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BRUNETTO LATINO'S RETTORICA

IN THE TESORO, BOOK VIII, PART I
 
 

The text of the Rettorica section of the Tesoro, in which Brunetto adapts Cicero for thirteenth-century use, begins on folio 20 of Magliabechian II.VIII.36. This text corresponds with Twice-Told Tales, Chapter 8: Romanesque.

Qui comincia rethorica cioŔ lo libro di buona parladure che insegna et monstra di ben parlare. [1]

[ A ]PRESSO ci˛ che mastro Brunetto latini da firenše ebbe compiuta la seconda parte del suo libro, nel quale elli dimonstra assai buonamante, quale huomo dee essere in moralitas et come elli dee vivere honestemente et governare sŔ et la sua masnada, et le sue cose, secondo la scientia d'ethica, et de yconomicha, de le quali elli fe mentione colÓ dove elli divisoe li membri de la filosofia, et ch'elli ebbe dicto quali cose disfanno le legge, et guastano le cittÓ. Allui fu aviso che tutto altretale come una opera guasta era se elli non dicesse della terša scientia, cioŔ politicha, la quale insegna come l'uomo dee governare la cittade; chŔ cittade non Ŕ altra cosa se non una gente asembiata per vivere ad una legge et a uno governamento. Et tulio disse, che la pi¨ nobile parte di tutte le scienšie di cittade governare si Ŕ rethorica, cioŔ a dire la scienšia del parlare. Perci˛ che se parlare ordinato non fosse, cittÓ non sarebbe, nŔ nullo stabilimento di giustišia, nŔ d'umana compagnia. Et conci˛ sia cosa che'l parlare sia dato a tutti li huomini. Catone disse che sapienšia Ŕ donata a pochi. Et perci˛ dico che' parlari sono di quattro maniere. La prima si Ŕ guarnita di gran senno et di buona parladura, et questa Ŕ la fiore del mondo. L'altra si Ŕ voita di senno et di buona parladura, et questa Ŕ trasgrande meccianša. L'altra si Ŕ voito di senno, ma elli son troppo ben parlanti, et questo Ŕ grande pericolo. L'altra si Ŕ pieno di senno, ma elli si tacciono, per la povertÓ del lora parlare et ci˛ richiere aiuto. Et per queste diversitadi fuorono li savi in[20v]contentione di questa scientia se ella Ŕ di natura o se ella Ŕ per arte. Et a la veritÓ dire dinanši che la torre babel fusse facta, tutti li huomini aveano una medesma lingua naturalmente. CioŔ hebrea. Ma poi che la diversitÓ de linguaggi venne intra li huomini, sopra tutte l'altre ne sacronno tre: CioŔ hebreo, Greco et latino. Et noi vediamo che per natura quelli chi abitano in oriente parlano ne la Gorgia sý come fanno li hebrai. Li altri che sono nel meššo de la terra, parlano al palato sý come li greci. Et quelli ch' abitano ne le parti d'occidente, parlano a li denti sý come fanno li Ytaliani. Et giÓ sia cosa di questa scientia non sia nel parlare solamente, ma in ben parlare solamente.Non dimeno platone disse, ch'ella Ŕ per natura, et non per arte, perci˛ che l'uomo truova molti buoni parladori naturalmente senša alcuno insegnamento. A ristotile disse, ch'ella Ŕ arte, ma ella Ŕ rea; perci˛ che per parlare era avenuto a le genti pi¨ di male che di bene. Tulio s'acorda bene, che la sola parola Ŕ per natura. Ma del ben parlare vien tre cose: Natura, Usa et Arte. PerchŔ uso et arte son pieni di grande insegnamento. Et insegnamento non Ŕ altra che sapientia. Et sapienšia si e a comprendere le cose secondo ch'elle sono, et perci˛ Ŕ ella chiamata governatrice de le cose, perci˛ ch'ella le prova dinanši, et le mena a certana fine et diretta misura. EllÓ o sapientia Ŕ congiunta col parlare, chi dicerÓ che ne possa nascere se ben no. Tulio disse che al cominciamento che li huomini viveano come bestie senša propria casa, senša conoscenša di dio, per li boschi e per li luoghi riposti, senša pastore sý che nullo guardava matrimonio, et nulla conoscea padre nŔ filglio. Allora fu un savio huomo ben parlante che tanto consilgli˛ li altri, et tanto monstr˛ loro la grandešša del'huomo et la dignitÓ de la ragione et de la discrešione, che li trasse di quello malvagio nido et rassembrolli ad abitare in un luogo, et a mantenere[21] ragione et iustišia. Et cosý per lo bel parlare ch'era in lui acompagnia col senno fu questo huomo quasi uno secondo Dio, che rilev˛ lo mondo per l'ordine del'humana compagnia. Et ci˛ ne fa manifesti la ystoria D'anfion, che fece la cittÓ d'atene,/Error for Thebes./che facca venire le pietre et li muratori per la dolcešša del suo canto. CioŔ a dire che per le sue buone parole elli trasse li huomini di malvagi luoghi, ov'elli abitavan, et menolli a la comune habitagione, di quella cittade. Et d'altra parte s'accorda ben Tullio acci˛ che disse: A ristotile del parlare che la malvagia arte, cioŔ parlare sanša sapienšia, che quando uno huomo ae buona lingua di fuore, et non ae punto di consilglio dentro, la sua parole Ŕ fieramente pericolosa a la cittade ed a li amici. Adunque Ŕ provato che la scienšia di rethorica, non Ŕ in tutto acquistata per natura, ne per uso ma per insegnamento et per arte. Et perci˛ dico che ciascuno huomo dee studiare lo suo ingegno a saperla. ChŔ Tulio disse che l'uomo che molto de le cose minore et pi¨ fievole de li altri animali lo disuanša di questa una cosa chei pu˛ parlare. Adunque pare manifestamente chŔ quelli acquista nobile cosa chi di ci˛ avanša li huomini, di che l'uomo sormonta le bestie. NŔ per niente disse lo proverbio che nodritura passe natura, chŔ, secondo ci˛ che noi troviamo vi de la prima et ne la seconda parte di questo libro. L'anima d'ogni huomo Ŕ buona naturalmente. Ma ella muta la sua natura per la malvagitÓ del corpo, in cui ella permane rinchiusa, altresý come'l vino che si guasta per la malvagitÓ de la bocte. Et quando lo corpo Ŕ di buona natura, se et la sua anima signoreggia et aiuta la sua bontade. Et allora li valgliono l'arte et l'uso. Perci˛ che l'arte li insegna li commandamenti che a ci˛ si convegnono, e uso lo fa presto et aperto et humano all'opera. Et perci˛ vuole lo mastro ricordare al suo amico le circonstanši et l'insegnamento del'arte di rethorica, che molto l'aiteranno alla sotilitade che'Ŕ in lui, per la buona natura. Ma tuttavia dicera avanti[21v]che Ŕ rethorica, et di sopra cui ella Ŕ; et poi del suo uffišio et de la sua fine, et de le sua matera et de le sue parti, chŔ chi bene sa ci˛ elli intende melglio lo compimento di questa arte.

Che Ŕ rethorica et di suo ufficio e de la fine. [2]

R Ethorica Ŕ una scientia che ne insegno bene pienamente et perfectamente dire le cose comuni, et le private et tutta sua intentione, et a dire parole in tal maniera che l'uomo faccia credere lo suo dicto a quelli che l'odono. Et sappiate che rethorica Ŕ sopra le scientie di cittÓ governare, secondo ci˛ che disse Tullio nel libro qua dirieto sý come arte di far freni et selle et l'arte de la cavalleria./ Ovid, Chaucer and Sydney likewise use the comparison of controller of words to controller of horses./  L'offitio di questa arte secondo ci˛ che disse Tullio Ŕ di parlare pensatamente per far credere lo suo dicto. Et la sua fine si far credere ci˛ ch'elli dice. Et intra l'offitio et la fine a questa differentia, che nel'offitio si dee pensare lo parladore ci˛ che si conviene a la fine, cioŔ a dire che io parli in tal maniera che io sia creduto. Et ne la fine pensare ci˛ che si conviene al suo officio, cio Ŕ a farsi credere al suo parlare. Verba gratia: L'offitio del fisico si Ŕ far cure et medicine apensatamente per sanare, e'l suo fine, si Ŕ sanare, et perci˛ Ŕ medicina. Et brevemente l'officio di rethorica si Ŕ a parlare apensatamente secondo lo insegnamento del'arte, el fine si Ŕ quella cosa perchŔ elli parla. La matera di rethorica Ŕ de la cosa che il parlatore dice, sý come le malatie son matera di fisichi. Unde Gorgias disse, che tutte le cose diche si conviene parlare, sono de la matera di questa arte. Et hermagoras disse, che questa matera si Ŕ le cose et le questioni. Et disse che le cose quelle sopra le quali li parladori sono in contentione d'alcuna certa gente o d'altra cosa certa et di ci˛ non dicea elli male, ma elli dicea che questione Ŕ quello sopra che li parladori sono in contentione senša nomare certa gente o d'altre cose, che apertegnono a certo bisogno, sý come de la grandešša del sole, et de la forma del fermamento. Et di ci˛ dicea elli troppo male, chŔ tali cose[22]non si convegnono a' governatore di cittÓ; anši si pertengono ai filosofi, che studian in profonda scienšia. Et perci˛ son fuori de la via quelli che pensano che contar favole o antiche storie o ci˛ che l'uom puote dire, si a de la matera di rectorica. Ma ci˛ che l'uom dice di boccha, comanda per sue lettere, pensatamente per far credere, o per contentione di lodare o di biasmare, o d'aver consilglio sopra alcuno bisogno, o di cosa che dimandi giudicio, tutto ci˛ Ŕ de la matera di rethorica. Ma tutto ci˛ che l'uomo non dice artificialmente, cioŔ a dire, per nobili parole gravi et ripiene di buono sententie, o per alcuna de le cose dinanši dicte. Et fuori di questa scienšia Ŕ lungi de le sue circunstanšie, perci˛ disse A ristotile, che la matera di questa arte si Ŕ sopra tre cose solamente. CioŔ Dimonstramento, Consiglio et Judicio. Et acci˛ medesimo s'acorda Tulio, e dice che dimonstramento Ŕ quando li parladori lodano o biasmano huomo o altra cosa, generalmente o partitamente. Verbi gratia: io lodo molto beltÓ di femine dice l'uno. Et io le biasmo dice l'altro; questo Ŕ dicto generalmente. Ma partitamente, dice l'uno: Giulio cesaro fu molto pr˛ et valente; dice l'altro: non fu, anši fu traitore et disleale. Et questa questione non ae luogo ne le cose pensate/ Error for passate./ ne ne le presenti; chŔ di ci˛ che dee avenire non pu˛ nullo esser biasmato nŔ lodato. Consiglio Ŕ, quando li parladori consigliano sopra una cosa, ch'Ŕ proposta dinanši loro, o generalmente o partitamente per monstrare qual sia utile et qual no. Verbi gratia: Dice uno di' cardinali di roma: generalmente utile cosa Ŕ a mettere pace intra' cristiani. Non Ŕ, dice l'altro. Et partitamente dice l'uno: utile cosa Ŕ la pace intra lo Re di francia et quello d'inghilterra; non Ŕ, dice l'altro. Et questa questione non ae luogo se sopra le cose che sono a[stain]o. Et quando ciascuno a dato lo suo consiglio, l'uno si tiene a colui che monstra le sue ragioni, pi¨ ferme et pi¨ credevole. Judicamento si Ŕ di accusare et difendere o dismentere, o in rifiutare, per monstrare del'buo[21v]no, o d'altra cosa generalmente o particularmente ch'ella sia iusta o no. Verbi grašia: io dico, generalmente dice tutti, ladroni debbono essere penduti; dice l'altro, non debbono. O dice l'uno, quelli che ben governa la cittade dee avere grande guidardone; dice l'altra: non dee. Ma partitamente dice l'uno: io dico che l'uomo dee pendere Golias, perci˛ ch'egli Ŕ ladrone. Non Ŕ, dice l'altro. O io dimando guidadone, dice l'uno, perci˛ ch'io feci lo pro'del comune. Non ai, dice l'altro. O risponde per aventura, tu hai diservito pena. Et questa questione non ae luogo se de le cose passate no; chŔ nullo huomo non dee esser dannato, nŔ guidardonato, se per le cose non ch'elli fa. Ma di ci˛ si tace lo mastro, per divisare le parti de la rethorica.

