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BRUNETTO'S BESTIARY

IL TESORO            


LIBRO QUARTO


St Petersburg, Li Livres dou Tresor codex, facsimile di M. Moleiro: fol. 45v

Continuing Aristotle's educative work for Alexander, Brunetto Latino wrote the first vernacular encyclopedia including a bestiary as Li Livres dou Tresor in French for King Charles of Anjou, Carlo d'Angiò. Its Bestiary section is Florence's answer to Sicily's De arte venandi cum avibus, the work about nature and wisdom, written and profusely illustrated for Federico II. Brunetto translated his magnum opus also into Italian, and Florence is especially enriched by these Tesoro manuscripts, while lacking the French work, apart from one Ashburnham manuscript in the Laurentian Library. It is safe to conclude that this Italian version is the text which Brunetto would have taught his young Italian students, Guido Cavalcanti, Dante Alighieri and Francesco Barberino. It is a book that serves for both French kings and Florentine republicans. The French and the Italian manuscripts can be richly illuminated for this section, giving each fish, fowl and beast. Dante particularly remembers the section concerning serpents and snakes for his Inferno cantos using the same. So will also James Joyce, from a children's book of the Bestiary, given with photographs of the Amiens capitals of the beasts, that he had bought for Lucia and Giorgio in Trieste.

Luigi Carrer published Il Tesoro di Brunetto Latini, volgarizzato da Bono Giamboni, in Venice using a late Venetian manuscript which gave that erroneous attribution. The other manuscripts then had that false information written upon them by later librarians. Consequently, Italian scholars have paid little heed to this important text, preferring instead to edit the French manuscript of Li Livres dou Tresor in Verona's Biblioteca Capitolare.

The illuminations employ the memory system of alternating red and blue backgrounds.

For another illuminated and exquisite Bestiary, but earlier and in Latin, see the Aberdeen Bestiary:
http://www.abdn.ac.uk/bestiary/
For an Exhibition of Bestiaries see: http://expositions.bnf.fr/bestiaire/expo/version_us/salle2/index.htm
For a woman's Bestiary see: http://bestiary.ca/articles/anne_walshe/index.html
For Google's arguments against Aristotle's taxonomy see:
http://video.google.com/videoplay?docid=2159021324062223592&q=type%3Agoogle+engEDU

For M.Moleiro, Facsimile Edition of the St Petersburg, Li Livre dou Tresor, see: http://www.moleiro.com/
http://www.florin.ms/facsimiles.html




pesce sere, demer, glavie, fol. 46, anguille, echinus, corcorel

St Petersburg, Li Livres dou Tresor codex, facsimile di M. Moleiro: fol. 45v, sere, demer, glavie, fol. 46, anguille, echinus, corcorel

Capitolo I
Qui comincia le nature delli animali, e prima delli pesci
i pesce sono senza numero, con tutto che Plinio non ne conti se non centoquarantaquattro per nome. E sono di diverse maniere. Chè l'una generazione vivono in mare solamente, ed altri conversano in terra ed in aqua, e vivono secondo suo luogo. Havvi generazioni che fanno uova, e gittanle in acqua, e l'acqua le conserva, sì che ne nascono li pesci. Ed è generazione che vivi escono di corpo, sì come sono le balene e il delfino, e molte altre generazioni. E quando la madre li vedi nati, ella li va guardando molto dolcemente e molte teneramente. E quando ella vede alcun pesce che sia di preda, per temenza che'suoi figlioli non li siano tolti e divorati, sì li si ritorna in quel luogo medesimo ov'ella gli ha conceputi; e quando vede che non ha alcun dubbio, ed ella gli mette fuori al tempo e'l luogo. E sappiate che'pesci non sanno che sia lussuria, imperciò che in nulla maniera si congiunge l'uno con l'altro carnalmente, secondo che fa l'asino con la cavalla, o'l cavallo con l'asina, nè alcuno puote vivere che sia si lungi dal suo lingnagio. E sonne che si nutricano in diversi modi: chè tali sono che si nutricano mangiando li minori di loro, e tali che vivono di vermicelli di fondo di mare. La balena è di maravigliosa grandezza, che gitta l'acqua più alta che niuna generazione di pesce, il suo maschio quando concepe, e maschio concepe.

 

Sara è uno pesce ch'ha una cresta, ch'è alla maniera di serre, onde rompe le navi di sotto, e le sue ali sono sì grandi, ch'egli ne fa vela, e va bene otto leghe contra alle navi, ma alla fine ch'egli non puote più sofferire, se ne va in profondo del mare. Porco è d'una ragione pesce che cava la terra di sotto l'acqua per cercare dond'egli viva così come i nostri porci; e la loro bocca hanno sotto la gola, per tale modo ch'ellino possano rugumare, chè altrimenti non si portrebbero pascer. Glave è uno pesce che ha il becco come una spada, con che egli pertusa le navi, e falle perire. Scarpione è appellata une generazione di pesce, li quali si magagnano altrui le mani. Anguilla è un pesce che nasce di limaccio di terra, cioè di mota, e però quando la pigli, quanto più la stringi, più ti fugge; di cui gli anziani dicono, che chi bevesse del vino ov'ella fosse annegata non avrebbe mai più voglia di bere. Morena è una generazione di pesci, di cui li pastori dicono che ella concepono di serpenti; e però li fanciulli le chiamano sufulando, sì come le serpi, elli vegnono e sono prese; e la loro vita è nella coda, e chi la fiede nel capo o nel dosso non ha male, ma chi la fiede nella coda immantinente è morta. Chimus è un pesce di mare, ma egli è sì savio ch'egli cognosce quando dee essere la fortuna, innanzi che egli sia, incontanente prende una pietra e portala come una persona, e quando la fortuna è, egli la mette in fondo di mare, e sta sopr'essa, e dopo esce infino a tanto che la fortune è rimasa. E però molte i marinari ne prendono guardia, quando lo veggiono.

Capitolo II
Dei coccodrilla
occodrillo è uno animale con quattro piedi, e di colore giallo, chiamato corobel. E nasce nel fiume del Nilo, cioè quello che corre nella terra d'Egitto, sì come il conto ha divisato a dietro, là ove parla di quella contrada; ed è lungo venti piedi, ed è armato di grandi denti e di grandi unghie. Il suo cuoio e sì duro, che non sente colpo di pietra che uomo li gittasse con mano. Il dì sta in terra, e la notte ritorna nel fiume, che non vi puote ire; e sappiate ch'egli non ha lingua. E non è animal al mondo se non questo che muovo la mascella di sopra, e quella di sotto rimanga ferma. E se vede alcuno uomo egli lo piglia e sì lo mangia, e poi che l'ha mangiato egli lo piange. Or avviene che quando uno uccello chiamato sconfilions vuole carogna, va a questo animale, e ponesi alla bocca, e grattali la gola sì dolcemente ch'egli apre la booca. Allora viene un altro animale ch'ha nome calcatrice, ed entrali dento lo corpo, ed esceli dall'altra parte, compendolo tutto in tal modo ch'ella l'uccide. Il simigliante fa il dalfino, che quando il vede venire sì se li fa a rincontro, e gettaseli addosso e poi gli entra, e fiedelo in tal modo ch'ella l'uccide. E sappiate che la calcolatrice, con tutto ch'ella nasca in acqua e viva nel Nilo, ella non è pesce, anzi è serpente d'acqua, che ella uccide l'uomo se'l puote ferire, se fegato di bue non lo guarisce. Ed in quella contrada abitano uomini molto piccioli, ma elli sono sì arditi ch'elli la contrastono col coccodrillo, ch'è di tal natura, ch'egli chiunque fugge. E quelli che fuggono gridano, e fanno in modo ch'ellino il pigliano alcuna volta, e quando è l'hanno presso, elli perde tutta la sua fierezza, e diviene sì umano che'l suo signore lo puote cavalcare su vuolo, e fallo fare ciò che vuole. E quando è dentro dal fiume vede poco, e quando è in terra vede molto bene. E nel fondato verno non mangia, e non fa lordura, e quattro mesi dell'anno sta senza mangiare.

Capitolo III
Della balena
a balena è di maravigliosa grandezza, e molte genti la chiamano graspios. E molte volte rimane in secco, per basso di fondo. E questo è perchè'l mare cresce e scema trenta piedi, sì come noi avemo detto di sopra. E questo è il pesce che recevette Giona nel ventre suo, secondo che le storie del vecchio Testamento ne contano, che li parea essere ito in inferno, per lo grande luogo ch'egli era. E questo pesce si salta tanto dall'acqua, che'l suo dosso si pare di sopra a tutte l'onde del mare, poi il vento vi rauna suso rena, e nasconvi erbe, tanto che molte volte ne sono ingannati li marinari, che quando veggiono ciò si credono che sia isola, e scendonvi suso, e ficcano insuso i pali nella rena per cuocere. E quando questa balena sente lo palo e il fuoco, sì si muove, e quelli che vi sono suso sono a mala condizione, e talvolta ne periscono infino che sta in questo modo. E quand'ella vuol mangiare apre la bocca e sta a bocca aperta, e un certo pesce va, e accompagnasi con gli altri pesci, e sì li mena nella bocca di questa balena, credendosi gli altri pesci che sieno due sassi, e quando gli ha messi dentro ed ella se n'esce e la balena gl'inghiottisce. In questa meniera si pasce alcuna volta.

Capitolo IV
Cella cochilla
ochilla è un pesce di mare, lo quale sta chiuso con due ossa grosse, ed apre e chiude, e sta in fondo di mare, e la mattina e la sera viene a sommo, e toglie la rugiada. E poi sta al sole, e indurano alquanto queste gocciole della rugiada, ciascuna secondo che le sono, non tanto ch'ella sia compiuta di fermezza; poi quando sono cavate di queste cochille elle indurano e queste sono quelle che l'uomo chiama perle, le quali sono pietre di grande nobiltà, e specialmente in medicina; e come la rugiada è pura e netta, così sono le perle bianche e nette simigliantemente, sì si vogliono cavare per chiaro tempo. Anche è in mare un'altra cochilla d'un' altra maniera, che si chiamano moricche, e le più genti le chiamano ostrice, in ciò che quando l'uomo gli taglia intorno, eglino nascono lagrime, di che l'uomo tigne le porpori di diversi colori, e quella tintura è delle sue carni. Ed un'altra cochilla è che l'uomo la chiama cancro, però che l'ha gambe, ed è nimica dell'ostrice, ch'ella mangia la loro carne per grande ingegno, ch'ella porta una piccola pietra, e va di sopra all'ostrice, e quando ella apre la bocca, ed ella lascia cadere questa pietre tra le sue ossa con che ella si chiude, e quando ella vuole non si può richiudere, sì che ella la si mangia in questo modo.

Capitolo V
Del dalfino
alfino è un grande pesce, e molto leggiere, che salta di sopra dell'acqua; e già sono stati di quelli che sono saltati di sopra delle navi, e volentieri seguiscono le navi, e le boci delli uomini, e non vanno se non a molti insieme, e cognoscono lo mal tempo quando dee essere, e vanno contro alla fortune che dee essere. E quando li marinari veggiono ciò, sì so antiveggiono della fortuna. E sappiate ch'egli ingenera e porta dieci mesi, E quando gli ha fatti, ed ella li nutrica del suo latte. E quando ella vede pesci di che li figliuoli temano, ella se li mette un corpo, e tanto vi tiene, ch'ella vede luogo sicuro. E vivono trenta anni, e muoiono di piccola fedita ch'elli abbiano. E mutano la lingua. Ed a nullo altro animale d'acqua addiviene quello che a lui, che mentre ch'egli sta sotto l'acqua non può inspirare. E però ispesso viene di sopra dell'acqua, secondo che l'uomo lo puote vedere quando lo truova in mare. Alla primavera vanno al mare di ponente, quando fa egli figliuoli, per l'abbondanza dell'acque dolci. E l'occhio sinistro vede peggio che lo diritto, e lo diritto vede bene. E sappiate che dal fiume del Nilo è una generazione di dalfini che hanno sullo spino del dosso una spina con ch'egli uccide lo coccodrillo. Ed egli si trova nelle storie antiche che uno garzone nutricò uno dalfino col pane, ed amavalo tanto che'l fanciullo lo cavalcava e giuocava con lui.


