp. 771-780 (p. 777)
2 Cfr. János György Szilágyi, A Forty-Eighter's Vita Contemplativa. Ferenc Pulszky (1814-1889) , "The Hungarian Quarterly", Vol. XXXIX, n. 149, Spring 1998, pp. 3-17 (12)
3 Cfr. Marx to Adolf Cluss in Washington, London, 7 and about 15 May 1852; Marx to Adolf Cluss in Washington, London, 25 March 1853, in: Karl Marx, Frederick Engels, Collected Works, Vol. 39 Marx and Engels 1852-55, Lawrence & Whisart, London 1983, p. 105; p. 298.
4 Thomas Adolphus Trollope, What I remember, Vol. II, second edition, Richard Bentley and Son, London, 1887, p. 235.
5 Bakunin nel 1865 era in viaggio per l'Europa dopo essere fuggito dalla Siberia, e si era da poco riunito alla moglie, figlia di deportati polacchi. Cfr. MARIA Z PRZEZDZIECKICH WALEWSKA, Polacy w Paryzu, Florencji i Dreznie, Ksieg.F.Hoesicka, Warszawa 1930, pp. 75-76.
6 Nella sua pubblicazione su Il cimitero protestante detto ‘degli Inglesi’ (Firenze, 1981, p. 26) il pastore Luigi Santini a proposti di Ferencz Pulszky riferiva che «nel 1864-65 ospitò il Bakunin, col quale era da tempo in rapporto». Pulszky, «democratico convinto», a Firenze fra l’altro finanziò il giornale popolare «Il Progresso».
7 Cfr. ELIGIUSZ KOZLOWSKI, General Józef Hauke-Bosak, Wyd. MON, Warszawa, 1978, pp. 222-97.
8 Vedi la lettera inviata da M. Hauke e I. Klukowski a M. Chodzko, 26-27 novembre 1848, in: Listy legionistow Adama Mickiewicza z lat 1848-1849, a cura di H. Lutzowa e S. Kieniewicz, Ossolineum, Wroclaw, p. 237.
9 Lettera di G. P. Vieusseux a B. Zaydler, Firenze, 6 agosto 1853, Gabinetto Vieusseux, Copialettere 1853-1855, Vol. 28. p. 1285.
10  Cfr. CZESLAW MILOSZ, Czlowiek wsród skorpionów, PIW, Warszawa, 1982, p. 146. Irena era la figlia di Stanislaw e Antonina Brzozowski.
 

© Luca Bernardini, 2004


Appendici:

IVAN LEONTEVIC LEVICKIJ (LEWITZKY)/ POLAND/RUSSIA/ Leontieff Lewitzky/ Giovanni/ / Russia/ Firenze/ 5 Novembre/ 1864/ Anni 10/ 888/ Levickij Ivan Leont'evic/ Talalay: Varsavia, 31.1.1854 -Firenze 5.11.1864; 'figlio del generale luogotenente Leontij Petrovic Levickij e Sofia nata Genrius', MFK; N° 888, RC; colonna spezzata con un tralcio, Epitaffio: paz dvora/ Ego Imperatorskogo Velicestva Gosudarja Imperatora Vserossijskogo/ Aleksandra II Ty dal/ Ty vzjal/ Gospodi da budet/ Volja Tvoja Svjataja/ Do svidanija do skorogo svidanija/ ditja moe/ paggio di Sua Maesta Imperatore di tutte le Russie Alessandro II. Tu hai dato e Tu hai tolto, Signore, sia fatta la tua santa volonta. A riverderci presto, bambino mio/ A5N(61, Rebesov [sic])

