BRUNETTO LATINO'S RETTORICA
IN THE TESORO, BOOK
VIII, PART
I
The text of the Rettorica section of the Tesoro, in which Brunetto adapts Cicero for thirteenth-century use, begins on folio 20 of Magliabechian II.VIII.36. This text corresponds with Twice-Told Tales, Chapter 8: Romanesque.
Qui comincia rethorica cioè lo libro di buona parladure che insegna et monstra di ben parlare. [1]
[ A ]PRESSO ciò che mastro Brunetto latini da firençe ebbe compiuta la seconda parte del suo libro, nel quale elli dimonstra assai buonamante, quale huomo dee essere in moralitas et come elli dee vivere honestemente et governare sè et la sua masnada, et le sue cose, secondo la scientia d'ethica, et de yconomicha, de le quali elli fe mentione colà dove elli divisoe li membri de la filosofia, et ch'elli ebbe dicto quali cose disfanno le legge, et guastano le città. Allui fu aviso che tutto altretale come una opera guasta era se elli non dicesse della terça scientia, cioè politicha, la quale insegna come l'uomo dee governare la cittade; chè cittade non è altra cosa se non una gente asembiata per vivere ad una legge et a uno governamento. Et tulio disse, che la più nobile parte di tutte le sciençie di cittade governare si è rethorica, cioè a dire la sciençia del parlare. Perciò che se parlare ordinato non fosse, città non sarebbe, nè nullo stabilimento di giustiçia, nè d'umana compagnia. Et conciò sia cosa che'l parlare sia dato a tutti li huomini. Catone disse che sapiençia è donata a pochi. Et perciò dico che' parlari sono di quattro maniere. La prima si è guarnita di gran senno et di buona parladura, et questa è la fiore del mondo. L'altra si è voita di senno et di buona parladura, et questa è trasgrande mecciança. L'altra si è voito di senno, ma elli son troppo ben parlanti, et questo è grande pericolo. L'altra si è pieno di senno, ma elli si tacciono, per la povertà del lora parlare et ciò richiere aiuto. Et per queste diversitadi fuorono li savi in[20v]contentione di questa scientia se ella è di natura o se ella è per arte. Et a la verità dire dinançi che la torre babel fusse facta, tutti li huomini aveano una medesma lingua naturalmente. Cioè hebrea. Ma poi che la diversità de linguaggi venne intra li huomini, sopra tutte l'altre ne sacronno tre: Cioè hebreo, Greco et latino. Et noi vediamo che per natura quelli chi abitano in oriente parlano ne la Gorgia sì come fanno li hebrai. Li altri che sono nel meçço de la terra, parlano al palato sì come li greci. Et quelli ch' abitano ne le parti d'occidente, parlano a li denti sì come fanno li Ytaliani. Et già sia cosa di questa scientia non sia nel parlare solamente, ma in ben parlare solamente.Non dimeno platone disse, ch'ella è per natura, et non per arte, perciò che l'uomo truova molti buoni parladori naturalmente sença alcuno insegnamento. A ristotile disse, ch'ella è arte, ma ella è rea; perciò che per parlare era avenuto a le genti più di male che di bene. Tulio s'acorda bene, che la sola parola è per natura. Ma del ben parlare vien tre cose: Natura, Usa et Arte. Perchè uso et arte son pieni di grande insegnamento. Et insegnamento non è altra che sapientia. Et sapiençia si e a comprendere le cose secondo ch'elle sono, et perciò è ella chiamata governatrice de le cose, perciò ch'ella le prova dinançi, et le mena a certana fine et diretta misura. Ellà o sapientia è congiunta col parlare, chi dicerà che ne possa nascere se ben no. Tulio disse che al cominciamento che li huomini viveano come bestie sença propria casa, sença conoscença di dio, per li boschi e per li luoghi riposti, sença pastore sì che nullo guardava matrimonio, et nulla conoscea padre nè filglio. Allora fu un savio huomo ben parlante che tanto consilgliò li altri, et tanto monstrò loro la grandeçça del'huomo et la dignità de la ragione et de la discreçione, che li trasse di quello malvagio nido et rassembrolli ad abitare in un luogo, et a mantenere[21] ragione et iustiçia. Et così per lo bel parlare ch'era in lui acompagnia col senno fu questo huomo quasi uno secondo Dio, che rilevò lo mondo per l'ordine del'humana compagnia. Et ciò ne fa manifesti la ystoria D'anfion, che fece la città d'atene,/Error for Thebes./che facca venire le pietre et li muratori per la dolceçça del suo canto. Cioè a dire che per le sue buone parole elli trasse li huomini di malvagi luoghi, ov'elli abitavan, et menolli a la comune habitagione, di quella cittade. Et d'altra parte s'accorda ben Tullio acciò che disse: A ristotile del parlare che la malvagia arte, cioè parlare sança sapiençia, che quando uno huomo ae buona lingua di fuore, et non ae punto di consilglio dentro, la sua parole è fieramente pericolosa a la cittade ed a li amici. Adunque è provato che la sciençia di rethorica, non è in tutto acquistata per natura, ne per uso ma per insegnamento et per arte. Et perciò dico che ciascuno huomo dee studiare lo suo ingegno a saperla. Chè Tulio disse che l'uomo che molto de le cose minore et più fievole de li altri animali lo disuança di questa una cosa chei può parlare. Adunque pare manifestamente chè quelli acquista nobile cosa chi di ciò avança li huomini, di che l'uomo sormonta le bestie. Nè per niente disse lo proverbio che nodritura passe natura, chè, secondo ciò che noi troviamo vi de la prima et ne la seconda parte di questo libro. L'anima d'ogni huomo è buona naturalmente. Ma ella muta la sua natura per la malvagità del corpo, in cui ella permane rinchiusa, altresì come'l vino che si guasta per la malvagità de la bocte. Et quando lo corpo è di buona natura, se et la sua anima signoreggia et aiuta la sua bontade. Et allora li valgliono l'arte et l'uso. Perciò che l'arte li insegna li commandamenti che a ciò si convegnono, e uso lo fa presto et aperto et humano all'opera. Et perciò vuole lo mastro ricordare al suo amico le circonstançi et l'insegnamento del'arte di rethorica, che molto l'aiteranno alla sotilitade che'è in lui, per la buona natura. Ma tuttavia dicera avanti[21v]che è rethorica, et di sopra cui ella è; et poi del suo uffiçio et de la sua fine, et de le sua matera et de le sue parti, chè chi bene sa ciò elli intende melglio lo compimento di questa arte.
Che è rethorica et di suo ufficio e de la fine. [2]
R Ethorica è una scientia che ne insegno bene pienamente et perfectamente dire le cose comuni, et le private et tutta sua intentione, et a dire parole in tal maniera che l'uomo faccia credere lo suo dicto a quelli che l'odono. Et sappiate che rethorica è sopra le scientie di città governare, secondo ciò che disse Tullio nel libro qua dirieto sì come arte di far freni et selle et l'arte de la cavalleria./ Ovid, Chaucer and Sydney likewise use the comparison of controller of words to controller of horses./ L'offitio di questa arte secondo ciò che disse Tullio è di parlare pensatamente per far credere lo suo dicto. Et la sua fine si far credere ciò ch'elli dice. Et intra l'offitio et la fine a questa differentia, che nel'offitio si dee pensare lo parladore ciò che si conviene a la fine, cioè a dire che io parli in tal maniera che io sia creduto. Et ne la fine pensare ciò che si conviene al suo officio, cio è a farsi credere al suo parlare. Verba gratia: L'offitio del fisico si è far cure et medicine apensatamente per sanare, e'l suo fine, si è sanare, et perciò è medicina. Et brevemente l'officio di rethorica si è a parlare apensatamente secondo lo insegnamento del'arte, el fine si è quella cosa perchè elli parla. La matera di rethorica è de la cosa che il parlatore dice, sì come le malatie son matera di fisichi. Unde Gorgias disse, che tutte le cose diche si conviene parlare, sono de la matera di questa arte. Et hermagoras disse, che questa matera si è le cose et le questioni. Et disse che le cose quelle sopra le quali li parladori sono in contentione d'alcuna certa gente o d'altra cosa certa et di ciò non dicea elli male, ma elli dicea che questione è quello sopra che li parladori sono in contentione sença nomare certa gente o d'altre cose, che apertegnono a certo bisogno, sì come de la grandeçça del sole, et de la forma del fermamento. Et di ciò dicea elli troppo male, chè tali cose[22]non si convegnono a' governatore di città; ançi si pertengono ai filosofi, che studian in profonda sciençia. Et perciò son fuori de la via quelli che pensano che contar favole o antiche storie o ciò che l'uom puote dire, si a de la matera di rectorica. Ma ciò che l'uom dice di boccha, comanda per sue lettere, pensatamente per far credere, o per contentione di lodare o di biasmare, o d'aver consilglio sopra alcuno bisogno, o di cosa che dimandi giudicio, tutto ciò è de la matera di rethorica. Ma tutto ciò che l'uomo non dice artificialmente, cioè a dire, per nobili parole gravi et ripiene di buono sententie, o per alcuna de le cose dinançi dicte. Et fuori di questa sciençia è lungi de le sue circunstançie, perciò disse A ristotile, che la matera di questa arte si è sopra tre cose solamente. Cioè Dimonstramento, Consiglio et Judicio. Et acciò medesimo s'acorda Tulio, e dice che dimonstramento è quando li parladori lodano o biasmano huomo o altra cosa, generalmente o partitamente. Verbi gratia: io lodo molto beltà di femine dice l'uno. Et io le biasmo dice l'altro; questo è dicto generalmente. Ma partitamente, dice l'uno: Giulio cesaro fu molto prò et valente; dice l'altro: non fu, ançi fu traitore et disleale. Et questa questione non ae luogo ne le cose pensate/ Error for passate./ ne ne le presenti; chè di ciò che dee avenire non può nullo esser biasmato nè lodato. Consiglio è, quando li parladori consigliano sopra una cosa, ch'è proposta dinançi loro, o generalmente o partitamente per monstrare qual sia utile et qual no. Verbi gratia: Dice uno di' cardinali di roma: generalmente utile cosa è a mettere pace intra' cristiani. Non è, dice l'altro. Et partitamente dice l'uno: utile cosa è la pace intra lo Re di francia et quello d'inghilterra; non è, dice l'altro. Et questa questione non ae luogo se sopra le cose che sono a[stain]o. Et quando ciascuno a dato lo suo consiglio, l'uno si tiene a colui che monstra le sue ragioni, più ferme et più credevole. Judicamento si è di accusare et difendere o dismentere, o in rifiutare, per monstrare del'buo[21v]no, o d'altra cosa generalmente o particularmente ch'ella sia iusta o no. Verbi graçia: io dico, generalmente dice tutti, ladroni debbono essere penduti; dice l'altro, non debbono. O dice l'uno, quelli che ben governa la cittade dee avere grande guidardone; dice l'altra: non dee. Ma partitamente dice l'uno: io dico che l'uomo dee pendere Golias, perciò ch'egli è ladrone. Non è, dice l'altro. O io dimando guidadone, dice l'uno, perciò ch'io feci lo pro'del comune. Non ai, dice l'altro. O risponde per aventura, tu hai diservito pena. Et questa questione non ae luogo se de le cose passate no; chè nullo huomo non dee esser dannato, nè guidardonato, se per le cose non ch'elli fa. Ma di ciò si tace lo mastro, per divisare le parti de la rethorica.
Qui divisa le .V. parti della retorica. [3]
E T dice, che in questa sciençia si ae .v. parti, cioè trovamento, ordine, parole, memoria, et parlare. Boetio disse, che queste .v. cose sono si de la sustançia del parlare, che se alcuno ne mancha, non sarebbe compiuto. Altresì come'l fondamento, et le parete et la copertura sono parte d'una casa sença le quali ella non è intera casa. Trovamento si è un pensamento di trovare nel suo cuore cose vere, o verosembrabili ad provare sua matera et questo si è lo fondamento et fermeçça di tutte queste sciençie; chè innançi che l'uom dica, o scriva, dee huomo trovare le ragioni et li argomenti, et provare lo suo dicto, per farlo credere a quelli a cui elli parla. Ordine si è stabilire lo suo dicto et gli argomenti, ch'elli ae trovato ciascuno in suo luogo, acciò ch'elli possano meglio valere. Cioè a dire che innançi dee mettere intorno al cominciamento le buone ragioni et nel meçço le fraile, et a la fine li argomenti ne' quali elli più si fida, et che suo adversario non vi possa contradicere. Parola è lo ritorno de parlare, et de le sentençie advenevoli, a ciò, ch'elli truova che trovare et pensare poco varrebono, sença le parole accordante ad sua matera, chè le parole debbon sernire la matera, et non la matera le parole.[23]Perciò che un bel motto, et una buona sentençia, et un proverbio et una similitudine, o uno exemplo che sia similgliante a la matera, conferma tutto lo suo dicto et lo fa bello, et credevole. Et perciò lo parladore quando elli tracta d'oste, o di fornimento de dicer parole di guerra, o di victoria, et in dolore parole di coruccio, et in gioia parole d'allegreçça. Memoria si è a ricordai si fermamente di ciò ch'elli ae pensato et messo in ordine. Perciò che tutto sarebbe niente, s'elli non se ne sovenisse, quando elgli è al parlar venuto. Et non pensi nessuno che ciò sia la natural memoria, ch'è una virtude dell'anima che si ricorda di ciò, che noi apprendiamo per alcun senno del corpo; ançi è memoria artificiale, che l'uomo appara per insegnamento de savi, ad ritenere ciò che elli pensa et apprende. Per l'opera, et a dire ciò che elli ae trovato et stabilito nel suo pensiero, et ne la nevileçça del corpo, et de la voce, et del movimento secondo la dignità de le parole. Et a la verità dicere, quando lo dicitore viene a dire lo suo conto, elli dee molto pensare, sua matera et suo essere, et altramento dee portare le sue membra et la sua cera, e'l suo isguardo in dolore che in letitia; et altramente in guerra che in pace, et altramente in uno luogo che in uno altro. Et perciò dee ciascuno guardare ch'elli no non lievi le mani ne gli occhi, nè la fronte, in maniera che sia riprendevole. Et sopra questa materia vale la doctrina, ch'è qua in adrieto nel libro de'vitio et di virtude, nel capitolo di guardia.