Andrea Verrocchio. Boy with Dolphin. Palazzo Vecchio, Firenze

Avenne che'l garzone morì; ed egli stimando che'l fosse morto, si lasciò morire. Ed anche in Egitto, una garzone nutricò un altro, che simigliantemente lo cavalcava, e giuocava con lui. Addivenne che questo garzone, a preghiera d'uno signore, sì lo fece uscire fuori e saltare nella piazza, e quelli lo uccisero. E sappiate ch'egli è quel pesce, che più amore porta all'uomo, che nessuno animale che d'acqua sia.

Capitolo VI
Delle portame
ortame è un pesce, ch'è chiamato cavallo fiumatico, però che'l nasce nel fiume del Nilo. E lo suo dosso e li suoi crini e la sua boce, è come di cavallo. E le sue unghie son fesse, come d'uno grande porco salvatico. E ha  la coda come cane bretone ritonda. E va a dietro quando vede l'uomo, per paura che non li faccia alcuno aguato, e questo fa per sua guardia. E quando mangia troppo, e conosce ch'è rinfuso per troppo mangiare, egli va suso per le canne che sono tagliate di novello, tanto che'l sangue li esce de'piedi in grande abbondanza, per le canne che sono tagliate che li tagliano i piedi. E in questo modo si medicina della sua malattia.

Capitolo VII
Della serena
erena furono tre, secondo che le storie antiche contano. E aveano sembianze di femine dal capo infino alla coscia, e dalle coscie in giù hanno sembianza di pesce, ed aveano ale e unghie. Onde l'una cantava molto bene con la bocca, e l'altra di flauto, e l'altra di cetera, e per loro dolce canto e suono facevano perire le navi, che andavano per mare udendole. Ma secondo la verità, le serene furono tre meretrici, che ingannavano tutti i viandanti, e mettevanli in povertade, e dicono le storie che le aveano ale e unghie, a similitudine dello amore che vola e fiede. E conversavano in acqua, perche la lussuria fu fatta a modo dell'acqua, che così come nell'acqua non si truova fine, così nella lussuria non si trova fine. E alla verità dire, in Arabia è una generazione di serpenti bianchi, che l'uomo appella serena, che corrono sì maravigliosamente, che molti dicono ch'elli volano, e loro ferite sono sì crudeli che s'elli mordano alcuno conviene dee moia anzi ch'egli senta alcuna dolore. Della diversità dei pesci e di loro natura non dirà ora più il maestro che detto ha, anzi dirà degli altri animali che sono in terra, e prima dirà delli serpenti che sono in molte cose più simiglianti a'peschi.

fol.  46v, cete, kokille, kokille, delfin, fol. 47, ypotaine, sieraines

St Petersburg, Li Livres dou Tresor codex, facsimile di M. Moleiro: fol.  46v, cete,  kokille, kokille, delfin, fol. 47,  ypotaine, sieraines


LIBRO QUINTO

Capitolo I
Qui comincia il trattato delli serpenti, e loro natura
erpenti sono di molta generazione, e hanno diverse nature, ma tutti serpenti sono di fredda natura. E non fiedono, se primo elli non sono riscaldati, e però esce di loro più veleno di dì che di notte, perchè di notte si ricoglie e fa bolge per la rugiada, e tutto verno giaccono nelle loro tane, e la state n'escono. Tutti i veneni son freddi, però addiviene che l'uomo n'ha paura, quando egli n'è ferito, però che l'uomo è di calda natura, e però fugge la freddura del veneno. Egli è appellato veneno però che li entra dentro dalle vene, e non avrebbe podere di malfare se non tocasse lo sangue dell'uomo, e quando il tocca, tutto l'arde infino che l'uccide, se non vi si fa argomenti. Le nature dei serpenti son tali che quando egli invecchia, li suoi occhi diventano torbi e tenebrosi, perchè elli sono coperti, ed elli s'il conosce bene. Ed allora dimagra tanto che la sua pelle gli è molto grande e larga, ed allora egli entra per forza tra due pietre, e spoglia la sua pelle vecchia, e diviene giovane e fresco, e di buono colore e ritornali il buono vedere, e mangiano finocchi per avere chiara veduta. E quando elli vanno a bere, elli lasciano il veneno in alcuno luogo sicuro; e la sua bocca è piccola, e han la vita nel capo; chè s'elli è riciso, e rimanga pure due dita, non more, e per ciò mette tutto il suo corpo in difesa del capo, e per la grande guardia ch'egli fa del capo, non vede quasi bene. E non ha gli occhi nel capo, anzi gli ha dallato dalli orecchi, e non vede guari bene dinanzi, ma vede ben traverso, e se è ferito tra'l capo e'l collo non può andare se non poco, e s'egli mangia di corpo d'uomo a digiuno si more, e nascono due uova. E poi che le serpi hanno fatte le uova, sì le covano sotterra, e nascono di quelle uova, sì come gli uccelli.

fol. 47v, serpens, fol. 48, aspyde,  enfemenie, basilicus,  draghon

St Petersburg, Li Livres dou Tresor codex, facsimile di M. Moleiro: fol. 47v, serpens, fol. 48, aspyde,  enfemenie, basilicus,  draghon


Capitolo II
Dell'aspido
spido è una generazione di velenosi serpenti che con suoi denti uccide l'uomo. Tutto che ne sono di più maniere, e ciascuno ha per propria maniera di malfare, che quel ch'è chiamato difise fa con suo fiato morire l'uomo. L'altro ha nome prialis, che fa tanto dormire l'uomo che more. L'altro ha nome emori, e fa tanto sangue uscire all'uomo che'l fa morire. E quello che ha nome presto, va tutto die con la bocca aperta, e quando egli istrigne alcuno con li suoi denti, si cufia tanto ch'egli se ne more, e puzza subitamente, sì ch'è orribile cosa. E sappiate che l'aspido porta in capo una pietra preziosa, che ha nome carboncalo, e quando l'incantatore vuole quella pietra, dice sue parole, e quando l'aspido se ne avvede, incontanente ficca l'una orecchia in terra, e l'altra si tura con la coda, sì che non ode le parole dello incantatore. Nel regno delle femine son serpenti che hanno due teste, l'uno come debbono, e l'altra nella coda, e va da ciascuna parte e corre prestamente; i suoi occhi sono lucenti come candela accesa. E sappiate che questo serpente sole è quello che sta alla freddura tutto dì, e va dinanzi a tutti gli altri come guerriere e capitano.

Capitlo III
Della natura del basilischio
asilischio sì è una generazione di serpenti e sì pieno de veleno, che ne riluce tutto di fuori, eziandio non che solo il veleno, ma il puzzo avvelena da presso e da lungi, perchè egli corrumpe l'aria e guasta gli arbori, e'l suo vedere uccide gli uccelli per l'aria volando, e col suo vedere attosca l'uomo quando lo vede: tutto che gli uomini anziani dicono che non nuoce a chi lo vede in prima. E la sua grandezza, e' suoi piedi, e le tacche bianche sul dosso, e la cresta sono proprie come di gallo, e va la metà diretto sopra terra, e l'altra metà va per terra come gli altri serpenti. E con tutto ch'egli sia così fiero, si lo uccide la bellula. E sappiate che quando Alessandro li trovò, egli fece fare ampolle di vetro colato dove gli uomini entravano si che vedeano gli uomini i serpenti, ma li serpenti non vedeano gli uomini e così gli uccideano con saette, e per cotale ingegno ne fu deliberata l'oste; e questa è qualità del basilischio.

Capitolo IV
Della natura di più dragoni.
ragoni è maggiore generazione di tutti serpenti, ed eziando è maggiore che nessuna bestia del mondo, ed abitano in India nel paese d'Etiopia, là ove sempre è grande istate. E quando elli esce del suo luogo, egli corre per l'aria sì ismisuratamente e per sì grande forza, che l'aere ne riluce dopo lui, sì come ardente fiamma. E ha piccola cresta e bocca, e ha una buso aperto quindi onde cava la lingua il suo spirito. E la sua forza non è nella bocca, anzi è nella coda, onde fa peggio per battere con la coda, che per mordere con la bocca. E la forza della sua coda è sì grande, che nessuno animale n'è sì grande, n'è sì forte, che s'ella lo stringe con la coda, non lo uccida. Ed eziandio lo leofante uccide istringendolo, ed è intra loro odio mortale, secondo che lo maestro dirà più innanzi, colà ove parlerà del leofante.

fol. 48v, scitalis, wive, laisarde, fol. 49, aigle, ostoir,

St Petersburg, Li Livres dou Tresor codex, facsimile di M. Moleiro: fol. 48v, scitalis, wive, laiarde, fol. 49, aigle, ostoir,

Capitolo V
Della natura dello isitalis
sitalis è una generazione di serpenti, che vanno lentamente, ma egli è si bene taccato di diversi colori chiari e lucenti, che le genti lo veggiono volentieri tanto ch'elli se li appressano, e per la sua paura non si possono partire, e così li prendono. E sappiate che egli è di calda natura, che eziandio di verno si spoglia la sua pelle, per calura ch'è in lui.

Capitolo VI
Della vipera
ipera è una generazione di serpenti, ch'è sì fiera di natura, che quando il maschio si congiunge con la femina, egli mette il capo dentro alla bocca della femina; e quand'ella sente il diletto della lussuria, ella stringe con denti e morde via il capo, e quello capo singhiotte dentro dal suo corpo. E quando li figliuoli sono in tempo che ne vogliono uscire fuori, elli lo rompono disopra dalla schiena per diritta forza, ed escono fuori in tal maniera, ch'elli veggiono la lor madre. Di questo serpente dice santo Ambrogio, che questa è la più crudele bestia, che sia al mondo, e più di malizia senza pietade. E sappiate che quello serpente, quando egli ha talento di lussuria, mette il capo nella bocca della femina, ond'ella l'uccide, sì come detto è di sopra.

Capitolo VII
Del lusardes e della salamandra
usardes sono di più maniera, tali grandi e tali piccoli, l'una specie quando è caldo si morde l'uomo con denti malamente, ma quando lusardes invecchia, egli entra per uno buso di muro stretto, contr'al sole, e spogliandosi la sua veste, lascia tutta la sua vecchiezza. E simigliasi alla salamandra, di colore variato. Il suo veleno e più traffitivo, che tutti gli altri veleni, ch'egli nuoce a molte cose. Così s'egli avveleno tutti li pomi dell'albore, uccide tutte le persone che ne mangiano, e s'ella cade in un pozzo, egli avvelena chiunque ne bee. E sappiate, che la salamandra vive entro nel mezzo del fuoco, senza alcuno dolore, e senza alcuno dannaggio di suo corpo, anzi ispegne il fuoco col suo vento. Qui fa fine la storia e'l parlare di serpenti e di loro natura e di vermini, come sono di diversa maniera e come nascono in terra e in acqua e in mare e in caverne e in foglia e in legno e in drappi e in uomo e in altri animali, dentro e di fuori, senza congiungimento di maschio e di femina. Anche che alcuni ne nascono per generazione, non ne dirà più il conto, però che sarebbe lunga materia, senza grande profitto, e seguirà altra materia, per parlare degli altri animali, e primieramente dell'aquila, ch'è podestà di tutti animali, cioè uccelli.

Capitolo VIII
Della natura dell'aquila
'aquila è come la migliore veduta che nessuno altro uccello del mondo. E vola sì in alto, che l'uomo perde la sua veduta, e vede si chiaramente che conosce in terra ogni piccola bestia che vola, e li pesci nell'acqua, e quando vi si abbatte si li piglia. E dura di guardare verso il sole sì fissamente, che' suoi occhi non muove niente. E però piglia li suoi figliuolo, e volgeli verso li raggi del sole, e quello che vi guarda dirittamente senza mutare suoi occhi, s' è ricevuto e nutricato, sì come degno, e quello che muta li suoi occhi, sì è rifutato e cacciato del nido, sì come bastardo. E ciò non addiviene per crudeltà di natura, ma per giudicamento di dirittura, che non lo ha per suo figliuolo, anzi come uno strano. E sappiate che un vile ucello, ch'è chiamato fortezza, ricoglie quello ch'è cacciato, e mettelo tra suoi figliuoli, e nutricalo come suo. E sappiate che l'aquila ha lunga vita, che ella rinovella e spoglia sua vecchiezza. E dicono molti, ch'ella vola sì alto che le sue penne ardono, e le sue scorze degli occhi, tanto s'appressa al calore del fuoco. Ed allora si lascia cadera in una fontana, ov'ella si bagna, ed immantinente torna giovane come dal suo cominciamento. Anche dicono molti, che quando ella invecchia il becco gli cresce tanto che si volge in giuso, sì ch'ella non può beccare cosa che prode le faccia. Ed ella va ad una pietra, e tanto ella vi percuote, che quello ch'è cresciuto si parte dall'altro, e in tal maniera che torna così bello e così tagliente, come egli era quando era giovane.

