FLORIN WEBSITE © JULIA BOLTON HOLLOWAYAUREO ANELLO ASSOCIAZIONE, 1997-2017: MEDIEVAL: BRUNETTO LATINO, DANTE ALIGHIERI, SWEET NEW STYLE: BRUNETTO LATINO, DANTE ALIGHIERI, & GEOFFREY CHAUCER || VICTORIAN: WHITE SILENCE: FLORENCE'S 'ENGLISH' CEMETERY || ELIZABETH BARRETT BROWNING || WALTER SAVAGE LANDOR || FRANCES TROLLOPE || ABOLITION OF SLAVERY || FLORENCE IN SEPIA  || CITY AND BOOK CONFERENCE PROCEEDINGS I, II, III, IV, V, VI, VII || MEDIATHECA 'FIORETTA MAZZEI' || EDITRICE AUREO ANELLO CATALOGUE || UMILTA WEBSITE || RINGOFGOLD WEBSITE || LINGUE/LANGUAGES: ITALIANO, ENGLISH || VITA
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: Dante vivo || White Silence
 










Introduction Casa Guidi Windows Florence, 1851
Casa Guidi Windows 1
Casa Guidi Windows 2
Casa Guidi Windows 3
Casa Guidi Windows 4


We are now celebrating the 150 years of Italian Unification, a work strongly helped by Elizabeth Barrett Browning's publication ten years before that event in both London and Florence, Casa Guidi Windows. This essay re-publishes that 1851 Florentine edition. And this is the volume in its original Italian form:



        Florence, 1851 Casa Guidi Windows

And its English one:

   London, 1851 Casa Guidi Windows

And this is the Florence, 2011, republication of the Florence, 1951 edition, set in William Morris type and hand-sewn and bound in Florence's 'English' Cemetery where EBB was buried in 1861. Its proceeds help restore the Cemetery. And help persuade the Swiss, who own it, not to neglect and close the premises.


   

We remember that the Brownings first rented Casa Guidi furnished, then unfurnished. When I was Curator the rooms were bare and the owners asked Cavallini to see what frescoes might be in the entrance room. And this is what we discovered under the whitewash, Elizabeth's laurels and Greek keys in a beautiful blue green:



This was later painted over again. The next room, however, was preserved through Giorgio Mignaty's painting which shows the pieces of furniture Robert found in the San Lorenzo market and an attempt has now been made to restore it as it was:



The two Mignaty children, Dmitri and Elena, are buried in the 'English' Cemetery. Their half-Greek, half-English and very beautiful mother is the model for Hiram Powers' 'Greek Slave'. In this painting we see that Elizabeth's comments about the room being in the colours of the Italian flag, red and green, the white being the not-seen curtains, were carried out. Even when dying she was talking, Robert said, about these colours, which are likewise the colours of the Hungarian flag.

 

 

 

 

 

 

 

 



 Firenze, 1851

 

 

 

 

 

 

 

 

LE FINESTRE DI CASA GUIDI

(CASA GUIDI WINDOWS

A POEM

BY ELIZABETH BARRETT BROWNING)

London: Chapman et Hall, 193, Piccadilly, 1851

Da “SCRITTI INGLESI SULLA POLITICA CONTEMPORANEA”,

FIRENZE – TIPOGRAFIA ITALIANA – 1851

 

 

 

 

PREFACE

 
Malagevole più d’ogni altra opera d’ingegno esser deve, a parer nostro, un poema politico, poiché voglionsi in colui che imprende a scriverlo accoppiati due pregi, dei quali, non che ambedue, di radissimo incontrasi chi ne possegga uno solo. Ei deve al tempo medesimo toccare ne’suoi voli l’apice estremo dell’arte; nè per alzarsi ch’ei faccia gli dee la vertigine turbare la vista, nè la passione travisargli le persone od i fatti del mondo civile. Che se il poeta trattenere si voglia sui casi dei quali egli medesimo è testimone, e voglia trattarli con quella pienezza e profondità di concetti, che appena si può conseguire negli avvenimenti sui quali appose il suo suggello la storia, la difficoltà del suo assunto cresce a dismisura. E colla storia contemporanea la poesia politica può dirsi che veramente star debba in intima continua scambievolezza di uffici, imperocchè a lei spetta condiuvare gli avanzamenti politici, abbattere, e disperdere ogni ostacolo che ad essi si opponga; tromba che invita alla pugna, spada acuta in mezzo alla mischia. Nè quando gli ultimi baluardi della civil libertà sono rovesciati al suolo, dovrà la cetra del poeta politico rimanersi inoperosa. La Francia, sotto l’antico regime, gemeva in vero oppresso dal ferreo giogo del dispotismo: pure quella monarchia assoluta venne, come dicevasi, tempérée par des chansons; e nelle grandi crisi della libertà di un paese la musa politica, alzando la sua voce, ispirar dovrebbe eroici sentimenti, e insegnare il disprezzo della morte: dovrebbe ella stessa, apparendo, segnare un’epoca. La Marsigliese, diceva Klopstock, fu per la Germania pari ad una battaglia: le costò ventimila uomini. E chi potrà mai stimare l’influenza che il sublime sonetto di Milton sul Piemonte ha avuto ed avrà, fintantoché venga parlato l’idioma inglese? Chi potrà mai sapere quanto abbiano fatto Berchet, e Niccolini per alimentare il sacro fuoco della nazionalità italiana? Tali sono i trionfi ai quali aspira la politica poesia; e gli allori dei quali ella si adorna in siffatto modo la fronte sono più durevoli assai di quelli che venire le potessero dai ben torniti periodi d’una critica encomiatrice. 

     Ma, lo ripetiamo, è molto più arduo guadagnar questi allori: quindi più altamente dovranno essi venire apprezzati quando la politica poesia ammaestra ed infiamma, quando arde del più caldo affetto per le lotte nazionali, e per i patimenti dell’ora presente; e in mezzo alle poetiche bellezze ella contiene lezioni desunte con potenza altamente sintetica dalla storia, e da un profondo vedere nel carattere degli uomini. 

     Egli è però tanto difficile combinare il parteggiare politico quel senso di verità universale, che è pregio principalissimo della poesia, che non mancarono alcuni, i quali presero da tale difficoltà argomento ad affermare che una buona poesia politica è del tutto impossibile; ed il poeta più grande de’tempi moderni ha sostenuto fermamente questa sentenza: “Ein politisch Lied, ein garstig Lied” “poesia politica, poesia laida.” La quale sentenza disprezzante di Goethe è state molte e molte volte il segnale delle più furiose controversie letterarie di cui la Germania – paese così maturo a controversie siffatte – stata sia spettatrice. Che del resto sembra che Goethe abbia sempre avuto per la poesia politica un’invincibile ripugnanza. “Non ci diamo a credere” dic’egli “che la politica sia poesia, od argomento appropriato per un poeta. Se Thomson scrisse un buon poema sulla primavera, ed uno cattivo ne scrisse sulla libertà, non fu difetto dell’estro, ma dell’argomento. Appena un poeta aspira ad un’influenza politica egli dee darsi ad un partito: perduto quindi pel mondo come poeta, ei deve dire addio alla libertà di spirito, all’imparzialità del pensiero, e tirarsi giù fino a tutti gli orecchi il berretto da pulcinella del pregiudizio, e della cieca passione.” 

     Queste idee di Goethe sulla poesia politica furono da lui manifestate con un’energia anche maggiore in un discorso molto importante, ch’egli fece al suo segretario Eckermann due soli giorni innanzi di morire. Ma gli argomenti coi quali corroborò i detti suoi, a parer nostro, non reggono. “So bene” disse con veemenza Goethe, “so bene di quali calunnie m’hanno aggravato. Mi accusano perché ho negletto di promuovere colla mia poesia gli interessi della mia nazione. Ma il poeta è simile all’aquila: ei sorvola per l’aere, poco curando se la preda sulla quale sta per piombare sia dentro la sassone, o dentro la boema frontiera.” – Che si scusa, dice il proverbio, s’accusa: e noi abbiamo sempre creduto che queste parole di Goethe morente mostrassero un mal celato rimorso. L’accusa che la Germania portò contro Goethe, e che peserà grave sempre sulla sua memoria fu questa: che nel tempo in cui ilo suo paese era invaso e straziato in minime parti da un conquistatore straniero, egli, il gran poeta della  Germania, non alzò mai la voce per fare una severa protesta, un grido sdegnoso di nazionalità oltraggiata. Ed altra discolpa ei non dà, se non questa sola. Il poeta, veramente, è come l’aquila. Che forse l’aquila allora quando qualcuno và ad attaccare il suo nido, e le rapisce i figli, se ne stà indifferente ed oziosa? 

     Goethe dice che il poeta politico deve abbracciare un partito, e quindi pel mondo è perduto: ma i poeti stessi gli danno una solenne mentita. Il poeta di mero partito in nulla differisce da un poeta di mera corte: se per l’uno l’obbiezione vale, vale altresi per l’altro; e noi diciamo francamente che non c’ispirerebbe poi troppa fiducia una poesia napoleonista, una poesia orleanista, una poesia legittimista, un poesia del partito dell’ordine, o una poesia democratico-socialista; ma questa poca fiducia verrebbe non già dalla indole particolare della poesia politica, bensi dal senno e dalla moralità delle parti nelle quali la Francia è divisa. Vero si è che la condizione prima della poetica eccellenza ell’è questa, che il poeta respiri un’atmosfera di libertà, di attività, di progresso; la quale atmosfera coloro che respirarono, esser poterono grandi poeti benché addetti ad una fazione. In Aristofane, che è forse fra loro il più grande, lo spirito di parte spicca più personale e diretto: pure qual estensione e possanza, quale applicabilità universale nei quadi del suo Cleone, del su Pistetero – il Louis Blanc di Atene – co’suoi vasti disegni di centralizzazione, e le esortazioni agli ucelli a ricuperare la primitiva loro sovranità! E sebbene noi non consideriamo Dante qual poeta politico così estesamente come vien riguardato dai suoi commentatori, i quali subodorano allusioni politiche in ogni verso della Divina Commedia (lo che nella nostra opinione degraderebbe le sue sublimi invettive ed i sentimenti suoi fino al livello di cifre diplomatiche) pure il poema del gran Ghibellino dà mille prove d’uno spirito di fazione così acuto, quanto mai quello fosse che scompigliò il piccol circolo di Weimar la vigilia della battaglia di Jena, o turbò la solenne tranquillità di sua eccellenza il ministro di stato Signor di Goethe.   