Qui divisa di due maniera di parlare, di boccha o per lectera et sopra qual cosa. [4]
A Ppresso dice lo mastro che la sciençia di rethorica si è in due maniere: l'una si è dicer co la boccha. L'altra si è mandar per lectere. Ma lo insegnamento si è comuno. Perciò che non può calere che l'uomo dica un conto come per lectere, ma l'una e l'altra maniera, può essere diversamente, cioè per contentione, et sença contentione, ciò che detto o scritto, sença contençione non apertiene a rethorica secondo che A risto[23]tile et Tulio dicono apertamente. Ma Gorgias dice che tutto ciò che li parladori dicono apertamente apertiene a rethorica. Et Boetio medesmo s'accorda acciò, che ciò che a dire si conviene, puote esser materia del dictatore. Et chi ben vuol pensare la sottilitade di questa arte, elli trovara che la prima sentençia è di maggior valore. Perciò che chiunque dice di boccha o manda lettere ad alcuno huomo. O elli lo fa per muovere lo coraggio di colui o a credere o da volere ciò che dice, o no. Et s'elli non lo fa, io dico che lo dicto non apertiene a la scientia di rethorica; ançi è del comuno parlare, degli uomini che sença arte et sença maestria. Et questo sia di lungi da noi, et rimagna a la simplicità de le femini,/De vulgaria eloquentia I.i./ et del minuto populo,/ Dino Compagni, Cronica; Volterra Constitution./ perciò ch'a loro non apertiene le cittadini cose. Ma se elli fa artificalmente per muovere lo cuor di colui, ad cui elli parla o manda lectere. E conviene che ciò sia in prego o in dimandare alcuna cosa, o per consiglio o per minaccie, o per conforto o per comandamento, o per amonire o per altre similglianti cose. Et elli sa bene, che colui a cui elli manda lectere, ad sua difensione contra ciò ch'elli manda. Et perciò li savi dictatori confermano le loro lettere, per buona ragione et per forti argomenti, che l'aiutino acciò ch'elli vuole, sì come s'elli fusse a la contentione dinançi lui. Et cotali lettera apertengono a rethoricha, altresì come ne le cançoni l'uno amante parla al'altro, sì come s'elli fosse dinansi di lui, a la contençione./Vita nuova, passim./ Et perciò potemo noi intendere che contentione sono in due modi. O in aperto, quando l'uomo si difende contra l'altro, di boccha o per lectere. O in aperto cioè quando l'uno manda lettera guarnite di buoni argomenti contra la difensa ch'elli pensa che l'altro abbia. Et tutte contentioni apertengono a rethorica, cioè de le cose citttadine et de le bisognose, ai principi de la terre, et dell'altre genti. Et non miccha di favole, nè del movimento del'anno, nè del compasso de la terra, nè[24]del corso de le stelle, perciò che di tale contençione non s'intramette questa sciençia./This manuscript contains such material./
Qui divisa de la contentione che nascie di parole scritte. [5]
P Erciò appare chiaramente che tutte contençioni, o elle sono per parole scritte, o elle sono per parole che l'uomo dicha, sença scrittura secondo ciò che, Tulio dice nel suo libro. Et quello ch'è per parole scritte puo essere in .v. modi, chè alcuna fiata la parola non s'accorda a la sentençia, di colui che la scrive. Et alcuna fiata, due parole in due luoghi si discordano intra loro. Et alcuna fiata pare che quello ch'è scritto significa due cose o più. Et alcuna fiata viene che di quello ch'è scritto nugge l'uomo senno et exemplo, chei di fare un altra cosa che non sia scritta. Et alcuna fiata si è la contençione in su la força, d'una parola scritta per saper che ella significha.
Come tutte contençioni nascono per .iiij. cose. [6]
L' Altra parte ne insegna Tulio che tutte contentioni siano di [boccha] o sian di scrittura, nascono del facto o del nome, di quel facto o di sua qualità, o di suo rimutança, chè se l'una di queste quattro cose non fosse, non vi potrebbe nascere contentione. Verbi gratia: Io dico che tu ai alcuna cosa facta, et sì ne monstrerò alcuna intra segna per monstrare che tu l'ai facto in questa maniera. Tu uccidesti Giovanni, chè io ti vidi trarre lo coltello sanguinoso del suo corpo. Ma tu non vi fusti, et di che tu non l'ai facto, nè ucciso. Et così nasca le contentione del facto intra me, et te, ch'è molto grave e forte a provare, perciò che ciascuno ae altresì forti argomenti l'uno come l'altro. La contentione che nasce del no, si è quando ambidue le parti, conoscono lo facto; ma elli sono in discordia, del no in questa maniera. Io dico, che questo huomo ae facto sacrilegio, perciò che ae inbolato un chavallo dentro una chiesa. Questo non è sacrilegio, dice l'altro, ma è ladorneccio, et cosi nasce la contentione per lo nome del facto. Et sopra ciò si conviene pensare, che è l'uno et che[24v]l'altro, chè sacrilegio si è a imbolare le cose sacrate del luogo sacrato. Ma tutte maniera d'imbolare si è ladorneccio. Et in questa contençione conosce l'uomo lo facto; ma elli sono in discordia del no di quello facto, solamente. La contentione che nasce de la qualitade si è quando conosce lo facto et lo nome, elli si discorda de la maniera di colui, cioè de la força o de la quantità o de la comparatione. Verbi gratia: Io dico che questo è un crudele forfacto, o che ciò più crudele che non è quell'altro, o che questo è ben facto secondo di ragione et giustiçia. Et l'altro dice, che non è. Et quando Catellina dicea che Tullio non è tanto valsuto al comuno di roma quando elli. Et quando lo sanatore dicea, Meglio vale a distruggere cartagine che lasciarla. Et quando Giulio cesaro dicea: Io cacciai Pompeio iustamente. Io dico che tutte queste contençione nascono de la qualità del facto, e non del facto ne del suo no. La contençione che nasce del mutamento si è quando uno comincia una questione et l'altro dice che ella dee essere rimossa, perciò ch'ella non apertiene [ ] che la mossa perciò ch'elli non si muto contra colui ch'elli dovea [ ] quelli che viddeno essere, o non in quel tempo che conviene [ ]/ Manuscript damaged in these sections./ di quella legge o di quel peccato o di quella pena che dee.
Qui dice del la contentione che nasce de la qualità del facto et de le sue parti. [6]
L A contentione che nasce de la qualità del facto, come che il facto sia, Tulio dice ch'ella si divide in due parti. L'una si è di diricto che pensa de le cose presenti, et de le future, secondo l'uso et lo diricto del paese. Et a provar ciò si travalgliano molto li parladori, per la comparaçione che lor cade a fare, de le semblabili cose o de le contrarie. L'altra si è di legge, che considera solamente ne le cose passate secondo legge scritta, et in ciò basta a dire ciò ch'è scripto ne la legge, secondo uso o le cose giudicate, se elle sono iustamente facte, o contra iustiçia. Et d'uno huomo se elli è degno di pe[25]na o di merito. Et questa medesma che è legge, si è doppia et chiara, chè per sua chiareçça mostra inmantenente se quella cosa è buona o rea, o di ragione o di torto. Et un'altra impronteçça che per sè non ae nulla difensa, s'ella non la impronta di fuore, e'l suo impronto si è in quattro maniere. O per conoscença. O per rinomata. O per vendetta. O per comparatione.
Qui dice di conoscença.
C Onoscença si è quando non niega nè non difende lo facto; ma elli dimanda che l'uomo li perdoni; et puote ciò essere in due maniere. L'una si è sença colpa. Et l'altra per preghiera. Sença colpa si è quand'elli dice che nollo fece scientemente; ma ciò fu per non sapere, o per necessitade, o per impacciamento. Per preghiera; si è quando elli prega che l'uomo li perdoni lo suo misfacto, et questo non aviene spesse volte.
Qui dice di rimutança. [7]
R imutança si è quando l'uomo si vuole cessare del misfacto ch'elli nol fece, et ch'elli non v'ebbe colpa, ançi lo mette sopra un altro. Et così si sforça di rimutare lo facto, et la colpa da sè ad un altro. Et ciò può essere in due maniere, o mettendo sopra l'altro la cagione, o la colpa, o mectavi lo facto. Et certo la cagione et la colpa mette elli sopra l'altro, quando elli dice, ciò ch'è avenuto, aviene per la força et per la signoria che quell'altro avea sopra colui, che si difende. Lo facto puo elli mettere sopra un altro quand'elli dice, ch'elli non fece, nè non fu facto per colpa nè per cagione di lui. Ma elli monstra che quell'altro, lo fece perciò ch'elli lo potea et dovea fare. Vengiança si è quando l'uomo conosce bene ch'elli fece ciò che l'uomo dice di lui; ma elli monstra che ciò fu fatto ragionevilemente. Et perciò è vengiança, perchè davanti avea elli ricevuto l'omperchè. Comparaçione è quando huomo conosce che elli fe ciò che huomo li appone; ma elli non monstra ch'elli lo facesse, per compiere un'altra cosa honesta, et profectabile ch'altramente non potrebbe esser menata a buon fine.
[25v]Qui dice de le cose che l'uomo considera in sua materia. [8]
A Ncho ne insegna Tulio, che noi pensiamo sopra nostra matera, la quale matera noi dovemo parlare o scrivere lectere, se è semplice d'una cosa solamente, o s'ella è di molte. Et appresso ciò che noi avemo considerato diligentemente lo conoscimento de la contentione et tutto suo essere et le sue maniere. Anchora ne conviene sapere, che et come è la questione et la ragione, e'l iudicamento et lo confermamento de la contençione.
De la contençione che et come dee essere stabilita per parte. [9]
P Er questo insegnamento che'l mastro divisa qua a drieto dovete voi intendere che contençione non è altra cosa, che la discordia ch'è intra due parti, o intra due dictatori sì come l'uno dice ch'elli ae diricto, et l'altro dice che non ae. Et quando elli sono a ciò venuti, elli convien vedere se elli ae diricto o no; et questa è la questione de la contençione. Ma perciò che poco li vale a dire che elli ae diricto, s'elli non monstra ragione perchè conviene che dica inmantenente la propria ragione, per la quale elli creda aver diricto, ne la sua questione perciò che s'elli non dicesse la sua ragione di difensa serebbe fievole. Et quando elli ae detta la ragione perchè elli fe ciò, lo suo adversario dice altri suoi argomenti, per infralire la ragione che l'altro monstra, et per accigulare sua difensa. Et allora nasce lo giudicamento sopra lo dicto dell'uno et dell'altro, per giudicare se quelli a diricto per la ragione ch'egli a monstrata. Et quando elli sono a ciò venuti, inmantenente dicono loro confermamento, cioè a dire li forti argomenti et le buone ragioni, che più valgliano al giudichamento. In questa maniera ordinano li savi le lettere, et le parole per monstrare lo diricto, et per confermare la ragione. Et sappiate, che tutte mainiere di contentione tanto quanto elli anno di discordia, et di capituli questionali, altretanto vi conviene avere di questione, et di ragione et di giudicamento, et di confermamento; salvo che quando la contençione nasce del facto che l'uomo non conosce[26]lo certo giudicamento non può essere sopra la ragione, perciò che quelli che nega, non assegna nulla ragione di sua negatione, et allora è lo giudicamento sopra le questione solamente, cioè a dire se elli fe ciò, o no. Et non dee nullo pensare che questo insegnamento sia follemente donato su le contentioni, che sono in piati o in corte; ançi sono in tutti decti che l'uom dice consilgliando, o pregando o in messagio o in altra maniera. Et in lectere che l'uomo manda altrui, ad servi questo medesmo ordine, perchè innançi dimanda elli quello che elli vuole; et questo si è come questione, perch'elli è in doctança, che l'altro si difenda per alcuna ragione, contra sua richiesta. Et perciò dic'elli inmantenente la ragione per la quale l'altro debbia far ciò ch'elli chiere, et perchè l'altro non possa infrailire quella ragione, metteli li forti argomenti de'quali elli li si fida più. Et a la fine de la sua lettera, fa elli la condiçione là v'elli dimanda, che s'elli fa quello ch'elli richiere, che questo et questo ne sara, et ciò è in luogo di giudicamento, et di confermamento. Ma di questo divisamento si tace ora lo mastro, per dire dell'altre parte di buona parladura, ch'è bisognevole nel conto, chè a la verità dire, l'uomo non dee pensare solamente ciò ch'elli dee dinançi contare. Ma elli li conviene stabilire le primaie parole et le diretane se vuole che'l suo dicto sia bene accordante ad sua materia.
Di due maniere di parlare o in prosa o in rima./Ariosto, Spenser, Milton / [10]
L A divisione di tutti parladori si è in due maniere: l'una è in prosa et l'altra è in rima. Ma lo insegnamento di rethorica è comuno, d'ambidue; salvo che la via in prosa è larga et pieniera, sì come la comuna parladura de la gente. Ma lo sentieri di rima è più forte et più strecto sì come quello ch'è chiuso et fermato di muri et di palagi, cioè a dire di peso di numero et di misura certa, di che l'uomo non può ne non dee trapassare. Chè chi ben vuole rimare si li conviene acconciare tutte le sillabe in tal maniere che li versi sieno acordevoli, in numero, et che l'uno non abbia più che l'altro. Apresso ciò li convien misurare le .ij.[26v]diretane sillabe del verso in tal maniera che tutte le lettere de le diretane sillabe sieno similglianti almeno la vocale della sillaba, che va dinançi a la diretana. Appresso li conviene contrapesare la'ntentione et la voce si che le rime s'acordino co la intentione; che se tu accordi le lettere et le sillabe, per rima non sie diricta se la intentione sì discorda. E se ti conviene parlare o per rima o per prosa, guarda che lo tuo dicto non sia magro, nè simplice, ma sia ripieno di diricto et di sentençie. Quarda che' tuoi motti non siano lievi ançi siano di grande peso; ma non di sì grande, chei faccia trabucchare. Guarda ch'elli non apportino laidura nulla, ma bel colore sia dentro et di fuore. Et sciençia di rethorica sia ne le tue dipinture, per dare colore et in rima et in prosa. Ma guarda di troppo dipingere chè alcuna fiata è colore schifare li colori.
Qui finisce di trovamento et comincia a divisare del ordine. [11]
I N questa parte cioè li pensieri a divisato lo mastro lo fondamento et la natura di questa arte, et come huomo dee stabilire sua matera per ordine et per parte. Ma per melglio schiarare ciò ch'elli n'ae dicto, dirà elli le circunstantie che apertengono al'ordine di questa arte, ch'elli non a vuol fare come fe Ciclicus, di cui parla Oratio. Elli non vuole tornare la lumera in fummo, ma del fummo farà lumera; chè tutto ciò ch'elli dice per circunstançie, monstrerà per exemplo. Et voi avete udito nel cominciamento di questo libro, che appresso che l'uomo ae trovato et pensato nel suo cuore ciò ch'elli dee dire sì dee ordinare lo suo dicto, per ordine ciò è a dire ch'elli dica ciascuna cosa in suo luogo, et questo dire ordinato si è in due maniere. L'una si è naturale, l'altra si è artificiale. La naturale se ne va per lo grande cammino, et non esce nè d'una parte, nè d'altra. Cioè a dire, le cose secondo ch'elle fuorono dal cominciamento, a la fine, quel dinansi dinançi, et quel di meçço nel meçço et a la fine quello che fu diricto; et questa maniera di parlare si è sença grande maestria d'arte, et perciò non se ne inframette questo libro.