Capitolo IX
Dell'astore
'astore è uno ucello di preda che l'uomo tiene per diletto d'uccellare, sì come l'uomo tiene isparaviere e falconi, ed è di fazione e di colore simigliante allo sparaviere, ma è maggiore del falcone. E sappiate che astori e falconi e sparvieri ed altri uccelli di preda, che l'uomo tiene per diletto d'uccellare, sono molto fieri ai loro figliuoli; chè quando elli sono in aria che possano volare, elli li cacciano da loro in tale maniera, che mai quasi non si ritruovano con loro, perchè vogliono ch'elli medesimi si pascano, non volendo che lascino quello che debbono fare per natura, e perchè non diventino nighittosi, e per questo cagioni li dipartono da loro. E sappiate che astori sono di tre maniere, grande e mezzani e piccoli. Li minori sono a guisa di terzuolo, ed è prode e maniero, e bene volenteroso di beccare, ed è leggiere da uccellare. Lo mezzano ha ale rossette e piedi e corpo ed unghie piccole e malvagie e gli occhi grossi e scuri. Questi sono molto duri a farli manieri, e però non vagliono guari lo primo anno, ma al terzo anno sono buoni e di bona aria. Lo grande astore è maggiore che gli altri, e più grosso e più maniero, e migliore, e gli occhi ha begli e chiari e lucenti, e grossi piedi e grandi le unghie e lieto viso, ed ardito che per nessuno uccello si trae addietro, ed eziandio dell'aquila non ha paura. Però dice il maestro che quando l'uomo vuole cognoscere il buono astore, l'uomo dee guardare che sia grande, e ben fornito di tutto. Ed alla verità dire, in fra tutti gli uccelli cacciatori li maggiori sono le femine, e li minori sono li maschi, ciò sono li terzuoli, e sono si caldi per la maschiezza e sì orgogliosi, che appena prendono se non ne viene loro voglia. Ma la femina, ch'è fredda per natura, è tutto giorno volonterosa di prendere, però ch'ella è fredda, e la freddura è radice di tutta cupidità, e ciò è la cagione perchè li grandi uccelli rapaci sono migliori, per ciò che non hanno nullo desdegno di prendere, anzi desiderano sempre la preda, a più l'un di che l'altro, in tal maniera che alcune fiate prendono mal vizio, ma nella muda lo lasciano, e megliorano le penne, e li mali terzuoli vi prendono molte fiate vizio.

Capitolo X
Anche degli astori
quando vuoi scegliere astore grande, guarda ch'agli abbia la testa lunga, a guisa d'anguilla e che la sua ciera sia allegra, e un poco chinata infino ch'egli è concio. E poi dee essere lo suo viso come malinconico e cruciato e piena d'ira, e abbia le nare ben gialle, il mezzo ch'è in  tra gli occhi sia ben lungo, e sopra il ciglio sia ben pendente, e gli occhi sieno in fuori, e grossi, e ben per ragione coloriti direttamente, che ciò è segno che'l sia figluolo d'astore che abbia più di tre mude: onde vive più lungamente quando è ingenerato da padre che sia vecchioa. Il suo collo sia lungo e serpentino, il petto grosso e ritondo come colombo, e che le due penne dell'ale, le quali le più genti chiamano ispade, sieno serrate con l'ale, sìi che le non li paiano di fuori, e l'ale brune, e ben tenente, e gli artigli grossi de nerbora, e non di carne, e l'unghie grosse e bene forti. E tanto sappiate che quelli che hanno le gambe lunghe prendono più leggiermente, ma non tegnono così bene come quelli che le hanno corte.

fol. 50,  esprimer

St Petersburg, Li Livres dou Tresor codex, facsimile di M. Moleiro: fol. 50,  esprimer


Capitolo XI
Degli sparvieri
parvieri vogliono essere di questa maniera, ch'elli abbiano la testa picciola, e gli occhi infuori e grossi, il petto ben tondo, i piedi bianchi e aperti e grandi, e le gambe grandi e corte, e la coda lunga e sottiletta, e l'ale lunghe infino alla terza parte della coda, e la piuma di sotto la coda sia taccata. E se egli ha li piedi rostigiosi, sì è simiglianza che siano boni. E quelli che hanno tredici penne nella coda, debbono essere migliori che gli altri. E se t'avviene bono lo sparvieri, guardati di non farli prender colombo in su torre, però che spesse volte se ne guasta, per la grande caduta che elli fanno. E sappiate che tutti gli uccelli feditori sono di tre maniere, cioè, ramacie, grifagni e nidacie. Il nidacie è quello che l'uomo cava di nido, e che si nutrica e piglia per sicurtade. Ramacie è quello che già è volato, e la preso alcuna preda. Grifagni son quelli che son presi all'entrata di verno, che sono mudati, e che hanno li occhi rossi come fuoco. E sappiate che uccello giovane ingenera uccello rossetto, e occhi di colore ardito, ma elli non vivono ingenera isparviere bruno con minute teccha, e occhi coloriti, e sono migliori e di lunga vita.

fol. 50v, faucon, merillon, alcion, ardea, agnes e anwes,  besennes

St Petersburg, Li Livres dou Tresor codex, facsimile di M. Moleiro: fol. 50v, faucon, merillon, alcion,  ardea, agnes e anwes,  besennes


Capitolo XII
Dei falconi
alconi sono di sette generazioni, e'l primo lignaggio sono lanieri che sono siccome vani in fra gli altri. E questi medesimi sono divisati in due maniere; onde quelli che hanno la testa piccola, non vagliono nulla; e quelli che hanno grosso il capo, e l'ale lunghe, la coda curta e' piedi grossi e formati, sono buoni, tutte ch'elli siano duri a conciare, ma chi lo fa mudare tre volte, ne può prendere ogni ucello. Lo secondo lignaggio son quelli che l'uomo appella pellegrini, perchè persona non può trovare lo loro nido, anzi son presi siccome in pellegrinaggio, e sono molto leggieri a nudrire, e cortesi, e di buon'aria, e valenti e arditi. Lo terzo lignaggio son falconi montanini, e è nascondente per tutti luoghi, e poi ch'egli è nascoso non fuggirà giammai. Lo quarto lignaggio sono falconi gentili che prendono la grue, e vagliono poco a persona che sia senza cavallo, però che fanno molto lungo volare. E sappiate che di questi quattro lignaggi, voi dovete iscegliere quelli che hanno la testa piccola. Lo quinto lignaggio sono gerfalchi, i quali passano tutti gli ucelli della loro grandezza, ed è forte e fiero e ingegnoso, bene avventurato in cacciare e in prendere. Lo sesto lignaggio è lo sagro, e quelli sono molto grandi, e somiglianti all'aquila, ma degli occhi e del becco e dell'ale e dell'orgoglio sono simigliante al girfalco, ma trovansene pochi. Lo settimo lignaggion si è falcone randione, cioè lo signore e re di tutti gli uccelli, chè non è niuno che osi volare appresso di lui, nè dinanzi, chè caggiono tutti stesi in tal maniera che l'uomo li puote prendere come fossero morti. Ed eziandio l'aquila non osa volare colà dov'egli sia, e per paura di lui non apare colà dove sia.

Capitolo XIII
Delli smerli
merli sono di tre maniere. L'uno che ha la schierna nera, e l'altro che ha grigia, e son piccioli e sottili uccelletti. L'altro è grande e somiglia al falcone laniere bianco, ed è migliore di tutti gli altri smerli, e più tosto si concia. Ma egli addiviene loro una malizia, che si mangiano tutti piedi, se l'uomo non li ritiene dell'uccellare al tempo della sementa del lino e del miglio. Qui lascia il conto il parlare degli uccelli di caccia, e vuol seguire la natura e la maniera degli altri animali, cioè d'altri uccelli che non son da caccia.


Capitolo IV
Della natura delli alions, ovvero alcioni
lions è uno ucc ello di mare, a cui Iddio ha donato molta grazia. E intendete com'egli pone le sue uova in sulla rena presso al mare, e ciò fa egli nel onore del verno quando le orribili tempestadi sogliono essere nello mare. Ed egli compie il nascimento de'suoi figliuoli in sette dì, e in altri sette gli ha allevati, ciò sono di quattordici, secondo che'marinari che usano quel paese testimoniano, e hanno tanta grazia, che in quelli quattordici dì non à tempesta, nè mal tempo, anzi è sereno e dolce tempo.

Capitolo XV
Dell'ardes
rdes sono generazione d'uccelli che più genti li chiamano tantalus, e tali imairon. E tutto ch'egli prenda sua vivanda in acqua, niente meno fa suo nido pure in arbore. E la sua natura è tale che incontanente che tempesta dee essere, egli vola in alto, cioè in aria, e si alza su in aere che la tempesta non ha podere di farli noia o male. Per lui cognoscono molte genti che tempesta dee essere quando il veggiono levare in aria.

Capitolo XVI
Dell'anatra
natre e oche quanto sono più bianche tanto son migliori, e più dimestiche. Oche o anatre che sono taccate, o nere, sono nate di salvatiche, e però non ingenerao siccome le bianche. E sappiate che anitre e oche non potrebbero vivere, se non dove avessero acqua o erba, ma molto danno fanno con loro becco alle biade, e molto guastano tutte erbe con loro uscito. Il tempo ch'elle si congiungnono carnalmente si è dal marzo infino a'grandi dì d'istate. E alle boci dell'oca puote l'uomo conoscere tutte le ore della notte. E non è nessuno altro animale che si senta l'uomo come fa l'oca. E alle lor grida furono sentiti li Franceschi quando voleano imbolare lo castello di campidoglio di Roma.

Capitolo XVII
Dell'ape
pe son quelle che fanno il mele e la cera, e nascono senza piedi e senza ali, e poi le mettono quando sono grandi. Queste api portano grande diligenza a fare lo mele e la cera, la quale elle cogliono di diversi fiori, e fanno elleno diverse magioni, e diverse camere, onde ciascuna ha su proprio nome e luogo quivi dov'elle tornano. Elle fanno re e oste e battaglia. E fuggono per lo fumo, e rannansi per suono di ferro, o di pietre, o di cosa che faccia grande romore. E cotanto sappiate che tra tutti gli altri animali del mondo solamente l'api hanno loro lignaggio, e tutte le cose comunalmente, per ciò ch'elle abitano tutte in una magion, e quindi escono e vanno pasturando per la contrada; e il lavorio d'alcune è comun a tutte. E tutte raunanze e frutti e pomi sono comuni a tutte. E anche più che loro figluoli sono comuni a tutte. Elle sono tutte caste e vergeni, e senza nulla corruzione di loro corpo di lussuria. E fanno figliuoli in grande quantità. Elle ordinano lor popolo e loro comune. Ed eleggono loro re; e non eleggono per sorte, anzi che è più nobile ne' costumi e più bello e maggiore e di miglior vita, quelli è eletto re e signore dell'altre. E perchè egli sia re e signore, di ciò egli è più umile e di grande pietade. Ed eziandio lo suo pungiglione, ovvero spina, non usa contra alcuno malvagiamente. E non pertanto ch'egli sia signore, l'altre sono tutte franche e hanno di loro libera signoria. Ma la buona voluntà ch'elle hanno, le fa amare insieme e ubbidire al lore maggiore in tal modo, che niuno esce di sua magione infino tanto che il loro signore non è fuori, e piglia la signoria del volare dove li piace. Ma le loro api novelle non si osano posarsi, infino a tanto che'loro mastri non son posti. E quando è posto, le giovane si posano intorno di loro e osservano diligentemente loro leggi, e quando alcuna di loro fa alcuna cosa che sia contra a loro signore, fa ella medesima vendetta di sè, chè ella si leva e rompe il suo pungiglione, secondo che soleano fare quelli di Persia, che sa alcuno rompea la sua legge, non attendeva sentenza di sè, anzi si uccideva egli medesimo per vendetta di suo fallo. E in somma sappiate che le api amano il loro re sì ferventemente e di tanta fede, quanto elle hanno intenzione che ben sia, e mettonsi alla morte per aiutare e per difendere il loro re. E tanto quanto lo re è con loro sano e salvo, non sanno mutare fede nè pensiero. Ma quando egli è morto e perduto, elle perdono la fede e'l giudicamento in tal modo, ch'elle non empiono il loro mele, e gustano loro abitazione. E sappiate che ciascuna sta al suo ufficio, che tale va per ricogliere la rugiada del fiore, e tali iscelgono la cera del mele, e mettonlo per le camere. E tali istanno a guardare lo re il dì e la notte, il tempo che sia dolce, nè no con nuvoli, nè con vento. E quando nasce alcuna tra loro che sia negligente, cioè che non voglia stare a niuno di questi officii, lo re la fa cacciare di fuora da loro magione, in tal modo che non ve la raccolgono più. E se l'uomo fa loro male, o poco o assai, si se ne mettono alla morte per vendicarsi di quello ch'è loro fatto.