     Un sentimento simile a quello di Goethe è stato espresso, più temperatamente per verità, da uno de’ più  insigni poeti viventi della Germania, Freiligrath:

            Der dichter steht auf einer höheren Warte
            Als auf den Zinnen der Parthei.

“Il poeta sta sopra una torre più alta assai che i baluardi del partito.” Ma se il povero Freiligrath pensò di poter rimanere tranquillo in quella sublime altezza, ei vede ora, a spese proprie, che sbagliò: glielo mostra, acerbamente perseguitandolo, la polizia prussiana. – Molto diverso era il tuono di un gran maestro e modello di Freiligrath, il più veramente popolare e nazionale di tutti i poeti moderni, il contadino scozzese Roberto Burns. Ne’ suoi canti patriottici egli esortava altamente i suoi compatriotti, non solamente a durar fedeli nell’affetto alla loro nazionalità, ma radunarsi intorno alla bandiera del partito liberale de’ giorni suoi. – Ed egli, egli umile, e senza protezione veruna, tenne e fe sventolare quella bandiere, dalla quale il ricco ed il nobile stavano per paura e vergogna lontani:          

It’s giud to be merry and wise,
It’s guid to be honest and true,   
It’s giud to support Caledonia’s cause
And bide by the buff and the blue.
        . . .
Here’s freedom to him that wad read,
Here’s freedom to him that wad write!
There’s nane ever fear’d that the truth should be heard,
But they wham the truth wad indict.

“Bello è essere allegri e savi; bello è essere onesti e veraci; bello è sostenere la causa caledone, e starsene press oil giallo e l’azzurro. Libertà a colui che vuol leggere; libertà a colui che vuole scrivere; niuno ha mai temuto che la verità si sapesse, eccetto coloro per quali la verità palesata si convertirebbe in accusa.”

     La protesta per la libertà di leggere e di scrivere fatta sessant’anni fa dal contadino poeta della Scozia, suggerisce naturalmente alla nostra considerazione una causa, per cui la poesia politica assume ne’tempi moderni un carattere diverso da quello che aveva presso gli antichi Greci, o nelle repubbliche italiane; spiega la diversità che ritrovasi fra Aristofane e Dante da un lato, ed i presenti poeti dall’altro. Sismondi nel capitolo col quale conchiuda la storia delle repubbliche italiane nel Medio evo, ho mostrato come le idee di libertà e d’independenza in esse, al pari che nell’antica Grecia riguardavano unicamente le relazioni esterne dello stato, o al più la classe dominante de’ cittadini. Esse non si estendevano come ora a tutti gl’individui ricchi o poveri, nè implicavano nel proprio concetto il libero svolgimento delle potenze intellettuali e morali, e la libera manifestazione dei sociali sentimenti.

     Non già che le idee nostre sulla intellettuale libertà sconosciute fossero agli antichi: esse non furono anzi mai così ben propugnate quanto nella sublime difesa che Platone ha messa nella bocca del suo maestro Socrate. Ma Socrate era solo. La grande e benefica estensione che le idee di libertà e d’independenza hanno preso nei tempi moderni è da ascriversi indebitamente: 1° All’influenza della fede cristiana; 2° Alle speculazioni filosofiche degli ultimi due secoli per investigare e riconoscere que’ principii geneerali, che hanno portato conseguenze politiche di grande importanza, sebbene i principii stessi sieno trascurati, o spregiati dal gregge dei volgari uomini di stato. Ma il poeta politico de’ tempi nostri che volesse alzarsi al livello del suo sublime argomento, dee pienamente conoscere quei campi di battaglia della speculazione: la Maratone e le Termopile dei pensiero, ove le conquiste più preziose della presente libertà si fecero, e si videro le sue più eroiche difese. Ei dev’essere un pensatore profondo non meno che un poeta di genio, ed un politico di cuore.

     Ma egli è tempo oramai di passare da queste osservazioni generali all’esame del poema che abbiamo dinanzi agli occhi: poema di cui sarebbe difficile dire se i pregi politici o poetici sieno più degni d’ammirazione, e che ha un diritto alla attenzione nostra, trattando de’ casi de’ quali questo paese è stato negli ultimi tre anni spettatore.

     Dire che la signora Browning ha reso colla pubblicazione di queste poesie un servigio così segnalate alla causa delle civil libertà, e della nazionale indipendenza toscana, quanto colle sue lettere ne rese a Napoli il signor Gladstone, parrebbe esagerazione, e non è. Noi lo asseveriamo; e con tutta ponderazione e coscienza lo asseveriamo. Veramente dopochè il signor Burke diede in luce le famigerate sue riflessioni sulla rivoluzione francese, nessuno scritto politico ha destato un così vivo interesse ed una commozione tanta profonda come le sdegnose filippiche contro la corruttela e la crudeltà napoletana; veramente la forza che può spiegare colle sue parole la signora Browning è ristretta ad un teatro comparativamente più angusto assai: pure dentro questi confini medesimi, l’efficacia di quella forza sarà più durevole com’è altrettanto profonda; nè ci sembra congettura improbabile che nelle più remote regioni ove si parla l’idioma inglese, e nelle età dalla nostra più lontane, molti spiriti colti, che mai udranno parlare delle nequizie del Navarro e de’ patimento di Poerio, leggeranno con interesse vivissimo le stupende pitture che questa gran poetessa avrà trasmesse loro delle vicende della Toscana, in quel periodo che apresi colla concessione della Guardia Civica, e finisce colla conclusione del Concordato romane.

     “Questo poema, dice l’Autrice, contiene le impressioni da chi lo scrisse provate negli avvenimenti toscani de’ quali fu testimone. Sul titolo potrà forse scrupoleggiare la critica; giova alla scrivente prevenire le sue obbiezioni, e dileguare i suoi scrupoli. Ella dichiara di non provarsi menomamente a fare un racconto continuato, un trattato di filosofia politica: è una semplice storia d’impressioni personali, che traggon valore soltanto dalla intensità che presero nel cuore di chi le ricevè: la quale intensità è una testimonianza del’amore ch’ella porta a quel bello ed infelice paese, mentre la sincerità colla quale ella narra, sarà argomento quanto ella sia di buona fede, e quanto abbia l’anima sgombra da ogni preoccupazione faziosa.

   “Delle due parti nelle quali il poema è diviso, la prima fu scritta quasi tre anni fa, mentre la seconda riassume lo stato presente delle cose quali sono nel 1851. La dissonanza fra le due parti suddette è sufficiente guarentigia al pubblico della veracità degli avvenimenti. Che se tal discrepanza increscevole riescisse al lettore, sappia egli che più assai duole alla autrice: pure, chi ben consideri, ne troverà la radice nella stessa nostra materia: ell’è la differenza che passa fra il voto e l’adempimento, fra la fede e il disinganno, fra la speranza ed il fatto.”

    – Oh vaticinio a cui ci fidammo e così ti rompesti! Oh fortuna ricchissima così acerbamente impedita! Nata per il futuro, e per il futuro perduta ad un tratto! –
   

    “Ma no: nel caso nostro non è perduta. Non avvi forza che possa diseredare l’Italia.”


     La signora Browning dice ch’ella non tenta di fare una narrazione continuata, nè un trattato di filosofia politica; ciononostante nella sua opera sono pienamente descritte la concessione della Guardia Civica, le stabilimento della Costituzione, il carattere, le fasi, e la caduta del Governo Provvisorio, la restaurazione della monarchia costituzionale spontaneamente operata dal popolo, e la susseguente occupazione della Toscana fatta dagli Austriaci; cosi che egli è evidente che tutti i più capitali avvenimenti della storia più recente sono passati via via in questi versi a rassegna. E’ vero poi che la sua filosofia politica vien suggerita occasionalmente dalla espozione de’ fatti, e ad essi coordinata; ma ciò conferma l’aurea sentenza di Machiavelli, che  cioè la scienza politica la quale commenta i fatti presenti, è di gran lunga più utile ed efficace di quella, in cui gli avvenimenti ed i fatti sono violentati ad illustrare e confermare sistemi, ed a propugnare teorie preconcette.

     I critici più competenti sono concordi nel lodare le poesie di questa donna come sublimi, e fregiate di straordinaria bellezza; ma noi temiamo che pari ai poemi di Milton, di Dante, e di Goethe, non potranno mai divenir popolari: poiché, come ad intendere quelle, così a ben apprezzare e godere le profonde speculazioni, e le allusioni finissime che dichiarano ed abbelliscono queste, vuolsi una cultura non comune, ed un ingegno affinato negli studi. Padrona la Browning di tutti i tesori classici da Omero a Boezio; padrona dei dettati d’ogni sapiente da Platone ed Aristotile a Macchiavelli, Montesquieu e Bentham, procede da gran pensatrice e da gran poetessa, ferma e sicura di se, per le eccelse regioni del pensiero: e poggia sì alto che a pochi di eletto ingegno è dato seguirla. Ma pure è donna: né tu leggendo quei versi potresti dire che tanta elevatezza di studi, quanta a pochi del sesso virile medesimo è dato raggiungere, abbia menomamente appannato quell’acume squisito per ciò che nella vita esiste di più generoso e gentile; quell’ acume che forse nelle sole donne ritrovasi; nè sebbene ell’abbia tanta virilità d’intelletto quanta n’aveva madama di Stael, potrebbe Talleyrand dire ghignando di lei, ciò che della ginevrina già disse: Ell’è un uomo mascherato da donna.