Qui divisa le .V. parti della retorica. [3]

E T dice, che in questa scienšia si ae .v. parti, cioŔ trovamento, ordine, parole, memoria, et parlare. Boetio disse, che queste .v. cose sono si de la sustanšia del parlare, che se alcuno ne mancha, non sarebbe compiuto. Altresý come'l fondamento, et le parete et la copertura sono parte d'una casa senša le quali ella non Ŕ intera casa. Trovamento si Ŕ un pensamento di trovare nel suo cuore cose vere, o verosembrabili ad provare sua matera et questo si Ŕ lo fondamento et fermešša di tutte queste scienšie; chŔ innanši che l'uom dica, o scriva, dee huomo trovare le ragioni et li argomenti, et provare lo suo dicto, per farlo credere a quelli a cui elli parla. Ordine si Ŕ stabilire lo suo dicto et gli argomenti, ch'elli ae trovato ciascuno in suo luogo, acci˛ ch'elli possano meglio valere. CioŔ a dire che innanši dee mettere intorno al cominciamento le buone ragioni et nel meššo le fraile, et a la fine li argomenti ne' quali elli pi¨ si fida, et che suo adversario non vi possa contradicere. Parola Ŕ lo ritorno de parlare, et de le sentenšie advenevoli, a ci˛, ch'elli truova che trovare et pensare poco varrebono, senša le parole accordante ad sua matera, chŔ le parole debbon sernire la matera, et non la matera le parole.[23]Perci˛ che un bel motto, et una buona sentenšia, et un proverbio et una similitudine, o uno exemplo che sia similgliante a la matera, conferma tutto lo suo dicto et lo fa bello, et credevole. Et perci˛ lo parladore quando elli tracta d'oste, o di fornimento de dicer parole di guerra, o di victoria, et in dolore parole di coruccio, et in gioia parole d'allegrešša. Memoria si Ŕ a ricordai si fermamente di ci˛ ch'elli ae pensato et messo in ordine. Perci˛ che tutto sarebbe niente, s'elli non se ne sovenisse, quando elgli Ŕ al parlar venuto. Et non pensi nessuno che ci˛ sia la natural memoria, ch'Ŕ una virtude dell'anima che si ricorda di ci˛, che noi apprendiamo per alcun senno del corpo; anši Ŕ memoria artificiale, che l'uomo appara per insegnamento de savi, ad ritenere ci˛ che elli pensa et apprende. Per l'opera, et a dire ci˛ che elli ae trovato et stabilito nel suo pensiero, et ne la nevilešša del corpo, et de la voce, et del movimento secondo la dignitÓ de le parole. Et a la veritÓ dicere, quando lo dicitore viene a dire lo suo conto, elli dee molto pensare, sua matera et suo essere, et altramento dee portare le sue membra et la sua cera, e'l suo isguardo in dolore che in letitia; et altramente in guerra che in pace, et altramente in uno luogo che in uno altro. Et perci˛ dee ciascuno guardare ch'elli no non lievi le mani ne gli occhi, nŔ la fronte, in maniera che sia riprendevole. Et sopra questa materia vale la doctrina, ch'Ŕ qua in adrieto nel libro de'vitio et di virtude, nel capitolo di guardia.

Qui divisa di due maniera di parlare, di boccha o per lectera et sopra qual cosa. [4]

A Ppresso dice lo mastro che la scienšia di rethorica si Ŕ in due maniere: l'una si Ŕ dicer co la boccha. L'altra si Ŕ mandar per lectere. Ma lo insegnamento si Ŕ comuno. Perci˛ che non pu˛ calere che l'uomo dica un conto come per lectere, ma l'una e l'altra maniera, pu˛ essere diversamente, cioŔ per contentione, et senša contentione, ci˛ che detto o scritto, senša contenšione non apertiene a rethorica secondo che A risto[23]tile et Tulio dicono apertamente. Ma Gorgias dice che tutto ci˛ che li parladori dicono apertamente apertiene a rethorica. Et Boetio medesmo s'accorda acci˛, che ci˛ che a dire si conviene, puote esser materia del dictatore. Et chi ben vuol pensare la sottilitade di questa arte, elli trovara che la prima sentenšia Ŕ di maggior valore. Perci˛ che chiunque dice di boccha o manda lettere ad alcuno huomo. O elli lo fa per muovere lo coraggio di colui o a credere o da volere ci˛ che dice, o no. Et s'elli non lo fa, io dico che lo dicto non apertiene a la scientia di rethorica; anši Ŕ del comuno parlare, degli uomini che senša arte et senša maestria. Et questo sia di lungi da noi, et rimagna a la simplicitÓ de le femini,/De vulgaria eloquentia I.i./ et del minuto populo,/ Dino Compagni, Cronica; Volterra Constitution./ perci˛ ch'a loro non apertiene le cittadini cose. Ma se elli fa artificalmente per muovere lo cuor di colui, ad cui elli parla o manda lectere. E conviene che ci˛ sia in prego o in dimandare alcuna cosa, o per consiglio o per minaccie, o per conforto o per comandamento, o per amonire o per altre similglianti cose. Et elli sa bene, che colui a cui elli manda lectere, ad sua difensione contra ci˛ ch'elli manda. Et perci˛ li savi dictatori confermano le loro lettere, per buona ragione et per forti argomenti, che l'aiutino acci˛ ch'elli vuole, sý come s'elli fusse a la contentione dinanši lui. Et cotali lettera apertengono a rethoricha, altresý come ne le canšoni l'uno amante parla al'altro, sý come s'elli fosse dinansi di lui, a la contenšione./Vita nuova, passim./ Et perci˛ potemo noi intendere che contentione sono in due modi. O in aperto, quando l'uomo si difende contra l'altro, di boccha o per lectere. O in aperto cioŔ quando l'uno manda lettera guarnite di buoni argomenti contra la difensa ch'elli pensa che l'altro abbia. Et tutte contentioni apertengono a rethorica, cioŔ de le cose citttadine et de le bisognose, ai principi de la terre, et dell'altre genti. Et non miccha di favole, nŔ del movimento del'anno, nŔ del compasso de la terra, nŔ[24]del corso de le stelle, perci˛ che di tale contenšione non s'intramette questa scienšia./This manuscript contains such material./

Qui divisa de la contentione che nascie di parole scritte. [5]

P Erci˛ appare chiaramente che tutte contenšioni, o elle sono per parole scritte, o elle sono per parole che l'uomo dicha, senša scrittura secondo ci˛ che, Tulio dice nel suo libro. Et quello ch'Ŕ per parole scritte puo essere in .v. modi, chŔ alcuna fiata la parola non s'accorda a la sentenšia, di colui che la scrive. Et alcuna fiata, due parole in due luoghi si discordano intra loro. Et alcuna fiata pare che quello ch'Ŕ scritto significa due cose o pi¨. Et alcuna fiata viene che di quello ch'Ŕ scritto nugge l'uomo senno et exemplo, chei di fare un altra cosa che non sia scritta. Et alcuna fiata si Ŕ la contenšione in su la forša, d'una parola scritta per saper che ella significha.

Come tutte contenšioni nascono per .iiij. cose. [6]

L' Altra parte ne insegna Tulio che tutte contentioni siano di [boccha] o sian di scrittura, nascono del facto o del nome, di quel facto o di sua qualitÓ, o di suo rimutanša, chŔ se l'una di queste quattro cose non fosse, non vi potrebbe nascere contentione. Verbi gratia: Io dico che tu ai alcuna cosa facta, et sý ne monstrer˛ alcuna intra segna per monstrare che tu l'ai facto in questa maniera. Tu uccidesti Giovanni, chŔ io ti vidi trarre lo coltello sanguinoso del suo corpo. Ma tu non vi fusti, et di che tu non l'ai facto, nŔ ucciso. Et cosý nasca le contentione del facto intra me, et te, ch'Ŕ molto grave e forte a provare, perci˛ che ciascuno ae altresý forti argomenti l'uno come l'altro. La contentione che nasce del no, si Ŕ quando ambidue le parti, conoscono lo facto; ma elli sono in discordia, del no in questa maniera. Io dico, che questo huomo ae facto sacrilegio, perci˛ che ae inbolato un chavallo dentro una chiesa. Questo non Ŕ sacrilegio, dice l'altro, ma Ŕ ladorneccio, et cosi nasce la contentione per lo nome del facto. Et sopra ci˛ si conviene pensare, che Ŕ l'uno et che[24v]l'altro, chŔ sacrilegio si Ŕ a imbolare le cose sacrate del luogo sacrato. Ma tutte maniera d'imbolare si Ŕ ladorneccio. Et in questa contenšione conosce l'uomo lo facto; ma elli sono in discordia del no di quello facto, solamente. La contentione che nasce de la qualitade si Ŕ quando conosce lo facto et lo nome, elli si discorda de la maniera di colui, cioŔ de la forša o de la quantitÓ o de la comparatione. Verbi gratia: Io dico che questo Ŕ un crudele forfacto, o che ci˛ pi¨ crudele che non Ŕ quell'altro, o che questo Ŕ ben facto secondo di ragione et giustišia. Et l'altro dice, che non Ŕ. Et quando Catellina dicea che Tullio non Ŕ tanto valsuto al comuno di roma quando elli. Et quando lo sanatore dicea, Meglio vale a distruggere cartagine che lasciarla. Et quando Giulio cesaro dicea: Io cacciai Pompeio iustamente. Io dico che tutte queste contenšione nascono de la qualitÓ del facto, e non del facto ne del suo no. La contenšione che nasce del mutamento si Ŕ quando uno comincia una questione et l'altro dice che ella dee essere rimossa, perci˛ ch'ella non apertiene [ ] che la mossa perci˛ ch'elli non si muto contra colui ch'elli dovea [ ] quelli che viddeno essere, o non in quel tempo che conviene [ ]/ Manuscript damaged in these sections./ di quella legge o di quel peccato o di quella pena che dee.

Qui dice del la contentione che nasce de la qualitÓ del facto et de le sue parti. [6]

L A contentione che nasce de la qualitÓ del facto, come che il facto sia, Tulio dice ch'ella si divide in due parti. L'una si Ŕ di diricto che pensa de le cose presenti, et de le future, secondo l'uso et lo diricto del paese. Et a provar ci˛ si travalgliano molto li parladori, per la comparašione che lor cade a fare, de le semblabili cose o de le contrarie. L'altra si Ŕ di legge, che considera solamente ne le cose passate secondo legge scritta, et in ci˛ basta a dire ci˛ ch'Ŕ scripto ne la legge, secondo uso o le cose giudicate, se elle sono iustamente facte, o contra iustišia. Et d'uno huomo se elli Ŕ degno di pe[25]na o di merito. Et questa medesma che Ŕ legge, si Ŕ doppia et chiara, chŔ per sua chiarešša mostra inmantenente se quella cosa Ŕ buona o rea, o di ragione o di torto. Et un'altra improntešša che per sŔ non ae nulla difensa, s'ella non la impronta di fuore, e'l suo impronto si Ŕ in quattro maniere. O per conoscenša. O per rinomata. O per vendetta. O per comparatione.

Qui dice di conoscenša.

C Onoscenša si Ŕ quando non niega nŔ non difende lo facto; ma elli dimanda che l'uomo li perdoni; et puote ci˛ essere in due maniere. L'una si Ŕ senša colpa. Et l'altra per preghiera. Senša colpa si Ŕ quand'elli dice che nollo fece scientemente; ma ci˛ fu per non sapere, o per necessitade, o per impacciamento. Per preghiera; si Ŕ quando elli prega che l'uomo li perdoni lo suo misfacto, et questo non aviene spesse volte.

Qui dice di rimutanša. [7]

R imutanša si Ŕ quando l'uomo si vuole cessare del misfacto ch'elli nol fece, et ch'elli non v'ebbe colpa, anši lo mette sopra un altro. Et cosý si sforša di rimutare lo facto, et la colpa da sŔ ad un altro. Et ci˛ pu˛ essere in due maniere, o mettendo sopra l'altro la cagione, o la colpa, o mectavi lo facto. Et certo la cagione et la colpa mette elli sopra l'altro, quando elli dice, ci˛ ch'Ŕ avenuto, aviene per la forša et per la signoria che quell'altro avea sopra colui, che si difende. Lo facto puo elli mettere sopra un altro quand'elli dice, ch'elli non fece, nŔ non fu facto per colpa nŔ per cagione di lui. Ma elli monstra che quell'altro, lo fece perci˛ ch'elli lo potea et dovea fare. Vengianša si Ŕ quando l'uomo conosce bene ch'elli fece ci˛ che l'uomo dice di lui; ma elli monstra che ci˛ fu fatto ragionevilemente. Et perci˛ Ŕ vengianša, perchŔ davanti avea elli ricevuto l'omperchŔ. Comparašione Ŕ quando huomo conosce che elli fe ci˛ che huomo li appone; ma elli non monstra ch'elli lo facesse, per compiere un'altra cosa honesta, et profectabile ch'altramente non potrebbe esser menata a buon fine.

[25v]Qui dice de le cose che l'uomo considera in sua materia. [8]

A Ncho ne insegna Tulio, che noi pensiamo sopra nostra matera, la quale matera noi dovemo parlare o scrivere lectere, se Ŕ semplice d'una cosa solamente, o s'ella Ŕ di molte. Et appresso ci˛ che noi avemo considerato diligentemente lo conoscimento de la contentione et tutto suo essere et le sue maniere. Anchora ne conviene sapere, che et come Ŕ la questione et la ragione, e'l iudicamento et lo confermamento de la contenšione.