fol. 52, calandre, pertris, papegay, paon

St Petersburg, Li Livres dou Tresor codex, facsimile di M. Moleiro: fol. 52, calandre, pertris, papegay, paon

Capitolo XVIII
Della calandra

alandra è un uccello piccolo, e'l suo polmone schiara li occhi a chi gli ha turbati. Elle sono di cotal natura, che se uno uomo infermo la va a vedere, s'ella li pone mente diretto nel viso, egli è certo di guarire, e s'ella non li pone mente, si è significanza che dee morire di certo del male ch'egli ha a quel punto. E sono molti di quelli che dicono, che quando ella il guarda per lo viso, sì li leva tutto il male e va in aria, e'l calore del sole consuma quel male, sì che non rimane appo lui.

Capitolo XIX
Dei colombi
olombi sono uccelli di molto maniera e di molti colori, che usano intorno agli uomini, e non hanno niente di fiele, cioè il veleno che hanno gli altri animali appiccato al fegato. E movono la lussuria per lo baciare, e piangono in luogo di canto, e'loro nidi sono in grotte di pietre, o in fori di muro, e non in arbori. E quando perdono la veduta per vecchiezza, o per alcuna malizia, elli la ricovrano poi per grande studio. E volano a grande turma insieme. E la loro natura è cotale, che se gli uomini che li tegnono fanno una bella figura di colombo, quivi dov'elli hanno a stare, quando elli smontano, se elli le pongono mente, li figiuoli che fanno somigliano quella figura. E se l'uomo prende li funi, con che l'uomo è stato impiccato, e gittsle dinanzi di loro, indi mai non si partirebbono d'intorno. E se l'uomo dà loro beccare comino, e ungeli l'ale di balsamo, elli menano grande torma di colombi ad albergo al loro colombaio. E se l'uomo dà loro beccare orzo cotto e caldo, elli ingenerao figliuoli assai. E vuolsi mettere per li cantoni delle colombaie spine e altre cose, sì che mala bestiuola non vi possa andare. E sappiate che si trova nella santa Scrittura tre colombe; l'una che portò l'olivo a Noè, quando era nell'arca: l'altra a Davit; e l'altra che si accorse del battesimo del nostro signore Gesù Cristo.

Capitolo XX
Del corbo
orbo è uno uccello grande, ed è tutto nero. E quando vede nascere i suoi figluoli con la calugini bianche, sì non crede che siano suoi figliuoli, e partesi dal nido e poi a pochi ddì vi torna. E vedendo che quelle penne vegnono annerando, sì li comincia da capo a nudrirli. Elli vivono di carogna, e quando trovano la carogna la prima cosa che beccano sono gli occhi, e dopo l'occhio beccano il cervello. E sappiate che'l corbo fu quello uccello che Noè mandò per cercare la terra, e non tornò. E molti sono che dicono, che egli rimase per beccare carogna. E altri dicono ch'egli annegasse per la grandissima moltitudine dell'acqua.

Capitolo XXI
Della cornaccia
ornacchie sono di molto grande vita. E dicono molti uomini ch'essi indovinano quello che dee addivenire all'uomo. E questo soleano molto dire gli antichi, e mostravando per molti ragioni. Se l'uomo n'è maestro di conoscere quelle dimostrazioni, ch'elle fanno alle fiate, puote l'uomo conoscere quando dee piovere, che le gridano molto, e fanno grande sbattere d'ali. E amano tanto li loro figliuoli, che poi che sono grandi usciti del nido, sì li vanno molto seguitando, e imbeccando siccome fossero piccoli.

Capitolo XXII
Delle cotornici o ver quaglie
otornice è uno uccello che'Franceschi chiamano greoce, però che fu prima trovato in Grecia. E l'astore piglia tuttavia la prima ch'esce e si dimostra dinanzi all'altre. E però eleggono per lor capitano e per lor guida un uccello d'altro lignaggio, perchè l'astore abbia che prendere, e ch'elle vadano a salvamente. E sappiate che le loro vivande sono velenose semenze, per ciò li savi antichi hanno vietato che nullo uomo ne mangi, per ciò che quello solo è quello animale il quale cade in parlasia, e cade si come fa l'uomo paralitico. Elle ardono molto del vento all'ostro, sì com'elle mostrano; e molto s'adagiano del vento a tramontana, perchè è secco, e molto leggiero.

Capitolo XXIII
Cella cicogna
icogna è uno grande uccello, e sono senza lingua, e per ciò fanno gran romore col becco, battendolo molto insieme. E sono nimiche delle serpi; e però dissero li savi antichi che nessuno ne mangiasse. E tornano delle parti di Europe alla primavera. E fanno loro nidi sopra alle grandi abitazioni. E mettono grande studio a nutricare loro figliuoli, che ad alcune caggiono tante penne che non puote volare, sì che conviene che li figliuoli nutricano lei, com'ella ha nutricati loro, infino ch'ella ha remesse le sue penne. E questo si è spesse volte. L'arcivescovo di Milano mise uno uovo di corbo un uno nido di cicognia; quando questo fue nato, il maschio vi menò una grande quantità di cicogne. E quando lo videro così divisato a loro natura, elle corsero addosso alla femina, e ucciserla villanamente. E' la state quando elle si partono della contrada di Europe a grande compagnia insieme, e vannosene in Mauritania cioè in Africa dalla parte di mezzodì. E quelle che giungono troppo dietro all'altre sono prese e spennate e percosse dall'altra malamente.

Capitolo XXIV
Delli ibes
bes è uno uccello simigliante alla cicogna, ed usa in Egitto per lungo il fiume del Nilo. E non si pascono se non di pesci che trovano morti, e d'uova di serpente, e di bestie morte, ch'elle trovano lungo la riviera. E questa addiviene perchè non mette piede in acqua, chè non sa notare. E quando si sentono alcuna malizia nel loro corpo, per le vivande ch'elle mangiono, sì se ne vanno al mare e beono dell'acqua, ed empiesene bene la sua gorgia, e mettesi il becco di dietro a modo di cristeo, a caccia sì quell'acqua in corpo, e in quel modo purga la sua malizia. E però dicono che Ipocras, lo grande medico, trovasse il cristeo a quello esempio. E però potemo noi conoscere che uccelli e bestie hanno cognoscimento, secondo che loro natura gli ammaestra.

Capitolo XXV
Del cecino
ecino è uno molto grande uccello, con le penne tutte quante bianche, e con la carne nera, ed usa a fiumi, ed a tutte acque grandi notando. E portano il capo alto che non lo mette in acqua, e quando li marinari lo trovano dicono chè' buono iscontro; e hanno il collo molto lungo, e cantano molto dolcemente, e volentieri ascolta. Quando oda cantare, o sonare suono di zampogna, dolcemente vi sì raunano; e quando viene al morire una penna del capo gli si rizza al cervell, ed egli lo cognosce bene, ed allora comincia a cantare infino che muore, ed in questo modo finishe sua vita.

Capitolo XXVI
Della fenice
enice è un uccello il quale è in Arabia, e non è più in altro mondo, ed è in grandezza d'aquila. E ha la testa due creste, cioè una da ciascuna lato sopra le tempie, e le penne del collo sono molto rilucenti come di paone, dalle spalle infino alla coda ha colore di porpre, e la coda è di colore di rose, secondo che dicono quelli che abitano in Arabia, che per loro è veduto molte volte. E dicono alcuni ch'egli vive cinquecentquaranta anni. Ma li più dicono ch'egli invecchia in cinquencento anni. Altri sono che dicono ch'ella vive mille anni. E quando ella è cotanto vivuta, ed ella cognosce alla sua natura che la sua morte s'appressa, ed ella per aver vita sì se ne va a a'buoni arbori savorosi e di bono odore, e fanne un monticello, e favvi apprendere il fuoco. E quando il fuoco è bene acceso, ella v'entra dentro dritto al sole levante, e quando è arso, in quel dì esce della sua cenere uno vermicello. Al secondo dì è creato come uno piccolo pulcino. Al terzo dì è grande sì come dee essere, e vola in quel luogo ove usò, ed ov'è la sua abilitazione, e si dicono molti che quel fuoco fa un prete d'una città che ha nome Eliopolis là ove la fenice si arde, sì come il conto ha diviso dinanzi.

Capitolo XXVII
Della grue
rue sono una generazione d'uccelli che vanno a schiera, come i cavalieri che vanno a battaglia, e sempre vanno l'uno dopo l'altro, sì come vanno i cavalieri in guerra. E sempre ne va uno dinanzi, sì come confaloniere, e quello li mena e conduce con la sua boce. Egli gastiga tutti quelli della sua schiera, ed ellino li credono, ed ubidiscono alla sua volontade. E va innanzi, e dall'una parte e dall'altra gli vanno appresso. E quando questo ch'è capitano è stanco di guardale, che la sua boce è arantolata e roca, non si vergogna, che un'altra ne vegna in suo luogo, ed ella torna a schiera, e vola con le altre. E quando v'è alcuna che sia stanca, che non possa volare con l'altre, elli l'entrano allora sotto, e tanto la portano in questo modo, ch'ella ricovera sua forza, tanto che la vola con l'altre. E la state abitano in Asia verso la tramontana. E'l verno abitano verso le marine, perchè non v'è così grande freddo, e molto grande quantità di loro ne passano in Africa, e quando vegnono a passare lo mare, ellino inghiottiscono molto sabbione, per potere meglio volare incontro al vento, e piglia ciascuna di loro col piè una pietra, per potere meglio volare incontra'l vento e contra'l monte, e quando hanno passato mezzo il pelago, elle si lasciano cadere la pietra secondo che dicono li marinari che hanno molte volte veduto. Ma l'arena non lasciano infino a tanto ch'elle non sono in luogo ov'elle possano avere pastura, e quando sono in terra dov'elle vogliano abitare simigliantemente sì si tengono buona compagnia e sicura. Chè la notte, delle dodici l'una, prendono una pietra col piede, e vegghiano, ed altre ve n'è che vanno intorno guardando quelle de dormono, e quando elle sentono alcuna cosa ch'elli possa tenere danno, elle gridano tutte, e quando queste hanno tanto vegghiato, quanto è loro costume, elle si vanno a posare e l'altre vegghiano in loro luogo, e fanno loro guardie, secondo loro ordine e loro costume e loro tempo. E puossi apertamente conoscere, ch'elle anneriscono quando vegnono nel tempo.

Capitolo XXVIII
Della upupa
pupa è uno uccello con una cresta in capo, e vivono di cose putride e laide, e però è il loro fiato puzzolente molto. E quando le loro madri invecchiano tanto che non possono bene volare, e li loro figliuoli le prendeno e mettonle nel nido, e spennanle tutte ad ungono loro occhi, e tengonle coperte con le loro ale, e tanto le portano beccare, infino ch'elle possono bene volare, sì come è mestiero.