[27] Del ordine di parlare artificialmente. [11]
L' Ordine artificiale non si tiene al grande camino, ançi ne va per sentieri, et per diriççamento che'l mena più avacciamente, là ove elli vuole andare; ch'elli non dice ciascuna cosa secondo ch'ella fue; ançi muta quello dinansi, di drieto, o nel meçço del suo dicto, et non disavenevolemente ma con senno, per affermare sua intentione. Et perciò muta lo parladore spesse fiate suo prolago, et sua conclusione, et l'altra parte di suo conto, et non le mette nel loro naturale luogo; ma là dove più valgliono; perciò che le più ferme cose se debbono mettere nel cominciamento et a le fini, e le più fraile et nel meçço. Et quando tu vuoli rispondere al tuo adversario tu dÿeai cominciare lo tuo conto a la sua diretana ragione, ne la quale elli per aventura più si fida. Similgliantemente è di colui che vuole contare una vecchia ystoria, elgli è buono lasciare lo suo diricto corso, et variare lo suo diricto ordine, in tal maniera, ch'ella paia novella./ Interesting in terms of development of the novel./ Et questo medesmo vale molto in sermona et in tutte cose che l'uomo dee guardare a la fine ciò che più piacia et più ismuova i cuori de li uditori. Et questo ordine artificiale è divisato in .viij. maniere. La prima si è a dire a lo cominciamento quello che fue a la fine./Chaucer's opening to Troilus and Criseyde./ La seconda si è, a cominciare acciò che fue nel meçço. La terça si è fondare lo tuo conto, ad uno proverbio. La quarta si è, fondare secondo che significa lo meçço del proverbio. La quinta si è fondare secondo la fine del proverbio. La sexta si è fondare tuo conto ad uno exemplo, secondo che significa lo cominciamento de lo exemplo. La septima si è cominciare secondo la significança, del meçço de lo exemplo. La octava si è fondare tuo conto in su la significança de la fine de lo exemplo. Verbi gratia: A la fine de la cosa comincia quelli, che dice avegna che'l sole quando si coricha non lassi iscura nocte. La mattina ritorna chiaro et lucente. Et quelli che dice: Abraam quando elli volea uccidere lo figlio[27v]per rendere sacrificio a dio, l'angelo li rechoe un moutone, a fare lo sacrificio. E'l simile fece virgilio, quando elli conto la storia di Troia ch'elli cominciò lo suo libro ad eneas, quando elli fuggitte de la distructione di Troia. Nel meçço de la cosa comincia quelli che dice: Abraam lasciò lo suo servo col somiere a piè del monte, perchè elli non volea chè sapesse sua voluntade./ Erich Auerbach, "Odysseus' Scar," Mimesis./ A la similitudine del cominciamento del proverbio, comincia quelli che dice: Molte serve grande merito chi ae buona fede serve volentieri et avaccio. Sì come fece abraam che quando dio li comandoe ad uccidere lo filgliuolo, inmantenente andò per compiere lo suo comandamento. A la significança del meçço del proverbio, comincia quelli che dice: Servo non dee sapere li secreti di suo segnore. Et perciò lasciò abraam lo suo servo, quando elli montoe al suo sacrificio./ Dante, Convivio II.1, gives a similar example./ Secondo la fine del proverbio comincia quelli che dice: Non è degna cosa che intera fede perde suo merito. Et perciò guarentio nostro signore lo suo filgliuolo ad abraam, che già era messo in su l'altare del sacrificio. Secondo che significa lo cominciamento d'uno exemplo, comincia quelli che dice: buono arbore fa buon fructo. Et perciò volse dio, che lo figliuolo d'abraam fosse messo sopra lo suo altare, et che elli non vi morisse. A la significança del meçço de lo exemplo comincia quelli che dice: L'uom dee traggare del formento ogne malvagia semente, acciò che'l pane non sia amaro. Et perciò lasciò Abraam lo suo servo, perchè elli non l'impacciasse lo suo sacrificio. A la significança de la fine de lo exemplo, comincia quelli che dice: Sì come lo sole non perde sua chiareçça, per la nocte. Et così lo filgliuolo d'abraam non perdeò la vita alla sacrificio, del suo padre ançi tornò bello et chiaro sì come e'l sole quando si leva. Ora avete udito diligentamente come lo parladore può dicer suo conto secondo ordine naturale, et come elli lo puo dicere in .viij. maniere, secondo l'or[28]dine artificiale. Et sappiate che' proverbi et li exempli che sieno acordanti a la matera sono molto buoni; ma non siano tro/Contamination with French, "trop."/ spessi chè allora sarebbono elli gravosi et suspecti.
Di quattro cose che il parladore dee considerare in sua materia ançi che dica, o scriva suo dicto. [13]
A Presso conviene che tu guardi in tua materia .iiij. cose se tu vuoli, esser buono parladore o ben dictare saviamente una lectera. La prima si è che se tua matera è lunga et scura, tu l'a dei abreviare, per motti brevi et intendevoli. La seconda si è che se tua matera è breve et obscura, tu la dei crescere et aprire bellamente. La terça si è che se tua materia è lunga et aperta, tu l'a dèi abreviare, e'nforçare et coprire di buoni motti. La quarta si è, che quando tua matera e breve et lieve tu la dèi alungare et ornare avenevolemente. Et in questa maniera dèi tu pensare in te medesimo, et conoscere se la materia è lunga o breve o lieve o scura ad intendere, sì che tu possi ordinare ciascuna secondo suo ordine. Chè matera si è come la cera che si lascia menare, et crescere et manchare a la volontà del mastro.
Come l'uomo può crescere suo conto in .viij. maniere. [14]
S E tua materia è da crescere, tu la puoi crescere in .viij. maniere che si chiamano colori di rethorica. Onde la prima si chiama ornamento, che tutto ciò che l'uomo può dicere in tre motti, o in .iiij. o in poche parole, elli la cresce per altre più lunghe parole, et più avenevoli che dicano quello medesimo. Verbi graçia: Ihu xpo nacque de la vergine. Ma lo parladore che ciò vuole, adornare, dicera così: Lo benedetto filgliuolo di dio prese carne ne la gloriosa vergine maria;/ See Twice-Told Tales, Appendix II.7, Lauda./ che tanto vale a dire, como questo poco dinançi. O se io dicesse: Julio cesaro fu imperadore di tutto lo mondo. E'l parladore che suo decto vorrà acrescere, dirà così: Lo senno et lo valore del buono Julio cesaro sottomise tutto lo mondo in sua subiectione, et fu imperadore et signore de la terra. La seconda[28v] si chiamata ritorno, che là dove tua matera è breve, tu cambierai li proprii mocti e muterai li nomi de le cose et de le persone in molte parole intorno al facto, et farai punto al tuo decto, et riposerai lo tuo spirito, tanto quanto tu alungi tuo conto, et di tempo et di parole. Et questo ritorno può essere in due maniere. O ch'elli dica la verità chiaramente. Verbi gratia: Tu vuoli dire. E si fa giorno, die. E la comincia lo sole a spandere li raççi per la terra. O ch'elli lassi la verità per suo ritorno, chè tanto vale secondo che l'apostolo disse, Elli anno rimutato l'uso di natura, in tale uso ch'è contra natura; perciò ritorno ischifa l'apostolo, uso la vita molto a ch'elli volea dire; et disse quello che tanto vale. Lo terço colore per accrescere tuo decto, si chiama comparaçione, et questo è lo più bello accrescere et lo più avenevole che parladore faccia, ma è la divisa in due maniere, cioè coverta e discoverta. Quella ch'è discoverta si fa conoscere per tre motti, che significano comparaçione. Cioè più, meno, et tanto. Verbi gratia: Per questo motto più dicionno: questi è più forte che lione. Per questo motto meno dice homo così: questi è meno coruccevole, che colombo, per questo motto tanto dice huomo così: Questi è tanto codardo quanto li cuore. La seconda maniera che converta non si fa conoscere ae questi segni; ella non viene in sua figura, ançi monstra un'altra significança di fuori, et è quasi giunta co la verità dentro, come s'ella fosse de la matera medesma. Verbi gratia: D'uno huomo pigro io dicero. Questi è una tartucha, et d'uno isnello, io dicero: questi è un vento. Et sappiate che questa maniera di parlare, è molto buona e molto cortese, et di buona sentençia, et molta la puo l'uomo trovare ne li detti de li savi huomini. Lo quarto colore si chiama lamento, perciò che l'uomo parla sì come gridando o piangendo, di coruccio o per disdegno, o per altre cose similglianti. Verbi gratia: Hai natura, natura! Perchè facesti tue lo reo giovano sì ripieno[29]di tutti buoni aibi, quando tu lo dovei sì tosto lasciare? Hai mala morte! or fossi tu morta, quando tu n'ai portata la fiore del mondo! Lo quinto colore si è factura, perciò che l'uomo fae una cosa che n'a podere et non n'a cura di parlare, sì come s'ella parlasse. Sì come noi potemo vedere de le genti che ciò dicono o di bestie o d'altre cose in significança ch'ella avesse parlato o detta alcuna cosa; et questo s'intendevole, che'l mastro non si intramette dimonstrare alcuno exemplo di ciò. Lo sexto colore si chiama trapasso, perciò che quando lo parladore ae cominciato lo suo conto, elli se ne parte un poco, et trapassa ad un'altra cosa che è similgliante a sua matera, et allora è elli buono et profictabile; ma se quello trapasso non è ben de tutto accordante a sua matera, certo ella serà malvagia et dispiacevole. Et perciò fece bene Julio cesaro, quando elli volse difendere quelli de la congiura, elli fe suo trapasso al perdono, che li loro ançi andati avevano facto, a quelli de herode et di cartagine; altresì fe elli, quando elli li volse giudicare a morte elli contoe Mallium torquatum, come elli giudicò a morte lo suo filgliuolo; altressì trapassa l'uomo sovente a la fine, o al meçço di sua matera, per rinovare ciò che parea vecchio, o per altra buona ragione. Lo settimo colore si chiama dimonstrança, perciò che lo parladore dimonstra et dice le proprietadi e le intransegne d'una cosa o d'uno huomo per cagione di provare alcuna cosa; che si pregua a sua materia, sì come la scrittura dice: Elli avea ne la terra di Hus uno huomo chi avea nome Job, simplice diricto iusto, et temea dio. Altresì fece Tristano quando elli divisoe la beltà di madonna ysotta: suoi capelli, disse elli, risplendono pur che fila d'oro. La sua fronte sormonta li fiori da liso. Sue nere cilglia sono piegate come piccioli archetti, et una picciola via le parte per meçço. Lo suo naso e sì per misura, che non ae nè più, nè meno. Suoi occhi sormontano tutti ismeraldi lucenti nel suo viso come due stelle. Sua faccia seguita la beltà de la mattina.[29v]Perch'ella ae di vermilglio et di biancho insieme, che l'uno colore nel altro non risplende malamente. La boccha picciola et le labbra spesse et ardenti, di bel colore, et li denti più bianchi che avolio, et sono stabiliti per ordine e per misura. Et panthera nè pescio non si può comperare lo trasdolçe fiato de la sua boccha. Lo mento è assai più pulito che marmo. Lacte dona una colore al suo collo; et cristallo risplende a la sua gola. De le sue spalle escono due braccia isducte et lunghe et bianche mani, et le dita grandi et ritonde, ne le quali risplende la beltà de le unghie. Lo suo bel pecto è ornato di due pome di paradiso, et sono come una massa di neve; et è si isnella ne la cinctura, che huomo la potrebbe aiungere co le mani. Ma io mi tacerò dell'altre parti dentro, de le quali lo cuore parla, meglio che la lingua. L'octavo colore si chiama adoppiamento, perciò che'l parladore adoppia suo conto, e lo dice due volte insieme; et questo è in due maniere. L'una si è, che dice sua matera, et inmantenente ridice per lo contrario del suo detto. Verbi gratia: Io voglio dire d'uno huomo, ch'ello è giovane. Et io addoppierò mio detto in questa maniera: questo huomo è giovane et non vecchio, o cosa è dolce et non amara. L'altra maniera dice sua materia, et inmantenente ridice altre parole, che cessano lo contrario, di ciò ch'elli avea detto in questa maniera. Vero è che questi è giovano, ma elli non è folle; et già sia elli nobile, non è orgoglioso. Elgli è largo et non guastatore. Ora avete udito come l'uomo puote accrescere sua materia, et alungare suo detto, che di pocha semença cresce molta biada, et picciola fontana comincia grande fiume./Typical image for Brunetto, for which see his notarial emblem, and Tesoretto, lines *./ Et perciò è ragione, che'l mastro dimostri come l'uomo puote abreviare suo conto, quando elli è troppo lungo; et ciò monstrerà elli qui davante, là ove elli dirà del dire. Ma qui tace lo mastro de lo insegnamento del grande parlare, per divisare quello del picciolo parlare, ciò è a dicere d'uno conto o d'una pistola, che tu vuoli fare sopra[30]alcuna matera che viene; che'l mastro chiama parlatura, lo generale nome di tutti li detti. Ma tutti li conti son messi in uno solo detto, o in una sola lettera, o altre cose che l'uomo conti su sua matera.
Qui divisa le branche del conto et come lo parladore dee stabilire suo dicto per ordine. [15]
L E parti del conto, secondo che Tulio ne insegna, sono .vj: Lo prolago. Lo facto. Lo divisamento. Lo confermamento. Lo disfermamento. Et la conclusione. Ma li dictatori che dictano lectere, o pistole per maestria di rethoricha, dicono, che in una lectera non ae se non .v. parti: cioè Salute. Prolago. Lo facto. La dimanda. Et la conclusione. Et se alcuno dimanda, perchè ae discordia intra Tulio et li dictatori? Io dicero, che la discordia è per sembiança, et non in su per la veritade; chè qui ne ove li dictatori dicono che la saluto è la prima branche de la lettera o di messaggio, Tulio intese et volse che la salute fosse sotto lo prolago; chè tutto ciò che l'uomo dice dinançi lo facto, è sì come per apparecchiare sua materia, si è chiamato prolago. Ma li dictatori dicono, che la salute/ "porta del conto," variant in edition./ è l'uscio et la intrata del conto, et occhi et lumiere di lui. Et perciò li danno elli l'onore de la prima parte di pistole o d'ambasciata./Here Brunetto is translating material close to his own political activites./ Perciò che mandare lettere o messaggi tutto va per una via. Et d'altra parte, quella parti che Tulio chiama et divisa neiente, li dictatori la comprendono sotto lo facto. Et quella che Tulio chiama confermamento et disfermamento, lo dictatore la comprende sotto sua dimanda. Et per melglio intendere li nomi dell'uno et dell'altro, et per conoscere la intençione di Tulio et de li altri dictatori, vuole lo mastro ischiarare inmantenente la significança di ciascuna parte del suo nome.
De le .vj. branche del conto di boccha. [16]
P Rolago si è lo cominciamento et la prima parte del conto, che diriçça et apparecchia la via e'l cuore di coloro a cui tu parli ad intendere ciò che tu dirai. Lo facto si è a contare le cose che fuorono o che non fuorono, si come se elle fussero[30v]. Et questo è quando l'uomo dice quello su'l quale elli ferma suo conto. Divisamento si è quando l'uomo conta lo facto, et inmantenente comincia a divisare le parti, et dice questo fue in tal maniera et questo in tale; et accresce quelle parti, che più sono profitabile allui, et più contrarie a suo adversario, et le ficcha lo più ch'elli puote nel cuore di colui a cui elli parla; et allora sembra che sia contra lo facto; et questa è la cagione perchè li dictatori contano lo divisamento sotto'l facto. Confermamento si è là dove il parlatore monstra le sue ragioni, et assegna tutti li argomenti ch'elli può aprovare sua intençione et acrescere fede et credença a suo detto. Disfermamento si è quando il parladore monstra le sue buone ragioni, et li suoi forti argomenti chi afieviliscano et distruggano lo confermamento di suo adversario. Conclusione si è la diretana parte et la fine del conto. Queste sono le .vj. parti del conto, secondo la scientia di Tulio. Or fa elli buon contare le parti che dittatori dicono; et dirà prima di salute.
Qui divisa le .v. parti di lettere. [17]
S Alute si è cominciamento di lectere che noma quelli che manda et quelli che riceve le lettere, et la dignitade di ciascuno, et la voluntade del cuore, che quelli che manda, ae contra colui che riceve. Cioè a dire, che s'elli è suo amicho, sì li manda salute, o altre dolce parole; che tanto valgliono alchun'altra et più. Et s'elli è nemico elli si tacerà et li mandera alchuna parola, coverta o discoverta di male. Et s'elli è maggiore sì li manda parole di riverençia. Et così dee l'uomo fare a li pari et a li minori, come si conviene a ciascuno in tal maniera, che non abbia viçio di più nè di faltà di meno. Et sappiate che'l nome di colui ch'è maggiore et di più alta dignitade dee tuttora esser dinançi, se non è per cortesia o per humilitade, o per altre cose similglianti. Del prolago et del facto et de la força a detto lo mastro qui davanti la significança. Et perciò non ne dirà ora più ch'elli n'a detto; perciò che li dictatori se n'acordano bene a la sentençia[31]di Tullio./A folio is missing from the manuscript, this section being supplied from the printed edition, "di Tullio" from the catchword at the bottom of folio 30./ [Ma della dimanda dice il maestro che l'è quella parte nella quale quella lettera e'l messaggio dimanda ciò che vuole, pregando, o comandando, o minacciando, o consigliando, o in altra maniera di cose, in ch'egli spera d'acquistare il cuore di colui a cui egli manda. E quando il dettatore ha finita sua dimanda, o mostra suo confermamento, o suo disfermamento, egli fa la conclusione, cioè la fine del suo detto, nel quale egli conclude la forme del suo detto com'egli è, e che ne può addivenire.