     Che se ci fosse richiesto di definire e qualificare in una sola parola la poesia della signora Browning, e additare la sorgente della sua sovreminenza, noi diremmo che l’elemento in cui essa vive e si muove, è il pensiero: e questa è la nota sua principale; quindi il suo genio prende un colore, a dir così, di forte e risentita individualità. Che del resto noi riconosciamo di buon grado che la fantasia, l’immaginazione, il sentimento, la passione, ed a volte la passione nelle scosse sue più tremende, possano nei versi di questa poetessa trovarsi: ma non per questi pregi ell’è poetessa sovrana, bensi è grandissima come maestria di morale e civile sapienza: siccome colei che profondamente ha riflettuto agli argomenti più rilevanti dell’etica e della politica, ed ai massimi problemi della religione: ed estimando adeguatamente i doveri, le prerogative e la potenza della poesia, se ne vale per condurre utili verità nel convincimento e nella coscienza de’ suoi lettori. La signora Browning si è provata a dipingere con tutta vivezza agli occhi dell’anima de’ suoi compatriotti i patimenti, ed il pianto della Nazione Italiana: anzi fa di più: ella pesa nelle sottili bilance dell’uomo di stato le probabilità di una disfatta, o di una vittoria, ma il suo cuore è caldo di affetti, quanto la mente è chiara ne’ pensamenti; e noi siam certi che al primo squillare di tromba la vedremmo, come un antico bardo, accompagnare con armonie passionate la causa, che vinta o vincitrice, sarà pur sempre la causa della giustizia.

     Un critico eminente parlando di questa grande Autrice, dopo averla proclamata come superiore a tutte le scrittrici dei secoli scorsi, dice ch’ella perviene sempre alla meta della poesia, ma spesso vi giunge stanca ed anelante. Ma noi dobbiamo tener fisso nell’animo, che mentre sappiamo come – la corona dell’immortalità non può conseguirsi senza sudore, e senza polvere – ella ha scelto e prefisso a sé medesima una meta molto più lontana e difficile di tutti i suoi predecessori. Ella partecipa alle speranze più nobili, e lotta a pro de’ più alti interessi del genere umano; ed in questa lotta prende da Apollo non solo quella lira che rallegra la mensa de’numi, ma quell’arme invincibile pur anco, che valse ad atterrare il tremendo Pitone.

     Il pensiero, noi dicemmo, è l’elemento principalissimo della poesia della signora Browning. Infatti, nè Shakspeare nelle riflessioni profondi de’ suoi drammi, nè Wordsworth , quando nel potente suo spirito ravvolge le rivoluzioni delle società e degli stati, e vede simpatie misteriose fra l’uomo o la natura, nè Schiller tutto pieno delle teorie di Kant, no, nessuno di que’ grandi poeti è pensatore più grande di questa egregia donna: e per avventura la osservazione più insigne che possa farsi sulla sua poesia ell’è, che quel suo vasto sapere non le sia stato d’impaccio a dispiegare la nativa indipendenza ed originalità del pensiero. Che se niuno mai del suo sesso ebbe sapere si vasto, se ella raccolse nella memoria le ricchezze letterarie d’ogni secolo, di ogni nazione, le richeszze di ogni arte, d’ogni lingua, ella apprezza tutto ciò non come fine, ma come un mezzo atto a svolgere ed esaltare lo spirito, e fornirle armi potenti a combattere in favore della libertà, e dell’individuale e sociale benessere.

     Molti squarci noi potremmo riportare dall’inglese poema a confermare ciò che dicemmo sulla mente dell’egregia autrice. Per quasi 300 versi ella esamina qual effetto nei movimenti moderni abbia portato l’esclusivo riguardo che gl’Italiani ebbero.

Al misero orgoglio di un tempo che fu.   

    Odasi com’ella parla, badando non al passato, ma all’avvenire.

 

ELIZABETH BARRETT BROWING

 

CASA GUIDI WINDOWS
 

 

 Firenze, 1851

 

PART I

 

I HEARD last night a little child go singing 
  ‘Neath Casa  Guidi windows, by the church,
O bella libertà, O bella! – stringing
  The same words still on notes he went in search
So high for, you concluded the upspringing
  Of such a nimble bird to sky from perch
Must leave the whole bush in a tremble green;
  And that the heart of Italy must beat,
While such a voice had leave to rise serene
  ‘Twixt church and palace of a Florence street! –
A little child, too, who not long had been
  By mother’s finger steadied on his feet,
And still O bella libertà he sang.

 
PRIMA PARS

Io udivo iersera un fanciullino che passava sotto le finestre di casa Guidi presso la Chiesa, cantando – Oh bella libertà, o bella! – e portato dalla forza dell’armonia ripeteva l’aria medesima sempre più alto, sicchè quella sua voce rassembrar potevasi ad un ucello, che dal boschetto volando sublime nell’aere, lascia le fronde per lo slancio ch’ei si è dato levandosi, tutto tremanti: e tremar deve davvero e palpitare il cuor degl’Italiani, se ad una voce tale è permesso sorgere gioconda fra una Chiesa ed un palazzo in una strada di Firenze. E si ch’egli era un fanciulletto cui poco innanzi la madre col muover di un solo dito poteva tener fermo presso di se: eppure ei cantava : O bella libertà!

 
Then I thought, musing, of the innumerous
  Sweet songs which for this Italy outrang
From older singers’ lips, who sang not thus
  Exultingly and purely, yet, with pang
Sheathed into music, touched the heart of us
  So finely that the pity scarcely pained!
I thought how Filicaja led on others,
  Bewailers for their Italy enchained,
And how they called her childless among mothers,
  Widow of empires, ay, and scarce refrained
Cursing her beauty to her face, as brothers
  Might a shamed sister, - “Had she been less fair
She were less wretched,” – how, evoking so
  From congregated wrong and heaped despair
Of men and women writhing under blow,
  Harrowed and hideous in their filthy lair,
A personating Image, wherin woe
  Was wrapt in beauty from offending much,
They called it Cybele, or Niobe,
  Or laid it corpse-like on a bier for such,
Where the whole world might drop for Italy
Those cadenced tears which burn not where they touch, -
‘Juliet of nations, canst thou die as we?
 And was the violet crown that crowned thy head
So over large, though new buds made it rough,
  It slipped down, and across thine eyelids dead,
O sweet, fair Juliet?” – Of such songs enough;
  Too many of such  complaints! Behold, instead,
Void at Verona, Juliet’s marble trough!
  And void as that is, are all images
Men set between themselves and actual wrong,
  To catch the weight of pity, meet the stress
Of conscience; though ‘tis easier to gaze long
  On personations, masks and effigies,
Than to see live weak creatures crushed by wrong.

 
Io pensai; e riandai nella mente gl’infiniti cantici soavi che a pro di questa Italia sgorgarono dalle labbra degli antichi vati: cantici erano quelli non tanto puri e pieni di vita: egli era un lamento così temprato fra le armonie della musica, che il cuore n’era lievemente, e senza patirne, commosso. Pensai a Filicaia antesignano di coloro che piansero la Italia incatenata, chiamandola madre orba di figli, vedova d’imperi: che a stento si rattennero dal maledire in faccia a lei medesima la sua bellezza, come fratelli imprecano alla bellezza di una sorella che non rispetta se stessa – foss’ella stata men bella, sarebbe meno spregevole e sventurata. – Io pensai come da tante ingiurie e tanta disperazione vollero quei poeti evocare un’immagine, in cui il dolore adorno di bellezza non potesse colpire troppo vivamente: onde chiamarono la Italia, Cibele o Niobe, o la stesero a guisa di cadavere in un cataletto, sul quale poi l’intiero mondo versar potesse in cadenza musicale di quelle lacrime, che non bruciano dove esse cadono. – O Giulietta delle nazioni, gridaron costoro, potrai tu dunque morire al pari di noi? E quella ghirlanda di mammolette che ti cingeva così ampiamente la testa, o dolce, o leggiadra Giulietta, come mai, sebbene ve ne fossero pur altre sbocciate, ti sdrucciolò dalla fronte, e si aggravò sulle tue morte palpebre? – Basta, basta: non più di siffatti cantici: quei lamenti oramai son troppi. – Vedete voi in quella vece, là a Verona, com’è vuota l’informe urna marmorea di Giulietta? Così vuote di affetto verace e di forza son quelle immagini tutte che gli uomini frappongono fra l’anima propria e il dolore vero, onde impedire che troppo la pietà vi si aggravi, e troppo alto levi la voce sua la coscienza: è tanto più agevole sostenere per lunga fiata l’aspetto di un simbolo, d’una maschera, d’un simulacro che guardare nella vita una creatura debole, oppressa, schiacciata dal forte.
 

   For me who stand in Italy to–day,
Where worthier poets stood and sang before,
  I kiss their footsteps, yet their words gainsay:
I can but muse in hope upon this shore
  Of golden Arno, as it shoots away
Straight through the heart of Florence, ‘neath the four
  Bent bridges, seeming to strain off like bows,
And tremble, while the arrowy undertide
  Shoots on and cleaves the marble as it goes,
And strikes up palace–walls on either side
  And froths the cornice out in glittering rows,
With doors and windows quaintly multiplied,
  And terrace-sweeps, and gazers upon all,
By whom if flower or kerchief were thrown out,
  From any lattice there, the same would fall
Into the river underneath, no doubt,  –
  It runs so close and fast ‘twixt wall and wall.
How beautiful! The mountains from without
  Listen in silence for the word said next,
(What word will men say?) here where Giotto planted
  His campanile, like an unperplexed
Question to Heaven, concerning the things granted
  To a great people, who, being greatly vexed
In act, in aspiration keep undaunted!
  (What word says God?)