Capitolo XXIX
Delle rondine e ver ceselle
ondina è uno piccolo uccello, ma ella vola alla volta diversamente, e la sua pastura prende volando, e non posando, e si è preda degli altri uccelli cacciadori. Tuttavia sicurtà abitano tra uomini, e li loro nidi fanno sotto le case e sotto tetti e sotto altre copertura, e non mai di fuori: e si dicono i più ch'elle non entrano in case che debbiano cadere, e fanno loro nido di loto e di paglia, per ciò ch'ella non è di tanto podere ch'ella possa portare lo loto, anzi si bagna nell'acqua che vi si appicca, porta ed edifica il suo nido. E quando li suoi figliuoli perdono la veduta per alcuna cagione, ella porta loro d'un'erba che ha nome celidonia, e danne loro beccare, e ricevano la veduta secondo che molti dicono. Ma l'uomo dee guardare li suoi occhi da loro uscita e sterco, per ciò che Tobia ne perde la veduta, sì come conta la Bibbia.

Capitolo XXX
Del pelicano
elicano è uno uccello in Egitto di cui li Egiziani dicono che li figliuoli tradiscono i padri, e fediscondo con l'ali per mezzo il volto, ov'egli se ne crucia in tal maniera ch'elli gli uccide, e quando la madre li vede morti sì li piange tre dì, tanto ch'alla fine si fiede nel costato col becco, tanto che ne fa uscire molto sangue, e fallo cadere sopra agli occhi de'suoi figliuoli, tanto che per lo calore di quel sangue risuscitano e tornano in vita. Ma altri sono che dicono che nascono quasi senza vita, e il padre li guarisce col suo sangue in tal maniera ch'egli non muore. Ma come sì sia, la santa Chiesa lo testimonia, là ove David per bocca di Cristo disse: Io sono a similitudine del pellicano. E sappiate che di pellicano sono due maniere. L'una che usa alle riviere, e vivono di pesci, e gli altri che sono in boschi ed in campestre, e vivono di lucerte e d'altre serpi e bisce.

Capitolo XXXI
Della pernice
ernice è uno uccello che per bontà di sua carne sempre è cacciata per gli uccellatori. Ma molto sono peccatrici per lo calore della lussuria. Elle si combattono per la femine in tal maniera ch'elle perdono la conoscenza della nua natura. Ed usano li maschi insieme sì come con le femine. E si dicono molte genti, che quando le femine sono di calda natura, elle concepono di vento, che viene da lato del maschio. E sì dicono molti di loro malizie, ch'elle furano l'uova l'una all'altra, e quando sono nate, udendo la boce della diritta madre, sì si partono da quella che l'ha covate, e vannosene con lei. E sappiate che la pernice fa suo nido di spine e di piccoli stecchi, e le loro uova cuoprono di polvere. E spesso volte la madre tramuta li suoi figliuoli d'un luogo in un altro per paura del suo maschio, e quando alcuna s'approssima al nido loro, ella si mostra di presso e fa sembianza che non possa volare, infino a tanto che l'è allungata dal nido.

Capitolo XXXII
Del pappagallo
appagallo è una generazione d'uccelli verde, e hanno il becco torto a modo di sparviere, e hanno maggior lingua e la più grossa che nessuno altro uccello, secondo la sua grandezza, perchè egli dice parole articolato, sì come l'uomo, se gli è insegnato l'anno ch'egli nasce, perchè dal primo anno innanzi sono sì duri e sì ingrossati, che non imprendono cosa che sia loro insegnata, e sì 'l debbe l'uomo castigare con una piccola verghetta di ferro. E dicono quelli d'India, che non ha in nessuna part se non in India. E di sua natura salutano secondo il linguaggio di quella terra. E quelli che hanno cinque dita sono più nobili; e quelli cha hanno tre sono di vile lignaggio. e tutta sua forza hanno nel becco e nel capo. E tutti i colpi e cadute ricevano nel capo s'elli non li possono ischifare.

Capitolo XXXIII
Del paone
aone è uno uccello grande, di colore biadetto la maggior parte, ed è semplice e molto bello, ed ha testa di serpente, e voce di diavolo, e petto di zaffiro e molto ricca coda, e di diversi colori, ove egli si diletta maravigliosamente, tanto che quando vede gli uomini che guardano la sua bellezza, ed egli rizza la coda in suso per avere lode. E tanto la dirizza che  mostra la parte di dietro villanamente, e molto ha a dispetto la laidezza de' suoi piedi, e la sua carne è molto dura maravigliosamente, e di suavissimo odore.

fol. 52v,  tortoriele, toutoir, ostruises, kok, fol. 53, lyon

St Petersburg, Li Livres dou Tresor codex, facsimile di M. Moleiro: fol. 52v,  tortoriele, toutoir, ostruises, kok, fol. 53, lyon

Capitolo XXXIV.
Della tortola

ortola è uno uccello di gran castitade, che dimora ne' buchi delli arbori, e volentieri dimorano dilungi da gente. E quando le penne le sono cadute, fa cinque buchi e fa il nido de'suoi figliuoli, e questo nido murano, e fasciano d'una erba, che ha nome sacchiel, perchè alcuna cosa che contraria sia loro, non vi puote andare. E sappiate che la tortola è si amabile al suo marito, che quando ella il perde per alcuna cagione, mai non s'accosta a nessuno altro, per castitade, o per paura ch'ello non torni; chè per certo elle il vanno molto cercando, e quando non lo possono trovare, che è perduto, allora osserva castitade, e più non bee acqua chiara, e non si posa mai in alcun ramo verde, anzi sempre in secco.

Capitolo XXXV
Dell'avoltoio
voltoio è uno uccello molto grande simigliante all'aquila, e, secondo che dicono molti, egli sente oltre più che niun altro animale; ch'egli sente la carogna più di cinquecento miglia. In quella parte ov'elli usano di stare è molta uccisione d'uomini, o grande mortalità di bestie. E concepono senza congiungimento di maschio e di femina, e fanno li figliuoli che vivono più di cento anni. E sappiate che elli non beccano di nessuna carogna, s'elli non la levan prima di terra. E volentieri vanno per terra per li grandi unghioni ch'elli hanno.

Capitolo XXXVI
Delle struzzolo
truzzolo è uno uccello grande, tutto che molti uomini l'assomigliano a una bestia, ed ha le penne sì come uccello, e gambe, e piedi, sì come camelle, ma egli non vale niente, ma egli sta grande di sua complessione, ed è dimenticato molto, chè non li soviene delle cose passate, però gli avviene sì come per molestamento di natura, e non è si pesante, che un buon cavallo non abbia assai di giungerlo, di tal giusa corre. E di state, intorno al mese di giugno, quando li conviene pensare della sua generazione, egli isguarda in una stella che ha nome Vergilia, e quando ella si comincia a levare, egli posa le sue nova, e cuoprele di sabbione, e vassene a procacciare di sua pastura in tal maniera che mai non se ne ricorda, nè poco nè molto. Ma il calore del sole, e'l temperamento dell'aria, gli fa venire a compimento, che scalda ciò che la madre dee scaldare, tanto che suoi pulcini nascono si grandi che incontanente procacciano lor vita. Il padre loro, quando li truova, che dovrebbe lor far bene e nudrirli, egli fa loro male e noia, e fa loro di crudeltà tanto quanto più puote. E sappiate, contro a quelli che dicono che gli è bestia, cioè perch'egli hanno due unghie come le bestie, egli hanno ale, onde si fiede e batte sè medesimo, come con due sproni, quando egli ha grande fretta di correre. Lo suo stomaco è forte, più che stomaco di niuno altro animale. E tutto che beccano biade, e molte altre cose, niente meno elli beccano lo ferro, e sonne molto vaghi, e si 'l consumano come un sottile pasto. E questi uccelli abitano nelle parti di verso mezzodì, sì come avemo detto di sopra, quivi ove si dice delle parti del monte Chiaro; e sappiate che'l suo grasso giova molto a tutte doglie che suole avvenire agli uomini.

Capitolo XXXVII
Del cuculo e di sua viltade
uculo è uno uccello di colore e di grandezza di simiglianza di sparviere, salvo che à più longo, ed ha il becco teso, ed è sì nigligente e si pigro, che eziandio le sua nova non vuole covare. E quando viene il tempo di fare le sue uova, egli va al nido d'un piccolo uccello che ha nome scerpafolea che de'maggiori ha paura, e bee uno de'suoi uovi, e favvi entro undo de'suoi in quel cambio. Ed in questo modo pone le sue uova, e così ha li suoi figliuoli che non vi dura fatica. E sappiate che'l cuculo non canta di state, poi che le cicale cominciano loro canto, che lo odiano molto, che quando le cicale l'odono cantare, incontanente vanno ov'egli è, ed entrambi sotto l'ali, e non ha podere di levarsile da dosso, e tanto li fanno noia, mordendoli le sue carni, che non sta in luogo fermo, anzi va volando di uno arbore in altro, e non becca mai, e se si lascia morire. In questo maniera ha la cicala potere d' uccidere il cuclo.

Capitolo XXXVIII
Del rigogolo
igogolo è uno uccello della grandezza del pappagallo, e volontieri usa ne'giardini e ne'luoghi freschi e inarborati, e chi va al nido loro, e tronca la gamba ad uno de' figliuoli loro, la natura gli dà tanta conoscenza ch'egli va per una erba, e portala al suo nido, e la mattina li truova l'uomo sani; e simigliantemente se l'uomo lega bene li suoi pulcini, l'altro di li truova isciolti, non sarebbono stati legati sì fortemente. E non puote l'uomo sapere con che erba egli li guarisce, nè con che ingegno egli li scioglie.

Capitolo XXXIX
Del picchio
icchio è uno uccello della grandezza della ghiandaia, ed è molto lungo, secondo le sue membra, ed è di diversi colori, e'l suo becco è si fermo che in qualunque arbore egli vuol fare suo nido, per covare le sue uova, egli vi fa col becco un gran buco, e quivi fa le sue uova, e covale. E chi li chiude con una caviglia ben duramente e forte, e serri quanto puoi la detta buca, l'altra mattina la retroverai fuori; e non si può sapere, se ne la cava con erba, o con altro ingegno.

Capitolo XL
Del gallo
allo è uno uccello dimestico, il quale abita e vive con le persone. E per la sua voce puote l'uomo conoscere qual ora ch'è di dì e di notte, ed eziandio lo mutamento del tempo; e tutto che la notte canti più alto e più orgoglioso, verso'l dì canta più chiara e più spesso, ed anzi che cominci a cantare batte il suo corpo con l'ali, de che li buoni prendono esemplo, cioè anzi che cominciar a laudare il nome di Dio, sì si dee battere, e colpare de'suoi peccati, per ciò che niuno è senza essi. E quest'è l'uccello solo, a cui li uomini cavano i coglioni per far li capponi, che sono molto buoni e sani di state. E le galline non sono migliori di state che di verno, per ciò ch'elle sono tutte covaticcie, ed intendono più a covare ed a nutrire li suoi figliuoli, e per lo dolore di loro, e di loro piuma, che perdono per cagione di loro, dimagrano elle malamente. E perciò dee il signore della casa scegliere galline nere e bigie, e schifare le bianche, e le taccate, e dee dare loro beccare orzo bollito e cotto, per farli ingenerare più avaccio. E quando il verno passa, e'l signore vuole pulcini, egli dee insegnare alla sua famiglia quando debbiano porre l'uova, cioè ch'essi pongono a luna crescente, ed in numero caffo. Ora si tace il conto di parlare delli uccelli, e di loro natura, per dire alquanto della natura delle bestie; e diremo prima della natura del leone, che ne è signore.