De la contenšione che et come dee essere stabilita per parte. [9]

P Er questo insegnamento che'l mastro divisa qua a drieto dovete voi intendere che contenšione non Ŕ altra cosa, che la discordia ch'Ŕ intra due parti, o intra due dictatori sý come l'uno dice ch'elli ae diricto, et l'altro dice che non ae. Et quando elli sono a ci˛ venuti, elli convien vedere se elli ae diricto o no; et questa Ŕ la questione de la contenšione. Ma perci˛ che poco li vale a dire che elli ae diricto, s'elli non monstra ragione perchŔ conviene che dica inmantenente la propria ragione, per la quale elli creda aver diricto, ne la sua questione perci˛ che s'elli non dicesse la sua ragione di difensa serebbe fievole. Et quando elli ae detta la ragione perchŔ elli fe ci˛, lo suo adversario dice altri suoi argomenti, per infralire la ragione che l'altro monstra, et per accigulare sua difensa. Et allora nasce lo giudicamento sopra lo dicto dell'uno et dell'altro, per giudicare se quelli a diricto per la ragione ch'egli a monstrata. Et quando elli sono a ci˛ venuti, inmantenente dicono loro confermamento, cioŔ a dire li forti argomenti et le buone ragioni, che pi¨ valgliano al giudichamento. In questa maniera ordinano li savi le lettere, et le parole per monstrare lo diricto, et per confermare la ragione. Et sappiate, che tutte mainiere di contentione tanto quanto elli anno di discordia, et di capituli questionali, altretanto vi conviene avere di questione, et di ragione et di giudicamento, et di confermamento; salvo che quando la contenšione nasce del facto che l'uomo non conosce[26]lo certo giudicamento non pu˛ essere sopra la ragione, perci˛ che quelli che nega, non assegna nulla ragione di sua negatione, et allora Ŕ lo giudicamento sopra le questione solamente, cioŔ a dire se elli fe ci˛, o no. Et non dee nullo pensare che questo insegnamento sia follemente donato su le contentioni, che sono in piati o in corte; anši sono in tutti decti che l'uom dice consilgliando, o pregando o in messagio o in altra maniera. Et in lectere che l'uomo manda altrui, ad servi questo medesmo ordine, perchŔ innanši dimanda elli quello che elli vuole; et questo si Ŕ come questione, perch'elli Ŕ in doctanša, che l'altro si difenda per alcuna ragione, contra sua richiesta. Et perci˛ dic'elli inmantenente la ragione per la quale l'altro debbia far ci˛ ch'elli chiere, et perchŔ l'altro non possa infrailire quella ragione, metteli li forti argomenti de'quali elli li si fida pi¨. Et a la fine de la sua lettera, fa elli la condišione lÓ v'elli dimanda, che s'elli fa quello ch'elli richiere, che questo et questo ne sara, et ci˛ Ŕ in luogo di giudicamento, et di confermamento. Ma di questo divisamento si tace ora lo mastro, per dire dell'altre parte di buona parladura, ch'Ŕ bisognevole nel conto, chŔ a la veritÓ dire, l'uomo non dee pensare solamente ci˛ ch'elli dee dinanši contare. Ma elli li conviene stabilire le primaie parole et le diretane se vuole che'l suo dicto sia bene accordante ad sua materia.

Di due maniere di parlare o in prosa o in rima./Ariosto, Spenser, Milton / [10]

L A divisione di tutti parladori si Ŕ in due maniere: l'una Ŕ in prosa et l'altra Ŕ in rima. Ma lo insegnamento di rethorica Ŕ comuno, d'ambidue; salvo che la via in prosa Ŕ larga et pieniera, sý come la comuna parladura de la gente. Ma lo sentieri di rima Ŕ pi¨ forte et pi¨ strecto sý come quello ch'Ŕ chiuso et fermato di muri et di palagi, cioŔ a dire di peso di numero et di misura certa, di che l'uomo non pu˛ ne non dee trapassare. ChŔ chi ben vuole rimare si li conviene acconciare tutte le sillabe in tal maniere che li versi sieno acordevoli, in numero, et che l'uno non abbia pi¨ che l'altro. Apresso ci˛ li convien misurare le .ij.[26v]diretane sillabe del verso in tal maniera che tutte le lettere de le diretane sillabe sieno similglianti almeno la vocale della sillaba, che va dinanši a la diretana. Appresso li conviene contrapesare la'ntentione et la voce si che le rime s'acordino co la intentione; che se tu accordi le lettere et le sillabe, per rima non sie diricta se la intentione sý discorda. E se ti conviene parlare o per rima o per prosa, guarda che lo tuo dicto non sia magro, nŔ simplice, ma sia ripieno di diricto et di sentenšie. Quarda che' tuoi motti non siano lievi anši siano di grande peso; ma non di sý grande, chei faccia trabucchare. Guarda ch'elli non apportino laidura nulla, ma bel colore sia dentro et di fuore. Et scienšia di rethorica sia ne le tue dipinture, per dare colore et in rima et in prosa. Ma guarda di troppo dipingere chŔ alcuna fiata Ŕ colore schifare li colori.

Qui finisce di trovamento et comincia a divisare del ordine. [11]

I N questa parte cioŔ li pensieri a divisato lo mastro lo fondamento et la natura di questa arte, et come huomo dee stabilire sua matera per ordine et per parte. Ma per melglio schiarare ci˛ ch'elli n'ae dicto, dirÓ elli le circunstantie che apertengono al'ordine di questa arte, ch'elli non a vuol fare come fe Ciclicus, di cui parla Oratio. Elli non vuole tornare la lumera in fummo, ma del fummo farÓ lumera; chŔ tutto ci˛ ch'elli dice per circunstanšie, monstrerÓ per exemplo. Et voi avete udito nel cominciamento di questo libro, che appresso che l'uomo ae trovato et pensato nel suo cuore ci˛ ch'elli dee dire sý dee ordinare lo suo dicto, per ordine ci˛ Ŕ a dire ch'elli dica ciascuna cosa in suo luogo, et questo dire ordinato si Ŕ in due maniere. L'una si Ŕ naturale, l'altra si Ŕ artificiale. La naturale se ne va per lo grande cammino, et non esce nŔ d'una parte, nŔ d'altra. CioŔ a dire, le cose secondo ch'elle fuorono dal cominciamento, a la fine, quel dinansi dinanši, et quel di meššo nel meššo et a la fine quello che fu diricto; et questa maniera di parlare si Ŕ senša grande maestria d'arte, et perci˛ non se ne inframette questo libro.

[27] Del ordine di parlare artificialmente. [11]

L' Ordine artificiale non si tiene al grande camino, anši ne va per sentieri, et per diriššamento che'l mena pi¨ avacciamente, lÓ ove elli vuole andare; ch'elli non dice ciascuna cosa secondo ch'ella fue; anši muta quello dinansi, di drieto, o nel meššo del suo dicto, et non disavenevolemente ma con senno, per affermare sua intentione. Et perci˛ muta lo parladore spesse fiate suo prolago, et sua conclusione, et l'altra parte di suo conto, et non le mette nel loro naturale luogo; ma lÓ dove pi¨ valgliono; perci˛ che le pi¨ ferme cose se debbono mettere nel cominciamento et a le fini, e le pi¨ fraile et nel meššo. Et quando tu vuoli rispondere al tuo adversario tu d eai cominciare lo tuo conto a la sua diretana ragione, ne la quale elli per aventura pi¨ si fida. Similgliantemente Ŕ di colui che vuole contare una vecchia ystoria, elgli Ŕ buono lasciare lo suo diricto corso, et variare lo suo diricto ordine, in tal maniera, ch'ella paia novella./ Interesting in terms of development of the novel./ Et questo medesmo vale molto in sermona et in tutte cose che l'uomo dee guardare a la fine ci˛ che pi¨ piacia et pi¨ ismuova i cuori de li uditori. Et questo ordine artificiale Ŕ divisato in .viij. maniere. La prima si Ŕ a dire a lo cominciamento quello che fue a la fine./Chaucer's opening to Troilus and Criseyde./ La seconda si Ŕ, a cominciare acci˛ che fue nel meššo. La terša si Ŕ fondare lo tuo conto, ad uno proverbio. La quarta si Ŕ, fondare secondo che significa lo meššo del proverbio. La quinta si Ŕ fondare secondo la fine del proverbio. La sexta si Ŕ fondare tuo conto ad uno exemplo, secondo che significa lo cominciamento de lo exemplo. La septima si Ŕ cominciare secondo la significanša, del meššo de lo exemplo. La octava si Ŕ fondare tuo conto in su la significanša de la fine de lo exemplo. Verbi gratia: A la fine de la cosa comincia quelli, che dice avegna che'l sole quando si coricha non lassi iscura nocte. La mattina ritorna chiaro et lucente. Et quelli che dice: Abraam quando elli volea uccidere lo figlio[27v]per rendere sacrificio a dio, l'angelo li rechoe un moutone, a fare lo sacrificio. E'l simile fece virgilio, quando elli conto la storia di Troia ch'elli cominci˛ lo suo libro ad eneas, quando elli fuggitte de la distructione di Troia. Nel meššo de la cosa comincia quelli che dice: Abraam lasci˛ lo suo servo col somiere a piŔ del monte, perchŔ elli non volea chŔ sapesse sua voluntade./ Erich Auerbach, "Odysseus' Scar," Mimesis./ A la similitudine del cominciamento del proverbio, comincia quelli che dice: Molte serve grande merito chi ae buona fede serve volentieri et avaccio. Sý come fece abraam che quando dio li comandoe ad uccidere lo filgliuolo, inmantenente and˛ per compiere lo suo comandamento. A la significanša del meššo del proverbio, comincia quelli che dice: Servo non dee sapere li secreti di suo segnore. Et perci˛ lasci˛ abraam lo suo servo, quando elli montoe al suo sacrificio./ Dante, Convivio II.1, gives a similar example./ Secondo la fine del proverbio comincia quelli che dice: Non Ŕ degna cosa che intera fede perde suo merito. Et perci˛ guarentio nostro signore lo suo filgliuolo ad abraam, che giÓ era messo in su l'altare del sacrificio. Secondo che significa lo cominciamento d'uno exemplo, comincia quelli che dice: buono arbore fa buon fructo. Et perci˛ volse dio, che lo figliuolo d'abraam fosse messo sopra lo suo altare, et che elli non vi morisse. A la significanša del meššo de lo exemplo comincia quelli che dice: L'uom dee traggare del formento ogne malvagia semente, acci˛ che'l pane non sia amaro. Et perci˛ lasci˛ Abraam lo suo servo, perchŔ elli non l'impacciasse lo suo sacrificio. A la significanša de la fine de lo exemplo, comincia quelli che dice: Sý come lo sole non perde sua chiarešša, per la nocte. Et cosý lo filgliuolo d'abraam non perde˛ la vita alla sacrificio, del suo padre anši torn˛ bello et chiaro sý come e'l sole quando si leva. Ora avete udito diligentamente come lo parladore pu˛ dicer suo conto secondo ordine naturale, et come elli lo puo dicere in .viij. maniere, secondo l'or[28]dine artificiale. Et sappiate che' proverbi et li exempli che sieno acordanti a la matera sono molto buoni; ma non siano tro/Contamination with French, "trop."/ spessi chŔ allora sarebbono elli gravosi et suspecti.

Di quattro cose che il parladore dee considerare in sua materia anši che dica, o scriva suo dicto. [13]

A Presso conviene che tu guardi in tua materia .iiij. cose se tu vuoli, esser buono parladore o ben dictare saviamente una lectera. La prima si Ŕ che se tua matera Ŕ lunga et scura, tu l'a dei abreviare, per motti brevi et intendevoli. La seconda si Ŕ che se tua matera Ŕ breve et obscura, tu la dei crescere et aprire bellamente. La terša si Ŕ che se tua materia Ŕ lunga et aperta, tu l'a dŔi abreviare, e'nforšare et coprire di buoni motti. La quarta si Ŕ, che quando tua matera e breve et lieve tu la dŔi alungare et ornare avenevolemente. Et in questa maniera dŔi tu pensare in te medesimo, et conoscere se la materia Ŕ lunga o breve o lieve o scura ad intendere, sý che tu possi ordinare ciascuna secondo suo ordine. ChŔ matera si Ŕ come la cera che si lascia menare, et crescere et manchare a la volontÓ del mastro.