Mrs Sophia Peabody Hawthorne mentions the following Catholic Polish tomb in San Marco:
The chapel of the Holy Sacrament . . . contains . . . a new tomb to a Prince Poniatowski [Principe Stanislao, Principe Poniatowski in Polonia, Cavaliere dell’Ordine dell’Aquila Bianca dall’8-XII-1773, Cavaliere dell’Ordine di San Stanislao, Cavaliere dell’Ordine di Sant’Andrea di Russia, Comandante in Capo della Guardia del Re di Polonia, Gran Tesoriere della Corona in Lituania dal 1784 al 1791, Starosta di Stryj (*Varsavia 25-XI-1754,†Firenze 13-II-1833) = 1831 Cassandra Luci, figlia del Cavaliere Angelo Luci, da Tivoli, vedova dal 1830 di Vincenzo Venturini, da Castelnuovo di Farfa, creduto morto nella Campagna Napoleonica di Spagna ma ritornato in Italia nel 1814 (*Roma 1785, †Firenze 1863)


Principe Stanislao Poniatowski, Angela Kauffman, Museo Stibbert, Firenze]
 


DUE SEPOLTURE AL CIMITERO 'DEGLI INGLESI': UNA TRACCIA PER L'ATTIVITA' FIORENTINA DI FELICIE DE FAUVEAU

SILVIA MASCALCHI



 

l Cimitero degli Inglesi, uno dei luoghi deputati alla memoria di quel mondo dei “forestieri” che nel corso del XIX° secolo visse a Firenze, non poteva non conservare almeno una traccia dell’opera della scultrice francese Félicie de Fauveau, che in questa città risiedette e operò dal 1834 al 1886 morì e vi riposa nel cimitero di San Felice a Ema.


SIR CHARLES LYON HERBERT/ ENGLAND/ Herbert/ Carlo Leone/ / Inghilterra/ Firenze/ 26 Dicembre/ 1855/ Anni 61/ 587/ Charles Lyn Herbert, Iles Britanniques /GL23777/1 N° 224, Burial 28/12, age 71, Rev O'Neill/ Maquay Diaries: 28 Dec 1855: ‘attended Sir C Herberts funeral at 8 this morning.’/ Q217: Paoli 393/ B13N/ Silvia Mascalchi/ Firenze/ Félicie de Fauveau, Livorno1801-Firenze, 1886, Musée des Augustins, http://www.augustins.org/collections/, e il fratello Hippolyte de Fauveau. Signature.


Le fonti ricordano due sepolture realizzate da questa artista: quella di Sir Charles Lyon Herbert e quella di Lady Harriet Frances Pellew, di cui solo la prima, purtroppo, chiaramente identificabile, anche se in precario stato di conservazione (foto).


§ HARRIET FRANCES (WEBSTER) PELLEW/ ENGLAND/ Pellew/ Enrichetta Francesca/ / Inghilterra/ Firenze/ 7 Agosto/ 1849/ / 409/ Traslocato al 747/ HARRIET FRANKES PELLEW [Only daughter of Sir Godfrey Webster, 4th Bart., and Lady Holland °=The Hon. Peter I. Pellew; GL 23774 N° 135 Burial 09-08, Rev Gilbert for Rev Robbins] Tomb Sculptor: Silvia Mascalchi/ Firenze/ Félicie de Fauveau, Livorno 1801-Firenze, 1886, e il fratello Hippolyte de Fauveau, who together sculpted tomb of Sir Charles Lyon Herbert. First tomb by Félicie de Fauveau may be this one in the C section, C27N,  the second, by her husband Admiral Pellew's side/ Q479, indicates that the burial, normally 45 Paoli, here came to 100 Paoli/ F8E

§ ADMIRAL THE HON. FLEETWOOD BROUGHTON REYNOLDS PELLEW/ ENGLAND/ Pellew/ Ammiraglio Fleetwood/ / Inghilterra/ Marsilia/ 28 Luglio/ 1861/ / 747/ l'Amiral Fleetwood Pellew, l'Angleterre/ [Admiral died in Marseilles, 28 July 1861]/ GL23777/1 N° 297, Burial 07/08, Age 71 years 6 months, Rev Finch/ Harriet Frances Pellew (who died 7 August 1849) and her husband Admiral the Hon. Sir Fleetwood Broughton Reynolds Pellew had a daughter called Harriet Bettina Frances Pellew (who died 9 November 1886 and who is also buried in Florence), who through her marriage to the Earl of Orford had 2 daughters, Lady Dorothy Elizabeth Mary Pellew Walpole and Lady Maude Mary Pellew Walpole, both of whom married Italians, the Duke of Balzo and the Prince of Palagonia, and are both buried in Italy/ Q466: 310 Paoli/  Q479, 26 settembre 1861, indicates that the burial payment to Ferdinando Giorgi, normally 45 Paoli, here came to 100 Paoli, included in the 310 Paoli above/ HONOURABLE FLEETWOOD BROUGHTON REYNOLDS PELLEW SECOND SON OF EDWARD VISCOUNT EXMOUTH ADMIRAL OF THE BLUE KCE CB BORN . . . DIED AT MARSEILLES THOU . . . /  F8E/ °= The Honourable Peter I. Pellew