 
Io che vivo oggi in Italia, ove più degni poeti vissero e cantarono innanzi a me, bacio riverente le orme loro, ma ne rinnego le parole: altro io fare non posso che meditare colla speranza nel cuore su queste sponde dell’aureo fiume toscano. – Ecco ei traversa velocissimo per mezzo la città di Firenze, ed i ponti curvati a guisa di archi par che ne tremino, ed egli nel suo corso par che li fenda, mentre da ambo i lati rasenta palazzi: ve’ come cornicioni, e porte, e finestre in lunghe file moltiplicate nell’acqua bizzarramente vi brillano, vi ondeggiano; ed ecco le terrazze piene di gente, che se un fiore od un fazzoletto gettassero, andrebbe certo a cadere nel fiume: così dappresso ei tocca i muri delle case: Oh come è bello! – E le montagne là fuori aspettano silenziose la parola che prima verrà pronunziata. – Qual parola mai dir potranno gli uomini? – Qui Giotto piantò il suo campanile, e parve chiedere al Cielo quai cose avrebbe concesse ad un popolo grande, quando grandemente tormentata da una soverchiante forza materiale, rimanesse indomito nei suoi desiderii. – E qual parola dice Dio? –

                       The sculptor’s Night and Day
And Dawn and Twilight, wait in marble scorn,
  Like dogs couched on a dunghill, on the clay
From whence the Medicean stamp’s outworn, –
  The final putting off of all such sway
By all such hands, and freeing of the unborn
  In Florence, and the world outside his Florence.
That’s Michel Angelo! His statues wait
  In the small chapel of the dim St Lawrence!
Day’s eyes are breaking bold and passionate
  Over his shoulder, and will flash abhorrence
On darkness, and with level looks meet fate,
  When once loose from that marble film of theirs:
The Night has wild dreams in her sleep; the Dawn
  Is haggard as the sleepless: Twilight wears
A sort of horror: as the veil withdrawn
  ‘Twixt the artist’s soul and works had left them heirs
Of the deep thoughts which would not quail nor fawn,
  His angers and contempts, his hope and love;
For not without a meaning did he place
  Princely Urbino on the seat above
With everlasting shadow on his face;
  While the slow dawns and twilights disapprove
The ashes of his long-extinguished race,
  Which never shall clog more the feet of men.

 

Ecco da un’altra parte la Notte e il Giorno. L’Aurora e il Crepuscolo dello scultore, che disdegnosi nel marmo stanno aspettando, sdraiati come mastini nel fimo, sugli avanzi dai quali la stampa medicea è cancellata. – Udite la parola: Ogni dominio affidato a mani simili a quelle di costoro che qui giacciono dee per sempre cessare: nuovi eventi han da sorgere in Firenze, e nel mondo tutto che fuor di Firenze si trova. – In questo pensiero ritrovo io Michelangelo. Questi avvenimenti stanno aspettando nell’augusta cappella dell’oscuro San Lorenzo le sue statue. – Quindi il Giorno volge ardito e sdegnoso sull’omero lo sguardo: lampo di aborrimento contro le tenebre, lampo di intrepidezza contro il destino; e par che accenni: Appena questo velo marmoreo mi sarà caduto dalle pupille, io ti incontrerò, o destino, senza paura; quindi la Notte porta nel seno suo strani sogni, e l’Aurora è pallida ed abbattuta come chi passò insonne la notte; e il Crepuscolo spira orrore. Ah certo quel grande svelò in tali opere tutta quanta l’anima sua; certo ei le lasciò eredi di que’suoi profondi pensieri, che mai vollero nè retroceder d’un passo dinanzi al potente, nè piegarsi a blandirlo; erede ei lasciò quel marmo dell’ira sua, del suo disprezzo, dell’amore e della speranza: nè senza un  motivo profondo ei collocò il principe d’Urbino al di sopra di tutti colla faccia velata di ombra perpetua: e l’Aurora e il Crepuscolo lenti a passare versano largamente il biasimo sulle ceneri della sua stirpe, che da gran tempo spenta, non potrà mai più incatenare i piedi degli uomini.

 
“What’s Italy?” men ask;
And others answer, “Virgil, Cicero,
  Catullus, Cæsar.” And what more? to task
The memory closer – “Why, Boccaccio,
  Dante, Petrarca,” – and if still the flask
Appears to yield its wine by drops too slow, -
“Angelo, Raffael, Pergolese,” – all
Whose strong hearts beat through stone, or charged, again,
  Cloth-threads with fire of souls electrical,
Or broke up heaven for music. What more then?
  Why, then, no more. The chaplet’s last beads fall
In naming the last saintship within ken,
  And, after that, none prayeth in the land.
Alas, this Italy has too long swept
  Heroic ashes up for hour-glass sand;
Of her own past, impassioned nympholept!
  Consenting to be nailed by the hand
To the same bay-tree under which she stepped
  A queen of old, and plucked a leafy branch;
And licensing the world too long, indeed,
  To use her broad phylacteries to staunch
And stop her bloody lips, which took no heed
  How one quick breath woud draw an avalanche
Of living sons around her, to succeed
  The vanished generations. Could she count
Those oil-eaters, with large, live, mobile mouths
  Agape for macaroni, in the amount
Of consecrated heroies of her south’s
  Bright rosary? The pitcher at the fount,
The gift of gods, being broken, - why, one loathes
  To let the ground leaves of the place confer
A natural bowl. And thus, she chose to seem
  No nation, but the poet’s pensioner,
With alms from every land of song and dream;
  While her own pipers sweetly piped of her,
Until their proper breaths, in that extreme
  Of sighing, split the reed on which they played!
Of which, no more: but never say “no more”
  To Italy! Her memories undismayed
Say rather “evermore” – her graves implore
Her future to be strong and not afraid –
  Her very statues send their looks before!

 “Cos’è l’Italia? chiedono alcuni; ed altri rispondono: Virgilio, cicerone, Catullo, Cesare. – Ma ripigliano quelli: la lezioncina finisce qui? La memoria non dà altro? – Boccaccio, Dante, Petrarca. – Ma troppo lenta procede pure nel dispiegare i tesori suoi la memoria: – Michelangelo, Raffaello, Pergolese. – Grande invero son questi nomi: grandi furono costoro che fecero nel marmo battere un cuore, o imposero sulle tele que’colori, donde viene alle anime contemplanti un misterioso elettricismo, o colle melodie le condussero in Paradiso: ma quali altri avete voi? – Non ve ne sono più. Le utilme pallottoline della corona cadono al rammentare l’ultimo Santo conosciuto, e dopo questo nel paese il culto cessa. Ahime! questa Italia per troppo tempo ha sollevato in aria ceneri di eroi, scambiandole per polvere indicatrice delle ore. Troppo tempo, innamorata dei secoli decorsi, si è lasciata inchiodare le mani al tronco di quel medesimo alloro, sotto il quale ella procedè regina dela passato, e ne scoscese per velarsene un ramo fronzuto; troppo a lungo veramente ella permise che il mondo usasse le sue ampie filatterie per chiuderne le labbra, e stagnarvi il sangue; no, ella non pensò mai che un suo potente respiro le avrebbe fatto precipitare intorno una valanga di figli viventi degni di subentrare alle generazioni passate. – Ma pure, a chi mai poteva ella affidarsi? L’urna del fonte, dono degli dei, si trova spezzata, che vorrà sostituirvi le foglie che sparse naturalmente rinvengonsi per terra? – Quindi essa, l’Italia, anzichè di nazione, volle piuttosto prendere l’apparenza di chi vive alla mercè di un poeta, mendicando da ogni regione elemosine di canti e di fantasie; intanto i suonatori suoi sonavano dolcemente in onor suo, finchè in un eccesso di dolore col loro fiato medesimo spaccaron la canna nella quale soffiavano. Di ciò basta: - ma deh non si dica mai basta alla Italia: le sue memorie indomite dicono anzi: Sempre più. – Le tombe sue stesse comandano che l’avvenire suo si avanzi, e venga forte ed intrepido: le statue medesimo lanciano nel futuro gli sguardi.-
 

  We do not serve the dead – the past is past!
God lives, and lifts his glorious mornings up
  Before the eyes of men, who wake at last,
And put away the meats they used to sup,
  And on the dry dust of the ground outcast
The dregs remaining of the ancient cup,
  And turn to wakeful prayer and worthy act,
The dead, upon their awful ‘vantage ground –
  The sun not in their faces, - shall abstract
No more our strength: we will not be discrowned
  Through treasuring their crowns, nor deign transact
A barter of the present, in a sound,
  For what was counted good in foregone days.
O Dead, ye shall no longer cling to us
  With your stiff hands of desiccating praise,
And hold us backward  by the garment thus,
  To stay and laud you in long virelays!
Still, no! we will not be oblivious
  Of our own lives, because ye lived before,
Nor of our acts, because ye acted well, –
  We thank you that ye first unlatched the door –
We will not make it inaccessible
  By thankings in the doorway any more,
But will go onward to extinguish hell
  With our fresh souls, our younger hope, and God’s
Maturity of purpose. Soon shall we
  Be the dead too! and, that our periods
Of life may round themselves to memory,
  As smoothly as on our graves the funeral-sods,
We must look to it to excel as ye,
  And bear our age as far, unlimited
By the last sea-mark! So, to be invoked
  By future generations, as the Dead.