Come l'uomo pu˛ crescere suo conto in .viij. maniere. [14]

S E tua materia Ŕ da crescere, tu la puoi crescere in .viij. maniere che si chiamano colori di rethorica. Onde la prima si chiama ornamento, che tutto ci˛ che l'uomo pu˛ dicere in tre motti, o in .iiij. o in poche parole, elli la cresce per altre pi¨ lunghe parole, et pi¨ avenevoli che dicano quello medesimo. Verbi grašia: Ihu xpo nacque de la vergine. Ma lo parladore che ci˛ vuole, adornare, dicera cosý: Lo benedetto filgliuolo di dio prese carne ne la gloriosa vergine maria;/ See Twice-Told Tales, Appendix II.7, Lauda./ che tanto vale a dire, como questo poco dinanši. O se io dicesse: Julio cesaro fu imperadore di tutto lo mondo. E'l parladore che suo decto vorrÓ acrescere, dirÓ cosý: Lo senno et lo valore del buono Julio cesaro sottomise tutto lo mondo in sua subiectione, et fu imperadore et signore de la terra. La seconda[28v] si chiamata ritorno, che lÓ dove tua matera Ŕ breve, tu cambierai li proprii mocti e muterai li nomi de le cose et de le persone in molte parole intorno al facto, et farai punto al tuo decto, et riposerai lo tuo spirito, tanto quanto tu alungi tuo conto, et di tempo et di parole. Et questo ritorno pu˛ essere in due maniere. O ch'elli dica la veritÓ chiaramente. Verbi gratia: Tu vuoli dire. E si fa giorno, die. E la comincia lo sole a spandere li rašši per la terra. O ch'elli lassi la veritÓ per suo ritorno, chŔ tanto vale secondo che l'apostolo disse, Elli anno rimutato l'uso di natura, in tale uso ch'Ŕ contra natura; perci˛ ritorno ischifa l'apostolo, uso la vita molto a ch'elli volea dire; et disse quello che tanto vale. Lo teršo colore per accrescere tuo decto, si chiama comparašione, et questo Ŕ lo pi¨ bello accrescere et lo pi¨ avenevole che parladore faccia, ma Ŕ la divisa in due maniere, cioŔ coverta e discoverta. Quella ch'Ŕ discoverta si fa conoscere per tre motti, che significano comparašione. CioŔ pi¨, meno, et tanto. Verbi gratia: Per questo motto pi¨ dicionno: questi Ŕ pi¨ forte che lione. Per questo motto meno dice homo cosý: questi Ŕ meno coruccevole, che colombo, per questo motto tanto dice huomo cosý: Questi Ŕ tanto codardo quanto li cuore. La seconda maniera che converta non si fa conoscere ae questi segni; ella non viene in sua figura, anši monstra un'altra significanša di fuori, et Ŕ quasi giunta co la veritÓ dentro, come s'ella fosse de la matera medesma. Verbi gratia: D'uno huomo pigro io dicero. Questi Ŕ una tartucha, et d'uno isnello, io dicero: questi Ŕ un vento. Et sappiate che questa maniera di parlare, Ŕ molto buona e molto cortese, et di buona sentenšia, et molta la puo l'uomo trovare ne li detti de li savi huomini. Lo quarto colore si chiama lamento, perci˛ che l'uomo parla sý come gridando o piangendo, di coruccio o per disdegno, o per altre cose similglianti. Verbi gratia: Hai natura, natura! PerchŔ facesti tue lo reo giovano sý ripieno[29]di tutti buoni aibi, quando tu lo dovei sý tosto lasciare? Hai mala morte! or fossi tu morta, quando tu n'ai portata la fiore del mondo! Lo quinto colore si Ŕ factura, perci˛ che l'uomo fae una cosa che n'a podere et non n'a cura di parlare, sý come s'ella parlasse. Sý come noi potemo vedere de le genti che ci˛ dicono o di bestie o d'altre cose in significanša ch'ella avesse parlato o detta alcuna cosa; et questo s'intendevole, che'l mastro non si intramette dimonstrare alcuno exemplo di ci˛. Lo sexto colore si chiama trapasso, perci˛ che quando lo parladore ae cominciato lo suo conto, elli se ne parte un poco, et trapassa ad un'altra cosa che Ŕ similgliante a sua matera, et allora Ŕ elli buono et profictabile; ma se quello trapasso non Ŕ ben de tutto accordante a sua matera, certo ella serÓ malvagia et dispiacevole. Et perci˛ fece bene Julio cesaro, quando elli volse difendere quelli de la congiura, elli fe suo trapasso al perdono, che li loro anši andati avevano facto, a quelli de herode et di cartagine; altresý fe elli, quando elli li volse giudicare a morte elli contoe Mallium torquatum, come elli giudic˛ a morte lo suo filgliuolo; altressý trapassa l'uomo sovente a la fine, o al meššo di sua matera, per rinovare ci˛ che parea vecchio, o per altra buona ragione. Lo settimo colore si chiama dimonstranša, perci˛ che lo parladore dimonstra et dice le proprietadi e le intransegne d'una cosa o d'uno huomo per cagione di provare alcuna cosa; che si pregua a sua materia, sý come la scrittura dice: Elli avea ne la terra di Hus uno huomo chi avea nome Job, simplice diricto iusto, et temea dio. Altresý fece Tristano quando elli divisoe la beltÓ di madonna ysotta: suoi capelli, disse elli, risplendono pur che fila d'oro. La sua fronte sormonta li fiori da liso. Sue nere cilglia sono piegate come piccioli archetti, et una picciola via le parte per meššo. Lo suo naso e sý per misura, che non ae nŔ pi¨, nŔ meno. Suoi occhi sormontano tutti ismeraldi lucenti nel suo viso come due stelle. Sua faccia seguita la beltÓ de la mattina.[29v]Perch'ella ae di vermilglio et di biancho insieme, che l'uno colore nel altro non risplende malamente. La boccha picciola et le labbra spesse et ardenti, di bel colore, et li denti pi¨ bianchi che avolio, et sono stabiliti per ordine e per misura. Et panthera nŔ pescio non si pu˛ comperare lo trasdolše fiato de la sua boccha. Lo mento Ŕ assai pi¨ pulito che marmo. Lacte dona una colore al suo collo; et cristallo risplende a la sua gola. De le sue spalle escono due braccia isducte et lunghe et bianche mani, et le dita grandi et ritonde, ne le quali risplende la beltÓ de le unghie. Lo suo bel pecto Ŕ ornato di due pome di paradiso, et sono come una massa di neve; et Ŕ si isnella ne la cinctura, che huomo la potrebbe aiungere co le mani. Ma io mi tacer˛ dell'altre parti dentro, de le quali lo cuore parla, meglio che la lingua. L'octavo colore si chiama adoppiamento, perci˛ che'l parladore adoppia suo conto, e lo dice due volte insieme; et questo Ŕ in due maniere. L'una si Ŕ, che dice sua matera, et inmantenente ridice per lo contrario del suo detto. Verbi gratia: Io voglio dire d'uno huomo, ch'ello Ŕ giovane. Et io addoppier˛ mio detto in questa maniera: questo huomo Ŕ giovane et non vecchio, o cosa Ŕ dolce et non amara. L'altra maniera dice sua materia, et inmantenente ridice altre parole, che cessano lo contrario, di ci˛ ch'elli avea detto in questa maniera. Vero Ŕ che questi Ŕ giovano, ma elli non Ŕ folle; et giÓ sia elli nobile, non Ŕ orgoglioso. Elgli Ŕ largo et non guastatore. Ora avete udito come l'uomo puote accrescere sua materia, et alungare suo detto, che di pocha semenša cresce molta biada, et picciola fontana comincia grande fiume./Typical image for Brunetto, for which see his notarial emblem, and Tesoretto, lines *./ Et perci˛ Ŕ ragione, che'l mastro dimostri come l'uomo puote abreviare suo conto, quando elli Ŕ troppo lungo; et ci˛ monstrerÓ elli qui davante, lÓ ove elli dirÓ del dire. Ma qui tace lo mastro de lo insegnamento del grande parlare, per divisare quello del picciolo parlare, ci˛ Ŕ a dicere d'uno conto o d'una pistola, che tu vuoli fare sopra[30]alcuna matera che viene; che'l mastro chiama parlatura, lo generale nome di tutti li detti. Ma tutti li conti son messi in uno solo detto, o in una sola lettera, o altre cose che l'uomo conti su sua matera.

Qui divisa le branche del conto et come lo parladore dee stabilire suo dicto per ordine. [15]

L E parti del conto, secondo che Tulio ne insegna, sono .vj: Lo prolago. Lo facto. Lo divisamento. Lo confermamento. Lo disfermamento. Et la conclusione. Ma li dictatori che dictano lectere, o pistole per maestria di rethoricha, dicono, che in una lectera non ae se non .v. parti: cioŔ Salute. Prolago. Lo facto. La dimanda. Et la conclusione. Et se alcuno dimanda, perchŔ ae discordia intra Tulio et li dictatori? Io dicero, che la discordia Ŕ per sembianša, et non in su per la veritade; chŔ qui ne ove li dictatori dicono che la saluto Ŕ la prima branche de la lettera o di messaggio, Tulio intese et volse che la salute fosse sotto lo prolago; chŔ tutto ci˛ che l'uomo dice dinanši lo facto, Ŕ sý come per apparecchiare sua materia, si Ŕ chiamato prolago. Ma li dictatori dicono, che la salute/ "porta del conto," variant in edition./ Ŕ l'uscio et la intrata del conto, et occhi et lumiere di lui. Et perci˛ li danno elli l'onore de la prima parte di pistole o d'ambasciata./Here Brunetto is translating material close to his own political activites./ Perci˛ che mandare lettere o messaggi tutto va per una via. Et d'altra parte, quella parti che Tulio chiama et divisa neiente, li dictatori la comprendono sotto lo facto. Et quella che Tulio chiama confermamento et disfermamento, lo dictatore la comprende sotto sua dimanda. Et per melglio intendere li nomi dell'uno et dell'altro, et per conoscere la intenšione di Tulio et de li altri dictatori, vuole lo mastro ischiarare inmantenente la significanša di ciascuna parte del suo nome.

De le .vj. branche del conto di boccha. [16]

P Rolago si Ŕ lo cominciamento et la prima parte del conto, che dirišša et apparecchia la via e'l cuore di coloro a cui tu parli ad intendere ci˛ che tu dirai. Lo facto si Ŕ a contare le cose che fuorono o che non fuorono, si come se elle fussero[30v]. Et questo Ŕ quando l'uomo dice quello su'l quale elli ferma suo conto. Divisamento si Ŕ quando l'uomo conta lo facto, et inmantenente comincia a divisare le parti, et dice questo fue in tal maniera et questo in tale; et accresce quelle parti, che pi¨ sono profitabile allui, et pi¨ contrarie a suo adversario, et le ficcha lo pi¨ ch'elli puote nel cuore di colui a cui elli parla; et allora sembra che sia contra lo facto; et questa Ŕ la cagione perchŔ li dictatori contano lo divisamento sotto'l facto. Confermamento si Ŕ lÓ dove il parlatore monstra le sue ragioni, et assegna tutti li argomenti ch'elli pu˛ aprovare sua intenšione et acrescere fede et credenša a suo detto. Disfermamento si Ŕ quando il parladore monstra le sue buone ragioni, et li suoi forti argomenti chi afieviliscano et distruggano lo confermamento di suo adversario. Conclusione si Ŕ la diretana parte et la fine del conto. Queste sono le .vj. parti del conto, secondo la scientia di Tulio. Or fa elli buon contare le parti che dittatori dicono; et dirÓ prima di salute.

Qui divisa le .v. parti di lettere. [17]

S Alute si Ŕ cominciamento di lectere che noma quelli che manda et quelli che riceve le lettere, et la dignitade di ciascuno, et la voluntade del cuore, che quelli che manda, ae contra colui che riceve. CioŔ a dire, che s'elli Ŕ suo amicho, sý li manda salute, o altre dolce parole; che tanto valgliono alchun'altra et pi¨. Et s'elli Ŕ nemico elli si tacerÓ et li mandera alchuna parola, coverta o discoverta di male. Et s'elli Ŕ maggiore sý li manda parole di riverenšia. Et cosý dee l'uomo fare a li pari et a li minori, come si conviene a ciascuno in tal maniera, che non abbia višio di pi¨ nŔ di faltÓ di meno. Et sappiate che'l nome di colui ch'Ŕ maggiore et di pi¨ alta dignitade dee tuttora esser dinanši, se non Ŕ per cortesia o per humilitade, o per altre cose similglianti. Del prolago et del facto et de la forša a detto lo mastro qui davanti la significanša. Et perci˛ non ne dirÓ ora pi¨ ch'elli n'a detto; perci˛ che li dictatori se n'acordano bene a la sentenšia[31]di Tullio./A folio is missing from the manuscript, this section being supplied from the printed edition, "di Tullio" from the catchword at the bottom of folio 30./ [Ma della dimanda dice il maestro che l'Ŕ quella parte nella quale quella lettera e'l messaggio dimanda ci˛ che vuole, pregando, o comandando, o minacciando, o consigliando, o in altra maniera di cose, in ch'egli spera d'acquistare il cuore di colui a cui egli manda. E quando il dettatore ha finita sua dimanda, o mostra suo confermamento, o suo disfermamento, egli fa la conclusione, cioŔ la fine del suo detto, nel quale egli conclude la forme del suo detto com'egli Ŕ, e che ne pu˛ addivenire.