Capitolo XLI
Del leone e di sua natura
eone è appellato secondo la lingua de' Greci, che vale tanto a dire come re, chè il leone è appellato re di tutte le bestie. E però là ov'egli grida fuggono tutte le bestie, sì come la morte le cacciasse, a là ove egli fa cerchio con la coda, nulla bestia non osa poi passare. E sappiate che' leoni sono di tre maniere. L'una maniera son corti, e li velli crespi, e quelli non sono molto fieri. E li altri sono lunghi e grandi, e li velli distesi, e quelli sono di maravigliosa fierezza. E'l suo coraggio si può conoscere nel suo piglio e nella coda, e la sua forza è nel petto, e la sua fermezza è nel capo. E tutto ch'egli sia temuto da tutti animali, niente meno egli teme di gallo bianco, e le grida delle alte voci; il fuoco teme molto, ed anche lo scorpione li fa gran male se il fiede, ed eziandio lo veleno del serpente l'uccide. E quegli che non volse che nessuna cosa sia senza contrario, volle bene. Il leone, ch'è forte e orgoglioso sopra tutte le cose, e per la sua fierezza è sì fetido ciascun dì, che ispezza la sua grande crudeltade, onde non ha podere che si defenda, onde per ciò è malato tre dì della settimana di malattia sì come di febbre, che molto abbassa lo suo orgoglio. Ma nientemento natura gl'insegna a mangiare lo sugo che'l guarisce delle sue malattie. E tutto che'l leone sia di sì grande coraggio e potenza, nientedimeno egli ama l'uomo, e sta volentieri con lui; e se avviene che egli si crucci con l'uomo, gran maraviglia è la sua pietade; chè quando egli è più crucciato incontro all'uomo e più d'ira pieno e di mal talento contro a lui, allora gli perdona più tosto s'egli si gitta in terra e fa atto di dimandarli mercede; ed appena si cruccia contro a femina, o contro a' fanciulli, e non li tocca mai, se non per grande talento di mangiare. E l'ordine di sua natura sì è di mangiare l'uno dì e l'altro bere, però ch'egli è di sì grande pasto che appena lo può cuocere nel suo stomaco, onde la bocca gli pute molto malamente. Ma quando egli si conosce che'l pasto non è tutto consumato dentro alle sue forcelle, sì gli fa noia. Ed egli il prende con le sue unghie, e cavalo fuori della sua gorgia. E quando egli ha molto mangiato, e che'l suo ventre è bene satollo, e li cacciatori lo cacciano, egli gitta fuori tutto il suo pasto, per deliberarsi della gravezza del suo corpo. E così si fa eglim quand'egli ha troppo mangiatom per sanità del suo corpo, e non mangià l'altro dì nè poco nè molto. E non mangia carne che sia di bestia stata morta da un dì innanzi. E quando egli va di notte per procacciare sua vivanda ed alcuno le sente, sì gli va dietro mugghiando, facendoli noia, e se'l leono li puote porre mano per niuno modo non l'uccide però, ma rompeli le gambe, e scompiscialo per farli più onta. E sappiate che'l leono giace con la femina a rivescio come fa il lupo cerviere, e come il cammello e come il leofante e l'unicorno e come il tigro. Lo leone ingenera la prima volta cinque figliuoli, ma la fierezza ch'elli hanno nell'unghie e ne' denti sì guasta la matrice della loro madre, tanto come vi sono dentro al corpo della loro madre. E quando n'escono n'escono altresi in tal modo che alla seconda volta quivi ove concepe il seme del maschio non ha potere di concepere se non quattro figliuoli, alla terza volta tre, alla quarta due, ed alla quinta uno, e poi niuno, però che quello luogo è ì sì guasto che non ritiene il seme più; e però dicono alcuni che per lo grande dolore ch'e' leoni hanno al nascimento, nascono quasi tutt isgomentati, ch'elli giacciono tre dì, quasi come tramortiti, sì come s'elli non avessero vita, il quarto dì viene il loro padre, e grida loro si fortemente, e sì fieramente in capo, ch'elli si levano in loro natura. L'altra maniera di leoni sono ingenerati da una bestia che ha nome Prende, e questi leono sono senza velli e senza nobiltà, e sono conti in tra l'altre vili bestie. Ma tutte maniere di leoni tegnono li occhi aperti quando dormono, e là ovunque vanno cuoprono le orme de'loro piedi con la loro coda, e quando cacciano sì saltano e corrono molto isnellament, e quando son cacciati non hanno podere di saltare, e le loro unghie guardano in tal maniera, che non le portano se nonne a rivescio, e il loro tempo è conosciuto.


fol. 53v, anteleus, asnes, buef

St Petersburg, Li Livres dou Tresor codex, facsimile di M. Moleiro: fol. 53v, anteleus, asnes, buef

Capitolo XLII
Anteleus
ntelous è una fiera bestia, la quale non può pigliare niuno uomo per alcuno ignegno, e le sue corna sono grandi, e son fatte a maniera di sega, e tagliano con esse grandi arbori. Ma egli avviene che elli vanne a bere al fiume di Eufrates, là ove è un piccolo bosco di piccoli arbuscelli lunghi, che sì menano e piegano a tutte parti, sì che per la loro fiebolezza, non li possono tagliare, sì come cosa che non sta ferma al loro colpo. E perchè non li puote tagliare, si vi iniquitisce suso, e mescolasi con essi, ed impacciavisi in quelle verghe, che non ne puote uscire, nè non si può partire, credendole poter tagliare. E quando egli conosce che non si può partire nè andare, grida molto forte, credendosi aver aiuto. E quando gli uomini l'odono gridare, ellino vi corrono, e sì l'uccidono, e così il pigliano.

Capitolo XLIII
Arnes, ovvero asino salvatico
rnes sono di due maniere, cioè dimesitche e salvatiche. Di dimestiche non è cosa da contare, se non la sua negligenza, e del suo allentamento, che gli uomini ne contani molti proverbi, che danno molti esempli altrui di ben fare. L'altra ch'è salvatica, che si trova in Africa, è si fiera che l'uomo non li puote dimesticare. E sì è sufficiente uno maschio a molte femine. E quelli ha sì quell'uso, che quande vede che nessuno figluiolo li nasca maschio, incontinente li corre a dosso, per levarli li coglioni, se la madre non se ne prende guardia, sì ch'ella lo tegna nascoso in luogo salvo e riposto. E sappiate che questo arnes salvatico, che l'uomo chiama onagro, a ciascuna ora del dì e della notte grida ina volta, si che l'uomo può bene conoscere le ore, e sapere certamente quando è pare il dì con la notte e quando no.

Capitolo XLIV
De' buoi
uoi sono di molte maniere. Una che nasce nelle parti d'Asia, ed ha chioma e crini come cavallo. E le sue corna sono sì grande, ch'elle si avvolgono intorno alla testa, sì che nullo lo può ferire, se non sullo corno. E quando l'uomo, o altra bestia lo caccia, egli scioglie lo suo ventre, e gittasi da dietro una feccia, una grande pezza di lungi da lui, sì putente, che arde come bragia ciò che tocca. Un'altra n'ha India, che non ha se non un corno, e le sue unghie sono intere come di cavallo. Uno altro bue salvatico nasce in Alamagna, che ha sì grande corna, che sono buone per sonare e per portare vino. Li altri sono chiamati bufali, e dormono ne'fondi di grandi fiumi, e vanno così bene per lo fondo dell'acqua, come per terra. Ma i buoi che son dimestichi, e lavorano la terra, son dolci e pietosi, e amano loro compagnoni teneramente, e di buona fede, secondo che mostrano al grido che fanno spesse volte, quando lo suo compagno è perduto. E però ch'elli sono mlto utile a lavorare la terra del signore della magione, sì si vogliono iscegliere buoi che sieno giovani e che abbiano tutte le membre belle, e sieme giovani e che abbiano tutte le membra belle, e sieno grandi e quadrati, e grandi occhi ed allegri, e le corna nere e ferme, e non sieno avvolte, nè a modo di luna, e le nare aperte e larghe, e la pagliolaia molto pendente, e largo petto, e grandi spalle, e larghissimo ventre, e lunga la schiena, diritta e piena, le gambe lunghe, e dure nerbora, e piccole unghie, e coda grande e pilosa, e tutti i polsi del corpo bene disposti, cioè corti e spessi. E sia di pelo rosso. Ma le vacche deve l'uomo scegliere molto alte, e lunghe di grandissimo corpo, che abbian la fronte alta, ed occhi grossi e neri, e la gorgia pilosa, la coda grandissima, e l'unghie piccole, le gambe corte e nere, e siano di tempo di tre anni ed infino a dieci anni porteranno figliuoli migliori che mai poi e prima. E dicono li Greci che se di questa bestia tu vuoi far fare nascere figuliuol maschio, sì si vuol legare il coglione manco al toro quendo egli va alla vacca, e se vuoli ch'egli ingeneri femina legali il diritto.


fol. 54v, brebis, belote, kamel, fol. 55, castoire,  chieveriel, chierf

St Petersburg, Li Livres dou Tresor codex, facsimile di M. Moleiro: fol. 54v, brebis, belote, kamel, fol. 55, castoire,  chieveriel, chierf

[Brebis]

Capitolo XLV
Della donnola
onnola è una bestiuola piccola, più lunga alcuna cosa che'l topo, e odiala il topo molto, e la serpe, e la botta. E quando si combatte con loro, ed ella è morsa da loro, ella incontanente corre al finocchio, ovvero alla cicerbita, e mangiane, ovvero ch'ella ne dentecchia. E quando ha presa questa sua medicina, ella incontanente torna alla battaglia. E sappiate che le donnole sono di due maniere, l'una che usa nelle case con gli uomini, ed un'altra ch'è campestra. Ma ciascheduna ingenera per li orecchi, e figlia per la bocca secondo che molti dicono; ma il più dicono ch'elli dicona falso. Ma come si sia, spesse volte tramutano li loro figliuoli, perchè l'uomo non li sappia, e se l'uomo li trova morti, ella li fa resuscitare, e non può l'uomo sapere come si fa, se con erba o con altra cosa.

Capitolo XVVI
Del cammello
ammeli si sono di due maniere. L'una maniera sono più piccoli che gli altri, li quali si chiamano dromedari. E sono molto grandi, e portano sì grande peso che n'avrebbero assai due cavalli di portarlo. E quando l'uomo li vuole incaricare, elli si coricano in terra, e stanno cheti e soavi, infino a tanto che sono caricati; e con la soma si levano senza alcuna aiuto. Ed è di piccolo pasto, secondo la sua grandezza, e secondo la sua potenza. E vivono di pasture sì come e'buoi; e più, che mangiano spini e cardi e quello che alcuna bestia non osa toccare. E simigliantamente mangiano noccioli di datteri, e stanno senza bere più di dieci dì. E quando trovano alcuna acqua beono molto, tanto quanto egli avrebbe bevuto in quelli dì che è stato senza bere. Anche bee più per la sete che dee venire e che aspetta. E quando egli ha molto bevuta, se l'uomo li fende la pelle delle coste e pone la bocca, e tiri a sè come una mammella, sì ne esce acqua chiara e fresca, come d'una fontana. E più ama acqua torbida che chiara; e se la truovano chiara la intorbidano con i piedi s'elli possono. E sono molto umili bestie e soavi, salvo che nel tempo da congiungersi con le loro femine, che allora mordano fieramente. E li lor piedi sono quasi callo, ed hanno poca unghia, ed è sfessa, e non si guastano per cammino ch'elli facciano. Ma in loro cammino non vogliono trovare pietre nè fango. E molto temono neve e grande freddo. E'l grande serigno ch'elli hanno sul dosso li Arabi che li tengono, fendono la pelle per mezzo la schiera, e scorticanlo infino al terzo delle coste, e cavano quello scrigno, ch'è tutto grasso, e quello insalano, e serbanlo molto, e condiscono loro vivande. Secondo li savi antichi quest cammelli erano fiere bestie, e divoravano ogni cosa, anzi che'l popolo d'Israel uscisse del reame di Faraone. E quando Moises ne li cavò, e mennoli in terra di promessione, cioè in Ierusalem, si domandò a Dio, che desse loro bestie che portassero loro fanciulli e loro masserizie. E che portassero assai e mangiassero poco. E Dio dette loro queste fiere bestie come avete inteso. E vivono longamente.

Capitolo XLVII
Del castore
astore è una bestia che conversa nel mare di ponente, chiamato can pontico, perch'egli è quasi simigliante di cane. E suoi coglioni sono molto caldi, ed utili in medicina. E però li prendono i cacciatori. Ma natura che insegna tutte proprietadi agli animali, l'insegna la cagione perchè l'uomo li caccia; e quando vede che non possa fuggire, egli stesso se li schianta co'denti, li coglioni, e gittali dinanzi a'cacciatori, e così campano loro corpi. E l'allora innanzi se l'uomo lo caccia egli apre le coscie, e mostra apertamente com'egli non ha coglioni.