Noi non serviamo ai defunti: il passato è passato.- Dio vive, ed alza le sue gloriose mattine, dispiegandole innanzi agli occhi degli uomini, i quali alla fine si svegliano, e posti da banda i cibi coi quali erano usi cenare, e gettate sull’arida sabbia del suolo le feccie che rimanevano in fondo all’antica coppa, si volgono a vigilare, a pregare, ad operar degnamente. I morti dalla tremenda vetta che domina su noi, ma non vede né vedrà mai più il sole che sveglia alle opere del giorno i viventi, i morti non assorbiranno più la forza delle anime nostre; non sarà che per cingere e far tesoro delle loro corone veniamo a farci cadere dalla testa le nostre proprie; non sarà che vogliamo giammai permutare il presente col suono di quello che fu creduto bello ne’ tempi decorsi. O morti, la lode vostra ci inaridisce: non ci tenete per la veste, non ci fate retrocedere, perché ci arrestiamo ad encomiarvi in lunghe canzoni.- No; noi non vorremo obliare la vita nostra solo perché voi viveste innanzi a noi; nè perchè voi egregiamente operaste, vorremo perdere di vista le azioni nostre: voi primi, e grazie ve ne sieno rese, apriste la breccia: noi però non ci fermeremo in lontananza a guardare quel passo, diffondendoci in rendimenti di grazie; noi vogliamo procedere innanzi: l’anima è ritemprata, la speranza è nel vigore della sua gioventù, Iddio ha maturato i tempi; e noi, si, procederemo animosi a spengere quelle truci fiamme d’inferno, che strugger vorrebbero la santa città. – Non ci arrestate nell’impeto nostro: presto morremo noi pure, e perchè possano verdeggiare nella memoria de’ posteri le opere nostre, come l’erba verdeggerà sulle tombe, ci è d’uopo renderci insigni con egregie azioni: noi dobbiamo smuovere a tutto poter nostro que’ confini, che non fu dato a voi trapassare: e le generazioni future c’invocheranno eccitatori d’alte intraprese.
        

                        Through the blue Immense,
  Strike out, all swimmers! cling not in the way
Of one another, so to sink; but learn
  The strong man’s impulse, catch the fresh’ning spray
He throws up in his motions, and discern
  By his clear, westering eye, the time of day.
O God, thou hast set us worthy gifts to earn,
  Beside thy heaven and Thee! and when I say
‘Tis worth while for the weakest man alive
  To live and die, – there’s room too, I repeat,
For all the strongest to live well, and strive
  Their own way, by their individual heat,
Like a new bee-swarm leaving the old hive
  Despite the wax which tempteth violet-sweet.
So let the living live, the dead retain
  Flowers on cold graves! – though honour’s best supplied,
When we bring actions, to prove their’s not vain.
 

Or via, là per l’immenso azzurro, gittatevi tutti a nuoto: non v’impacciato no, nè vi attenete uno all’altro, chè non affondiate: apprenda ognuno dal forte che precede l’impulso che dee dare a se stesso, riceva lo sprazzo ch’ei soleva co’possenti suoi moti, e dietro la scorta sua segua il corso del pianeta maggiore. Grazie, o mio Dio! tu concedesti all’uomo doni degni da conquistare, oltre il tuo Paradiso e la beatifica tua visione: sì, lo ripeto, il più debole uomo che sia sulla terra ha una ragione di vivere e di morire: vi è pure luogo abbastanza per tutti i forti da viver bene, e farsi una via col proprio sudore: quale sciame di api che lasciano l’antico alveare, spregiando la cera che col soave odore di mammoletta le tenta. Vivano dunque coloro che sono in vita, e le fredde tombe de’trapassati si spargano di fiori: ma il fiore più vago sieno le azioni nostre, le quali provino che i loro esempi non furono vani.
 

  Cold graves, we say? it shall be testified
That living men who throb in heart and brain,
  Without the dead, were colder. If we tried
To sink the past beneath our feet, be sure
  The future would not stand. Precipitate
This old roof from the shrine – and, insecure,
  The nesting swallows fly off, mate from mate.
Scant were the gardens, if the graves were fewer!
  And the green poplars grew no longer straight,
Whose tops not looked to Troy. Why, who would fight
  For Athens, and not swear by Marathon?
Who would build temples, without tombs in sight?
  Who live, without some dead man’s benison?
Who seek truth, hope for good, or strive for right,
  If, looking up, he saw not in the sun
Some angel of the martyrs, all day long
  Standing and waiting! your last rhythms will need
The earliest key–note. Could I sing this song,
  If my dead masters had not taken heed
To help the heavens and earth to make me strong.
  As the wind ever will find out some reed,
And touch it to such issues as belong
  To such a frail thing? Who denies the dead,
Libations from full cups? Unless we choose
  To look back to the hills behind us spread,
The plains before us sadden and confuse;
  If orphaned, we are disinherited.

I would but turn these lachrymals to use
  Fill them with fresh oil from the olive grove,
To feed the new lamp fuller. Shall I say
  What made my heart beat with exulting love,
A few weeks back?
 

Fredde tombe, dicemmo? Uomini viventi ai quail batte il cuore e il cervello, senza la memoria degli estinti sarebbero stati – chi può dubitarne? – più freddi. Certo, se noi facessimo sprofondare sotto i piedi nostri il passato, l’avvenire non potrebbe edificarsi: precipitate il tetto dell’antico tabernacolo, e vedrete volar dispersi tutti gli augelli che vi facevano il nido: miseri sarebbero i giardini, se in minor numero fosser le tombe, ed i verdi pioppi non crescevano più in file diritte, se la cima loro non guardava Troia. E chi mai pugnar vorrebbe per Atene, senza giurare per gli estinti di Maratona? Chi mai vorrebbe edificar templi, senza che in vista di essi vi fosser le tombe? Chi mai vive senza la benedizione di qualche estinto? Chi mai va in traccia del vero, spera il bene, o lotta in favore del giusto, se alzando gli occhi al disco solare non vegga lassù l’immagine di qualche angelo che fu martire in terra, e quanto dura la carriera di quell’astro stassi ad attenderlo? Odierne sieno le parole del canto, ma le note si prendano da’ tempi andati. E potrei io intuonare questa canzone, se i trapassati miei precettori non avessero aiutato a confortarmi i cieli e la terra? – Ed essi mi confortarono, e spirarono in me uno spirito di poesia: non trova anche il vento una canna, e la scuote, e la fa rispondere, come può meglio una sì fragile creature? Or chi mai nega agli estinti libazioni da piene tazze? Se noi sdegneremo di rivolgere lo sguardo alle montagne spiegate dietro a noi, la pianura che ci sta innanzi ci stringerà il cuore, e ci abbaglierà la vista a guardarla: se orfani, siamo diseredati.
 
Nè altro io vorrei che volgere ad utile scopo questi vasi lacrimari, empirli dal boschetto degli olivi di fresco olio, per alimentare più pienamente la nuova lampada. E qui vo’dire quel che fece, or sono poche settimane, battere il mio cuore con amorosa esultanza.

 

                                  The day was such a day
  As Florence owes the sun. The sky above,
Its weight upon the mountains seemed to lay,
  And palpitate in glory, like a dove
Who has flown too fast, full-hearted. Take away
  The image! For the heart of man beat higher
That day in Florence, flooding all her streets
  And piazzas with a tumult and desire.
The people, with accumulated heats,
  And faces turned one way, as if one fire
Did draw and flush them, leaving their old beats,
  Went upward to the palace Pitti wall,
To thank their Grand-duke, who, not quite of course,
  Had graciously permitted, at their call,
The citizens to use their civic force
  To guard their civic homes. So, one and all,
The Tuscan cities streamed up to the source
  Of this new good, at Florence; taking it
As good so far, presageful of more good, –
  The first torch of Italian freedom, lit
To toss in the next tiger’s face who should
  Approach too near them in a cruel fit, –
The first pulse of an even flow of blood,
  To prove the level of Italian veins
Toward rights perceived and granted. How we gazed
  From Casa Guidi windows, while, in trains
Of orderly procession – banners raised,
  And intermittent bursts of martial strains
Which died upon the shout, as if amazed
  By gladness beyond music – they passed on!
The magistrates with their insignia, passed;
  And all the people shouted in the sun,
And all the thousand windows which had cast
  A ripple of silks, in blue and scarlet, down,
As if the houses overflowed at last,
  Seemed to grow larger with fair heads and eyes.

Era un giorno quale il sole ne fa splendore sopra a Firenze. E pareva che il firmamento riposasse con amore sulle montagne, palpitando a guisa di colomba per troppo ratto volare anelante. – Ma quale immagine mai mi pone dinanzi l’accesa fantasia! Il cuore degli uomini, che inondavano affolati e bramosi le strade e le piazze. Il popolo affratellato ed ardente, tutti con la faccia volta ad una parte, e come se un solo fuoco tutti attirasse, a tutti facesse avvampare le guancie, lasciando la traccia usuale, rimontavano verso  le mura del palazzo Pitti a ringraziare il loro Granduca; il quale pregato, e come per strano favore, aveva graziosamente permesso ai cittadini di usare la cittadina forza per  guardare le cittadine loro case. Così tuttaquante le toscane città si adunavano a Firenze, sorgente di questo nuovo bene ch’esse accettavano intanto come un presagio di un bene maggiore: era questa la prima face che la italiana libertà accendesse per buttarla in faccia alla prima tigre che in un accesso di furia crudele troppo a lei si fosse avvicinata; era questo il primo sussulto d’un sangue, che finallora avea tanto regolarmente circolato; prova che gl’italiani pure conoscono i loro diritti, e sanno apprezzarne la concessione.

Eravamo alle finestre di Casa Guidi a guardare, mentre in file di ordinata processione, a bandiere spiegate, fra continue suonate di musica marziale, che cedevano pure alle grida, quasi sopraffatte da un’allegria che sorpassava ogni possanza di musica, essi passavano.

Ecco passano i magistrati con le loro insegne, e tutta la gente applaudiva alla faccia del sole, e tutte le migliaia di finestre avevano messo serici tappeti lievemente al vento ondeggianti: colore azzurro e color rosso; pareva che la piena degli affetti alfine traboccasse, pareva che affollate di belle teste e di occhi le case divenute fossero più ampie.