Dello insegnamento del prologo, secondo la diversitÓ delle maniere. [18]

E per˛ che'l prologo Ŕ signore e principe del conto, secondo che Tullio disse nel suo libro, convenevol cosa Ŕ, che sopra ci˛ dia lo maestro la sua dottrina. Di che Tullio disse, che prologo Ŕ un detto che acquista avventemente il cuore di colui, a cui tu parli, ad udire ci˛ che tu dirari. E questo pu˛ essere in due maniere, o per acquistare sua benevolenza, o per darli volontÓ d'udire tuo detto. E per˛ io dico, che quando tu voli ben far tuo prologo, il ti convien innanzi considerare tua materia, e concoscere la natura del fatto, e la tua maniera. Fa dunque come colui che vole misurare, che non corre avaccio dell'opera, anzi la misura nella lingua del suo cuore, e comprende nella sua memoria tutto l'ordine della figura. E tu guarda che tua lingua non sia corrente a parlare, nŔ la mano a scrivere, nŔ non cominci nŔ l'una, nŔ l'altra a corso di fortuna; ma il tuo senno tegna in mano l'ufficio di ciascuna: in tal maniera, che la materia sia lungamente nella bilancia del tuo cuore, e dentro lui prenda l'ordine di sua via e di suo fine. Per˛ che i bisogni del secolo sono diversi. E per˛ conviene parlare diversamente in caiscuno, secondo lor maniere. Tullio dice, che tutti detti sono in cinque maniere, o egli Ŕ onesto, o contrario, o vile, o dottoso, o oscuro. E per˛ pensa, che tu dÚi altrimenti cominciare e seguire tuo conto nell'una che nell'altra, e altrimenti acquistare sua benevolenza e la volontÓ su l'una materia che su l'altra. E sappiate che onestade Ŕ quello che incontanente piace a quelli che l'intendono, senza prologo, e senza alcuno ordinamento di parlare. Contrario Ŕ quello che immantinente dispiace per sua malizia. Vile Ŕ quello che dee intendere e non intendere guari per la viltÓ. E per la picciolanza delle cose dottose, in due maniere, o perchŔ l'uomo si dotta di sua sentenza, o perchŔ gli Ŕ da una parte onesta, e dall'altra disonesta; in tal maniera che la ingeneri benevolenza e odio, e non pu˛ intendere, o perchŔ non Ŕ bene savio, o ch'egli Ŕ travagliato, o perchŔ tuo detto sia sý oscuro, o coperto, o avviluppato, che egli non pu˛ bene conoscere.

Di due maniere di prologhi, coverti e discoverti. [19]

Per la diversitÓ dei detti e delle cose sono li prologhi diversi. E sopra ci˛ dice Tullio, che tutti i prologhi sono in due maniere, l'uno si chiama cominciamento, a l'altro copertura. Cominciamento Ŕ quello che in poche parole acquista la benevolenza e la volontÓ di coloro che l'odono. Covertura Ŕ, quando il parlatore mette molte parole intorno al fatto, e fa vista di non volere quel che vole, per acquistare covertamente la benevolenza di coloro a cui parla. E per˛ si convien sapare qual delle due parole, o prologhi dee essere sopra ciascuna materia di nostro conto.

Quale prologo conviene sopra nostra materia.[20]

La nostra materia Ŕ d'onesta cosa, sý che non vuole covertura nulla; ma incontanente cominciare nostro conto, e divisare nostro affare; che la onestÓ della cosa abbia giÓ acquistata la volontÓ degli auditori, in tal maniera che per coverta non abbino a travagliare. E non per tanto alcuna fiata Ŕ buono un bello prologo, non per acquistare grazia, ma per accrescerla. E se noi volemo]/ Manuscript recommences./ [31]lasciare lo prolago, elli Ŕ buono cominciare ad un buon detto, o ad uno sicuro argomento.

Qual prolago conviene sopra contraria matera.[2l]

E T quando la materia Ŕ contraria o crudele o contro diricto. O che tu vuoli dimandare una grande cosa. O cara, o straina; allora dÚi tu pensa se l'auditore Ŕ commosso contra te, et s'elli ae posto nel suo cuore di non far niente di tua richiesta che se ci˛ fosse, e ti converebbe fuggire a la covertura, et colorar parole nel tuo prolago, per abassare suo coruccio, et adolcire suo durešša; in tal maniera che suo cuore sia apagato, e tu n'aquisti sua benvoglienša. Ma quando suo cuore non Ŕ guaire turbato contra te, allora ne potrai tu passare leggeramente per un poco di bello cominciamento.

Qual prolago dee essere sopra vile materia.

E T quando la materia Ŕ vile e picciola, et che l'auditore non intende a ci˛ se poco no, allora conviene che tuo prolago sia ordinato di tali parole che li donino talento d'udire et che innalšino tua materia, et che lo levino di sua intenšione.

Qual prolago conviene sopra doctosa materia la qual'Ŕ de le .ij. a la sentenšia.

E T quando la matera Ŕ doctosa, perchŔ tu dimandi due cose, et l'uomo docta de la sentenšia dee esser fermata allora dÚi tu cominciare tuo prolago a la sentenšia medesma de la cosa che tu vuoli, o a la ragione in che tu pi¨ ti fidi. Et s'ella Ŕ doctosa, perchŔ la cosa Ŕ d'una parte disonesta, allora dÚi tu ornare tuo prolago per acquistare l'amore et la benvoglienša de li auditori in tal maniera che sembri loro che tutta la cosa sia tornata ad honestade.

Qual prolago conviene sopra oscura materia.

E T quando la matera Ŕ obscura ad intendere allora dÚi tu cominciare tuo conto per tali parole che donino agli auditori talento di sapere ci˛ che tu vuoli dire; et poi divisare tuo conto, secondo che tu penserai che sia meglio.

Qui divisa tre cose che son si bisognevole a ciaschun prolago che non pu˛ esser buono senša l'una o senša l'altra. [22]

P Er questo insegnamento potemo noi sapere, che in tutte maniere[31v]di prolaghi, sopra qualunque matera ch'elli sia ne convien fare l'una di queste tre cose. O aquistare la benvolglienša di colui a cui noi parliamo in donarli talento d'udire nostro detto o di saperlo. ChŔ quando nostra matera Ŕ d'onesta cosa, o meravilgliosa o doctosa, nostro prologo dee essere per acquistare la benvolglienša. Et quando nostra matera Ŕ vile, allora dee essere per donarli talento d'udire. Et quando la matera Ŕ obscura, allora dee essere per donarli talento di sapere, ci˛ che noi diceremo. E perci˛ Ŕ ragione che'l mastro ne dicha come ci˛ pu˛ essere facto, et in che maniera.

Lo insegnamento d'aquistare la benvoglienša da quelli che odono. [23]

B Envolglienša s'acquista da .iiij. parti: cioŔ per nostro corpo. O di nostro adversario. O da li auditori. O da la matera medesma. Dal corpo nostro s'acquista quando noi ricordiamo nostre opere, et nostre dignitÓ cortesemente sanša nullo orgoglio et sanša nullo oltraggio, che sia. Et quando huomo mette sopra noi alcuno biasmo, o colpa o altro misfacto, se noi diciamo che noi no'l facemmo et che ci˛ non fu da parte nostra. Et se noi monstriamo lo male et le dolore et le misaventure che sono state et che possono adivenire a noi et a li nostri. Et se nostra preghiera Ŕ dolše et di buona aere, o di pietÓ o di misericordia. Et se noi ne preferiamo di buona aeremente a li auditori. Per queste et per altre semblabili proprietÓ, di noi et de'nostri s'acquista benvoglienša, secondo quello che a rethorica apertiene. Et sappiate che ciascuno huomo et ciascuna cosa ae sua proprietÓ per la quale l'uomo pu˛te acquistare benvolglienša et malavolglienša; et di ci˛ dicerÓ lo mastro qua denanši lÓ dove elli ne serÓ luogo et tempo. Per lo corpo di tuo adversario acquisterai tu benvoglienca, se tu conti le propriatÓ di lui, che'l mettano in ira o invidia, o in dispecto de li auditori. ChŔ senša fallo tuo adversario Ŕ in odio se tu dici che ci˛ ch'ed elli ae facto Ŕ contra diricto, et contra natura. O per suo grande orgolglio. O per sua fiera crudeltÓ, o per troppo grande[32]malitia. Altresý cad'elli in invidia se tu ricordi la forša et l'ardimento di tuo adversario, et suo podere et sua signoria, et sue ricchešše, et suoi homini, et suoi parenti et suo lignaggio, et suoi amici e suo thesauro/ One is aware of Brunetto's obsession with this word./ e suoi dinari et sua fiera maniera, che non Ŕ sostenevole et ch'elli usa suo senno et suo podere in mališia, et ch'elli si fida pi¨ di quello ch'Ŕ di suo diricto. Altresý viene elli in dispecto se tu monstri che tuo adversario sia višioso senša senno et senša arte, et huomo pigro et lento et ch'elli non si studia se non ne le cose frodulenti, e ch'elli mette tutto suo cuore in leccierie et in luxuria et in giuocho e in taverne. Per lo corpo delgli auditori s'aquista benvoglienša, se tu dici li buoni costumi et le proprietÓ di loro bointÓ et lodi loro e le loro opere, et dici ch'elli sono tutto tempo costumati di fare tutte cose saviamente et arditamente, secondo dio et secondo iustišia, et che tu ti fidi di loro, et ch'Ŕ tutto lo mondo n'ae buona credenša, et quello che elli faranno ora di questa bisogna serÓ sempre in memoria et in assempro de li altri. Per la matera acquisti tu benvolglienša, se tu dici le propriatÓ et le apertegnenše de la cosa di che tu parli, che inforšano et alšano tua parte, et che confondano la parte di tuo adversario, et che la mectano in dispecto. Ma qui si tace lo conto a parlare de la benvolglienša, per monstrare come l'uomo dona talento a li auditori d'udire suo detto.

Lo insegnamento per dare a li auditori talento d'udire nostro detto. [24]

Q Uando tu parli davante ad alcuna gente o davante huomo o davante femina o tu li mandi lettera, se tu li vuoli donare talento ch'elli intenda tuo detto. Perci˛ che tua materia Ŕ picciola o dispiacevole, tu d eai dire al cominciamento del tuo prologo che tu dicerai grandi novelle o grandi cose o che non semblino credevoli, o che tocchino a'tuoi huomini, o a quelli che sono davanti te, o davante huomo di grande nome, o di divine cose, o del comuno pr˛. O se tu prometti che tu dirai brevemente in poche parole. O se tu tocchi nel cominciamento che tu dirai un pocho[32v]de la ragione ne la quale tu pi¨ ti fidi et ti confidi.

Lo insegnamento per dare a li auditori talento di sapere quello che tu vuoli dire. [24]

E T quando tu vuoli che l'auditore abbia talento di saper ci˛ che tu vuoli dire perci˛ che la matera Ŕ obscura o per una cagione o per altra; allora d eai tu cominciare tuo conto a la somma di tua intentione brevemente, cioŔ a dire quello punto nel quale Ŕ la grande forša di tutta la bisogna. Et sappiate che ogni huomo ch'ae talento di sapere sý ae talento d'udire. Ma tutti quelli che anno talento d'udire non anno talento di sapere; et questa Ŕ la differenšia intra l'uno talento et l'altro.

De prolaghi che son per covertura.[25]

I Nfino a qui ae divisato lo mastro come huomo dee cominciare senša prologo, o per tal prolago che non abbia covertura nulla. Or vuole elli divisare come huomo dee fare suo prolago per maestria et per covertura. Et a la veritÓ dire quando la matera del parladore Ŕ honesta o vile, o doctosa o scura, elli ne pu˛ passare leggieramente, oltra et cominciare suo conto, per pocha di covertura o senša covertura, secondo che lo insegnamento diviso qui di sopra; ma quando la matera Ŕ contraria et laida, et che'l cuore del'auditore Ŕ commosso contra lui allora li conviene tornare a la maestrale covertura. Et ci˛ pu˛ essere per cagioni; o perchŔ sua matera Ŕ ci˛ di ch'elli vuole parlare non si fa a colui anši li dispiace. O perci˛ chŔ tuo adversario o un'altro qual che sia elli li fa intendere altra cosa, sý ch'elli lo creda del tutto o de la maggior parte. O perche l'auditore Ŕ in bisogno o travalgliato, di molti altri ch'anno parlato dinanši.