Capitolo XLVIII
Dei cavriuolo
avriuoli sono una maniera di bestie di nobile conoscenza, che da lungo conoscono le genti per sottiglienza di veduta, se sono cacciatori o no; e così conoscono le buone erbe e le rie, solamente per lo vedere. E sappiate che se l'uomo il fedisse in niuna maniera incontamente va ad una erba che ha nome dittamo, e toccane le sue piaghe, ed incontanente è guarito e sana.

Capitolo XLIX
Del cervio
ervio è una bestia salvatica di cui li savi dicono che non ha mai febbre in vita sua, per ciò sono alcune genti che mangiano la sua carne ogni dì innanzi mangiare, e sono sicuri di non avere febbre in loro vita, e certo vale assai prendendone un poco senza più; e nel core ha un osso molti medicinale, secondo ch'e' medici dicono. Lo cervio medesimo c'insegna la dieta, ch'ellino non mangiano quando l'uomo gli ha fediti, che la virtù di quella erbe leva loro da dosso, e guarisceli delle loro fedite. E tutto ch'l cervio sia grande nimico del serpente, nientemeno il serpente li vale molto a medicina. Or intenderete come egli va alla buca del serpente con la bocca piena d'acqua, e gittavela entro, e quando egli ha ciò fatto, egli la trae a sè per ispiramento di suo naso e di sua bocca, tanto ch'egli ne fa uscire fuori, a suo mal grado, e poi l'uccide co'piedi. E quando il cervio vuole lasciare la sua vecchiezza, o sua malatia, egli mangia lo serpente, e per la paura del veleno se ne va ad una fontana e bee molto. Ed in questa maniera muta suo pelo, e gitta le sue corna, e la vecchiezza; e però vivono lungamente, secondo che Alessandro provò, quando egli fece prendere molti cervi e fece mettere a ciascheduno nelle corna un cerchio d'oro o d'ariente, che poi furon presi e trovati per gran tempo appresso di cento anni. E sappiate che quando il cervio tiene le orecche chinate, egli non ha gotta, e quando le dirizza ha grievamento. E quando elli passano per alcuno gran fiume, quello di drieto porta il capo sopra alla groppa di quel dinanzi, e così il sostiene s'egli si travagliasse niente. E quando il cervio è ammalato, e commosso di fiera lussuria quando è stagione, la femina non concepe se non si leva una stella, ch'è chiamata Arturo ovver il carro. E quando è la stagione ch'e'figliuoli debbono nascere, elli vanno a fare lo loro letto nel più nascoso luogo ch'elli possono trovare, là ove il bosco è più profondo e più spesso, e qui insegna a'suoi figliuoli correre e fuggire, ed andare per ripe e per montagne. E loro natura è che là ov'elli sentono abbaiare cani che li caccino lì dirizzano la loro andatura, acciò che li cani non sentano loro odore. E non per tanto che là ov'è li cacciatori che li cacciano li tengono sì corti e dispari, che non conta di più potere salvarli, egli ritorna indietro correndo e battendo quella parte, là onde li cacciatori vegnono per morire dinanzi da loro più leggermente.

Capitolo L
Del zevere

evere sono una generazione di bestie che abitano nelle parti di Spagna, cioè di Castiglia vecchia, e sono maggiori che cervi. Ed hanno li loro orecchi molto lunghi. Ed hanno una lista su per le schiene infino in sulla coda, come mulo. Ed hanno li loro piedi fessi. E la loro carne è molto buona da mangiare. E sono sì correnti che l'uomo non li pote prendere in alcun modo, se non che sono molto vaghi del fuoco. E però quando li cacciatori li trovano al bosco, elli vanno intorno di loro di notte, e fanno gran fuochi e ben chiari in quella parte onde possono esser veduti meglio. E quando elle li veggono, si ne sono si vaghe, che non pongono bocca in terra per pascere, e quando li cacciatori li hanno tenuti quasi il terzo dì, elli vanno in verso di loro, e vannogli traviando in verso quello parte, ove dee avere acqua. E quando elli gli hanno condotti all'acqua, elli li danno tanto di spazio, che elli possono bere, e beono molto volentieri. E quando hanno molto bevuto, ed elli le cacciano. Ed elle allora sono sì lasse per lo grande digiuno che hanno fatto, e per la molta acqua che hanno bevuto, ch'elle non possono guari correre. Allora li cacciatori le prendono leggermente.


fol. 55v, chiens, fol. 56, camelyon

St Petersburg, Li Livres dou Tresor codex, facsimile di M. Moleiro: fol. 55v, chiens, fol. 56, camelyon


Capitolo LI
Della natura di più cani

ani non veggono quando nascono, ma per ricoverano loro veduta secondo l'ordine di sua natura, e tutto ch'ellino aman l'uomo più che niun altro animale del mondo, elli non conoscono le strange genti, se non coloro con cui usano, e si conoscono bene loro nome alla boce di loro signore. Le sue piaghe guarische forbendole con la sua lingua spesso. E gitta il suo pasto e poi il rimangia. E quando elli porta carne in bocca, e egli vada sopra acqua che veggia la sua ombra nell'acqua di quello che ha in bocca, incontanente lascia quello che porta per quello che vede nell'acqua. E sappiate che quando si congiungono insieme cane e lupo egli ne nasce una maniera di cani, ch'è molto fiera. Ma li molto fieri cani nascono di cagna e di tigro. E sono sì leggieri e sì aspri, che ciò è forte meraviglia. Gli altri cani che sono di dimestica ragione sono di molte maniere. Che ci nascono di piccoli, che sono molto buoni a guardare case. E sì ne sono d'altri piccoli che sono buoni a cacciare, e quelli che sono generati di picciolo padre puote l'uomo nutrire in loro gioventude in questa maniera, ch'egli lo metterà in una piccola paniera, e nutrichilo di poca vivanda, e tirigli spesso gli orecchi contra a terra, che allora sono più avvenevoli quanto son minori cogli orecchi pendenti e grandi. E cognoscono al fiato ove passa o bestia o uccello, e quelli che si dilettano del cacciare li debbono guardare molto da falsi sem

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e discrezione ch'ellino cognoscono il loro signore. E spesso mutan modi ed atti quando mutan signore. E fremita nella battaglia. E rallegrasi per lo sono delle trombe. E sono lieti quando hanno vittoria, e sono tristi quando hanno perdita. E puote l'uomo bene conoscere se la battaglia si dee perdere o vincere alla vista che fanno i cavalli di rallegrarsi o di contristarsi. E sonne assai di quelli che conoscono il nimico del loro signore e mordonlo duramente. E di tali sono che non portano se nonne il loro signore diritto, secondo che fece il cavallo di Giulio Cesare, e Bucefalas d'Alessandro, che in prima si lasciò toccare come angelica bestia, e poi che'l re vi montò suso, e'non degnò poi mai di lasciarsi toccare ad altro uomo per cavalcare. E sappiate che Bucefalas aveva testa di toro, e molto fiera guardatura, ed aveva due corna. Ed il cavallo di Cintareto duca di Galazia, Antioco, montò poi che ebbe vinto il duca lo cavallo, e lo cavallo corse al chino in tal modo ch'egli uccise sè ed il re Antioco. E quando lo re de'Sciti combatteva col nimico suo a corpo a corpo, ed egli fu morto, l'altra gente il voleva spogliare, e tagliarli la testa, lo cavallo suo lo difendè infino alla sua morte, che non volle mai mangiare. E sappiate ch'egli è cosa provata che'l cavallo lagrima per amore di suo signore, e non è niun'altra bestia che'l faccia. E sappiate che'cavalli mischiati sono di lunga vita; chè non troviamo scritto d'uno cavallo che visse settant'anni. Ma le giumente vivono lungamente, e la lussuria loro la può l'uomo ristrignere se l'uomo li rade li crini. E del suo parte nasce una cosa d'amore nella fronte del puledro, ma la madre gliele cava co'denti che non vuole che rimanga tra mano d'uomo. E se l'uomo gliele levasse la madre non gli darebbe poi del suo latte. E sua natura è che tanto quanto il cavallo è più sano e di miglior cuore, tanto più mette la bocca e'l naso nell'acqua quando bee. Ed al cavallo dee l'uomo guardare in quattro cose, secondo lo detto de'savi antichi, cioè, forma, beltade, bontade e colore. Chè nella forma del cavallo dee l'uomo considerare che la sua carne sia forte e dura, e ch'egli sia ben altro secondo la sua forma, le coscie debbono essere larghe e piene, la groppa ritonda e largo petto, di bella guisa, piedi secchi e ben cavati di sotto. In beltà dei guardare che abbia piccola tesa e secca, sì che l'uomo vi sia suso bene stante, poi abbia gli occhi grossi, e larghe le nare, e orecchi piccoli e diritti e saldi, e la testa diritta, il sembiante a testa montanina, e'crini sieno bene spessi, e la chioma ferma, e la pannocchia della coda grande, l'unghie salde da tenere bene i ferri, e sian tonde. E in bontade guarda ch'egli abbia ardito coraggio e andatura, e membra non stipi, e bene corrente alla sua voluntade. E sappiate che l'isnellezza del cavallo sì conosce agli orecchi, e la sua forza alle membre, che li balisca bene. E in colore dei tu guardare lo baio, il ferante rotato, o nero, o bianco, o fallago, o d'altra maniera che tu potrai trovare più avvenevole. Per ciò che sono cavalli di molte maniere, chè tali sono destrieri grandi per combattere, e tali sono palafreni da cavalcare per agio del corpo, e tali sono ronzini per portare soma o muli fatti di giomenta e d'asino. E dei tu bene avere a memoria di scegliere quello cavallo che ti sia bisogna a tuo
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ella, e fa si che ne mangia il maschio con lei, ed incontanente riscaldano. Alla volta ingenerano uno figliuolo e non più, cioè una volta tutto'l tempo della loro vita. E si vivono bene trecento anni. E quando viene il tempo di parto, cioè due anni dopo loro assemblamente, elli se ne vanno dentro ad un fiume, infino entro il levante, a qui la madre posa il suo figliuolo. Il padre sta presso, e prendelo per paura del dragone ch'è loro nimico per volontà ch'egli ha di loro sangue, che'l leofante ha più freddo, ed in maggior copia che bestia del mondo. E dicono molti che quando giacciono non si possono mai levare per loro podere, perchè non hanno ginocchi, nè niuna giuntura; ma la natura che tutto guida si gl'insegna a gridare con loro insieme sì fortemente che tutti quelli che sono in quelle parti li sentono, e vegnono tanti che sono insino a dodici che gridano insieme. Ed un piccolo leofante mette i suo becco sotto, e con la sua forza s'aiuta levare, tanto che intra la forza di quello egli si conforta per li gridi degli altri, che egli se leva suso.


fol. 56v, chevals, fol. 57,  olifant

St Petersburg, Li Livres dou Tresor codex, facsimile di M. Moleiro: fol. 56v, chevals, fol. 57,  olifant

Capitolo LV
Delle formica
ormica è un piccolo animale, ma ella è di grande providenza; chè ella procaccia la state di che ella vive il verno, e sceglio il grano, e rifuta l'orzo, e conoscelo al fiato. Il grano e l'altre sementi ch'elle ripognono sì lo dividono per mezzo, perchè non nascono per lo grande umidore del verno. E sì dicono gli Etiopiani che ne son in una isola formiche grandi come cani che cavano l'oro del sabbione con loro piedi, e guardando sì fortemente, che nessuno ne puote avere senza morte. Ma quelli di quel paese mettono in su quella isola giumente che abbiano poledri, e pongonle due corbelle addosso senza il puledro. E quando queste formiche veggono queste corbelle, si vi mettono l'oro perchè si credono mettere in lungo salvo, e quando egli è sera che la giumenta è pasciuta elli portano il puledro dell'altra parte della riviera, e quando ella ode a nitrire il figliuoli ella viene alla riva, e mettonla su loro navicelle senza prendere alcuno danno dalle dette formiche. In questa maniera hanno di quello oro che in altro modo non ne possono avere.