The lawyers passed; and still arose the shout,
  And hands broke from the windows, to surprise
Those grave calm brows with bay-tree leaves thrown out,
  The priesthood passed: the friars, with worldly-wise
Keen, sidelong glances from their beards, about
  The street, to see who shouted! many a monk
Who takes a long rope in the waist, was there!
  Whereat the popular exultation drunk
With indrawn “vivas,” the whole sunny air,
  While through the murmuring windows rose and sunk
A cloud of kerchiefed hands! “the church makes fair
  Her welcome in the new Pope’s name.” Ensued
The black sign of the “martyrs!” name no name,
  But count the graves in silence. Next, were viewed
The artists; next, the trades, and after came
  The populace, with flag and rights as good;
And very loud the shout was for that same
  Motto, “Il popolo,”  IL POPOLO,-
The word meant dukedom, empire, majesty,
  And kings in such an hour might read it so.
And next, with banners, each in his degree
  Deputed representatives a-row,
Of every separate state of Tuscany:
  Siena’s she-wolf, bristling on the fold
Of the first flag, preceded Pisa’s hare;
  And Massa’s lion floated calm in gold,
Pienza’s following with his silver stare;
  Arezzo’s steed pranced clear from bridle–hold, –
And well might shout our Florence, greeting there
These, and more brethren!

 

Ecco i legali: e gli applause durano, e vedi le mani sporgere dalle finestre, e gittar d’improviso su quelle gravi fronti tranquille ghirlande d’alloro. – Passa il clero; i claustrali con viso dipinto di senno mondano, gettano sguardi qua e là per le strade a notare chi applaude! Molti ve n’erano, cui bisognava per cingerli una lunga corda: ma intanto la popolare estulatanza s’inebriava di ripetuti evviva, e per l’aria illuminata del sole, dalle romoreggianti finestra si alzava e si abbassava una nuvola di mani a sventolar fazzoletti. – Applaudite la Chiesa in nome del nuovo Papa! – Seguiva il nero vessillo dei martiri: - non pronunziante nome veruno: contate i sepolchri in silenzio. - Vedevansi quindi gli artisti; quindi i commercianti; e dopo venire la plebe, con pari bandiere, siccome con pari diritti, e fortissimo fe l’applauso alla parola: “Il popolo, il popolo.” La quale parola significava altezza, impero, maestà; tanti e siffatti sensi avrebbero potuto leggervi in quel momento i monarchi. E quindi, ognuno con appropriate bandiere procedevano in fila i deputati rappresentanti di ogni provincia della Toscana. Tu avresti

veduto nell’ondeggiamento della prima bandiera spiccare irta di fulci crini la lupa di Siena; seguiva la lepre di Pisa, è muoveasi al vento in campo d’oro il tranquilo lione di Massa: mi sembrava guardar fisso il suo seguace di Pienza, mentre il cavallo d’Arezzo sciolto da ogni freno pareva caracollare: – e ben poteva la nostra Firenze applaudire salutando ivi questi ed altri fratelli. –

                                             Last, the world had sent
The various children of her teeming flanks –
  Greeks, English, French – as to some parliament
Of lovers of her Italy, in ranks
  Each bearing its land’s symbols reverent;
At which the stones seemed breaking into thanks
  And rattling up to the sky, such sounds in proof
Arose! the very house–walls seemed to bend,
  The very windows, up from door to roof,
Flashed out a rapture of bright heads, to mend,
  With passionate looks, the gesture’s whirling off
A hurricane of leaves! Three hours did end
  While all these passed; and ever in the crowd,
Rude men, unconscious of the tears that kept
  Their beards moist, shouted; and some laughed aloud,
And none asked any why they laughed and wept;
  Friends kissed each other’s cheeks, and foes long vowed
Did it more warmly; two-months’ babies leapt
  Right upward in their mother’s arms, whose black,
Wide, glittering eyes looked elsewhere; lovers pressed
  Each before either, neither glancing back;
And peasant maidens, smoothly tired and tressed,
  Forgot to finger on their throats the slack
Great pearl-strings; while old blind men would not rest
  But pattered with their staves and with their shoes
Still on the stones, and smiled as if they saw.
  O Heaven! I think that day had noble use
Among God’s days.


 – Finalmente il fecondo universo avea mandato i vari suoi figli: Greci, Inglese, Francesi, quasi ad un congresso di amatori della sua Italia, tutti schierati, portando ognuno reverente il simbolo della sua patria. Tanta era la generale esultanza che le pietre sembravano scoppiare in applausi, e salire fino al firmamento, e le mura stesse delle case sembravano piegarsi; perfino le finestre su dalla porta fino al tetto, sfoggiavano un’estasi di liete facce, di sguardi desiosi, e per l’aere aggirevasi un turbine continuato di foglie. Tre ore ci vollero perché tutto questo passasse; e sempre nella folla que’rustici inconsapevoli delle lagrime che inumidivano le loro barbe, duravano ad applaudire; e v’era chi portato dal giubilo romorosamente tripudiava; e niuno intanto chiedeva all’altro perché mai tutti ridessero e piangessero ad un tempo: e gli amici si bacciavano le gote uno dell’altro, e i nemici inveterati si abbracciavano, e si baciavano anche più caldamente: e bambini di due mesi saltavano su diritti nelle braccia delle loro madri, che quasi distratte da più forte cara volgevano altrove i neri occhi lucenti; gli amanti si spingevano innanzi, e nessuno guardava all’altro; e le attillate ragazze del contado, dimenticavano di tastarsi nel petto il lento vezzo di perle: mentre i vecchi ciechi non si ristavano dal battere co’ferrati bastoni e con le scarpe sulle pietre, e sorridevano come se avessero visto – No, mio Dio, non è possibile che senza un gran fine tu facessi splender quel giorno!


Meanwhile, in this same Italy we want
  Not popular passion, to arise and crush,
But popular conscience, which may covenant
  For what it knows. Concede without a blush –
To grant the “civic guard” is not to grant
  The civic spirit, living and awake.
Those lappets on your shoulders, citizens,
  Your eyes strain after sideways till they ache,
While still, in admiration and amens,
  The crowd comes up on festa-days, to take
The great sight in – are  not intelligence,
  Not courage even – alas, if not the sign
 Of something very noble, they are nought;
  For every day ye dress your sallow kine
With fringes down their cheeks, though unbesought
  They loll their heavy heads and drag the wine,
And bear the wooden yoke as they were taught
  The first day. What ye want is light – indeed
Not sunlight – (ye may well look up surprised
  To those unfathomable heavens that feed
Your purple hills!) – but God’s light organised
  In some high soul, crowned capable to lead
The conscious people, - conscious and advised, -
  For if we lift a people like mere clay,
It falls the same. We want thee, O unfound
  And sovran teacher! – if thy beard be grey
Or black, we bid thee rise up from the ground
  And speak the word God giveth thee to say.
Inspiring into all this people round,
  Instead of passion, thought, which pioneers
All generous passion, purifies from sin,
  And strikes the hour for. Rise though teacher! here’s
A crowd to make a nation! – best begin
  By making such a man, till all be peers
Of earth’s true patriots and pure martyrs in
  Knowing and daring.

Eppure in questa Italia medesima noi non abbisogniamo già di popolare passione, che sorga e fulmini, ma di popolare coscienza, che patteggiare possa per ciò che conosce. – Convenitene meco, o Italiani, senza arrossire: concessione di guardia civica, non vuol dir concessione di sveglio e vivo spirito cittadinesco. Quelli spallacci fissi negli omeri vostri, o cittadini, quegli occhi vostri che si sforzano a guardali finchè non vi dolgano; quell’ammirazione, che senza fine echeggia fra la folla accorsa ne’ giorni di festa per saziare la vista nel grande spettacolo, questa pompa, dico, e questo applauso non sono intelligenza, non sono tampoco prodezza: ed ahimè! se non sieno segni di qualche nobile cosa, non valgono a nulla. Anche i vostri buoi sono adorni di moscaiuole che loro penzolano giù per le gote; e benchè non richiesti, tentennano le pesanti loro teste, e portano oggi il ligneo giogo come ci furono il primo giorno assuefatti. Quel che a voi manca, o Italiani, è la luce – non già veramente la luce del sole – chi mai di voi non fu preso da un senso di meraviglia, alzando gli occhi al cielo profondo che sparge di lume le purpuree vostre montagne? – ma della luce io parlo di Dio, che informi e compia di se qualche spirito eccelso, e gli dia possa di guidare una moltitudine, la quale a se medesima consapevole del proprio operare lo segua. – Che se voi alzerete un popolo come una massa informe, come una massa informe pure, appena cesserete di sostenerlo, cadrà. – Di te noi abbisogniamo, supremo duce e maestro, te noi cerchiamo: grigia o nera sia la tua barba, sorgi; noi ti chiediamo; alzati dal suolo, e parla la parola che Dio ti commise, ed a tutto questo popolo che ti sta intorno, invece di passione, ispira pensiero che ad ogni generoso affetto appiana la via; pensiero che ad ogni generoso affetto appiana a via; pensiero che degli affetti sgombra ogni tendenza colpevole, pensiero che all’opera segna il momento opportuno. Sorgi, o maestro: ecco qui una folla: cangiala tu in nazione! – anzi incomincia dal fare che ogni uomo sia uomo, finchè tutti ardano di eguale amore di patria: tutti, per avanzare la scienza od osare laudevoli fatti, sian pronti al martirio.
 