Dello insegnamento del prologo, secondo la diversità delle maniere. [18]
E però che'l prologo è signore e principe del conto, secondo che Tullio disse nel suo libro, convenevol cosa è, che sopra ciò dia lo maestro la sua dottrina. Di che Tullio disse, che prologo è un detto che acquista avventemente il cuore di colui, a cui tu parli, ad udire ciò che tu dirari. E questo può essere in due maniere, o per acquistare sua benevolenza, o per darli volontà d'udire tuo detto. E però io dico, che quando tu voli ben far tuo prologo, il ti convien innanzi considerare tua materia, e concoscere la natura del fatto, e la tua maniera. Fa dunque come colui che vole misurare, che non corre avaccio dell'opera, anzi la misura nella lingua del suo cuore, e comprende nella sua memoria tutto l'ordine della figura. E tu guarda che tua lingua non sia corrente a parlare, nè la mano a scrivere, nè non cominci nè l'una, nè l'altra a corso di fortuna; ma il tuo senno tegna in mano l'ufficio di ciascuna: in tal maniera, che la materia sia lungamente nella bilancia del tuo cuore, e dentro lui prenda l'ordine di sua via e di suo fine. Però che i bisogni del secolo sono diversi. E però conviene parlare diversamente in caiscuno, secondo lor maniere. Tullio dice, che tutti detti sono in cinque maniere, o egli è onesto, o contrario, o vile, o dottoso, o oscuro. E però pensa, che tu déi altrimenti cominciare e seguire tuo conto nell'una che nell'altra, e altrimenti acquistare sua benevolenza e la volontà su l'una materia che su l'altra. E sappiate che onestade è quello che incontanente piace a quelli che l'intendono, senza prologo, e senza alcuno ordinamento di parlare. Contrario è quello che immantinente dispiace per sua malizia. Vile è quello che dee intendere e non intendere guari per la viltà. E per la picciolanza delle cose dottose, in due maniere, o perchè l'uomo si dotta di sua sentenza, o perchè gli è da una parte onesta, e dall'altra disonesta; in tal maniera che la ingeneri benevolenza e odio, e non può intendere, o perchè non è bene savio, o ch'egli è travagliato, o perchè tuo detto sia sì oscuro, o coperto, o avviluppato, che egli non può bene conoscere.
Di due maniere di prologhi, coverti e discoverti. [19]
Per la diversità dei detti e delle cose sono li prologhi diversi. E sopra ciò dice Tullio, che tutti i prologhi sono in due maniere, l'uno si chiama cominciamento, a l'altro copertura. Cominciamento è quello che in poche parole acquista la benevolenza e la volontà di coloro che l'odono. Covertura è, quando il parlatore mette molte parole intorno al fatto, e fa vista di non volere quel che vole, per acquistare covertamente la benevolenza di coloro a cui parla. E però si convien sapare qual delle due parole, o prologhi dee essere sopra ciascuna materia di nostro conto.
Quale prologo conviene sopra nostra materia.[20]
La nostra materia è d'onesta cosa, sì che non vuole covertura nulla; ma incontanente cominciare nostro conto, e divisare nostro affare; che la onestà della cosa abbia già acquistata la volontà degli auditori, in tal maniera che per coverta non abbino a travagliare. E non per tanto alcuna fiata è buono un bello prologo, non per acquistare grazia, ma per accrescerla. E se noi volemo]/ Manuscript recommences./ [31]lasciare lo prolago, elli è buono cominciare ad un buon detto, o ad uno sicuro argomento.
Qual prolago conviene sopra contraria matera.[2l]
E T quando la materia è contraria o crudele o contro diricto. O che tu vuoli dimandare una grande cosa. O cara, o straina; allora déi tu pensa se l'auditore è commosso contra te, et s'elli ae posto nel suo cuore di non far niente di tua richiesta che se ciò fosse, e ti converebbe fuggire a la covertura, et colorar parole nel tuo prolago, per abassare suo coruccio, et adolcire suo dureçça; in tal maniera che suo cuore sia apagato, e tu n'aquisti sua benvogliença. Ma quando suo cuore non è guaire turbato contra te, allora ne potrai tu passare leggeramente per un poco di bello cominciamento.
Qual prolago dee essere sopra vile materia.
E T quando la materia è vile e picciola, et che l'auditore non intende a ciò se poco no, allora conviene che tuo prolago sia ordinato di tali parole che li donino talento d'udire et che innalçino tua materia, et che lo levino di sua intençione.
Qual prolago conviene sopra doctosa materia la qual'è de le .ij. a la sentençia.
E T quando la matera è doctosa, perchè tu dimandi due cose, et l'uomo docta de la sentençia dee esser fermata allora déi tu cominciare tuo prolago a la sentençia medesma de la cosa che tu vuoli, o a la ragione in che tu più ti fidi. Et s'ella è doctosa, perchè la cosa è d'una parte disonesta, allora déi tu ornare tuo prolago per acquistare l'amore et la benvogliença de li auditori in tal maniera che sembri loro che tutta la cosa sia tornata ad honestade.
Qual prolago conviene sopra oscura materia.
E T quando la matera è obscura ad intendere allora déi tu cominciare tuo conto per tali parole che donino agli auditori talento di sapere ciò che tu vuoli dire; et poi divisare tuo conto, secondo che tu penserai che sia meglio.
Qui divisa tre cose che son si bisognevole a ciaschun prolago che non può esser buono sença l'una o sença l'altra. [22]
P Er questo insegnamento potemo noi sapere, che in tutte maniere[31v]di prolaghi, sopra qualunque matera ch'elli sia ne convien fare l'una di queste tre cose. O aquistare la benvolgliença di colui a cui noi parliamo in donarli talento d'udire nostro detto o di saperlo. Chè quando nostra matera è d'onesta cosa, o meravilgliosa o doctosa, nostro prologo dee essere per acquistare la benvolgliença. Et quando nostra matera è vile, allora dee essere per donarli talento d'udire. Et quando la matera è obscura, allora dee essere per donarli talento di sapere, ciò che noi diceremo. E perciò è ragione che'l mastro ne dicha come ciò può essere facto, et in che maniera.
Lo insegnamento d'aquistare la benvogliença da quelli che odono. [23]
B Envolgliença s'acquista da .iiij. parti: cioè per nostro corpo. O di nostro adversario. O da li auditori. O da la matera medesma. Dal corpo nostro s'acquista quando noi ricordiamo nostre opere, et nostre dignità cortesemente sança nullo orgoglio et sança nullo oltraggio, che sia. Et quando huomo mette sopra noi alcuno biasmo, o colpa o altro misfacto, se noi diciamo che noi no'l facemmo et che ciò non fu da parte nostra. Et se noi monstriamo lo male et le dolore et le misaventure che sono state et che possono adivenire a noi et a li nostri. Et se nostra preghiera è dolçe et di buona aere, o di pietà o di misericordia. Et se noi ne preferiamo di buona aeremente a li auditori. Per queste et per altre semblabili proprietà, di noi et de'nostri s'acquista benvogliença, secondo quello che a rethorica apertiene. Et sappiate che ciascuno huomo et ciascuna cosa ae sua proprietà per la quale l'uomo puòte acquistare benvolgliença et malavolgliença; et di ciò dicerà lo mastro qua denançi là dove elli ne serà luogo et tempo. Per lo corpo di tuo adversario acquisterai tu benvoglienca, se tu conti le propriatà di lui, che'l mettano in ira o invidia, o in dispecto de li auditori. Chè sença fallo tuo adversario è in odio se tu dici che ciò ch'ed elli ae facto è contra diricto, et contra natura. O per suo grande orgolglio. O per sua fiera crudeltà, o per troppo grande[32]malitia. Altresì cad'elli in invidia se tu ricordi la força et l'ardimento di tuo adversario, et suo podere et sua signoria, et sue riccheççe, et suoi homini, et suoi parenti et suo lignaggio, et suoi amici e suo thesauro/ One is aware of Brunetto's obsession with this word./ e suoi dinari et sua fiera maniera, che non è sostenevole et ch'elli usa suo senno et suo podere in maliçia, et ch'elli si fida più di quello ch'è di suo diricto. Altresì viene elli in dispecto se tu monstri che tuo adversario sia viçioso sença senno et sença arte, et huomo pigro et lento et ch'elli non si studia se non ne le cose frodulenti, e ch'elli mette tutto suo cuore in leccierie et in luxuria et in giuocho e in taverne. Per lo corpo delgli auditori s'aquista benvogliença, se tu dici li buoni costumi et le proprietà di loro bointà et lodi loro e le loro opere, et dici ch'elli sono tutto tempo costumati di fare tutte cose saviamente et arditamente, secondo dio et secondo iustiçia, et che tu ti fidi di loro, et ch'è tutto lo mondo n'ae buona credença, et quello che elli faranno ora di questa bisogna serà sempre in memoria et in assempro de li altri. Per la matera acquisti tu benvolgliença, se tu dici le propriatà et le apertegnençe de la cosa di che tu parli, che inforçano et alçano tua parte, et che confondano la parte di tuo adversario, et che la mectano in dispecto. Ma qui si tace lo conto a parlare de la benvolgliença, per monstrare come l'uomo dona talento a li auditori d'udire suo detto.
Lo insegnamento per dare a li auditori talento d'udire nostro detto. [24]
Q Uando tu parli davante ad alcuna gente o davante huomo o davante femina o tu li mandi lettera, se tu li vuoli donare talento ch'elli intenda tuo detto. Perciò che tua materia è picciola o dispiacevole, tu dÿeai dire al cominciamento del tuo prologo che tu dicerai grandi novelle o grandi cose o che non semblino credevoli, o che tocchino a'tuoi huomini, o a quelli che sono davanti te, o davante huomo di grande nome, o di divine cose, o del comuno prò. O se tu prometti che tu dirai brevemente in poche parole. O se tu tocchi nel cominciamento che tu dirai un pocho[32v]de la ragione ne la quale tu più ti fidi et ti confidi.
Lo insegnamento per dare a li auditori talento di sapere quello che tu vuoli dire. [24]
E T quando tu vuoli che l'auditore abbia talento di saper ciò che tu vuoli dire perciò che la matera è obscura o per una cagione o per altra; allora dÿeai tu cominciare tuo conto a la somma di tua intentione brevemente, cioè a dire quello punto nel quale è la grande força di tutta la bisogna. Et sappiate che ogni huomo ch'ae talento di sapere sì ae talento d'udire. Ma tutti quelli che anno talento d'udire non anno talento di sapere; et questa è la differençia intra l'uno talento et l'altro.
De prolaghi che son per covertura.[25]
I Nfino a qui ae divisato lo mastro come huomo dee cominciare sença prologo, o per tal prolago che non abbia covertura nulla. Or vuole elli divisare come huomo dee fare suo prolago per maestria et per covertura. Et a la verità dire quando la matera del parladore è honesta o vile, o doctosa o scura, elli ne può passare leggieramente, oltra et cominciare suo conto, per pocha di covertura o sença covertura, secondo che lo insegnamento diviso qui di sopra; ma quando la matera è contraria et laida, et che'l cuore del'auditore è commosso contra lui allora li conviene tornare a la maestrale covertura. Et ciò può essere per cagioni; o perchè sua matera è ciò di ch'elli vuole parlare non si fa a colui ançi li dispiace. O perciò chè tuo adversario o un'altro qual che sia elli li fa intendere altra cosa, sì ch'elli lo creda del tutto o de la maggior parte. O perche l'auditore è in bisogno o travalgliato, di molti altri ch'anno parlato dinançi.
Come huomo dee cominciare suo prolago quando sua materia dispiace a li auditori.[26]
E T se tua matera dispiace, e ti conviene coprire tuo prolago, in tal maniera che s'elgli è corpo d'uomo o altra cosa che li dispiaccia, o ch'elli non ami tu te ne tacerai et nomerai[33]uno huomo o altra cosa, che sia agradevile o amabile allui; sì come fe Catellina quando elli nomò li ançiandati, et loro buone opere, davanti lo senatore quando elli si volea coprire, de la congiura di Roma. Et quando elli dicea loro che ciò non era per male ma per aiutare li fievoli et li meno possenti; sì come elli avea in costume tutto giorno, ciò dicea elli. Et così dÿeai tu bellamente fendere tua volontà. Et in luogo dell'huomo che dispiace, mentonare un altro huomo o altra cosa che sia amata. Et in luogo de la cosa che laida nomerai un buono huomo, o una buona cosa piacevile in tale maniera, che tu ritragghi suo coraggio, di ciò che non li piace, acciò che gli debbia piacere. Et quando ciò sera facto, tu dÿeai monstrare che tu non vogli o che tu non difendi ciò che tu vuoli difendere, secondo ciò che Julio cesaro fe quando elli volse difendere quelli de la congiura, allora cominciò elli ad indolcire li cuori de li auditori. E tu dèi inmantenente a poco a pocho acconciare tua intentione, et monstrare che tutto ciò che piace a li auditori piace a te, et ciò che alloro dispiace non ti sia agrado. Et quando tu avrai apagato coloro a cui tu parli, tu dicerai che di quella bisogna a te non apertiene niente, cioè a dire che tu non li facesti lo male che un altro li fe. Sì come disse la prima amica di Paris, ne le lettere ch'ella li mandò, poi ch'ella lo perdette perdette per l'amorte/Error for "l'amore."/ de helena. Io non ti domando, diss'ella, tuo argento nè tue gioie, per ornare mio corpo. Et questo val tanto come se ella dicesse tutto ciò che ti chiese helena. Apresso ciò dÿeai tu negare che tu non dici di lui medesmo, che tu ne dici secondo ciò che Tullio disse contro Vero: Io non dicero che tu rapissi lo castello di tuo compagno, nè che tu rubassi magioni nè ville. Et questo vale tanto a dire come s'elli dicesse tutto questo ai tu facto./Rhetoric's occupatio./ Ma tu ti dèi molto guardare che tu non dichi nèll'uno, nè l'altro in tal maniera, che sia discovertamente contra la voluntà delgli auditori. O contra quelli[33v] ch'elli amano, ançi sia si covertamente ch'elli medesmi non se ne acorgano, et che tu dilunghi i lor cuori da ciò ch'elli aveanno proposto, et li conmovi ad tuo desiderio. Et quando la cosa sia a ciò venuta, tu dÿeai ricordare uno exemplo semblabile o proverbio o sentençia o auctorità di savi huomini, et monstrare che tua bisogna sia semblabile a coloro; secondo ciò che Cato disse contra quelli de la congiura. Io dico, disse elli, che antichamente Mallius torquatus danno suo filgliuolo perciò ch'elli avea combattuto contra lo comandamento de lo imperio; altresì debbono essere dannati quelli de la congiura che voleano roma distruggere, perciò che gli anno peggio facto che colui.
Come l'uomo dee cominciare suo prolago, quando li auditori credono suo adversario. [27]
E T quando colui a cui tu parli crede ciò che tuo adversario o un altro li avea fatto ad intendere. Allora déi tu al cominciamento di tuo conto promettere che tu vuoli dire di quello medesmo in che l'adversario si fida più, medesimamente di ciò che li auditori aveano creduto. O tu comincia tuo conto ad una de le ragioni di tuo adversario a quello ch'elli dice ne la fine del suo conto. O tu di'che tu se temoroso come tu dÿeai cominciare nè a che, et fare sembiante sì come d'una meravilglia, perciò che quando li auditori veggiono che tu se fermamente aparecchiato di contradire là dove tuo adversario pensava davere turbato. Elli crederanno ch'elli avranno follemente creduto, et che'l diritto sia diverso te.