Capitolo LVI
Della hyene
yene è una bestia che l'una volta è maschio e l'altra è femina, ed abita quivi ove abbia presso cimitero di uomini morti, e cavano li corpi degli uomini, e mangianli, e l'osso della sua schiena è si duro che non può piegare il collo, e s'egli entra per alcun luogo stretto non ne può uscire se non è a culo indietro, sì come egli è entrato. Ma li più dicono, ch'egli non ritorna quindi ond'egli è entrato, ed usano nelle case, ove son stalle, e contraffanno le boce dell'uomo e del cane, e divoranli. E molti dicono che nelli suoi occhi è una pietra, ch'è di tal virtù che se l'uomo l'avesse sotto la lingua, egli potrebbe indovinare le cose che debbono venire, però che la bestia che tocca di sua ombra non si può movere di quello luogo. E dicono gli antichi che questa bestia è ripiena d'incantamento e d'arte magica. E sappiate che in Etiopia giace questa bestia con la lionesse, ed ingenera una bestia che ha nome cococie, o ver corococte, che contraffa altresì la boce dll'uomo, e nella sua bocca non ha niuna gengia nè denti partiti, come le altre bestie, ma ha tutto uno dente, e strigne come bestia.

Capitolo LVII
Di più maniere di lupi
i lupi ha molti Italia e molte altre provincie, e la sua forza è nella bocca, e nel petto, ma nelle rene non ha punto di forza. Il suo collo non puote piegare a dietro. E sì dicono molti, ch'elli vivono alcuna volta di piova, ed alcun'altra di terra, e alcun'altra di vento. E quando il tempo della lussuria loro viene molti lupi vanno dopo la lupa. Alla fine la lupa si dà al più laido che vi sia. E non si congiungono se non dodici dì dell'anno. E non ingenerano se non del mese di maggio. E per guardia de'loro figluoli non prende preda in quelle parti vicine al suo nido. E sappiate che quando egli vede l'uomo prima che l'uomo veggia lui, l'uomo non ha podere di gridare. E se l'uomo vede prima lui, egli perde tutta sua fierezza, e non può correre. E nella sua coda ha una lana d'amore, che la si lieva co'denti suoi, quand'egli conosce ch'egli sia preso. E quando egli urla, egli si mette li suoi oiedi dinanzi la bocca per mostrare che sieno molti lupi. Un'altra maniera di lupi sono che si chiamano cervieri, che sono taccati di nero come leonza, ed in altre cose sono simiglianti al lupo, e hanno si chiara veduta che li loro occhì passano li monti, e li muri, e non portano se non un figluiolo, ed è più dimentica cosa del mondo, che quando egli mangia il suo pasto, ed egli vegga un'altra cosa, incontanente dimentica ciò che mangia e non vi sa ritornare, e così il perde. E dicono quelli che li hanno veduti che del suo piscio nasce una pietra preziosa che si chiama ligures. E questo cognosce bene la bestia medesima, secondo che gli uomini l'hanno veduto coprire col sabbione, per una invidia di natura che cotal pietra non vegna a mano d'uomo.





fol. 57v, formis, fol. 58, iena,  leus,

St Petersburg, Li Livres dou Tresor codex, facsimile di M. Moleiro: fol. 57v, formis, fol. 58, iena,  leus,

Capitolo LVIII
Del loccotus
occotus è una bestia, la quale dimora nelle parti d'India, che d'isnellezza passa tutti gli altri animali, formata come asina e ha groppa di cervio, e gambe di leone e testa di cavallo e piè di bue e ha la bocca grande, infino agli orecchi, e'suoi denti sono d'un osso.

Capitolo LIX
Del menticore
enticore è una bestia in quello paese medesimo con faccia d'uomo, e colore di sangue, ed occhi gialli, e corpo di leone, e coda di scarpione. E corre sì forte che nessuno bestia li capa dinanzi. Ma sopra tutte vivando ama la carne dell'uomo. E ha quattro gambe di sopra e quattro di sotto. E tal fiata corre con quelle di sopra, e tal fiata corre con quelle di sopra, e tale con quelle di sotto, tutte che siano fatte quelle di sopra come quelle di sotto. Ed avvicendasi sì come li piace quando v'ha alcuna stanchezza, od alcun corso ch'egli faccia od abbia fatto.

Capitolo LX
Della pantera
antera è una bestia taccata di piccole tacche bianche e nere, sì come piccoli occhi. Ed è amico di tutti animali, salve del dragone. E la sua natura si è, che quando ella ha presa sua vivanda si entra nel luogo della sua abitazione, ed addormentasi e dorme tre dì. E poi si leva ed apre la sua bocca, e fiata sì dolcemente che le bestie tutte che sentono quello odore traggono dinanzi a lei, se non il dragone che per paura entra sotto terra, perchè sa bene che morire gliene conviene. E sappiate che la pantera femmina non porta figliuoli più che una volta. Ed udirete perchè. Li figliuoli, quando sono cresciuti dentro al corpo delle madre, non vogliono soffrire di starvi infino all'ora della diritta natività, anzi sforzano la natura sì che guastano la matrice della loro madre con l'unghie, ed escono fuori in tal maniera che mai la non porta più figliuoli.

Capitolo LXI
Del parendres
arenderes è una bestia ch'è in Etiopia, e ha capi come cervio, e ha colore di rosa. Ma quelli del paese dicono ch'ella prende suo colora diritto per paura secondo la tinta che l'è più presso. E questo medesimo fanno i polpi in mare, e come lo leone in terra, di che lo conto fa menzione addietro.

Capitolo LXII
Della simia
imia è una bestia che di molte cose somiglia l'uomo, e volentieri contraffà quello che la vede fare all'uomo, e molto s'allegra della luna nuova, e della tonda si conturba maravigliosamente. E sappiate che la simia porta due figliuoli, l'uno ama molto teneramente, e l'altro odia; e quando li cacciatori la cacciano, ella prende il figliuolo ch'ella molto ama in braccio per meglio camparlo, e quello che non ama, sì sei gitta alle spalle. E quando i cacciatori s'appressano, sì ch'ella vede bene che non puote campare, ella lascia lo figliuolo ch'ella ama più per guarire la sua persona, e quello ch'ella non ama le s'attiene alle spalle, e quello scampa da'cacciatori. E sappiate che la simia passa del gusto tutt altri animali. Nelle parti di Buggea ne son molti mali, e gli Etiopiani dicono che in loro paese ve n'è di diverse maniere.

Capitolo LXIII
Del tigro
igro è uno animale che nasce nelle parti d'Organia, ed è taccata di varie tacche. E senza fallo egli è una bestia molto corrente, e di gran fieritade. E sappiate che quando egli va alla sua abitazione, ed ella truova chè cacciatori li hanno tolti suoi figliuoli, ella corre prestamente, e seguisce i cacciatori che gliene portano. E l'uomo che gli ha sì dotta molto della sua fierezza e crudeltà, ch'egli sa bene che'l fuggire di cavallo o d'altra bestia nol potrebbe da lui scampare. Ed egli gitta per la via molti specchi, uno di qua ed uno di là. E quando il tigro vede nelli specchi la sua imagine, crede che'l sia il suo figliuolo. E va allo specchio intorno intorno, e vedendo che non sono li suoi figliuoli, sì si parte, e corre per trovare li cacciatori che ne portano suoi figliuoli. E quando egli è assai corso, ed egli trova ancora di questi specchi, che li cacciatori v'hanno posti simigliantemente, gli va d'intorno credendo trovare suoi figliuoli. E tanto fa così, che'l cacciatore iscampa la persona.

Capitolo LXIV
Della talpa
alpa è una piccola bestiuola che sempre abita sotto terra, e la cava per diverse parti,  e mangia le radici ch'ella trova. Anco che molti dicono ch'ella vive pure di terra. E sappiate che la talpa non vede lume, ch' natura non volle adoperare in lei d'aprire le pelli de'suoi occhi si che non vede niente, perchè non sono aperti. Ma ella vede con la mente del cuore, tanto ch'ella va, come s'ella avesse occhi.

Capitolo LXV
Dell'unicorno
ell'unicorno voglio dire, il quale è bestia fiera, ed ha il corpo simigliante al cavallo, ed ha li piedi del leofante e coda di cervio, e la sua boce è fieramente ispaventevole, e nel mezzo della sua testa sì ha un corno di maraviglioso splendore, ch'è lungo ben quattro piedi. Ed è si forte e sì acuto, che egli fiede. E sappiate che l'unicorno è si forte, e si fiero, che l'uomo nol puote giungere se non è in una maniera, nè prendere, e ciò puote bene essere. Il modo è questo, che quando li cacciatori lo sentono per la foresta, ed ellino vi mandano una fanciulla vergine, e quando l'unicorno vede la fanciulla, nature gli dà che incontanente se ne va a lei, e pone giù tutta sua forza, e ponle il capo in grembo, e addormentasi, e dorme sì forte, per la grande sicurtà ch'egli prende sopra li panni della fanciulla, ch'è forte cosa. Allora vegnono li cacciatori e fanno di lui loro volontade.

Capitolo LXVI
Dell'orso
rso è una grande bestia, ed ha molto frale testa e la sua forza è nella gambe e l'unghie, però va ella molte volte ritta. E sappiate che quando l'orso è disagiata d'alcuna malattia o di colpi, ella mangia d'un erba che ha nome flonius, che la guarisce. Ma s'ella mangia pome di mandragora, le convien morire, se subito non mangiasse formiche. Ma lo mele mangia ella volentieri sopra tutte le altre cose. E sua natura sì è ch'ella non è iscaldata di lussuria. E giacciono insieme, come il leone, il maschio con la femina. E non porta suoi figliuoli più di trenta dì. E per brevità di tempo non può natura compiere la loro forma nè le loro fazione dentro dal corpo della madre loro, anzi nascono come un pezzo di carne disfigurata, se non che ha due occhi. Ma la madre li conforma, e dirizza con la lingua, secondo la sua similitudine nelle sue braccia, per darli calore, e spirito di vita. E così s'adormenta la madre, e dorme con essi in braccio quattordici dì senza mangiare e senza bere. E dorme sì forte che l'uomo la potrebbe innanzi uccidere che la si svegliasse. In questa maniera istà la madre ben quattro mesi perchè i suoi occhi sono sì tenebrosi che non vede se non poco. E questo le addiviene per li suoi figliuoli. Ben son molti che dicono ch'ella non ne fa più che uno. Di questa bestia dicono i più che ella ingrassa per essere battuta, ma non ch'ella si diletti d'essere battuta, anzi gliene pesa molta niquitosamente. Chè quando ella va sotto ad alcun pero o melo per mangiare, ed alcuni gliene cade addosso, ella vi monta su con grande niquitade, e rompelo e fiaccolo tutto.

Capitolo LXVII
Qui finisce le prima parte di questi libri
ui finisce la prima parte di questi libri che divisa brevemante la generazione del mondo, e l'incominciamento de're, e lo stabilimento dell'uno legge e dell'altra, e la natura delle cose del cielo e della terra, e l'antichità delle vecchie istorie. E brevemente conta di ciascuna cosa lo suo essere. Che se'l maestro avesse più lungamente scritto, e mostrato di ciascuna cosa la perchè e come, lo libro sarebbe senza fine, chè acciò bisognerebbero tutte arti e tutte filosofie. E però dice il maestro, che la prima parte del suo Tesoro, si è come danari contanti, sì come le gente non potrbbero accivire lo bisogno senza moneta, così non potrebbe l'uomo sapere ciò che questa prima parte conta. Qui tace il maestro delle cose che appartegnono teorica, ch'è la prima scienza del corpo della filosofia, e vuole tornare all'altre due scienze, cioè a pratica ed a loico, per ammassare la secondo parte del suo Tesoro, che dee essere di pietre preziose. Ed in questo sesto libro parla di vizii e virtudi.

fol. 58v, eutrote,  mancicore, pantere,  paraude, fol. 59, singes, tygres

St Petersburg, Li Livres dou Tresor codex, facsimile di M. Moleiro: fol. 58v, eutrote,  mancicore, pantere,  paraude, fol. 59, singes, tygres


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