Come huomo dee cominciare suo prolago quando sua materia dispiace a li auditori.[26]

E T se tua matera dispiace, e ti conviene coprire tuo prolago, in tal maniera che s'elgli Ŕ corpo d'uomo o altra cosa che li dispiaccia, o ch'elli non ami tu te ne tacerai et nomerai[33]uno huomo o altra cosa, che sia agradevile o amabile allui; sý come fe Catellina quando elli nom˛ li anšiandati, et loro buone opere, davanti lo senatore quando elli si volea coprire, de la congiura di Roma. Et quando elli dicea loro che ci˛ non era per male ma per aiutare li fievoli et li meno possenti; sý come elli avea in costume tutto giorno, ci˛ dicea elli. Et cosý d eai tu bellamente fendere tua volontÓ. Et in luogo dell'huomo che dispiace, mentonare un altro huomo o altra cosa che sia amata. Et in luogo de la cosa che laida nomerai un buono huomo, o una buona cosa piacevile in tale maniera, che tu ritragghi suo coraggio, di ci˛ che non li piace, acci˛ che gli debbia piacere. Et quando ci˛ sera facto, tu d eai monstrare che tu non vogli o che tu non difendi ci˛ che tu vuoli difendere, secondo ci˛ che Julio cesaro fe quando elli volse difendere quelli de la congiura, allora cominci˛ elli ad indolcire li cuori de li auditori. E tu dŔi inmantenente a poco a pocho acconciare tua intentione, et monstrare che tutto ci˛ che piace a li auditori piace a te, et ci˛ che alloro dispiace non ti sia agrado. Et quando tu avrai apagato coloro a cui tu parli, tu dicerai che di quella bisogna a te non apertiene niente, cioŔ a dire che tu non li facesti lo male che un altro li fe. Sý come disse la prima amica di Paris, ne le lettere ch'ella li mand˛, poi ch'ella lo perdette perdette per l'amorte/Error for "l'amore."/ de helena. Io non ti domando, diss'ella, tuo argento nŔ tue gioie, per ornare mio corpo. Et questo val tanto come se ella dicesse tutto ci˛ che ti chiese helena. Apresso ci˛ d eai tu negare che tu non dici di lui medesmo, che tu ne dici secondo ci˛ che Tullio disse contro Vero: Io non dicero che tu rapissi lo castello di tuo compagno, nŔ che tu rubassi magioni nŔ ville. Et questo vale tanto a dire come s'elli dicesse tutto questo ai tu facto./Rhetoric's occupatio./ Ma tu ti dŔi molto guardare che tu non dichi nŔll'uno, nŔ l'altro in tal maniera, che sia discovertamente contra la voluntÓ delgli auditori. O contra quelli[33v] ch'elli amano, anši sia si covertamente ch'elli medesmi non se ne acorgano, et che tu dilunghi i lor cuori da ci˛ ch'elli aveanno proposto, et li conmovi ad tuo desiderio. Et quando la cosa sia a ci˛ venuta, tu d eai ricordare uno exemplo semblabile o proverbio o sentenšia o auctoritÓ di savi huomini, et monstrare che tua bisogna sia semblabile a coloro; secondo ci˛ che Cato disse contra quelli de la congiura. Io dico, disse elli, che antichamente Mallius torquatus danno suo filgliuolo perci˛ ch'elli avea combattuto contra lo comandamento de lo imperio; altresý debbono essere dannati quelli de la congiura che voleano roma distruggere, perci˛ che gli anno peggio facto che colui.

Come l'uomo dee cominciare suo prolago, quando li auditori credono suo adversario. [27]

E T quando colui a cui tu parli crede ci˛ che tuo adversario o un altro li avea fatto ad intendere. Allora dÚi tu al cominciamento di tuo conto promettere che tu vuoli dire di quello medesmo in che l'adversario si fida pi¨, medesimamente di ci˛ che li auditori aveano creduto. O tu comincia tuo conto ad una de le ragioni di tuo adversario a quello ch'elli dice ne la fine del suo conto. O tu di'che tu se temoroso come tu d eai cominciare nŔ a che, et fare sembiante sý come d'una meravilglia, perci˛ che quando li auditori veggiono che tu se fermamente aparecchiato di contradire lÓ dove tuo adversario pensava davere turbato. Elli crederanno ch'elli avranno follemente creduto, et che'l diritto sia diverso te.

Come l'uomo dee cominciare suo prologo quando li auditori son travalgliati o in mol bisogno.[28]

E T s'egli auditori sono in bisogno o travalgliati di altri parladori dinanši. Allora d eai tu promettere davante che tu non dirai se pocho no, et che tuo conto serÓ pi¨ breve che tu non avei pensato, et che tu non vuoli seguire la maniera de li altri, che parlano lungamente. Et alcuna fiata d eai tu cominciare ad una novella cosa, o che li faccia ridere, sý ch'ella sia apertamente a tuo conto.[33] O ad una fabula. O ad uno exemplo. O ad un'altra parola pensata, o non pensata, che sia di riso, o di sollaccio./ Chaucer */ Ma se la cosa Ŕ per coruccio allora si Ŕ buon cominciare ad una dolorosa novella. O altre orribili parole. ChŔ sý come lo stomaco charicato di vivanda, sý scharica per una cosa amara. O contraria per una dolše. Cosý lo coraggio ch'Ŕ travalgliato di troppo udire si rinovella, o per maravigle, o per riso. Ma qui si tace lo mastro a parlare di prolaghi, che son per covertura o senša covertura, per ch'elli n'a detto partitamente tutta lo insegnamento del'uno et del'altro per sŔ. Or vuole elli monstrare lo comuno insegnamento di ciascuno insieme.

Lo insegnamento di tutti li prolaghi insieme. [29]

I N tutti li prolaghi di qualche materia che elli sieno d eai tu mettere ci˛, dice Tullio, assai di buoni motti et di buone sentenšie; et per tutto dŔi tu esser guernito d'avenantešše, perci˛ che sopra tutte cose ti conviene dire ci˛ che ti metta ne la grašia de li auditori. Ma elli dee avere pocho di doratura et di giuocho o di consonanšia, perci˛ che di tali cose nasce sovente una sospectione, come di cose pensate per grande maestria in tal maniera ch'egli auditori si doctino di te, et non credano le tue parole. Et certo chi bene considera la materia del prolago, elli troverÓ ch'elli non Ŕ per altra cosa che per aparecchiare li corraggi di coloro a cui tu parli, ad udire diligentamente tuo detto et crederlo. Et ch'elli faccia a la fine ci˛ che tu li fai intendere. Et perci˛ io dico ch'elli dee esser guernito di motti credevoli di intentione. Ci˛ Ŕ a dire d'insegnamenti di savi huomini o di proverbi o di buoni exempli, ma non vogliono esser troppi, ch'elli non dee essere dorato di lusinghe nŔ di motti coverti, sý ch'elli non sembli una cosa pensata, s'ello nescamente et per malitia et non dei di troppo di parole di giuocho, nŔ di vanitÓ, ma ferme, et di buon sapore. Et guarda che elli non n'abbia consonanšia. CioŔ a dire piusor motti insieme l'uno apresso l'altro, che tutti comincino et finiscano in una medesima/ Written "mededesima."/[34v]lettera o in una sillaba, perci˛ che questa Ŕ laida maniera di contare.

Di .vij. vitii del prologo e primiermente del generale. [30]

A Ppresso le virt¨ del prolago Ŕ ragionevile cosa di tractare de li suoi višii che son .vij. secondo che disse Tulio, cioŔ Generale. Comune. Mutabile. Lungo. Istrano. Diverso. Et senša insegnamento. Generale Ŕ quello che l'uomo puote mettere in molte conti avenevolemente. Comuno Ŕ quello, che tuo adversario puote altresý ben mettere come tu. Mutabile Ŕ quello che per pocha di rimutanša sera buona a tuo a tuo adversario. Lungo Ŕ quello lÓ dove ae troppo di parole e di sentenšie, oltra quello ch'Ŕ convenevile. Istrano Ŕ quello che in nulla maniera del mondo non apertiene a tua matera. Diverso Ŕ quello che fa altra cosa che tua matera richiere, cioŔ che lÓ dove tu dŔi acquistare la benvolglienša tu no'l fai, anši doni talento d'udire o di sapere. Discoverto sanša insegnamento Ŕ quello che non fa niente di ci˛ che'l mastro insegna, nŔ non acquista benvoglienša nŔ donÓ talento d'udire nŔ di sapere, anši acquisto tutto lo contrario, che vale peggio. Da tutti questi .vij. ne conviene guardare fieramente et seguire lo insegnamento, in tal maniera che nulla salute nŔ nulla parte di prolago, sia da biasmare, ma sia agradevile, et di buona maniera.

Qui mette exemplo per melglio dimonstrare ci˛ che dinanši. [31]

O R avete udito lo insegnamento che apertiene al prolago, et come lo parladore dee cominciare suo conto, secondo la diversitade de le materie, che avegnono ne'bisogni del seculo. Ma per ci˛ che'l mastro vuole pi¨ apertamente monstrare ci˛ ch'elli dice dirÓ elli .i. vecchio exemplo di grande auctoritÓ, lo qual fu detto per plusor savi. Vero fue che allora che catellina fe la congiura arroma grande, secondo ci˛ che le ystorie divisano, Marcus tullius cicero colui medesmo che insegno la scienšia di rethorica,/ Here Brunetto stresses Cicero as teacher of rhetoric as well as consul./ era a quel tempo consulo di roma, che per suo grande senno trov˛ la congiuratione, et prese piusor di quelli de la con[35]giura propriamente de pi¨ possenti huomini di roma. Et quando elli gli ebbe messi in carcere, et la congiurašione fu discoverta et saputa certamente, Marcus tullius cicero fe adunare li sanatori e'l consiglio di roma per iudicare che l'uomo farebbe de'pregioni. Salustes disse che decius sillanus uno nobile sanatore ch'era electo ad essere consulo l'anno appresso, disse prima sua sentenšia, che li pregioni dovevano essere giudicati a morte, et li altri che huomo prendera altresý. Et quand'elli ebbe finito suo conto, et che tutti li altri quasi s'accordavano a sua sentenšia, Julio cesaro che volea li pregioni difendere, per covertura magistralmente parl˛ in questa maniera.

Questo Ŕ di Julio Cesaro.[32]