La circostanza offre comunque il pretesto per riconsiderare una delle figure più interessanti della Firenze di quegli anni e anche per proporne una prima lettura critica, aderente non solo al tema del convegno, ma più in generale alla condizione di chi, nascendo e formandosi in un paese e in una cultura, scelga poi, per i più svariati motivi, di vivere lontano da essa, in un luogo al quale desidera appartenere, tentando di ricomporvi un’unità ideale, che appare ai nostri occhi di contemporanei, caratterizzata da una costante dialettica con la propria origine,  spesso venata di inquietudine e animata da un fecondo dualismo. Sembra strano a chi si accinga oggi a studiare la vicenda storica di Félicie de Fauveau, il destino di oblio che è seguito alla sua morte, la “smemoratezza” non solo della città in cui visse per più di cinquant’anni, ma anche dei suoi stessi connazionali, che solo recentemente hanno iniziato, seppur episodicamente, a riconsiderare alcune delle opere di questa artista.

Il cono d’ombra nel quale la de Fauveau si è trovata confinata da quasi centoventi anni, contrasta vivacemente con la notorietà di cui godette in vita. Ricordata in scritti di Henri Stendhal, Honoré de Balzac, Théophile Gautier, Alexander Dumas e Joseph Mery, le furono dedicate poesie da Henry Zozime de Valori, personalità di spicco della fazione legittimista; circondata da un’aura di leggenda per le vicende dell’insurrezione vandeana a cui fervidamente partecipò a fianco della duchessa di Berry; prossima idealmente alle ricerche critiche di Alexander Lindsay e di Francois Rio, il suo operato artistico attirò l’attenzione e la stima di collezionisti quali Alexandre de Pourtàlés e Anatolio Demidoff e della sua attività si occuparono riviste quali, solo per citare alcuni esempi, La Gazette des Beaux Arts, Kunstblatt, L’artiste e il fiorentino Il Giornale del Commercio.

Félicie de Fauveau nacque a Livorno il 24 gennaio 1801, primogenita di Alexandre Francois de Fauveau e di Anne de La Pierre. La nascita in Italia di Félicie è da addebitarsi  alle non meglio precisate attività finanziarie svolte dal padre nella città portuale toscana e che non dovettero sviluppare come sperato se la famiglia fu costretta a rientrare in Francia, dove nacquero tutti gli altri figli della coppia Hippolythe, Emma e Annette e dove il padre intraprese una più modesta carriera nell’amministrazione dello stato, che lo condusse in varie destinazioni fra cui Limoux e Becancon, dove morì nel 1826, lasciando la moglie in serie difficoltà economiche.

La prima formazione artistica di Félicie de Fauveau si svolse presso gli atelier dei pittori Louis Hersent e Bernard Gaillot, dove dimostrò una particolare attenzione per lo studio dell’araldica, avvertendo in questa disciplina quasi una sintesi di quel mondo di idealità feudale, cavalleresca e cattolica cui già l’avevano avvicinata non solo le idee politiche di legittimismo oltranzista espresse da entrambi i genitori, ma anche la lettura della Bibbia, di testi della patristica, di Dante, Milton, Shakespeare e Walter Scott.