Come l'uomo dee cominciare suo prologo quando li auditori son travalgliati o in mol bisogno.[28]
E T s'egli auditori sono in bisogno o travalgliati di altri parladori dinançi. Allora dÿeai tu promettere davante che tu non dirai se pocho no, et che tuo conto serà più breve che tu non avei pensato, et che tu non vuoli seguire la maniera de li altri, che parlano lungamente. Et alcuna fiata dÿeai tu cominciare ad una novella cosa, o che li faccia ridere, sì ch'ella sia apertamente a tuo conto.[33] O ad una fabula. O ad uno exemplo. O ad un'altra parola pensata, o non pensata, che sia di riso, o di sollaccio./ Chaucer */ Ma se la cosa è per coruccio allora si è buon cominciare ad una dolorosa novella. O altre orribili parole. Chè sì come lo stomaco charicato di vivanda, sì scharica per una cosa amara. O contraria per una dolçe. Così lo coraggio ch'è travalgliato di troppo udire si rinovella, o per maravigle, o per riso. Ma qui si tace lo mastro a parlare di prolaghi, che son per covertura o sença covertura, per ch'elli n'a detto partitamente tutta lo insegnamento del'uno et del'altro per sè. Or vuole elli monstrare lo comuno insegnamento di ciascuno insieme.
Lo insegnamento di tutti li prolaghi insieme. [29]
I N tutti li prolaghi di qualche materia che elli sieno dÿeai tu mettere ciò, dice Tullio, assai di buoni motti et di buone sentençie; et per tutto dèi tu esser guernito d'avenanteççe, perciò che sopra tutte cose ti conviene dire ciò che ti metta ne la graçia de li auditori. Ma elli dee avere pocho di doratura et di giuocho o di consonançia, perciò che di tali cose nasce sovente una sospectione, come di cose pensate per grande maestria in tal maniera ch'egli auditori si doctino di te, et non credano le tue parole. Et certo chi bene considera la materia del prolago, elli troverà ch'elli non è per altra cosa che per aparecchiare li corraggi di coloro a cui tu parli, ad udire diligentamente tuo detto et crederlo. Et ch'elli faccia a la fine ciò che tu li fai intendere. Et perciò io dico ch'elli dee esser guernito di motti credevoli di intentione. Ciò è a dire d'insegnamenti di savi huomini o di proverbi o di buoni exempli, ma non vogliono esser troppi, ch'elli non dee essere dorato di lusinghe nè di motti coverti, sì ch'elli non sembli una cosa pensata, s'ello nescamente et per malitia et non dei di troppo di parole di giuocho, nè di vanità, ma ferme, et di buon sapore. Et guarda che elli non n'abbia consonançia. Cioè a dire piusor motti insieme l'uno apresso l'altro, che tutti comincino et finiscano in una medesima/ Written "mededesima."/[34v]lettera o in una sillaba, perciò che questa è laida maniera di contare.
Di .vij. vitii del prologo e primiermente del generale. [30]
A Ppresso le virtù del prolago è ragionevile cosa di tractare de li suoi viçii che son .vij. secondo che disse Tulio, cioè Generale. Comune. Mutabile. Lungo. Istrano. Diverso. Et sença insegnamento. Generale è quello che l'uomo puote mettere in molte conti avenevolemente. Comuno è quello, che tuo adversario puote altresì ben mettere come tu. Mutabile è quello che per pocha di rimutança sera buona a tuo a tuo adversario. Lungo è quello là dove ae troppo di parole e di sentençie, oltra quello ch'è convenevile. Istrano è quello che in nulla maniera del mondo non apertiene a tua matera. Diverso è quello che fa altra cosa che tua matera richiere, cioè che là dove tu dèi acquistare la benvolgliença tu no'l fai, ançi doni talento d'udire o di sapere. Discoverto sança insegnamento è quello che non fa niente di ciò che'l mastro insegna, nè non acquista benvogliença nè donà talento d'udire nè di sapere, ançi acquisto tutto lo contrario, che vale peggio. Da tutti questi .vij. ne conviene guardare fieramente et seguire lo insegnamento, in tal maniera che nulla salute nè nulla parte di prolago, sia da biasmare, ma sia agradevile, et di buona maniera.
Qui mette exemplo per melglio dimonstrare ciò che dinançi. [31]
O R avete udito lo insegnamento che apertiene al prolago, et come lo parladore dee cominciare suo conto, secondo la diversitade de le materie, che avegnono ne'bisogni del seculo. Ma per ciò che'l mastro vuole più apertamente monstrare ciò ch'elli dice dirà elli .i. vecchio exemplo di grande auctorità, lo qual fu detto per plusor savi. Vero fue che allora che catellina fe la congiura arroma grande, secondo ciò che le ystorie divisano, Marcus tullius cicero colui medesmo che insegno la sciençia di rethorica,/ Here Brunetto stresses Cicero as teacher of rhetoric as well as consul./ era a quel tempo consulo di roma, che per suo grande senno trovò la congiuratione, et prese piusor di quelli de la con[35]giura propriamente de più possenti huomini di roma. Et quando elli gli ebbe messi in carcere, et la congiuraçione fu discoverta et saputa certamente, Marcus tullius cicero fe adunare li sanatori e'l consiglio di roma per iudicare che l'uomo farebbe de'pregioni. Salustes disse che decius sillanus uno nobile sanatore ch'era electo ad essere consulo l'anno appresso, disse prima sua sentençia, che li pregioni dovevano essere giudicati a morte, et li altri che huomo prendera altresì. Et quand'elli ebbe finito suo conto, et che tutti li altri quasi s'accordavano a sua sentençia, Julio cesaro che volea li pregioni difendere, per covertura magistralmente parlò in questa maniera.
Questo è di Julio Cesaro.[32]
S ignor padri. Scritto è tutti quelli che volgliono diricto consiglio donare de le cose doctose non debbono guardare ne ad ira nè ad odio, nè ad amore nè a pietà, perciò chè queste quattro cose possono far l'uomo partire da la via de la dirittura, et divisare da diritto iudicio. Senno non vale nulla là dove huomo vuole del tutto seguitare sua voluntade. Io potrei nomare assai principi che diricta via lassano sença ragione, perciò che ira li avea sorpresi o pietà sença ragione. Ma io voglio melglio parlare, di ciò che li savi huomini ançiani di questa cittade, anno facto alcuna volta, quando elli lassavano la volontà di lor cuori, et tenevano quello che buono ordine insegna, et che tornava al communo proficto. La cittade de rodes sì tenne contra noi in battalglia, che noi avavamo contrapreso lo Re di macedonia; et quando la battalglia fu finita, lo sanato e lo consiglio iudicorono che quelli derodes non fossero distrutti, perciò che nullo non dicesse che cupidigia di loro richeççe li facesse distruggere più che la cagion di loro torto. Quelli di cartagine ci messenno nel tempo de la guerra da noi a quelli d'africa, et ruppeno triegua et pace; et per tutto ciò li nostri maestri non guardonno a quello ch'elli poteano fare di loro, ch'elli li poeteano ben [35v]distruggere, ançi lo ritennono dolce et di buonairemente. Et perciò quel medesimo, signor padri, dovemo noi provedere, che la fellonia et lo misfacto di quelli che son presi, non sormonti nostra dignità, et nostra dolciore; più dovemo noi guardare nostra buona rinomata, che nostro coruccio. Quelli c'hanno dinançi a me sentençia donato anno bellamente monstrato ciò che può di male avenire, per loro congiura. Crudeltà di battalglia, prendere pulcelle a força, tollere garçoni di braccio ai padri et a le madri, fare força et onta a donne, dispolgliare tempi e magioni ardere, impiere la città di carogne, et di sangue et di pianto. Di questo nonnè conviene più parlare; perciò che più può muovere lo cuore la crudeltà di tal forfacto, che lo ricordo del'opere. Nullo non è a cui non pesi suo dannagio; et tali ne sono chel portano più grave che mistieri non è; ma elli si fa ad uno ciò che non si fa ad un altro; chè io sono un basso huomo, et io mesfaccio che un grande huomo misfa. O in iustiçia o in altra cosa che un basso huomo misfaccia. O lo torna ad ira. Lo forfacto d'un grande huomo, bono gliele torna ad orgoglio. Et perciò dovemo noi guardare nostra rinomata. Et s'io dico bene in diricto di me che forfacto di quelli de la congiura sormonta tutte pene. Ma quando l'uomo vuole tormentare alcuno huomo, se'l tormento, tali ci a che ben fanno biasimare lo tormento et del misfacto non fanno alcuna parola. Io credo che Decius sillanus, ciò ch'elli ae detto, si ae detto per ben del comune, et che elli non guarda nè ad amore nè ad odio. Et tutto conosca lo grande temperança in lui e suo attemperamento et sua sententia non mi pare crudele, chè huomo non potrebbe nulla crudelità fare, contra tal gente. Ma tuttavia dico io che sua sentençia non è convenevole a nostro comuno. Et tutto sia Sillanus huomo forte et nobile electo a consulo elli gli a iudicato a morte per paura di male, che avenire[36]ne potesse, chi li lassasse vivere, paura non ae qui punto di loro, chè Cicero nostro consulo è sì discreto, et sì guarnito d'arme, et di cavalieri, che noi non dovemo nulla temere. De la pena dirò io sì come ella è. Se huomo li uccide, morte non è gia tormento ançi è fine et riposo di pianto, et di cattivitade. Morte consuma tutte pene terrene. Dipo la morte non curar gioia. Perciò che non disse sillanus se vuole che huomo li battesse o tormentasse avante se alcuna legge difende che l'uomo non frusti huomo iudicato a morte. Alcuna legge ridice che l'uomo non uccida cittadini dannati, ançi ne vede huomo tutto giorno scampare. Signor padri, scripto è, guardate che voi fate, che l'uomo fa sovente tali cose per bene ond'è male n'aviene poi. Quando li macedoni ebbono presa athene, elli ordinorono .xxx. huomini, ch'erano mastri del comuno./ Florence had similar governmental forms./ Et quelli al cominciamento uccideano li pessimi et li disleali huomini sença iudicamento. Et di ciò era tutto lo populo allegro, e dicevano che bene facevano. Appresso crebbe la costume et la sciençia picciola sì che poi uccidevano li buoni et li malvagi, alloro voluntade tanto che li altri n'erano spaventati. Et fue la cittade in tal servaggio che ben s'acorgevano che loro gioie tornavano loro in pianto. Lucius sillanus fu molto lodato di ciò che elli guidichò et uccise Damasipe. Et altri ch'erano stati contra lo comuno di roma. Ma quella cosa fu cominciamento di gran male, chè appresso sì come ciascuno conoscea, la magione, la cittade, li vasalli o la robba d'altrui, elli si pugnava di dannare colui le cui cose elli volea avere; et erano molti huomini dannati a torto, per loro avere. Et così fecero niente quelli che fuorono lieti de la morte di damasipe, ne furono poi corrucciosi, che sillanus non finoe in questa maniera d'uccidere, infino a tanto che li suoi chavalieri fuorono tutti ripieni d'avere. Ma non per tanto di tali cose non abbo io doctança, in questo tempo et propriamente tanto[36v]come Marcus tullius cicero è consulo. Ma in sì grande cittade ae molti diversi huomini et pieni d'ingegno. O intentione o altro consiglio potrebbe mettere alcuno davante falso per vedere se'l consiglio ucciderebbe loro. Per lo decto del sanato, ch'uomo in colpa a torto, onde male ne potrebbe venire. Quelli che fuoro davante noi ebboro senno et ardimento; nè orgoglio loro non tolse ch'elli prendessero buoni exempli di ragioni et istrani quando elli trovavano lunghi in loro nemici alcuna teccia; elli sapeano ben mettere in opera ne li loro alberghi, et melglio amavano seguire lo bene che averne in noia. Elli frustavano li cittadini che avevano misfacto, a la guisa di Grecia quando li mali cominciorono a montare, allora fuorono le leggi date, che li dannati andassero in cattività. Adunqua prenderemo noi consilglio novello così la fenno nostri antecessori. Et maggior virtù è sapientia più in noi che in loro. Elli erano pochi, et sì conquistorono con pocha riccheçça ciò che noi potemo a pena tenere et guardare. Adunqua che faremo noi? lascieremo noi questi pregioni andare per accrescere l'oste di Katellina? Dico di no; ançi è mia sentencia che loro avere sia publicato et riposto per lo comuno. Li loro corpi siano messi in diverse pregioni, fuor di Roma in forti castelli ben guarnite, nè nullo parli per loro al senato nè al populo. Et chi contra questo fae sia messo in pregione, come uno di quello.
Come Cesare parla secondo questa altro.[33]
P Er questa sentençia potemo noi vedere che il primo parladore cioè Decius sillanus passò brievemente a pocche di parole sença prologo et sença covertura nulla, perciò che sua matera era d'onesta cosa, sì come di giudicare a morte li traditori del comune di roma. Ma Julio cesaro che pensava altra cosa se ne tornoe a la covertura et a li motti dorati, perciò che sua matera era contraria; ch'elli sapea bene che cuori delgli auditori erano commossi contra sua intentione,[37]et perciò li convenia acquistare lor benvogliença. Et d'altra parte sì era sua matera doctosa et obscura, per plusor sentençie et coverture chè li convenia consilgliare, et sopra ciò li convenia donar talento a li auditori, di sapere et d'udire ciò ch'elli volea dire. Ma perciò che doratura di parole è sospectiva cosa, non volse elli al cominciamento discoprirsi, de la benvolgliença acquistare, ançi tocchò la somma di sua intençione, per donare a li auditori volunta d'udire et d'intendere suo decto là ove elli disse de le quattro cose che buon consigliatore dee guardare. Et non per tanto sença benvolglença non fu suo prolago, là ove elli chiamo, Signor padri, scritto è. Et là ove elli inalça sua matera, et la conferma per belle parole. Verbi gratia: Per exempli di vecchie ystorie, ch'elli ricordi. Et così in luogo de la cosa che dispiacea nomò elli cose che dovessono piacere, per ritraggere li corraggi de li auditori di ciò che laido era, acciò che fu honesto et ragionevile. Et in questa maniera ne passò a dire lo facto, nel quale elli volea fondare suo conto. Cioè del consiglio che dovea esser preso sopra lo misfacto di quelli de la congiura: et fece semblanti ch'elli non volea difendere lor male, ma elli volea guardare la dignità et lo honore del sanato. Et allora cominciò la terça parte di suo conto, cioè divisamento, et divisò li detti et le crudeltà de li altri sopra facti per parte, et mise quelle parti che più l'aiutavano contra coloro, che aveano parlato, et acostolle ai cuori delgli uditori tanto quanto elli puotè lo più. Et quando elli ebbe così contato lo facto elli cominciò la quarta parte del conto. Cioè confermamento là dove elli disse ch'elli doveano guardare loro rinomata et mostrava di lodare la sentençia de li altri, ma molto la biasmava; et sopra ciò confermò suo dicto, per molte ragioni che davano fede a suo consiglio, et la tollevano a la sentençia de li altri. Et poi ch'elli ebbe confermato suo conto per buoni argomenti, elli se n'andò a la quinta parte cioè[37v]al disfermamento, per infralire et distruggere lo confermamento de li altri, che aveano detto davanti lui. Là dove elli disse, Guardate che voi fate; et inmantenente mentonoe piùsor exempli, et autoritadi et sentençie di savi huomini, ch'erano semblabili a sua matera. Et poi quando viene verso la fine, elli conferma suo detto per li milgliori argomenti, et per le più forti ragioni che elli unque puote, et viene a la sexta parte, cioè la condiçione et dice sua sentençia, et mette fine a suo conto. Et poi che Cesare ebbe così parlato l'uno dicea una et l'altro dicea un altra, tanto che Marco Cato si levò et parlò in questa maniera.