  Where is the teacher? What now may he do,
Who shall do greatly? Doth he gird his waist
  With a monk’s rope, like Luther? or pursue
The goat, like Tell? or dry his nets in haste,
  Like Massaniello when the sky was blue?
Keep house like any peasant, with inlaced
  Bare, brawny arms about his favourite child,
And meditative looks beyond the door, -
  (But not to mark the kidling’s teeth have filed
The green shoots of his vine which last year bore
  Full twenty bunches;) or, on triple-piled
Throne-velvets, shall we see him bless the poor,
  Like any Pontiff, in the Poorest’s name,
While the tiara holds itself aslope
  Upon his steady brows, which, all the same,
Bend mildly to permit the people’s hope?
 

Dov’è il maestro? Che potrà egli ora fare, se voglia operare da grande? Dovrà egli cingersi la veste d’un cordiglio monacale, come il riformatare alemanno? O inseguire il camoscio come Tell? O asciugare in fretta a ciel sereno, come Masaniello, le reti? E’

egli forse quel semplice campagnolo, che con le nude braccia abbronzate tiene in collo il favorito suo bimbo, a (non già per vedere se le capre facciano danno alla vigna) volga meditabondo oltre l’aia lo sguardo? E’ egli forse colui, che dal trono tutto splendente d’aurei fregi e ci velluto, benedice da vero Pontefice il povero in nome di Chi fu più povero di tutti? Vedete com’ei china benigne la fronte alle rimostranze del popolo, senza neppure avvedersi, né curare che l’eccelsa tiara, nel chinarsi ch’ei fa, gli cada dalla fronte?

  Whatever hand shall grasp this oriflamme,
Whatever man (last peasant or first Pope
  Seeking to free his country!) shall appear,
Teach, lead, strike fire into the masses, fill
  These empty bladders with fine airs, insphere
These wills into a unity of will,
  And make of Italy  a nation – dear
And blessed be that man! the Heavens shall kill
  No leaf the earth shall grow for him; and Death
Shall cast him back upon the lap of Life,
  To live more surely, in a clarion–breath
Of hero–music! Brutus, with the knife,
  Rienzi, with the fasces, throb beneath
Rome’s stones, – and more, who threw away joy’s fife
  Like Pallas, that the beauty of their souls
Might ever shine untroubled and entire!
  But if it can be true that he who rolls
The Church’s thunders will reserve her fire
  For only light, – from eucharistic bowls
Will pour new life for nations that expire,
  And rend the scarlet of his Papal vest
To gird the weak loins of his countrymen –
  I hold that man surpasses all the rest
Of Romans, heroes, patriots, – and that when
  He sat down on the throne, he dispossessed
The first graves of some glory. See again,
  This country–saving is a glorious thing!
Why, say a common man achieved it? Well!
  Say, a rich man did? Excellent! A king?
That grows sublime! A priest? Improbable!
  A Pope? Ah, there we stop and cannot bring
Out faith up to the leap, with history’s bell
  So heavy round the neck of it – albeit
We fain would grant the possibility
  For thy sake, Pio Nono!
 

Chiunque tu sii che quest’oriflamma verrai ardito afferrare (sii tu l’ultimo contadino, o il primo pontefice liberatore della patria) dovrai pur sorgere, insegnare, guidare, infiammare, raccorre queste ossa per ampio tratto cosparse, organarle, e suffiarvi la vita, comporne le varie volontà in una sola, e far dell’Italia una nazione – caro e benedetto sia chiunque esser possa quell’uomo! Una sola delle foglie che spunteranno per lui sulla terra, non sarà dai cieli essiccata; la morte altro non sarà per lui che il principio d’una vita novella; vita più splendida e duratura, ch’ei passerà per secoli e secoli nel suono d’un’epica tromba! Bruto col suo pugnale, Rienzi coi fasci, palpitano sotto le ruine di Roma – e più altri ve ne sono che gittaron via, come Pallade, il flauto della letizia, affinchè la bellezza delle anime loro splender potesse tranquilla ed intiera! Ma se accaderà mai che colui il quale scaglia i fulmini della Chiesa serbar voglia quel fuoco solamente a dar luce – e dagli eucaristici calici versar voglia nuova vita alle nazioni che agonizzano, e strappare il pontificio suo manto per cingere i deboli fianchi de’suoi compatriotti; costui, io lo giuro, sorpasserà tutti i Romani, tutti gli eroi, tutti i patriotti: –

quando egli si assise sul trono, ei detrasse qualche raggio di gloria alle tombe vetuste. Oh non togliamo gli occhi da questo spettacolo! Il liberare la patria è pure una gloria grande! – E, dite, chi lo fece? Un uomo volgare? – Bene sta. – Un uom dovizioso? – Egregio veramente è costui. – Un re? Sublime! – Un sacerdote? – Ah! Improbabile. – Un Papa? – Qui noi ci fermiame; noi non possiamo indurre la fede nostra a fare un tal salto; la storia la rattiene di forza. – Eppure per amor tuo, Pio Nono, noi c’indurremo a dire: E’ possibile.


                                        Come, appear, be found,
If pope or peasant, come! we hear the cock,
  The courtier of the mountains when first crowned
With golden dawn; and orient glories flock
  To meet the sun upon the highest ground.
Take voice and work! we wait to hear thee knock
  At some some one of our Florentine nine gates,
On each of which was imaged a sublime
  Face of a Tuscan genius, which, for hate’s
And love’s sake both, our Florence in her prime
  Turned boldly on all comers in her states,
As heroes turned their shields in antique time,
  Blazoned with honourable acts. And though
The gates are blank now of such images,
  And Petrarch looks no more from Nicolo
Toward dear Arezzo, ‘twixt the acacia trees,
  Nor Dante, from gate Gallo – still we know,
Despite the razing of the blazonries,
  Remains the consecration of the shield, –
The dead heroic faces will start out
  On all these gates, if foes should take the field,
And blend sublimely, at the earliest shout,
  With our live fighters, who will scorn to yield
A hair’s-breadth ev’n, when, gazing round about,
  They find in what a glorious company
They fight the foes of Florence! Who will grudge
  His one poor life, when that great man we see,
Has given five hundred years, the world being judge,
  To help the glory of his Italy!
Who, born the fair side of the Alps, will budge,
  When Dante stays, when Ariosto stays,
When Petrarch stays for ever?
                                        

Vieni, apparisci, fatti trovare, sii villico o papa, vieni: noi udiamo già il gallo, che suol salutare le montagne quando dapprima il giorno le inaura; e le magnificenza dell’oriente si affollano ad incontrare il sole sulle più alte cime. Alza la tua voce, ed accingiti all’opra! Noi aspettiamo di udirti picchiare a qualcuna delle nove porte di Firenze; poiché sopra ognuna di esse fu dipinta la sublime faccia di un genio toscano, che per odio o per amore Firenze nostra nella sua gloria voltava arditamente a tutti i venienti ne’suoi stati; come gli eroi nei tempi antichi volgevano i loro scudi sculti di onorevole fatti. E sebbene le porte sieno ora vuote di tali immagini, e Petrarca non guardi più fra le acacia da San Niccolò verso il suo Arezzo, nè Dante da San Gallo; –  noi sappiamo pur sempre, che, tolta pure l’immagine, la consacrazione dello scudo rimane. E quelle facce degli estinti eroi, ove mai l’inimico intorno a Firenze si accampi, vedrannosi rifiorire d’un tratto sopra tutte queste porte, ed al primo grido di guerra, unirsi in modo sublime coi nostri viventi battaglieri, i quali sdegneranno al certo di cedere un capello sol di terreno, quando guardandosi intorno, veggono in qual gloriosa compagnia essi combattono contro i nemici di Firenze. Chi recuserà la sua povera vita, quando quel grande u0mo, che là noi vediamo, ha dato cinquecento anni, a giudizio del mondo, per aiutare la gloria della sua Italia?
 

                                                       Ye bring swords,
  My Tuscans? Why, if wanted in this haze,
Bring swords, but first bring souls! – bring thoughts and words
  Unrusted by a tear of yesterday’s,
Yet awful by its wrong, and cut these cords
  And mow this green lush falseness to the roots,
And shut the mouth of hell below the swathe!
  And if ye can bring songs too, let the lute’s
Recoverable music softly bathe
  Some poet’s hand, that, through all burst and bruits
Of popular passion –  all unripe and rather
  Convictions of the popular intellect –
Ye may not lack a finger up the air,
  Annunciative, reproving, pure, erect,
To show which way your first Ideal bare
  The whiteness of its wings, when, surely pecked
By falcons on your wrists, it unaware
  Arose up overhead, and out of sight.

 
Voi portate spade,  toscani miei? Ebbene! se nel presente scompiglio c’è bisogno d’una spada, portatela: ma prima portate un’anima – portate pensieri e parole non arrugginite da una lacrima versata ieri, e nondimeno terribili per la rimembranza de’ torti che ieri soffriste: orsù, tagliate questi tralci, e diradicate questa falsità, questa mollezza, e chiudete con quel mucchio d’erba la bocca dell’Inferno! Che se il cantare vi piaccia, cantate, ma badi il poeta che la sua musica non gli vinca la mano, non si lasci turbare di mezzo alle tempeste delle popolari passioni – tutti convincimenti non ben formati del popolare intelletto – badi pur sempre che all’alzar del suo dito il popolo commosso vi attenda, e capisca s’ei gli annunzia una novità, o lo rimprovera, o gli mostra qual via prese con le candide ali sue il tipo ideale, allorquando eccitato dalle ingiurie che gli stranieri versavano a larga mano sull’Italia, si alzò a volo nella più sublime regione dell’aere.
 