Orientatasi precocemente verso la scultura, alla morte del padre, si trasferì a Parigi con la madre, il fratello e le sorelle e aprì uno studio in Rue de la Rochefoucauld, dove iniziò la carriera indipendente, continuando ad approfondire i propri interessi per gli stili, i simboli e le tecniche del medioevo che entrarono a far parte del suo caratteristico mondo figurativo e culturale. Affermatasi nell’ambiente artistico e mondano della Parigi della Restaurazione, espose due opere al Salon del 1827, Cristina di Svezia rifiuta la grazia al suo scudiero Monaldeschi (attualmente presso il Museo di Louviers) e due bassorilievi ispirati all’opera di Walter Scott The Abbott, ricevendo una medaglia di merito e, in seguito, anche importanti commissioni pubbliche.

E’ in questi anni del promettente avvio della carriera di Félicie che si fece più evidente il profondo legame di complicità sodale che per tutta la vita la unirà a sua madre e che fu probabilmente determinante anche nella scelta di trasformare la sua vocazione artistica in una vera e propria attività, soprattutto dopo che la fanciulla aveva manifestato la ferma decisione a non sposarsi e tanto meno a intraprendere la vita religiosa. Presso l’atelier di Rue de la Rochefoucauld le due donne animarono una sorta di “salotto artistico” frequentato da coloro che furono i migliori amici di Félicie e fra i maggiori rappresentanti della scuola romantica francese: i pittori Paul Delaroche (foto), Ary Scheffer (foto), Jean Gros (foto) e lo scultore Triqueti. La sera attorno ad un grande tavolo ci si riuniva per disegnare, modellare in cera, recitare poesie, ascoltare musica e rendere indirettamente omaggio al talento nascente di questa “fanciulla bionda, gioviale, radiosa, che attraverso i suoi modi gai, faceva ascoltare delle parole di una stupefacente profondità, delle parole che si incidevano nello spirito come un tratto di bulino sull’acciaio”, come recita un articolo del tempo apparso sulla rivista francese “L’Artiste”.

Le premesse e le speranze di ulteriori successi furono però bruscamente interrotte dagli avvenimenti storici. La Rivoluzione di Luglio, l’ascesa al trono di Luigi Filippo d’Orléans e il conseguente esilio di Carlo X di Borbone, indussero Félicie ad abbandonare volontariamente l’impegno dell’arte in favore di quello della politica. Assieme alla sua amica e omonima, la contessa Félicie de la Rochejaquelein nata Duras, la scultrice, allora trentenne, si trasferì in Vandea, territorio caro alle speranze e alle memorie della fazione legittimista, dove tentarono di organizzare una sollevazione. Catturate nel novembre del 1831, le due donne furono condotte in una locanda da cui, con un travestimento e la complicità della de Fauveau, la contessa riuscì ad evadere. La nostra fu invece sottoposta ad un lungo processo e dovette trascorrere alcuni mesi in prigionia, consolata solo dalla compagnia della madre cui era stato concesso di raggiungerla. Riconquistata la libertà Félicie rientrò a Parigi e, delusa e insoddisfatta, trascorse il suo tempo nel tentativo di portare a termine alcuni lavori, ma soprattutto polemizzando aspramente con i suoi amici Scheffer e Delaroche, ai quali imputava la colpa di aver tradito la causa borbonica e di prestare la propria opera a coloro che lei considerava come degli usurpatori. L’annuncio dello sbarco a Marsiglia della duchessa di Berry rianimò le sue speranze e la indusse a tornare in Vandea, dove ritrovò la contessa della Rochejaquelein. Assieme le due amiche combatterono fino alla disfatta della fazione legittimista, causata non solo dalla superiorità delle forze regolari, ma soprattutto dalla mancanza di coordinamento e di organizzazione che caratterizzò quest’ultima sollevazione vandeana, figlia più di un’utopia romantica che non di una realistica opportunità politica.

Félicie, condannata in contumacia, si vide costretta a lasciare la Francia e così, dopo aver sfidato la polizia politica recandosi un’ultima volta a Parigi per recuperare gli oggetti del suo studio, seguendo un itinerario che toccò il Belgio, la Svizzera e Torino, raggiunse Firenze. Riunita la famiglia, ma priva di risorse economiche, Félicie trovò aiuto nell’ospitalità dello scultore Lorenzo Bartolini, conosciuto probabilmente per il tramite di Ingres o del loro comune committente il conte de Pourtalés (foto).