Questa è la sentençia di Cato. [34]
S Ignor padri. Scritto è, quando io riguardo la congiura et lo pericolo, et penso in me medesmo la sentençia di ciascuno ch'a parlato, Io penso altra cosa che Cesare non ae detto, nè alcuno de li altri. Elli anno parlato solamente de la pena di quelli de la congiura ch'anno apparecchiata battalglia, in loro paesi et a li loro parenti, et a li loro templi et magioni distruggere. Maggiore mistieri è che l'uomo si consigli come huomo sì potra guardare et del pericolo, che prendere consiglio come elli siano dannati a morte. Se huomo non si provede che quello pericolo non ne vegna sopra; per niente va huomo a consiglio, quando quello sarà avenuto; se la Città è presa per força li vinti non anno punto da tenimento; tutta fie humiliata. Or parlerò a voi che bene intendete ragione, et che intendete ad aver magione, et ville, insegne et tavle/Again, the French, rather than Italian, form./ d'oro più che al pro'del comuno. Se voi queste cose che voi tanto amate volete guardare et ritenere et volete mantenere vostri dilecti per ordine et per riposo, Isvegliatevi, et pensatevi del comune guarentire. Se'l comune perisse come scampereste voi? Questa bisogna non è di tuo luogo, nè di tuo paraggio, ne di bisogno di compagnoni ançi è di nostra francheçça et di nostri corpi che sono in pericolo. Signori,[38] io abbo molte volte parlato davanti voi de la avaritia, de la luxuria, de la cupidigià de nostri cittadini. Io abbo malavolgliença d'alcuno. Perciò ch'io non perdono volentieri ad altrui, lo misfacto di che io non sento nulla teccia in me. Et di nullo misfacto perdonare io non dimando altrui graçia avere. S'elli non vi cha le dicio et nostre richeççe facean molte cose mettere in non calere; tuttavia starebbe lo comune in diritto stato, et più fermo che ora. Ma in diricto non parliamo noi di nostro bene vivere, o di nostro mal vivere, nè de la signoria di romani accrescere nè inalçare ançi ne conviene avere, se ciò che noi avemo nè può rimanere, et esser nostro, o elli serà de'nostri nemici. Qui non dee nullo parlare di bonarità, nè di misericordia, chè noi avemo assai perduto lo diricto nome di pietà et di merçe: chà donare altrui bene cioè nostra bonaritÿaa, et essere cessato dal malfare, cioè nostra virtù; et perciò va nostro comune, sì come a dichino. Or potete dunque essere di buona aere, et mettere lo popolo in aventura. Or potete essere pietosi in coloro che non ne pensavano nulla lasciare, et pensavano lo comune thesauro robbare./ Important echo for Brunetto with his own writings./ Doniamo loro nostro sangue, sì che tutti li prodi huomini vadano a perditione. Et sì come voi vedete pochi de'malfactori, distruggono una granda turba di buona gente. Cesaro parlò bello et affectuosamente, odenti noi de la vita et de la morte, quando elli disse. Apresso la morte non curar gioia. Ma quando elli ne parlò così io credo ch'elli pensa falso, che l'uom si truovi di quelli d'inferno. Li malvagi son diparti da li buoni et entrano in neri luoghi et orribili et putenti et spaventevoli./ Dante's Inferno foreshadowed here./ Appresso, iudicoe che lo loro avere fusse publicato, et elli fusseno guardati in pregione et in diverse forteççe, fuori di Roma. Dunque è elli che se l'uomo li guardi in roma, che quelli de la congiura, o altra gente pregata li traggesseno a força di pregione. Non ae elli dunque mala gente, se in questo città[38v]no; per tutti parti puòte huomo trovare huomini. Di neiente si dotta Cesare se elli non crede che l'uomo non li possa guardare in Roma, così bene come di fuori. Et se elli solo non ae paura ch'elli fuggisseno de le pregioni, dov'elli dice ch'elli siano messi. Et elli solo non crede lo pericolo del comune. Io sono quelli ch'o paura di me et di voi e de li altri. Et perciò dovete voi sapere, che ciò che voi giudicherete di questi pregioni, dee essere giudicato di tutta la compagnia di catellina. Se voi fate di questi aspra iustiçia, tutti quelli del'hoste di Catellina ne sieno spaventati. Et se voi lo fate fievilemente voi li vederete venire crudeli, et fieri contra voi. Et non pensate che'nostri antecessori accrescesseno la signoria del comune solamente per arme, che s'elli andasse così, dunque la possança ne migliorerebbe, che più avemo compagnia et cittadini et maggiore abondançia di cavalli et d'arme ch'elli non aveano. Ma elli ebbe in loro altre cose perchè elli fuorono di grande rinomea, et di grande pregio che non ae guari in noi. Elli erano in lor magioni savi et accorti, et davano diritti comandamenti a quelli di fuori; li cuori erano savi et liberi a dare consilglio sença subiectione, di peccato che elli credesseno, nè sença seguire malvage voluntadi. In luogo di ciò puote l'uomo trovare in noi luxuria, avariçia comuna povertà et private riccheççe, noi lodiamo le richeççe et seguitiamo le sperateççe, noi non facciamo nulla differençia da li buoni a li malvagi; tutta e tornata a cupideçça, questo è lo lodare di virtù. Et questo non è maravilglia che ciascuno tiene sua via, et suo consiglio per sè medesmo. Voi intendete in vostra magioni a vostri dilecti, a vostra voluntà seguire. Fuor di vostre magioni cerchate d'avere amassare, o la graçia d'altrui acquistare. Di ciò aviene che l'uomo guerreggia lo comune, et che li congiurati lo volgliono distruggere. Ma di queste cose che voi fate non dirò ora più. Nobili cittadini fanno[39]insieme giura, ch'elli arderanno la città, et arrechano al loro la gente, di francia per muovere battalglia, che neiente amano la signoria nè lo honore di roma. Catellina lo ducha de'nostri nemici ne viene sopra le teste, con tutto di suo disforço. Istate voi dunque in pensieri che voi farete di vostri nemici, che voi avete presi dentro da queste mura. Or sia già che io giudichi, che voi n'abbiate merçè. Dite che giovani huomini sono per follia et per malavagia cupidiççà, l'anno facto, è li lassate andare tutti armati. Ma certo io prometto che in questa pietà et questa dolceçça vi tornerà a miseria et amaritudine. La cosa è aspra et pericolosa, non avete voi temença; si avete, ma le impieççe le malvagità le brighe de'vostri cuori, fate che l'uno sa tiene al'altro; voi mettete vostra sperança ne li vostri dei, et dite che'elli anno lo comune guardato et diliberato di molti peri periculi. L'aiuto di Dio non viene a la voluntà di quelli che vogliono vivere come femine; ma tutte cose avegnono a quelli che volgliono vegghiare, in ben fare et in dare buoni consigli, per niente chiama dio che si mette a speraçione et a malvagità. Mallius torquatus, uno de li nostri ançiani, ducha comandoe ad uccidere suo filgliuolo, solamente perch'elli combatteò in una battalglia in francia, con suoi nemici, contra suo comandamento. Per tale forfacto moriò quello nobile giovano, voi dimorate a fare giustiçia di quelli crudeli pergiuri, che voleano la città distruggere. Lasciate noi per la buona vita? Non moriò Danculus per la dignità di suo lignaggio, s'elli amò unqua castità, s'elli amò unqua buona rinomata, s'elli amò unqua dio, s'elli spiarmò unqua huomo. Non moriò cethegus, ebbe l'uomo unqua pietà di sua giovaneçça, s'elli non mosse già mai briga nè battalglia in questo paese. Gabinus et Statutius et Ceparius che ne debbo dire che sono elli, s'elli avessono unqua in loro ragione nè misura, elli non avrebbono tal consilglio, preso contra lo comu[39v]ne. Aldiricto vi dico, signori padri, che per dio se mi lasciate iscampare, io vi lascerei ben convenire, et soffrerei ben che voi ne faste gastigati, per loro oltraggio quando voi consiglio non volete credere; ma perciò lo dico, che noi siamo rinchiusi in pericolo da tutte parti. Catellina con tutta la sua hoste ne dinançi li occhi là di fuori et pensane inghiottire, gli altri sono dentro da la Città per ogni parte; noi non potemo nulla apparecchiare nè consigliare che'nostri nemici non sappiano; tutti noi nè dovemo avacciare. Perciò darò io cotale sentençia. Vero è che'l comune è in pericolo, per lo maladetto consilglio de Cittadini isconvenevoli et disleali. Questi anno rabbia et sono conventati, per lo detto de messaggi di francia, che voleano la Cittade ardere et uccidere li milgliori, lo paese distruggere, donne et pulcelle vitoperare, et altre cudelità (sic) fare. Et perciò do io questa sentençia che huomo faccia di loro come di traditori, e di micidiali e ladroni.
Come Cato parloe secondo questa arte. [35]
Q Vesta è la sentençia di Cato; ma per meglio intendere suo detto; et come elli parlò secondo l'ordine di rethorica, ne convien guardare dinança la maniera, di suo detto et la natura, di sua matera; di che molti dicieno ch'ella è doctosa, et un poco obscura perciò che sua matera, è d'una parte honesta et d'altra disonesta, ch'è a dire lo pro'del comune et difendere lo buono stato di roma, et distruggere li traditore è honesta cosa, et a giudicare a morte una gran gente di nobili cittadini; et a dire Contra Cesare, che avea sì fermamente istabilito suo iudicamento, per si buone ragione che apena li potrebbe huomo contradire; et che li auditori erano quasi acordati, a suo detto; certo eli parea crudel cosa et meravilgliosa, et perciò gli era mistieri, dornare suo prolago, sì ch'elli acquistasse la benvogliença, de li auditori et ch'elli desse lor talento di saper quello ch'elli volea dire, per levarli de la sentença di Cesare, secondo che lo mastro divisa qui dirieto, là[40]dove elli insegna le divisitadi de'prolaghi. Et perciò toccò elli nel suo cominciamento brevemente et apertamente lo punto, in che era tutta la força de la bisogna, cioè quello che li auditori aveano creduto, quando elli disse, ch'elli pensava altra cosa che Cesare non avea detto, nè alcuno de li altri, et cosi diede talento, di sapere et d'udire; et fece sembiante di consilgliar solamente de la guardia del comune et non de la morte de'congiurati; et inmantenente si procacciò d'aquistare la benvolgliença et l'amore delgli auditori, per appagare lor cuori et per tornare la cosa ad honestade, et per accrescere la benvolgliença ch'elli avea da quella parte, che sua matera era honesta secondo ciò che'l buono intenditore potrà sapere, et conoscere, s'elli considera, et isguarda diligentemente lo insegnamento che qua dirieto, et perciò ne tace ora lo mastro ch'elli vorrà dire altre doctrine buone et profitabile.
Qui divisa la seconda branche del conto cioè lo facto. [36]
A Ppresso la doctrina del prolago viene la seconda branche del conto, cioè lo facto di che Tulio dice che'l facto è quando lo parladore dice le cose, che sono state o che no, sì come se elle fussero state, cioè a dire quando elli lassa lo prolago et viene al facto et dice la propria cosa, sopra che è la cagione et la matera, di suo conto cioè in tre maniere: l'una sì è cittadina che dice propriamente lo facto, et la cosa di che è tinta la contençione et la questione, et divisa le ragioni perchè quella cosa può esser provata; et questa maniera apertiene dirittamente a'costui perciò ch'elli insegna tencionare l'un parladore contra l'altro, secondo che il libro dice qui adrieto nel cominciamento. Ma qui si tace lo mastro et non dicerà ora più, per che dirà l'argomento qui appresso, ançi vuole dire de le due altre maniere del facto, che non apertiene sì propriamente a questa arte.
Qui divisa del conto che trapasso fuor di sua materia. [37]
L A seconda manieria del facto dire si è, quando l'uomo si diparte un pocho da sua propria materia, et trapassa ad altre cose fuor di sua principale[40v]cosa, o per biasmare lo corpo o la cosa, o per accrescere lo male o'l bene che elli dice, o per monstrare che due cose sieno similgliante insieme, o per fare sollaçça gli oditori, d'alcun gabbo che sia similgliante a sua materia. Et questa maniera di dire lo facto viene sovente, lo parladore per meglio provare ciò ch'elli vuole del corpo o de la cosa.
Del conto ch'è per giuccho et per sollaççio. [38]
L A terça maniera di dire lo facto non apertiene a le cose cittadine, ançi è per sollaçço et per giuocho; ma non per tanto egli è buona cosa che l'uomo s'acostumi a ben contare chè l'uomo ne diventa meglio parlante, al gran bisogno, et perciò ne dicerà lo maestro tutta la natura. Tulio dice che ciò che l'uomo dice in questa diretana maniera, qui ne dove elli divisa de le proprietà del corpo, o elli divisa le proprietà d'un altra cosa. Et s'elli divisa le propietà d'una cosa elli conviene a força che'l suo detto sia favole o ystorie o argomenti. Et perciò si fa elli a sapere che monta l'una, et che l'altra; et certo favole et un conto che l'uomo dice de le cose che non sono vero nè a vero similglianti sì come la favola de la nieve che vola per l'aere lungamente. Istorie et a racontare le antiche cose che sono state veracemente, ma elle fuorono dinançi nostro tempo, lunghi da nostra memoria. Argomento è a dire una cosa, santa che non sia stata; ma ella può essere, et dicela per semblança d'alcuna cosa. Et se'l parladore divisa le proprietà del corpo, e'conviene che per suo detto l'uomo conoscha le nature et le proprietà del corpo et del coraggio insieme, cioè a dire, s'elli è vecchio, o giovano, o s'elli è cortese o villano, o d'altre cotali proprietà. Et a cotali cose conviene avere grande ornamento che siano forti; ma de la diversità de le cose et de la sembiança de'coraggi, et de la fiereçça, et di buonarità. Di sperança di paura di sospectione di desiderio d'infingitura, d'errore, di misericordia, di mutamento di tostava allegreçça, di fortuna, di pericolo che huomo non pensi, et di buona fine, secondo che questo libro diviserà qui dinançi, là[41]dov'elli insegnera apprendere li adornamenti et la beltà de le parole; et perciò non ne dice ora più che detto n'a; ançi tornerà a la prima maniera del facto, del dire ch'è chiamato cittadino.
Qui dica lo mastro quello che nel cose cittadine. [39]
E T dice lo mastro che la Cittadina maniera di dire/ Dante, De vulgari eloquentia, I.xiii, speaks of Brunetto Latino's municipal, rather than curial, rhetoric./ è che divisa la cosa propriamente dee avere tre cose cioè ch'ella sia breve et chiara et versemblabile. Di tutti dirà lo mastro e in primamente de la brevità.