S ignor padri. Scritto Ŕ tutti quelli che volgliono diricto consiglio donare de le cose doctose non debbono guardare ne ad ira nŔ ad odio, nŔ ad amore nŔ a pietÓ, perci˛ chŔ queste quattro cose possono far l'uomo partire da la via de la dirittura, et divisare da diritto iudicio. Senno non vale nulla lÓ dove huomo vuole del tutto seguitare sua voluntade. Io potrei nomare assai principi che diricta via lassano senša ragione, perci˛ che ira li avea sorpresi o pietÓ senša ragione. Ma io voglio melglio parlare, di ci˛ che li savi huomini anšiani di questa cittade, anno facto alcuna volta, quando elli lassavano la volontÓ di lor cuori, et tenevano quello che buono ordine insegna, et che tornava al communo proficto. La cittade de rodes sý tenne contra noi in battalglia, che noi avavamo contrapreso lo Re di macedonia; et quando la battalglia fu finita, lo sanato e lo consiglio iudicorono che quelli derodes non fossero distrutti, perci˛ che nullo non dicesse che cupidigia di loro richešše li facesse distruggere pi¨ che la cagion di loro torto. Quelli di cartagine ci messenno nel tempo de la guerra da noi a quelli d'africa, et ruppeno triegua et pace; et per tutto ci˛ li nostri maestri non guardonno a quello ch'elli poteano fare di loro, ch'elli li poeteano ben [35v]distruggere, anši lo ritennono dolce et di buonairemente. Et perci˛ quel medesimo, signor padri, dovemo noi provedere, che la fellonia et lo misfacto di quelli che son presi, non sormonti nostra dignitÓ, et nostra dolciore; pi¨ dovemo noi guardare nostra buona rinomata, che nostro coruccio. Quelli c'hanno dinanši a me sentenšia donato anno bellamente monstrato ci˛ che pu˛ di male avenire, per loro congiura. CrudeltÓ di battalglia, prendere pulcelle a forša, tollere garšoni di braccio ai padri et a le madri, fare forša et onta a donne, dispolgliare tempi e magioni ardere, impiere la cittÓ di carogne, et di sangue et di pianto. Di questo nonnŔ conviene pi¨ parlare; perci˛ che pi¨ pu˛ muovere lo cuore la crudeltÓ di tal forfacto, che lo ricordo del'opere. Nullo non Ŕ a cui non pesi suo dannagio; et tali ne sono chel portano pi¨ grave che mistieri non Ŕ; ma elli si fa ad uno ci˛ che non si fa ad un altro; chŔ io sono un basso huomo, et io mesfaccio che un grande huomo misfa. O in iustišia o in altra cosa che un basso huomo misfaccia. O lo torna ad ira. Lo forfacto d'un grande huomo, bono gliele torna ad orgoglio. Et perci˛ dovemo noi guardare nostra rinomata. Et s'io dico bene in diricto di me che forfacto di quelli de la congiura sormonta tutte pene. Ma quando l'uomo vuole tormentare alcuno huomo, se'l tormento, tali ci a che ben fanno biasimare lo tormento et del misfacto non fanno alcuna parola. Io credo che Decius sillanus, ci˛ ch'elli ae detto, si ae detto per ben del comune, et che elli non guarda nŔ ad amore nŔ ad odio. Et tutto conosca lo grande temperanša in lui e suo attemperamento et sua sententia non mi pare crudele, chŔ huomo non potrebbe nulla crudelitÓ fare, contra tal gente. Ma tuttavia dico io che sua sentenšia non Ŕ convenevole a nostro comuno. Et tutto sia Sillanus huomo forte et nobile electo a consulo elli gli a iudicato a morte per paura di male, che avenire[36]ne potesse, chi li lassasse vivere, paura non ae qui punto di loro, chŔ Cicero nostro consulo Ŕ sý discreto, et sý guarnito d'arme, et di cavalieri, che noi non dovemo nulla temere. De la pena dir˛ io sý come ella Ŕ. Se huomo li uccide, morte non Ŕ gia tormento anši Ŕ fine et riposo di pianto, et di cattivitade. Morte consuma tutte pene terrene. Dipo la morte non curar gioia. Perci˛ che non disse sillanus se vuole che huomo li battesse o tormentasse avante se alcuna legge difende che l'uomo non frusti huomo iudicato a morte. Alcuna legge ridice che l'uomo non uccida cittadini dannati, anši ne vede huomo tutto giorno scampare. Signor padri, scripto Ŕ, guardate che voi fate, che l'uomo fa sovente tali cose per bene ond'Ŕ male n'aviene poi. Quando li macedoni ebbono presa athene, elli ordinorono .xxx. huomini, ch'erano mastri del comuno./ Florence had similar governmental forms./ Et quelli al cominciamento uccideano li pessimi et li disleali huomini senša iudicamento. Et di ci˛ era tutto lo populo allegro, e dicevano che bene facevano. Appresso crebbe la costume et la scienšia picciola sý che poi uccidevano li buoni et li malvagi, alloro voluntade tanto che li altri n'erano spaventati. Et fue la cittade in tal servaggio che ben s'acorgevano che loro gioie tornavano loro in pianto. Lucius sillanus fu molto lodato di ci˛ che elli guidich˛ et uccise Damasipe. Et altri ch'erano stati contra lo comuno di roma. Ma quella cosa fu cominciamento di gran male, chŔ appresso sý come ciascuno conoscea, la magione, la cittade, li vasalli o la robba d'altrui, elli si pugnava di dannare colui le cui cose elli volea avere; et erano molti huomini dannati a torto, per loro avere. Et cosý fecero niente quelli che fuorono lieti de la morte di damasipe, ne furono poi corrucciosi, che sillanus non finoe in questa maniera d'uccidere, infino a tanto che li suoi chavalieri fuorono tutti ripieni d'avere. Ma non per tanto di tali cose non abbo io doctanša, in questo tempo et propriamente tanto[36v]come Marcus tullius cicero Ŕ consulo. Ma in sý grande cittade ae molti diversi huomini et pieni d'ingegno. O intentione o altro consiglio potrebbe mettere alcuno davante falso per vedere se'l consiglio ucciderebbe loro. Per lo decto del sanato, ch'uomo in colpa a torto, onde male ne potrebbe venire. Quelli che fuoro davante noi ebboro senno et ardimento; nŔ orgoglio loro non tolse ch'elli prendessero buoni exempli di ragioni et istrani quando elli trovavano lunghi in loro nemici alcuna teccia; elli sapeano ben mettere in opera ne li loro alberghi, et melglio amavano seguire lo bene che averne in noia. Elli frustavano li cittadini che avevano misfacto, a la guisa di Grecia quando li mali cominciorono a montare, allora fuorono le leggi date, che li dannati andassero in cattivitÓ. Adunqua prenderemo noi consilglio novello cosý la fenno nostri antecessori. Et maggior virt¨ Ŕ sapientia pi¨ in noi che in loro. Elli erano pochi, et sý conquistorono con pocha ricchešša ci˛ che noi potemo a pena tenere et guardare. Adunqua che faremo noi? lascieremo noi questi pregioni andare per accrescere l'oste di Katellina? Dico di no; anši Ŕ mia sentencia che loro avere sia publicato et riposto per lo comuno. Li loro corpi siano messi in diverse pregioni, fuor di Roma in forti castelli ben guarnite, nŔ nullo parli per loro al senato nŔ al populo. Et chi contra questo fae sia messo in pregione, come uno di quello.

Come Cesare parla secondo questa altro.[33]

P Er questa sentenšia potemo noi vedere che il primo parladore cioŔ Decius sillanus pass˛ brievemente a pocche di parole senša prologo et senša covertura nulla, perci˛ che sua matera era d'onesta cosa, sý come di giudicare a morte li traditori del comune di roma. Ma Julio cesaro che pensava altra cosa se ne tornoe a la covertura et a li motti dorati, perci˛ che sua matera era contraria; ch'elli sapea bene che cuori delgli auditori erano commossi contra sua intentione,[37]et perci˛ li convenia acquistare lor benvoglienša. Et d'altra parte sý era sua matera doctosa et obscura, per plusor sentenšie et coverture chŔ li convenia consilgliare, et sopra ci˛ li convenia donar talento a li auditori, di sapere et d'udire ci˛ ch'elli volea dire. Ma perci˛ che doratura di parole Ŕ sospectiva cosa, non volse elli al cominciamento discoprirsi, de la benvolglienša acquistare, anši tocch˛ la somma di sua intenšione, per donare a li auditori volunta d'udire et d'intendere suo decto lÓ ove elli disse de le quattro cose che buon consigliatore dee guardare. Et non per tanto senša benvolglenša non fu suo prolago, lÓ ove elli chiamo, Signor padri, scritto Ŕ. Et lÓ ove elli inalša sua matera, et la conferma per belle parole. Verbi gratia: Per exempli di vecchie ystorie, ch'elli ricordi. Et cosý in luogo de la cosa che dispiacea nom˛ elli cose che dovessono piacere, per ritraggere li corraggi de li auditori di ci˛ che laido era, acci˛ che fu honesto et ragionevile. Et in questa maniera ne pass˛ a dire lo facto, nel quale elli volea fondare suo conto. CioŔ del consiglio che dovea esser preso sopra lo misfacto di quelli de la congiura: et fece semblanti ch'elli non volea difendere lor male, ma elli volea guardare la dignitÓ et lo honore del sanato. Et allora cominci˛ la terša parte di suo conto, cioŔ divisamento, et divis˛ li detti et le crudeltÓ de li altri sopra facti per parte, et mise quelle parti che pi¨ l'aiutavano contra coloro, che aveano parlato, et acostolle ai cuori delgli uditori tanto quanto elli puotŔ lo pi¨. Et quando elli ebbe cosý contato lo facto elli cominci˛ la quarta parte del conto. CioŔ confermamento lÓ dove elli disse ch'elli doveano guardare loro rinomata et mostrava di lodare la sentenšia de li altri, ma molto la biasmava; et sopra ci˛ conferm˛ suo dicto, per molte ragioni che davano fede a suo consiglio, et la tollevano a la sentenšia de li altri. Et poi ch'elli ebbe confermato suo conto per buoni argomenti, elli se n'and˛ a la quinta parte cioŔ[37v]al disfermamento, per infralire et distruggere lo confermamento de li altri, che aveano detto davanti lui. LÓ dove elli disse, Guardate che voi fate; et inmantenente mentonoe pi¨sor exempli, et autoritadi et sentenšie di savi huomini, ch'erano semblabili a sua matera. Et poi quando viene verso la fine, elli conferma suo detto per li milgliori argomenti, et per le pi¨ forti ragioni che elli unque puote, et viene a la sexta parte, cioŔ la condišione et dice sua sentenšia, et mette fine a suo conto. Et poi che Cesare ebbe cosý parlato l'uno dicea una et l'altro dicea un altra, tanto che Marco Cato si lev˛ et parl˛ in questa maniera.

Questa Ŕ la sentenšia di Cato. [34]

S Ignor padri. Scritto Ŕ, quando io riguardo la congiura et lo pericolo, et penso in me medesmo la sentenšia di ciascuno ch'a parlato, Io penso altra cosa che Cesare non ae detto, nŔ alcuno de li altri. Elli anno parlato solamente de la pena di quelli de la congiura ch'anno apparecchiata battalglia, in loro paesi et a li loro parenti, et a li loro templi et magioni distruggere. Maggiore mistieri Ŕ che l'uomo si consigli come huomo sý potra guardare et del pericolo, che prendere consiglio come elli siano dannati a morte. Se huomo non si provede che quello pericolo non ne vegna sopra; per niente va huomo a consiglio, quando quello sarÓ avenuto; se la CittÓ Ŕ presa per forša li vinti non anno punto da tenimento; tutta fie humiliata. Or parler˛ a voi che bene intendete ragione, et che intendete ad aver magione, et ville, insegne et tavle/Again, the French, rather than Italian, form./ d'oro pi¨ che al pro'del comuno. Se voi queste cose che voi tanto amate volete guardare et ritenere et volete mantenere vostri dilecti per ordine et per riposo, Isvegliatevi, et pensatevi del comune guarentire. Se'l comune perisse come scampereste voi? Questa bisogna non Ŕ di tuo luogo, nŔ di tuo paraggio, ne di bisogno di compagnoni anši Ŕ di nostra franchešša et di nostri corpi che sono in pericolo. Signori,[38] io abbo molte volte parlato davanti voi de la avaritia, de la luxuria, de la cupidigiÓ de nostri cittadini. Io abbo malavolglienša d'alcuno. Perci˛ ch'io non perdono volentieri ad altrui, lo misfacto di che io non sento nulla teccia in me. Et di nullo misfacto perdonare io non dimando altrui grašia avere. S'elli non vi cha le dicio et nostre richešše facean molte cose mettere in non calere; tuttavia starebbe lo comune in diritto stato, et pi¨ fermo che ora. Ma in diricto non parliamo noi di nostro bene vivere, o di nostro mal vivere, nŔ de la signoria di romani accrescere nŔ inalšare anši ne conviene avere, se ci˛ che noi avemo nŔ pu˛ rimanere, et esser nostro, o elli serÓ de'nostri nemici. Qui non dee nullo parlare di bonaritÓ, nŔ di misericordia, chŔ noi avemo assai perduto lo diricto nome di pietÓ et di merše: chÓ donare altrui bene cioŔ nostra bonarit aa, et essere cessato dal malfare, cioŔ nostra virt¨; et perci˛ va nostro comune, sý come a dichino. Or potete dunque essere di buona aere, et mettere lo popolo in aventura. Or potete essere pietosi in coloro che non ne pensavano nulla lasciare, et pensavano lo comune thesauro robbare./ Important echo for Brunetto with his own writings./ Doniamo loro nostro sangue, sý che tutti li prodi huomini vadano a perditione. Et sý come voi vedete pochi de'malfactori, distruggono una granda turba di buona gente. Cesaro parl˛ bello et affectuosamente, odenti noi de la vita et de la morte, quando elli disse. Apresso la morte non curar gioia. Ma quando elli ne parl˛ cosý io credo ch'elli pensa falso, che l'uom si truovi di quelli d'inferno. Li malvagi son diparti da li buoni et entrano in neri luoghi et orribili et putenti et spaventevoli./ Dante's Inferno foreshadowed here./ Appresso, iudicoe che lo loro avere fusse publicato, et elli fusseno guardati in pregione et in diverse fortešše, fuori di Roma. Dunque Ŕ elli che se l'uomo li guardi in roma, che quelli de la congiura, o altra gente pregata li traggesseno a forša di pregione. Non ae elli dunque mala gente, se in questo cittÓ[38v]no; per tutti parti pu˛te huomo trovare huomini. Di neiente si dotta Cesare se elli non crede che l'uomo non li possa guardare in Roma, cosý bene come di fuori. Et se elli solo non ae paura ch'elli fuggisseno de le pregioni, dov'elli dice ch'elli siano messi. Et elli solo non crede lo pericolo del comune. Io sono quelli ch'o paura di me et di voi e de li altri. Et perci˛ dovete voi sapere, che ci˛ che voi giudicherete di questi pregioni, dee essere giudicato di tutta la compagnia di catellina. Se voi fate di questi aspra iustišia, tutti quelli del'hoste di Catellina ne sieno spaventati. Et se voi lo fate fievilemente voi li vederete venire crudeli, et fieri contra voi. Et non pensate che'nostri antecessori accrescesseno la signoria del comune solamente per arme, che s'elli andasse cosý, dunque la possanša ne migliorerebbe, che pi¨ avemo compagnia et cittadini et maggiore abondanšia di cavalli et d'arme ch'elli non aveano. Ma elli ebbe in loro altre cose perchŔ elli fuorono di grande rinomea, et di grande pregio che non ae guari in noi. Elli erano in lor magioni savi et accorti, et davano diritti comandamenti a quelli di fuori; li cuori erano savi et liberi a dare consilglio senša subiectione, di peccato che elli credesseno, nŔ senša seguire malvage voluntadi. In luogo di ci˛ puote l'uomo trovare in noi luxuria, avarišia comuna povertÓ et private ricchešše, noi lodiamo le richešše et seguitiamo le speratešše, noi non facciamo nulla differenšia da li buoni a li malvagi; tutta e tornata a cupidešša, questo Ŕ lo lodare di virt¨. Et questo non Ŕ maravilglia che ciascuno tiene sua via, et suo consiglio per sŔ medesmo. Voi intendete in vostra magioni a vostri dilecti, a vostra voluntÓ seguire. Fuor di vostre magioni cerchate d'avere amassare, o la grašia d'altrui acquistare. Di ci˛ aviene che l'uomo guerreggia lo comune, et che li congiurati lo volgliono distruggere. Ma di queste cose che voi fate non dir˛ ora pi¨. Nobili cittadini fanno[39]insieme giura, ch'elli arderanno la cittÓ, et arrechano al loro la gente, di francia per muovere battalglia, che neiente amano la signoria nŔ lo honore di roma. Catellina lo ducha de'nostri nemici ne viene sopra le teste, con tutto di suo disforšo. Istate voi dunque in pensieri che voi farete di vostri nemici, che voi avete presi dentro da queste mura. Or sia giÓ che io giudichi, che voi n'abbiate meršŔ. Dite che giovani huomini sono per follia et per malavagia cupidiššÓ, l'anno facto, Ŕ li lassate andare tutti armati. Ma certo io prometto che in questa pietÓ et questa dolcešša vi tornerÓ a miseria et amaritudine. La cosa Ŕ aspra et pericolosa, non avete voi temenša; si avete, ma le impiešše le malvagitÓ le brighe de'vostri cuori, fate che l'uno sa tiene al'altro; voi mettete vostra speranša ne li vostri dei, et dite che'elli anno lo comune guardato et diliberato di molti peri periculi. L'aiuto di Dio non viene a la voluntÓ di quelli che vogliono vivere come femine; ma tutte cose avegnono a quelli che volgliono vegghiare, in ben fare et in dare buoni consigli, per niente chiama dio che si mette a sperašione et a malvagitÓ. Mallius torquatus, uno de li nostri anšiani, ducha comandoe ad uccidere suo filgliuolo, solamente perch'elli combatte˛ in una battalglia in francia, con suoi nemici, contra suo comandamento. Per tale forfacto mori˛ quello nobile giovano, voi dimorate a fare giustišia di quelli crudeli pergiuri, che voleano la cittÓ distruggere. Lasciate noi per la buona vita? Non mori˛ Danculus per la dignitÓ di suo lignaggio, s'elli am˛ unqua castitÓ, s'elli am˛ unqua buona rinomata, s'elli am˛ unqua dio, s'elli spiarm˛ unqua huomo. Non mori˛ cethegus, ebbe l'uomo unqua pietÓ di sua giovanešša, s'elli non mosse giÓ mai briga nŔ battalglia in questo paese. Gabinus et Statutius et Ceparius che ne debbo dire che sono elli, s'elli avessono unqua in loro ragione nŔ misura, elli non avrebbono tal consilglio, preso contra lo comu[39v]ne. Aldiricto vi dico, signori padri, che per dio se mi lasciate iscampare, io vi lascerei ben convenire, et soffrerei ben che voi ne faste gastigati, per loro oltraggio quando voi consiglio non volete credere; ma perci˛ lo dico, che noi siamo rinchiusi in pericolo da tutte parti. Catellina con tutta la sua hoste ne dinanši li occhi lÓ di fuori et pensane inghiottire, gli altri sono dentro da la CittÓ per ogni parte; noi non potemo nulla apparecchiare nŔ consigliare che'nostri nemici non sappiano; tutti noi nŔ dovemo avacciare. Perci˛ dar˛ io cotale sentenšia. Vero Ŕ che'l comune Ŕ in pericolo, per lo maladetto consilglio de Cittadini isconvenevoli et disleali. Questi anno rabbia et sono conventati, per lo detto de messaggi di francia, che voleano la Cittade ardere et uccidere li milgliori, lo paese distruggere, donne et pulcelle vitoperare, et altre cudelitÓ (sic) fare. Et perci˛ do io questa sentenšia che huomo faccia di loro come di traditori, e di micidiali e ladroni.