Dopo le prime difficoltà, superate anche grazie ai buoni uffici di due donne, Carolina Murat e la cantante Angelica Catalani, che avevano rivestito, seppur in ambiti diversi, un ruolo significativo nella società francese di primo Ottocento e che, trasferitesi nella capitale toscana, contribuivano ad animarne la vita mondana; Félicie de Fauveau  trovò in Firenze non solo una nuova patria, ma anche una efficace sede di lavoro, un luogo da cui proporre su scala internazionale la propria produzione artistica, approfittando abilmente del sempre più largo numero di stranieri colti e facoltosi che gravitavano nell’orbita cittadina.
Non essendo ne’ possibile, ne’ utile in questa sede proporre una pur rapida enunciazione delle opere realizzate dalla scultrice, è apparso più opportuno concentrare l’attenzione sulle relazioni che intrattenne in questa nuova fase della sua vita e nelle quali si può di nuovo riconoscere quel carattere di dualità precedentemente enunciato, suscettibile di interessanti valutazioni e considerazioni storico culturali.
Installato prima lo studio ed in seguito l’abitazione in via dei Serragli, in quel tratto anticamente noto come via della Fornace e precisamente nell’edificio già sede del convento di Santa Elisabetta delle Convertite, Félicie, aiutata dal fratello Hippolythe, dedicò ogni sua energia all’attività creativa e allo studio delle forme, dei simboli e delle tecniche dell’arte toscana del Medioevo e del Rinascimento.

In breve tempo, come espressamente ricordato da William Blundell Spence nella sua guida di Firenze, lo studio di “Mademoiselle de Fauveau” (foto) divenne di “fama europea”, meta obbligata di quegli aristocratici e amatori d’arte che si riconoscevano nel tratto colto e raffinato della sua arte, nonché negli ideali politici e culturali che essa proponeva.

L’avvenimento che suggellò la nuova condizione della scultrice fu la visita in Italia del conte di Chambord nell’inverno del 1839/1840. Dopo una prima tappa romana, durante la quale la de Fauveau lo raggiunse iniziandone il ritratto, l’ultimo discendente della dinastia borbonica raggiunse Firenze e dedicò una lunga visita allo studio dell’artista, che descrisse nel suo diario di viaggio con queste parole: ”…mi recai dapprima all’atelier di Mademoiselle de Fauveau, il cui solo nome significa fedeltà e talento. Il suo cuore è ardente, il suo abbigliamento originale, porta i capelli molto corti acconciati con una calottina rossa e un abito nero tagliato all’amazzone…Lo studio incantevole è pieno di soggetti religiosi e cavallereschi, di aspetto medievale…”

Da allora e per più di venti anni Félicie de Fauveau fu la scultrice prediletta dal milieu legittimista europeo, sia di coloro che avevano trovato stabile residenza in Firenze che di quelli che vi si recarono solo per un breve soggiorno.

Fra i primi ricorderemo Anatolio Demidoff, per il quale realizzò delle cornici allegoriche per la sua collezione di quadri moderni francesi, una statua raffigurante Santa Elisabetta di Turingia, due tabernacoli ad ornamento della cappella ortodossa della Villa di Pratolino e progettò la decorazione del “Salone dei Sovrani” nel Palazzo di San Donato; Amicie e Henry de Larderel, realizzando la tomba di quest’ultimo nella piccola cappella di gusto neogotico della villa di Pozzolatico; i Tayllerand Perigord e i Favreau, che le commissionarono l’opera più impegnativa che sia rimasta in Firenze di sua mano, la tomba della giovane figlia Louise, attualmente nel primo chiostro di Santa Croce e proprio in questi giorni in restauro. Di quest’importante opera tratta un articolo di Madame Kraft, una nobildonna amica di Félicie, apparso sulla Revue Britannique del marzo 1857, cogliendo nella puntuale descrizione uno dei tratti più tipici dello stile della de Fauveau e cioè il costante e diffuso ricorso ad immagini simboliche, interpreti delle sue  convinzioni etiche, politiche e religiose, animate da un profondo spiritualismo.