Qui insegna a contar lo facto brevemente. [40]
T Vlio dice, che allora è lo facto contato brevemente, quando lo parladore sì comincia a diricto cominciamento di sua matera, et non a d'una lunga comincialglia che non sia profitabile a suo conto, sì come fe Salustes quando elli volse contare la storia di Troia. Elli cominciò a la creatione del cielo et de la terra, ma [ ]i bastava a cominciare a Paris, quando elli rapì helena; altresì sarebbe breve se ella o elli et assai a dire la somma del facto, sença divisare per parte; chè basta bene a dir così: Questo huomo uccise quell'altro; et non dire, elli lo prese et mise la mano al coltello, et trasfero de la guaina, et levo la mano et fe si et si, et così fu questo, et così fu quell'altro; chè le più volte basta a dire quello ch'è fatto et non come, nè in che maniera; altresì è breve s'elli non dice più di cosa che li fa mistiere di sapere, et s'elli non trapassa a dire altre cose stranie che di nulla non apertiene a sua matera, et s'elli non ridice ciò che l'uomo può intendere, per quello ch'elli avea detto. Et se tu dici, elli andonno là dove elli non potenno, ma elli non basterebbe a dire, elli non andonno là dove elli non potenno. Et se io dico: A ristotile disse tal cosa, elli non si conviene che io dica, elli lo disse di sua bocca che ben lo può ciascuno intendere, per quello ch'è detto dinançi. Altresì è elli breve, se elli raconta ciò che li può nominare, o quello che nol può aiutare, nè noiare; et s'elli dice ciascuna cosa una volta, et non più, et s'elli non ricomincia sovente,[41v]a la parola ch'elli ae detta inmantenente. Et sì come lo parladore sì dee guardare de la moltitudine de'motti et de le parole, che non dica troppe cose, perchè molte genti ne sono ingannate che si studiano di poco dire, et elli dicono troppo lungamente, per ch'elli si procacciano di dire piùsor cose in poche parole, ma elli non si sforçano di dire poche cose, tanto come li bisognano, et non più. Verbi gratia: Tu penserai brevamente dire se tu dici in questa maniera: Io andai a richierere voi, et io richiesi vostro garçone; et elli rispuose quando io lo dimandai di voi, che voi non vi eravate. Et già sia cosa che tu dichi brevi motti, tu racconti più cose che mistieri non è; chè assai bastava a dire: l'uomo mi disse che voi non v'eravate in vostra magione. Perciò si dee guardare ciascuno che sotto li brevi motti elli non dica tante chose, che suo conto ne sia lungo et noioso ad ascoltare.
Qui insegna a contar lo facto intende vilemente. [41]
A Presso ciò dee lo parladore studiare che elli dica chiaramente, ciò ch'elli dice, et che suo detto sia aperto et intendevile che Tulio dice che'l facto sì è contato chiaramente quando lo parladore et lo dictadore cominciano lor detto acciò ch'è davante e stato detto. Et se elli segue l'ordine de la cosa et de la stagione, altresì come ella fu, o come ella puote essere in tal maniera, che suo detto non sia turbato, nè confuso, et che elli non sia inviluppato straine parole, et ch'elli non trapassi altra cosa che sia dissensabili, et lungi di sua matera, et ch'elli non cominci a troppo lunga comincialglia, et ch'elli non prolunghi la fine di suo conto, tanto com'elli potrebbe dire, et ch'elli non lassi nulla di ciò che a contare faccia. Et in somma elli dee tutto ciò guardare che'l mastro insegna qui davante sopra la brevità del facto, perchè elli aviene molte fiate che lo conto è più confuso per lo lungo parlare che per la oscuritade de le parole; et sopra tutto ciò dee lo parladore usare motti propri belli et costumati,[42]secondo che'l maestro divisa qui davante, nel capitulo del parlare.
Qui c'insegna a contar lo facto versemblabile. [42]
A Ppresso ciò dee lo parladore contare lo fatto in tal maniera che sia versemblabile cioè a dire che quelle cose gli oditori possano credere ch'elli dica la verità. Tullio dice che a ciò fare li conviene dire le proprietà del corpo, s'elli è vecchio o giovane o sapiente, o coruccevile o d'altri semblabile proprietà, che testimonio a suo detto. Apresso, li conviene monstrare la cagione del facto cioè a dire la ragione perchè et come l'uomo potea et dovea quelle cose fare et ch'elli ae convenevile tempo a ciò fare et che luogo fu buono et sufficiente, a far ciò che'l parladore mette dinançi. Appresso ciò dee elli monstrare che l'uomo o la cosa di che elli parla sia di tal natura ch'elli potrebbe et saprebbe far bene, et la rinomata et la voce del populo n'è sopra lui et ch'elli a tal fede et tal credença, et tale oppinione ch'elli farà bene una sì facta cosa.
Qui divisa li vitii di dir lo facto. [43]
O R avete udito come lo parladore dee lo facto dire in tal maniera che sia breve, et chiara, et versemblabile; chè queste tre cose son troppo fieramente bisegnevile a ben dire et sì come lo parladore dee seguire le virtudi, che apertengono a ben dire, così sì dee elli guardare da'vitii che speççano et disorrano, suo parlanto, che son quattro: l'una si è quando elli è suo dalmaggio contar lo facto. La seconda sì è quando elli non fa prò di neiente a dire. La terça si è quando lo facto non è contato in quella maniera che dee. La quarta si è quando elli non dice in quella parte del conto ciò ch'è mistieri, et sapete onde fie lo dalmaggio del parladore a dire lo facto secondo ch'egli è stato quando quella cosa dispiace agli auditori, et ch'elli sieno contra lui mossi a ira o a maltalento, s'elli non si adolcisceno per buoni argomenti che confermino sua cosa, et quando ciò adiviene tu non dÿeai contare lo facto tutto motto a motto insieme sì come fue ançi le conviene divisare per parte et dire una brancha qua et un'altra là; et in[42v]mantenente iungere la ragione di ciascuna parte in suo luogo in tal maniera, che ciascuna colpa abbia adesso la sua medicina, et la buona difensa adolcisca lo coruccio de li auditori. Ancho sappiate ch'elli non è pro' a contare lo facto, quando tuo adversario o un altri che davanti te abbia parlato et detto tutta la cosa, et la cagione in tal maniera che elli non bisogni che tu la ridichi, nè cosi nè altramente di lui. O quando colui a cui tu parli, sa la cosa in tal maniera che tu non abbi bisogni di monstrare ch'ella sia d'altra guisa. Et quando queste cose adivegnono, Tulio comanda che tu dei tacere et che non dichi lo facto. Lo terço viciò sì è quando lo facto non è contato in quella maniera che dee cioè quando dee far pro a tuo adversario, tu medesimo lo divisi. Lo divisi bene et bello, o quando ciò che dee giovare a te tu lo dici turbato et corucciosamente. Tulio dice, che per ischifare questo viçio, tu dÿeai molto saviamente rechare tutte cose a profitto di tua cagione et tacere lo contrario tanto come tu potrai; et s'elli ti conviene nulla dire di ciò che apertiene al'altra parte, tu ne passerai leggieramente, et tutavia di tua parte diligentemente et apertamente et fermamente. Lo quarto viçio si è quando lo facto non è detto in quella parte del conto, ch'è de mistieri et questa si è una cosa che apertiene ad ordine, et perciò se ne tace ora lo mastro infina là ov'elli tracterà dell'ordine come l'uomo dee stabilire suo conto et sue parti.
Qui divisa la terça branche del conto cioè divisamento. [44]
A Ppresso la doctrina del fatto viene la terça branche del conto, cioè divisamento. Di che Tulio dice, che divisamento si è quando lo parladore lo dice secondo lo suo diricto; certo tutto lo conto n'è più ornato, et più bello et meglio intendevile. Et già sia cosa che queste due branche cioè lo facto et lo divisamento siano per dicer la cosa, nondimeno intra loro ae differençia; chè divisamento dice tutto a certo lo punto in che lo parladore si ferma, et ch'elli vuole provare ma lo facto nol dice così. La parti del divisa[43]mento son .ii. L'una che divisa ciò che l'adversario conosce, et ciò ch'elli nega in tal maniera che ciascun può bene intendere lo punto che lo parlatore vuol provare. L'altra si è, quando lo parlatore divisa brevemente per parte tutto lo punto ch'elli vorrà provare, sì che l'uditore lo sa in suo cuore, et intene ch'elli ae detto tutta la força di sua cosa. Et perciò si conviene di vedere lo insegnamento, dell'uno divisamento et dell'altro, come lo parladore lo dee usare nel suo conto.
Di ciò medesimo. [45]
D El primo divisamento che conta ciò che lo adversario conosce et ciò ch'elli nega de lo parladore prima recare quella conoscença, al pro' di sua cosa, sì come fe l'adversario d'oraçio,/ Error for Orestes./ che non disse che oracio conoscesse ch'elli avesse morto clitemestre ançi disse altre parole che più affermarono la cosa contra oratio; elli a ben conosciuto, diss'elli, che la madre fu morta per le mani de suo filgliuolo; chè a dire che filgliuolo uccida sua madre, è più crudele cosa che à a dire lo nome dell'uno et dell'altro. Altresì fece Catone in sua sentençia: elli non disse ch'elli avesseno conosciuta la congiura solamente che molte genti diceano, ch'elli no l'aveano facta contra lo comune di Roma, ma contra alquanti che malamente governavano il comune. Perciò rechò Cato la loro conoscença al profecto de la cosa, et disse contra loro fiere meraviglie ch'elli voleano la città ardere, uccidere li milgliori, lo paese distruggere et vitoperare donne et pulcelle; a questo vedi tu che l'uno et l'altro et ciò ch'era riconosciuto, ma ciascuno lo torna a suo milgliore, et quando tu avrai quel medesmo facto, in tuo conto tu déi dire ciò che tuo adversario nega et stabilire la questione sopra lo giudicamento per saperne lo diricto. Verbi graçia: Oraçio riconoscea l'omicidio, ma elli negava ch'elli no'l fece a torto, ma adiritto, et questa è la questione che rimane sotto lo giudicamento per sapere se elli la fece a torto, o a diricto.
Di ciò medesimo. [46]
N El secondo divisamento, ch'elli nomerà per parte lo punto ch'elli[43v] vorrà provare dÿeai tu guardare ch'elli sia breve et libero et corpo. Breve è quando tu non dici alcun motto, se non quelli che bisognano a tua cosa, che tu non dÿeai lor travalgliare li cuori a li auditori per parole et per maravilgliosi ornamenti, quando tu divisi tuo facto et tua parti delibero è quando tu dici generalmente tutto ciò che comprende tutte le cose, di che tu vuoli dire; et sopra ciò ti conviene fieramente guardare che tu non lassi amentovare nulla general cosa che ti sia profitabile, et che tu nol dichi tardi, cioè fuor di tuo divisamento; che questo è maldetto e maldetto et viçioso. Corpo è lo divisamente là ove tu dici, lo general motto de la cosa et tu non redichi apresso lo special motto ch'è compreso sotto lo general, che tu avei già detto. Et sappiate che generale motto è quello che comprende molte cose sotto lo suo nome; chè questo motto animale comprende huomo et bestia et ucello et pesçio. Ispetiale motto è quello ch'è compreso di sotto un altro; chè questo motto Piero, o iohanni, o Jacobo,/ Here this manuscript suppresses "Carlo," Charles, as one of the names, returning to the Italian Rettorica which gave Pietro in this instance, further proof that Brunetto Latino rather than Bono Giamboni was responsible for this translation from French into Italian./ èt bene compreso sotto ciò general nome, cioè huomo. Ma elli ci a motti che sono generali sotto l'uno, et speçiali sotto un altro, che questo motto huomo si è speçiale sotto questo motto animale; ma elli è generale, sopra questo motto Piero o iohanni. Questo insegnamento del generale et de lo speçiale dice lo mastro perciò che lo parladore si guardi che nel suo generale divisamento elli non metta le speçiali parti, che quelli che divisa lo suo facto in questa maniera. Io monstrerò, diss'elli, che per la cupidigià et per la luxuria, et per la avariçia di nostri nimici tutti li mali sono avenuti a nostro comune, elli non intese bene che nel suo divisamento elli mischia li speçiali motti, apresso li generali; ché sança fallo cupidigià si è generale nome di tutti li disii et luxuria et avariçia sono partiti dallei. Guarda dunque che quando tu ai divisato lo generale, che tu non ridichi quelle parti, sì come s'elle fusseno altre cose straine. Ma in dell'altre branche che vegnono apresso cioè del confermemento potrai tu ben[44]mettere le speçiali parte del generale divanti detto per meglio affermare lo suo facto et lo suo divisamento. Verbi graçia: tu vuoli provare che Oraçio fe homicidio, di'dunque apresso lo divisamento. Oraçio uccise clitemestre, dunque fe elli homicidio. Appresso guarda in tuo divisamento tu non divisi più di parte che mistieri ti sia a tua cosa che se tu divisassi in questa maniera, io monstrerò che mio adversario avea bene lo podere di ciò fare, et ch'elli volea fare, et che elli lo fece. Cierto cotale divisamento è gravoso perch'elli v'a troppe di cose; et elli basterebbe a dire: io monstrerò ch'elli lo fece. Altresì guarda ch'ella o tua cosa et simplice et d'una cosa sença più elli non vi conviene se poco divisare no, ch'elgli è assai a dire lo punto de la questione; et non per tanto elli aviene sovente che una cosa può esser provata per plusor ragioni; et quando questo et lo parladore dee divisare la sua prova in questa maniera: io monstrerò che tu facesti fare quella cosa, per tale et per tale ragione et per carte, et per testimonia sopra questa brancha, dice Tulio ch'elli trova in phylosofia, molti insegnamenti, ma elli lassa quelli, che sono bisognevoli a ben parlare, come quelli che qui sono. Et ancora ne comanda un altra cosa che l'uomo non dee obliare in suo conto; ma quando elli avrà finito suo divisamento, et elli comincia l'altra brancha, cioè confermemento per provare ciò ch'elli ae detto. Sovegnali ch'elli confermi dinançi ciò ch'elli divisa dinançi et poi l'altra ciascuna in suo luogo, in tal maniera che quando elli vorrà finar suo conto, elli non abbia obliato niente di suo confermamento, ch'elli sarebbe laida cosa a ricominciare un altro piato, appresso la fine di suo parlamento.
Qui dice della quarta brancha del conto cioè confermamento.[47]
A Ppresso la doctrina del divisamento viene la quarta brancha del conto, cioè confermamento di che Tulio dice che confermamento è chiamato quando lo parladore dice suoi buoni argomenti che accrescono fede et auctorità et fermeçça a sua cosa; et perciò chè in diverse cose conviene diversi confermamenti vorrà lo mastro avanti monstrare[44v]et insegnare li luoghi de quali lo parladore, puo ritrarre suoi argomenti, et poi quando ne sarà luogo et tempo, elli dicerà come l'uomo dee formare suo confermamento, sopra ciascuna maniera de le cose. Et sacciate che nulla sciençia del mondo ne ne'nsegna luogo di provare suo detto, se dialetica et rethorica si. Ma tanto a differençia intra l'una et l'altra, che rethorica considera spetiali cose, secondo lo suono del nome, et secondo la voce solamente. Ma dyaletica considera le generali cose, secondo la significança de' nomi, et de le voci. Et già sia cosa che quelli che sanno legge, o divinitade, o altre arti, fanno prove per loro, io dico che cioè o per dyaletica, o per rethorica.
Qui divisa li argomenti per le proprieta che'l parladore dice. [48]
T Utte cose sono confermate per argomenti che sono retracti per le proprietà del corpo, et de le proprietà de le cose. Et sappiate che Tulio chiama corpo colui, per lo cui detto o per lo cui facto nasce la questione. Ma cosa che chiama quel detto o quel facto, di che la questione nasce. Di queste proprietà dirà il maestro tutto lo insegnamento et in prima dirà del corpo.