Meanwhile, let all the far ends of the world
  Breathe back the deep breath of their old delight,
To swell the Italian banner just unfurled.
  Help, lands of Europe! for, if Austria fight,
The drums will bar your slumber. Who had curled
  The laurel for your thousand artists’ brow,
If these Italian hands had planted none?
  And who can sit down idle in the house,
Nor hear appeals from Buonarotti’s stone
  And Raffael’s canvas, rousing and to rouse?
Where’s Poussin’s master? Gallic Avignon
  Bred Laura, and Vaucluse’s fount has stirred
The heart of France too strongly. – as it lets
  Its little stream out, like a wizard’s bird
Which bounds upon its emerald wings, and wets
  The rocks on each side – that she should not gird
Her loins with Charlemagne’s sword, when foes beset
  The country of her Petrarch. Spain may well
Be minded how from Italy she caught,
  To mingle with her tinkling Moorish bell,
A fuller cadence and a subtler thought;
  And even the New World, the receptacle
Of freemen, may send glad men, as it ought
  The greet Vespucci Amerigo’s door;
While England claims, by trump of poetry,
  Verona, Venice, the Ravenna shore,
And dearer holds her Milton’s Fiesole
  Than Malvern with a sunset running o’er.
 

Frattanto che tutti i remoti confine del mondo mandino il profondo sospiro dell’antico entusiasmo per gonfiare la bandiera italiana pur dianzi spiegata. Aiuto, regioni d’Europa! Pensate che se Austria entra in campo, quei tamburi turberanno il vostro sonno. E chi mai avrebbe intrecciato corone per le fronti dei vostri mille artisti, se queste mani italiane non avessero piantato allori? E chi sarà che seggasi ozioso in casa, nè ascolti gli appelli dai marmi di Buonarroti, dalle tele di Raffaello, che tanti destarono, e tanti pur desteranno?

Dov’è il maestro di Pussino? La gallica Avignone educò Laura, e la fontana di Valchiusa ha mosso tanto fortemente il cuore della Francia che ella non dovrà cingersi i lombi con la spada di Carlomagno, se un dì i nemici assedieranno il paese del suo Petrarca. La Spagna può ben ricordarsi come dall’Italia ella trasse per mescolare col suo moresco tintinno una cadenza più piena, ed un più sottile pensiero; anche il Nuovo Mondo, sede di liberi, può e dee mandare lieta gente a salutare la porta di Amerigo Vespucci, mentre l’Inghilterra reclama con la voce della poesia Verona, Venezia, il lido di Ravenna, e tien più caro il Fiesole del sup Milton che Malvern, quando la inonda di soave luce il tramonto.
 

And Vallombrosa, we two went to see
  Last June, beloved companion, – where sublime
The mountains live in holy families,
  And the slow pinewoods ever climb and climb
Half up their breast; just stagger as they seize
  Some grey crag – drop back with many a time,
And straggle blindly down the precipice!
  The Vallombrosan  brooks were strewn as thick
That June–day, knee–deep, with dead beechen leaves,
  As Milton saw them ere his heart grew sick
And his eyes blind. I think the monks and beeves
  Are all the same too: scarce they have changed the wick
On good St. Gualbert’s altar, which receives
  The convent’s pilgrims; and the pool in front
Wherein the hill–stream trout are cast, to wait
  The beatific vision and the grunt
Used at refectory, keeps its weedy state,
  To baffle saintly abbots, who would count
The fish across their breviary nor ‘bate
  The measure of their stops. O waterfalls
And forests! sound and silence! mountains bare,
 That leap up peak by peak, and catch the palls
Of purple and silver mist, to rend and share
  With one another, at electric calls
Of life in the sunbeams, – till we cannot dare
  Fix your shapes, learn your number! We must think
Your beauty and your glory helped to fill
  The cup of Milton’s soul so to the brink,
That he no more was thirsty when God’s will
  Had shattered to his sense the last chain-link
By which he drew from Nature’s visible
 The fresh well-water. Satisfied by this
He sang of Adam’s paradise ans smiled,
  Remembering Vallombrosa. Therefore is
The place divine in English man and child –
  We all love Italy.
 

E Vallombrosa ove, mio caro compagno, andammo lo scorso giugno, dove sublimi le montagne si veggono quai una famiglia, e le lente abetine ascendono fino a mezza pendice: e vacillano afferrando qualche grigio sporgimento di rupe, e molte volte cascano indietro con esso, e ciecamente precipitano nell’abisso? Così fitti erano in que’giorni di giugno a Vallombrosa i ruscelli, e sparsi di secche foglie di faggio, come li vide Milton innanzi che divenisse malato di cuore, e d’occhi cieco. I monaci pure, ed ogni animale che lassù si trova, non hanno, io credo, d’allora in poi in nulla mutato. O cascate d’acqua, o foreste, o suoni, o silenzio! La vostra bellezza, noi crediamo, valse nel empir l’anima del divino poeta nostro, ond’egli non aveva più sete, quando la volontà di Dio ebbe spezzato al suo senso l’ultimo anello della catena, con la quale egli tirò dal visibile della natura la fresca onda della sua poesia. Contento di questa, egli cantò del Paradiso di Adamo: e sorrise ricordando Vallombrosa. Quindi ad ogni uomo, ad ogni fanciullo inglese, questo luogo è sacro; e noi tutti amiamo l’Italia.

                             Our Italy’s
The darling of the earth – the treasury, piled
  With reveries of gentle ladies, flung
Aside, like ravelled silk, from life’s worn stuff –
  With coins of scholars’ fancy, which, being rung
On work-day counter, still sound silver–proof –
  In  short, with all the dream of dreamers young.
Before their heads have time for slipping off
  Hope’s pillow to the ground. How oft, indeed,
We all have sent our souls out from the north,
  On bare white feet which would not print nor bleed,
To climb the Alpine passes and look forth
  Where the low murmuring Lombard rivers lead
Their bee–like way to gardens almost work
  The sight which thou and I see afterward
From Tuscan Bellosguardo, wide awake,
 When standing on the actual blessed sward
Where Galileo stood at nights to take
  The vision of the stars, we find it hard,
Gazing upon the earth and heaven, to make
  A choice of beauty. Therefore let us all
In England, or in any other land
  Refreshed once by the fountain–rise and fall
Of dreams of this fair south, – who understand
  A little how the Tuscan musical
Vowels do round themselves, as if they plann’d
Eternities of separate sweetness, – we
Who loved Sorrento vines in picture–book
Ore ere in wine–cup we pledged faith or glee –
Who loved Rome’s wolf, with demi–gods at suck,
Or ere we loved truth’s own divinity, –
Who loved in brief, the classic hill and brook,
And Ovid’s dreaming tales, and Petrarch’s song,
Or ere we loved Love’s self! – why, let us give
  The blessing of our souls, and wish them strong
To bear it to the height where prayers arrive,
  When faithful spirits pray against a wrong;
To this great cause of southern men, who strive
  In God’s name for man’s rights, and shall not fail!

 

E veramente, compagno mio, quante volte, portati a volo dall’agile fantasia ci partimmo dal nostro settentrione, ed ascendemmo le Alpi, e di lassù contemplammo la pianura lombarda, ove i fiumi lentamente mormorando guidano I meandri loro in mezzo a campi adorni quasi di tanta bellezza, quanta ne splende in quella valle meravigliosa, che poscia potemmo contemplare sensibilmente dagli aerie poggi di Bellosguardo! Te ne rammenti? Seduti un dì sul tappeto di erba foltissima santificata da’piedi di Galileo, che di là osservò le stelle, noi, dato uno sguardo ai cieli, uno alla terra, pendemmo incerti quale de’due fosse più bello. Tutti dunque, tutti, in Inghilterra o in ogni altra contrada, rinfrescati una volta alle magiche sorgenti di questo paese, donde sgorga perenne all’essetata fantasia una larga fiumana d’idoli aerei, e di sogni – noi tutti che intendiamo come dalle toscane labbra esce la musica di una favella stupendamente soave, onde ogni parola che tu odi sembrati chiudere in se un’eternità di dolcezza; – noi che amammo dipinte ne’ libri le vigne di Sorrento, prima che giunti fossimo alla virilità – che amammo la lupa di Roma coi poppanti semidei, innanzi che tributassimo un culto alla divinità del vero – che insomma amammo il colle e il ruscello classico, e le sognate favole d’Ovidio, e il canto di Petrarca innanzi che amassimo lo stesso amore – noi, dico, alziamo una voce di benedizione dall’anime nostre: ed oh sieno le nostre anime forti abbastanza da spingere quella benedizione fino all’altezza ove giungono le preghiere con le quali gli spiriti fedeli implorano contro le umane ingiustizie la giustizia divina! – Benediciamo a questa gran causa degli uomini meridionali, che lottano, in nome di Dio, per dritti dell’uomo, e a questa lotta non può mancar la vittoria.

 











When she died, ten years later, the government placed on Casa Guidi the following plaque:





QUI SCRISSE E MORÌ
ELISABETTA BARRET BROWNING
CHE IN CUORE DI DONNA CONCILIAVA
SCIENZA DI DOTTO E SPIRITO DI POETA
E FECE DEL SUO VERSO AUREO ANELLO
FRA ITALIA E INGHILTERRA
PONE QUESTA MEMORIA
FIRENZE GRATA
1861



FLORIN WEBSITE © JULIA BOLTON HOLLOWAYAUREO ANELLO ASSOCIAZIONE, 1997-2017: MEDIEVAL: BRUNETTO LATINO, DANTE ALIGHIERI, SWEET NEW STYLE: BRUNETTO LATINO, DANTE ALIGHIERI, & GEOFFREY CHAUCER || VICTORIAN: WHITE SILENCE: FLORENCE'S 'ENGLISH' CEMETERY || ELIZABETH BARRETT BROWNING || WALTER SAVAGE LANDOR || FRANCES TROLLOPE || ABOLITION OF SLAVERY || FLORENCE IN SEPIA  || CITY AND BOOK CONFERENCE PROCEEDINGS I, II, III, IV, V, VI, VII || MEDIATHECA 'FIORETTA MAZZEI' || EDITRICE AUREO ANELLO CATALOGUE || UMILTA WEBSITE || RINGOFGOLD WEBSITE || LINGUE/LANGUAGES: ITALIANO, ENGLISH || VITA
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