Fra i “forestieri” di passaggio che commissionarono opere all’artista ricorderemo lo zar Nicola I, che ne visitò lo studio nel 1845, sua figlia Maria Nicolaevna, duchessa di Leuchtenberg, per cui realizzò la daga in argento attualmente presso il Museo del Louvre (foto), il duca di Rohan, che gli commissionò i ritratti delle figlie, un conte Zichy ungherese per il quale fece un’intera armatura in argento e M. Jean-Francois Dudon, consigliere di Stato durante la Restaurazione e il cui ritratto è con ogni probabilità quel “…Busto virile in marmo di Madamigella de Fauveau…” presentato nel 1842 all’esposizione dell’Accademia di Belle Arti.

Non risiedendo in Italia, fu frequentemente ospite di Felicie de Fauveau la contessa de La Rochejaquelein. Le due donne, che mantennero per tutta la vita un rapporto d’amicizia cementato dalla comune passione politica e dai ricordi della sfortunata insurrezione vandeana, condividevano anche l’interesse per l’arte come testimoniano le numerose commissioni della contessa, fra cui anche il progetto per vetrate ed alcuni ambienti del suo castello d’Ussé, presso la Loira.

Fra i committenti della scultrice un nucleo importante è rappresentato dagli inglesi, fra cui Lord Londonderry e soprattutto la famiglia Lindsay, che, quando visitava Firenze risiedeva al villino Torrigiani in via dei Serragli e che nel 1873 acquisì quella villa Palmieri, presso cui fu ospite anche la regina Vittoria. Alexander Lindsay, collezionista e profondo conoscitore di libri antichi e opere d’arte, nonché autore degli “Sketches of the Christian Art”, fu una delle persone con cui Félicie mantenne uno dei più importanti legami d’amicizia della sua vita, contribuendo allo sviluppo delle sue teorie sull’arte. Lady Anne Lindsay, moglie del cugino di Alexander, James, fu una delle presenze più significative nel mondo affettivo di Félicie de Fauveau ed a lei lasciò per volontà testamentaria la maggior parte della sua piccola raccolta di quadri, i suoi taccuini di studio, i libri d’argomento artistico, le stampe e i modelli in terracotta e gesso delle opere che negli anni aveva realizzato. Per i diversi membri della famiglia Lindsay la scultrice realizzò ritratti, tombe e mostre di camini, che furono regolarmente inviati in Scozia , dove tuttora ornano le residenze di Dunecht House e Balcarres.

Se l’inserimento e l’apprezzamento di Félicie de Fauveau nel circuito degli aristocratici di orientamento legittimista appare come una logica conseguenza della sua vicenda politica e della sua fedeltà alla dinastia borbonica, più sorprendente è rintracciare evidenti manifestazioni di stima dell’arte e della personalità della scultrice anche fra personaggi della cultura che si mossero in ambiti ideologicamente assai diversi.
Robert Browning in una lettera del 1858 la definisce una “donna divina” e chiedendosi come si poneva in relazione alle sue convinzioni politiche aggiunge che “la nobile fedeltà, il coraggio, il sacrificio di se stessa che la distinguono dovrebbero “salare” (salt) tutti gli uomini politici per preservarli dal divenire corrotti”. La conoscenza con i Browning datava da circa dieci anni prima come testimonia una lettera dell’aprile 1848 in cui Elisabeth riferiva, in merito alle sculture di Félicie, che “era da Benvenuto Cellini che non si erano realizzate opere così belle in quel genere”. Anche se con ogni probabilità i Browning non frequentarono assiduamente la scultrice, nel loro circolo di conoscenze questa donna fiera e indipendente doveva essere considerata degna di stima e motivo di riflessione, se fu proprio Isabella Blagden, un’intima amica della coppia, a scrivere uno degli articoli più interessanti e rivelatori sull’artista francese. Lo scritto della Blagden, pubblicato sull’English Woman’s Journal torna anche sul tema della posizione politica di Félicie per osservare che “ella possiede in grado elevato quella concentrazione nei propositi che dona forza, e quell’ardore che dona decisione alla volontà; e, oltre a ciò, c’è qualcosa di biblico e primitivo nelle sue animosità fiere e senza possibilità di compromessi; risentimenti che non hanno niente a che vedere con il rancore personale, ma che sono contro un partito e per una causa”.