Qui divisa le proprietà del corpo che danno argomento di prova. [49]
L E proprietà del corpo son tali, che per loro può lo parlatore dire et provare che quel corpo a tornato et d'alcuna cosa fare o non fare. Tulio dice che queste proprietà sono .xi: Lo nome; La natura; La nodritura; La fortuna; L'abito; La voluntà; lo studio; lo consiglio; l'opera; lo detto; et la cosa. Nome si è una propria et certa voce, ch'è posta a ciascuna cosa com'ella sia chiamata. Unde l'uno è nome, et l'altro sopranome, et dell'uno et dell'altro può lo parladore formare suoi argomenti. Verbi gratia: Io dico che questo huomo dee bene esser fiero, ched elli ae nome lione. Altresì dice la sancta scrittura, Io dico, disse l'angelo, elli avrà nome iohanni, perciò ch'elli salvera lo populo. Natura è molto[45] grave cosa a scrivere suo essere, chè l'uno dice che natura è lo cominciamento di tutte cose. L'altro dice che natura è cominciamento ditutte cose. L'altro dice che non è; chè se ciò fosse, dunque avrebbe avuto Dio cominciamento da parte di natura. Ma Platone disse, che natura si è la voluntà di dio, et perciò pare che dio et natura siano insieme; ma natura è doppia, una che fa nascere, et una di ciò ch'è nato; de le cose che son nate, l'une son divine, l'altre sono mondane; et de le mondane cose, l'une apertengono agli uomini, l'altre apertengono a le bestie. Di ciò che apertengono ali huomini per natura sono .vi. luoghi da quali lo parladore può prendere suoi argumenti. Lo primo si se elli è maschio o femina. Verbi gratia: Voi non dovete credere che madonna facesse la mislea, che questo non è opera di femina. Lo secondo luogo si è suo paese. Verbi graçia: Noi non dovemo credere che questo huomo sia savio, per ch'elli sia greco. Lo terço si è sua terra. Verbi gratia: Noi non dovemo credere che questo sia buono drappieri perciò che egli è di provino. Lo quarto si è di suo lignaggio. Verbi graçia: ben dee Morovello/ The previous example spoke of Provence, of which Charles was Count. This example suppresses the name of Charles, given in almost all the other manuscripts, whether French or Italian. The name of one of Charles' sons was Moroello./ essere leale, ch'elli fu filgliuolo del Re di francia. Lo quinto si è suo tempo. Verbi graçia: E non è maralvilglia se questo huomo è leggiero, et aitante, ched'elli è fieramente giovano. Lo sexto luogo si è lo bene e'l male, che l'uomo ae per natura, nel suo corpo o nel suo cuore; nel corpo e se elli è sano, o malato, grande o picciolo, bello o soçço, isnello o lento; nel cuore si è se elli ae duro ingengno, o sottile, s'elli è bene ricordevile, o no, o dolçe, o aspro, o soffrente o orgoglioso. Et in somma tutte cose che l'uomo ae per natura, nel corpo o nel coraggio sono contate sotto lo luogo di natura; ma quelle che l'uomo acquista per insegnamento, sono contate sotto lo luogo d'abito, sì come lo mastro dirà qui apresso./In his translation of Aristotle's Ethica./ Nodritura dimonstra come è et intra che genti, et per cui l'uomo è stato[45v]nodrito, cioè a dire, chi funno suoi mastri, et chi suoi amici, et chi suoi compagni che arte elli fae, et di che elli s'intramette, et come elli governa le sue cose, et sua masnada et suoi amici, et come elli mena sua vita; et queste et altre similglianti proprietadi, apertengnono a nodritura, et di tutti può prendere suoi argumenti. Verbi gratia: A lexandro devea ben esser savio, perciò che A ristotile fue suo maestro;/ In the manuscript the capital A for Aristotle is greatly stressed, to draw attention to this aspect of the text, that it in turn makes its reader wise./ o questo preite non dee essere vescovo perchè elli mena sua vita in luxuria. Fortuna comprende ciò, che aviene a li huomini di bene et di male, cioè a dire questo è servo o franco, riccho o povero; proposto, o sença propostia; adiricto o a torto, et se elli è bene agurato, o di buona rinomea, o no, et che filgliuoli elli ae, et che femina. Ma se tu parli d'uomo morto considera le sue proprietà, cioè a dire, che homo elli fue et come elli moritte; che di tutte queste cose puoi tu prendere tuoi argomenti, per lo luogo di fortuna, sì come disse Juvenale. Et non ae, dis'elli, nel mondo sì grava cosa, come riccha femina. Habito si è un compimento che l'uomo ad una cosa permanente nel suo cuore o nel suo corpo. Nel cuore si è lo compimento de le virtudi, che sono divisate nel altro libro, e'l compimento dell'arti et de le sciençie che l'uomo sa o d'aprende nel suo cuore. Nel corpo sono li compimenti che l'uomo acquista, non già per natura sì come di ben combattere et di ben bigordare et di ben cavalcare. Voluntà si è un leggier mutamento, che alcuna volta aviene al corpo et al cuore per alcuna cagione, sì come allegreçça, cupideçça, paura, coruccio, malitia, et fievileçça et altre similglianti cose. Studio si è una continua impresa che'l coraggio fa, con grande voluntà, sì come è a studiare in phylosofia, et in chiericia. Di ciò può lo parladore formare suoi argomenti in questa maniera. Questo huomo si è buono aduccato, ched elli studia molto fieramente in legge. Consiglio si è una sentençia lungamente[46]pensata sopra una cosa fare o non fare; ma elli è differençia intra consiglio et pensamento, chè pensamento si è a considerare intra l'una parte et l'altra, ma consiglio si è la sententia quande prende l'una de le due parte: et perciò conviene a tutti consigli, che la matera e'l consigliatore e'l tempo siano avenevoli acciò che l'uomo vuole provare; chè s'io dicesse, questo huomo a ben barattato di suo cavallo, perciò ch'elli se ne consilgliò col suo preite, certo lo consigliatore non è avenevole; ma se io dico, questo huomo si è ben penitentiale, perciò ch'elli lungamente consigliato, col suo preite, certo questo è buono argomento et credevole. Opera in questo conto non è la propria cagione, sopra che l'uoma parla, ançi è una usança che uno huomo suole avere d'una cosa fare, o di non fare, et diciò può lo parladore prendere suoi argomenti, a monstrare di quello huomo s'elli fe quella cosa o s'elli la fa incontanente, o s'elli la farà; sì come uno di cavalieri di catellina disse: io credo, diss'elli, che catellina farà la congiura contro noi perch'elli n'è costumato. Detta è l'usança che l'uomo suo l'avere d'una cosa dire, o non dire, et così di tutta la natura ch'è divisata del'opera qui di sopra. L'argomento fa l'uomo in questa maniera: io non credo che questo huomo mesdica di me, perciò ch'elli non suole dicere villana d'altrui; caduca è de le cose che sono per aventura, non miccha apensatamente, et seguisce la natura del'opere et del detto, che l'uomo può traggere suo argomento, di ciò ch'è avenuto, e di ciò ch'è adiviene, et di ciò che avenire, in questa maniera, voi dovete ben credere che questo huomo uccise quest'altro, perciò ch'elli tenea un coltello in mano tutto sanguinoso; o in questa maniera: elli non è meravilglia se questo huomo ride, ch'elli a trovato un grande monte d'oro. Ma qui tace lo conto de la proprietà del corpo, per divisare le proprietà de la cosa.
Qui divisa le proprietà de la cosa.[50]
[46v]E T dice lo mastro, che le proprietà de la cosa son tali che per loro può lo parladore dire et provare la intentione di quella cosa. Tulio dice che queste proprietà sono in quatro maniere. L'una si è che si tiene co la cosa. L'altra si è ne la cosa faccendola. L'altra si è giunta alla cosa. L'altra si è intorno alla cosa. Le proprietadi che si tengono co la cosa sono in tre maniere, cioè la somma del facto, la cagione et l'appareccchiamento. La somma del facto si è quando lo parladore dice lo nome del facto et de la cosa, che stata, o ch'è presente, o ch'è avenire, in una somma brevemente in questa maniera: questo huomo fe homicidio, quest'altro fa ladorneccio, quest'altro fara tradigione. La cagione de la cosa si è doppia. L'una pensata et l'altra non pensata. La cagione ch'è pensata si è quando l'uomo fa una cosa pensatamente, et per consiglio. La non pensata si è quando l'uomo corre a fare una cosa per alcuno subitano movimento, et sença consiglio. L'apparecchiamento si è in tre maniere. L'una ch'è davante lo facto, in questa maniera: Questo huomo a guaito quell'altro, et caccialo lungamente co la spada nuda ,in mano. L'altro apparecchiamento si è in sul facto, in questa maniera: Quand'elli l'ebbe agiunto, elli lo gittò in terra, et di elli tanto ch'elli moritte. Lo terço apparecchiamento si è apresso lo facto, in questa maniera: quando elli l'ebbe morto, elli lo seppellitte nel bosco. Questi et altri semblabili si tengono co la cosa si fermamente, che a pena puote una cosa esser facta sença loro, et perciò ne può lo parladore stabilire suoi argomenti a provare la cosa, bene et fermamente. Le proprietà che sono ne la cosa faccendola sono .v. Lo luogo. Lo tempo. La maniera. La stagione e'l podere. Lo luogo si è, quella parte, ovè la cosa fue facta et certo elli si fa molto a ben provare suo detto, che lo parladore riguarda bene tutte le proprietà del luogo, cioè se lo luogo è grande o picciolo, o lungi, o presso, o diserto, o habitato, et di che nature è[47]lo luogo, et tutto lo paese d'intorno, ciò è a dire, s'elli v'a monte o valle, o riviera, o fiume, o sença acqua, e se l'aria è buona o malvagia, et se lo luogo è sagrato o no, o s'elli è comuno o proprio, o elli è o fu di colui che fe la cosa, o no. Tempo si è lo spaçio che l'uomo ae ne la cosa faccendo, cioè a dire, Per anno o per mese o per semana. O per giorno. O per ora. O novellamente. O ançianamente. O tosto. O tardi, che huomo dee guardare, se una grande cosa può esser fatta in quel tempo. Et sappiate che queste due proprietà cioè luogo et tempo, sono sì utili al provare la cosa, che propri quelli che miseno in iscritto, l'ançiane ystorie, et quelli che fanno carte et lettere, scrivo lo luogo et lo tempo per melglio affermare la bisogna./ See Twice-Told Tales, Appendix I, for such instances./ Istagione si è compresa sotto lo tempo, ma tanto a differençia intra l'un e l'altro, che tempo riguarda lo spaçio et la quantità del tempo passato et del presente, et che de avenire. Ma la stagione riguarda la maniera del tempo, cioè a dire, s'elli è nocte, o giorno, o s'elli monstra tempo chiaro o oscuro. O s'elli è giorno di festa. O s'elli è tempo di seminare, o di segare. O se quello huomo dorme, o s'elli grida. O soppellisce suo padre. Vedi dunque che una stagione apertiene a tutto lo paese, si come segare. Un altra apertiene a tutta la cittade, sì come sono li giorni de le feste, et de luoghi, constumati, o per eleggere proposto, o vescovo. Un altra apertiene ad uno huomo solo, cioè noççe et sepulture. Maniera si è a monstrare come l'uomo fe quella cosa, et a che cuore, cioè a dire s'elli lo fe ascentre o no; o per suo grado. O contra suo grado. Podere si è in due maniere. L'una si è che aiuta a fare la cosa, più leggiermente. Et Un'altra sença la quale ella non potrebbe esser facta. Di ciò può lo parladore stabilire suoi argomenti in questa maniera: Elli non è maravilglia, se questo cavaliere vinse la giostra, perciò ch'elli è meglio a chavallo che l'altro; o così questo huomo non farà la giostra, perciò[47v]ch'elli non ae cavallo; et questi non fe lo coltello perciò ch'elli non avea punto di ferro. De le proprietà che sono agiunte a la cosa, stabilisce lo parladore suoi argomenti, in questa maniera: quando elli li tragge d'un'altra cosa, più grande o più picciola. O similgliante ad una contraria, o del suo generale, o de lo speçiale, o de la fine de la cosa. Et sappiate che cosa pari, si è più grande, o più picciola, si è considerata per la força, et per lo numero et per la figura di lui. Verbi graçia: força si è in due maniera. L'una, ch'è nel corpo, l'altra ne la cosa. Nel corpo si è la força quando suo nome significa le proprietà di lui; che à essere chiamato Salamone, significa senno et sapiençia; et ad essere chiamato nerone, significa crudelità et follia./ See the letter from the Comune of Palermo to that of Messina making the comparison between Charles of Anjou and Nero./ Ne la cosa si è la força quando lo nome de la cosa significa le proprietà di lui, che è a dire paricida, cioè uccidere lo padre, et maricida, cioè uccider la maire,/ Again, a French, rather than Italian form./ significha grande crudelità a dio et a li huomini. Altresì è considerare lo numero quando lo parladore dice .i. o .ii. o tre genti. Altresì è considerare la figura del corpo, quando l'uomo dice ch'egli è grande o picciolo: et la figura de la cosa quand'elli ae più di proprietà; chè più è a dire questo huomo uccise un preite, davante l'altare lo giorno di pasqua ch'è a dire elli uccise uno huomo privatamente. Semblabile cosa non è ne pari, chè pari cosa significa la grandeçça, et la misura; ma semblabile cosa non significa altra cosa, che la qualità chè sembrança si è la proprietà che fa di due diverse cose essere simigliante intra loro. Verbi graçia: Questo huomo è isnello come tigro; et questo preite dorverebbe sermonare al populo come sam piero. Contrarie cose son quelle che sono l'una dirittamente contra l'altra, sì come freddo contro caldo, et vita contra morte, et male contra bene, et liegghiare contra dormire, et orgolglio contra humilità; di che lo parladore può suoi argomenti formare in questa maniera: se tu danneggi colui, che ti guarenti da morte, che farai dunque a colui che[48]ti volse uccidere? General cosa si è ciò ch'è di sopra, ciò è a dire quello che comprende molte cose sotto sè; chè virtude è generale, perciò che di sotto dise, sono giustiçia, senno, et temperança, et molte altre bontà, et animale si è generale perciò che di sotto lui sono huomini et bestie. Ispeçial cosa si è quella che di sotto la generale; chè avariçia si è speçiale, perciò ch'ella si è sotto cupideçça; et senno è sotto virtude. La fine de la cosa, si è ciò che già ne adavenire, et che n'aviene; et di queste cose tragge lo parladore suoi argomenti, quando elli monstra ciò che ad avenire, o che ne dee avenire, o che avenire ne suole. De le cose similglianti in questa maniera, per orgolglio viene oltraggio, et per oltraggio aviene odio. La quarta maniera de le proprietadi de le cose sono quelle che avegnono intorno la cosa, non così dentro come l'altre davanti dette; in che l'uo, dee avanti guardare come quella cosa si è chiamata, et di qual nome, et chi fu lo capitanio, e'l trovatore de la cosa, et chi l'aitò a fare. Apresso dee elli guardare: Quale legge, quale uso, che giudicamento, ae sopra quella cosa, o quale arte, quale sciençia, qual mistiere. Altresì dee elli guardare, se cotali cose, solgliono adivenire sovente, o per natura o no, o s'ella suole dispiacere a le genti o no. Et proprietà et molte altre cose che solgliono avenire apresso lo facto presente o tardi. O se ciò è honesto o profitabile, dee considerare lo parladore, in tal maniera che di tutte le proprietà elli sappia confermare suo detto, et ritragger suoi argomenti a provare la cosa, perciò che mal s'intramette di parlare, chi non prova sue parole, ragionevilemente sì che elli sia creduto, di ciò ch'elli dice o de la maggior parte; et perciò vuole lo mastro monstrare come lo parladore de fare suoi argomenti.
Qui divisa due maniera di tutti argumenti.[51]
T Vtti argomenti che'l parladore, fa per le proprietà davanti dette, Tulio dice, ch'ellidee esser necessario, overo semblabile; chè argomento si è un detto trova[48v]to sopra alcuna materia che la dimonstra versemblabilemente, o che la prova necessariamente.
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