Un’altra donna intellettuale, coinvolta attivamente nel processo di emancipazione femminile, che manifestò interesse e apprezzamento nei confronti di Félicie de Fauveau fu l’inglese Frances Power Cobbe. Nel suo libro Italics, una raccolta di memorie dedicata al suo viaggio nel nostro paese del 1857, traccia un profilo della scultrice in cui espressamente ricorda che “fra le sue amicizie, alcune delle quali di orientamento sia politico che religioso assai diverso dal suo, questa donna eroica e devota è piena di spirito e gaiezza”.

Dalle testimonianze appena ricordate appare evidente come le frequentazioni fiorentine di Félicie de Fauveau si muovessero all’interno di un doppio circuito, prevalentemente internazionale e dialetticamente aperto a contributi diversi. Si tratta di un’ulteriore conferma di quel ricorrente contrasto di elementi caratteristico di tutta la sua vicenda biografica e intellettuale, un fattore, questo, fortemente dinamico e potenzialmente disturbante che nel suo caso si risolse felicemente nell’operatività artistica e che apparve evidente anche ai contemporanei come testimoniano con efficacia le parole di Madame Krafft riportate e commentate nel testo di Isabella Blagden e che appaiono le più adatte a concludere questo intervento:
“…Quanto dell’uomo è in questa donna…fuoco, aria e acqua sono nella sua composizione e ciò è massimamente vero perché l’ardore, la purezza e l’impulsività sono caratteristiche del suo genio…Da una parte la dama del Faubourg St. Germain, con tutte gli atteggiamenti, le associazioni e i pregiudizi che sono propri di questa condizione; dall’altra l’artista che si guadagna il suo pane quotidiano, obbligata ad affrontare nella loro realtà le più severe necessità e gli obblighi più imperativi: la donna sola (single woman) che si muove vittoriosamente sullo stretto e spinoso sentiero che ognuna percorre cercando di raggiungere l’indipendenza con le proprie forze; e il genio che per progredire e farsi vigoroso deve liberamente spazzare via dal suo percorso ogni ostacolo e limitazione. Questi contrasti sono evidenti nella sua persona e nei suoi modi.”
 

© Silvia Mascalchi, 2004

/*Vedi Ludovico Sebregondi, Santa Croce Sotterranea: trasformazioni e restauri (Firenze: Città di Vita, 1997), p. 54./


ROBERT DAVIDSOHN, UN AUTORE DELLA MEMORIA STORICA DI FIRENZE

GIULIANO PINTO, UNIVERSITA' DI FIRENZE
 

° PHILIPPINE (COLLOT) DAVIDSOHN/ GERMANIA? / 2024/ PHILIPPINE COLLOT/ VED. DAVIDSOHN/ 1847-1947/ 2024/ D21G °=Prof. Tim A. Osswald, University of Wisconsin Madison
°§ ROBERT DAVIDSOHN/ GERMANIA / 2024/ COMM. DOTT. PROF./ ROBERT DAVIDSOHN/ 26.4.1853-17.9.1937/ D21G °=Prof. Tim A. Osswald, University of Wisconsin Madison
[See Biblioteca e Bottega Fioretta Mazzei acquisitions]

ROBERT DAVIDSOHN (1853-1937) , his cinerary urn is near the upper boundary of the cemetery, with a few other urns accepted after it was closed. Born in Gdansk and intending to become a journalist, he came to Florence with a two-fold vocation, for the Latin world and the study of history. After an exploration of the Spanish world, he dedicated all his energy to the history of Florence: between 1896 and 1908, he published the impressive results of his research into the archives, and in 1927 completed his fundamental work on the history of Florence. Thus his place in the heart of the city he loved and served with his labours takes on significance as a gesture of gratitude. LS


Si ringraziano per la collaborazione
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