Come Cato parloe secondo questa arte. [35]

Q Vesta Ŕ la sentenšia di Cato; ma per meglio intendere suo detto; et come elli parl˛ secondo l'ordine di rethorica, ne convien guardare dinanša la maniera, di suo detto et la natura, di sua matera; di che molti dicieno ch'ella Ŕ doctosa, et un poco obscura perci˛ che sua matera, Ŕ d'una parte honesta et d'altra disonesta, ch'Ŕ a dire lo pro'del comune et difendere lo buono stato di roma, et distruggere li traditore Ŕ honesta cosa, et a giudicare a morte una gran gente di nobili cittadini; et a dire Contra Cesare, che avea sý fermamente istabilito suo iudicamento, per si buone ragione che apena li potrebbe huomo contradire; et che li auditori erano quasi acordati, a suo detto; certo eli parea crudel cosa et meravilgliosa, et perci˛ gli era mistieri, dornare suo prolago, sý ch'elli acquistasse la benvoglienša, de li auditori et ch'elli desse lor talento di saper quello ch'elli volea dire, per levarli de la sentenša di Cesare, secondo che lo mastro divisa qui dirieto, lÓ[40]dove elli insegna le divisitadi de'prolaghi. Et perci˛ tocc˛ elli nel suo cominciamento brevemente et apertamente lo punto, in che era tutta la forša de la bisogna, cioŔ quello che li auditori aveano creduto, quando elli disse, ch'elli pensava altra cosa che Cesare non avea detto, nŔ alcuno de li altri, et cosi diede talento, di sapere et d'udire; et fece sembiante di consilgliar solamente de la guardia del comune et non de la morte de'congiurati; et inmantenente si procacci˛ d'aquistare la benvolglienša et l'amore delgli auditori, per appagare lor cuori et per tornare la cosa ad honestade, et per accrescere la benvolglienša ch'elli avea da quella parte, che sua matera era honesta secondo ci˛ che'l buono intenditore potrÓ sapere, et conoscere, s'elli considera, et isguarda diligentemente lo insegnamento che qua dirieto, et perci˛ ne tace ora lo mastro ch'elli vorrÓ dire altre doctrine buone et profitabile.

Qui divisa la seconda branche del conto cioŔ lo facto. [36]

A Ppresso la doctrina del prolago viene la seconda branche del conto, cioŔ lo facto di che Tulio dice che'l facto Ŕ quando lo parladore dice le cose, che sono state o che no, sý come se elle fussero state, cioŔ a dire quando elli lassa lo prolago et viene al facto et dice la propria cosa, sopra che Ŕ la cagione et la matera, di suo conto cioŔ in tre maniere: l'una sý Ŕ cittadina che dice propriamente lo facto, et la cosa di che Ŕ tinta la contenšione et la questione, et divisa le ragioni perchŔ quella cosa pu˛ esser provata; et questa maniera apertiene dirittamente a'costui perci˛ ch'elli insegna tencionare l'un parladore contra l'altro, secondo che il libro dice qui adrieto nel cominciamento. Ma qui si tace lo mastro et non dicerÓ ora pi¨, per che dirÓ l'argomento qui appresso, anši vuole dire de le due altre maniere del facto, che non apertiene sý propriamente a questa arte.

Qui divisa del conto che trapasso fuor di sua materia. [37]

L A seconda manieria del facto dire si Ŕ, quando l'uomo si diparte un pocho da sua propria materia, et trapassa ad altre cose fuor di sua principale[40v]cosa, o per biasmare lo corpo o la cosa, o per accrescere lo male o'l bene che elli dice, o per monstrare che due cose sieno similgliante insieme, o per fare sollašša gli oditori, d'alcun gabbo che sia similgliante a sua materia. Et questa maniera di dire lo facto viene sovente, lo parladore per meglio provare ci˛ ch'elli vuole del corpo o de la cosa.

Del conto ch'Ŕ per giuccho et per sollaššio. [38]

L A terša maniera di dire lo facto non apertiene a le cose cittadine, anši Ŕ per sollaššo et per giuocho; ma non per tanto egli Ŕ buona cosa che l'uomo s'acostumi a ben contare chŔ l'uomo ne diventa meglio parlante, al gran bisogno, et perci˛ ne dicerÓ lo maestro tutta la natura. Tulio dice che ci˛ che l'uomo dice in questa diretana maniera, qui ne dove elli divisa de le proprietÓ del corpo, o elli divisa le proprietÓ d'un altra cosa. Et s'elli divisa le propietÓ d'una cosa elli conviene a forša che'l suo detto sia favole o ystorie o argomenti. Et perci˛ si fa elli a sapere che monta l'una, et che l'altra; et certo favole et un conto che l'uomo dice de le cose che non sono vero nŔ a vero similglianti sý come la favola de la nieve che vola per l'aere lungamente. Istorie et a racontare le antiche cose che sono state veracemente, ma elle fuorono dinanši nostro tempo, lunghi da nostra memoria. Argomento Ŕ a dire una cosa, santa che non sia stata; ma ella pu˛ essere, et dicela per semblanša d'alcuna cosa. Et se'l parladore divisa le proprietÓ del corpo, e'conviene che per suo detto l'uomo conoscha le nature et le proprietÓ del corpo et del coraggio insieme, cioŔ a dire, s'elli Ŕ vecchio, o giovano, o s'elli Ŕ cortese o villano, o d'altre cotali proprietÓ. Et a cotali cose conviene avere grande ornamento che siano forti; ma de la diversitÓ de le cose et de la sembianša de'coraggi, et de la fierešša, et di buonaritÓ. Di speranša di paura di sospectione di desiderio d'infingitura, d'errore, di misericordia, di mutamento di tostava allegrešša, di fortuna, di pericolo che huomo non pensi, et di buona fine, secondo che questo libro diviserÓ qui dinanši, lÓ[41]dov'elli insegnera apprendere li adornamenti et la beltÓ de le parole; et perci˛ non ne dice ora pi¨ che detto n'a; anši tornerÓ a la prima maniera del facto, del dire ch'Ŕ chiamato cittadino.

Qui dica lo mastro quello che nel cose cittadine. [39]

E T dice lo mastro che la Cittadina maniera di dire/ Dante, De vulgari eloquentia, I.xiii, speaks of Brunetto Latino's municipal, rather than curial, rhetoric./ Ŕ che divisa la cosa propriamente dee avere tre cose cioŔ ch'ella sia breve et chiara et versemblabile. Di tutti dirÓ lo mastro e in primamente de la brevitÓ.

Qui insegna a contar lo facto brevemente. [40]

T Vlio dice, che allora Ŕ lo facto contato brevemente, quando lo parladore sý comincia a diricto cominciamento di sua matera, et non a d'una lunga comincialglia che non sia profitabile a suo conto, sý come fe Salustes quando elli volse contare la storia di Troia. Elli cominci˛ a la creatione del cielo et de la terra, ma [ ]i bastava a cominciare a Paris, quando elli rapý helena; altresý sarebbe breve se ella o elli et assai a dire la somma del facto, senša divisare per parte; chŔ basta bene a dir cosý: Questo huomo uccise quell'altro; et non dire, elli lo prese et mise la mano al coltello, et trasfero de la guaina, et levo la mano et fe si et si, et cosý fu questo, et cosý fu quell'altro; chŔ le pi¨ volte basta a dire quello ch'Ŕ fatto et non come, nŔ in che maniera; altresý Ŕ breve s'elli non dice pi¨ di cosa che li fa mistiere di sapere, et s'elli non trapassa a dire altre cose stranie che di nulla non apertiene a sua matera, et s'elli non ridice ci˛ che l'uomo pu˛ intendere, per quello ch'elli avea detto. Et se tu dici, elli andonno lÓ dove elli non potenno, ma elli non basterebbe a dire, elli non andonno lÓ dove elli non potenno. Et se io dico: A ristotile disse tal cosa, elli non si conviene che io dica, elli lo disse di sua bocca che ben lo pu˛ ciascuno intendere, per quello ch'Ŕ detto dinanši. Altresý Ŕ elli breve, se elli raconta ci˛ che li pu˛ nominare, o quello che nol pu˛ aiutare, nŔ noiare; et s'elli dice ciascuna cosa una volta, et non pi¨, et s'elli non ricomincia sovente,[41v]a la parola ch'elli ae detta inmantenente. Et sý come lo parladore sý dee guardare de la moltitudine de'motti et de le parole, che non dica troppe cose, perchŔ molte genti ne sono ingannate che si studiano di poco dire, et elli dicono troppo lungamente, per ch'elli si procacciano di dire pi¨sor cose in poche parole, ma elli non si sforšano di dire poche cose, tanto come li bisognano, et non pi¨. Verbi gratia: Tu penserai brevamente dire se tu dici in questa maniera: Io andai a richierere voi, et io richiesi vostro garšone; et elli rispuose quando io lo dimandai di voi, che voi non vi eravate. Et giÓ sia cosa che tu dichi brevi motti, tu racconti pi¨ cose che mistieri non Ŕ; chŔ assai bastava a dire: l'uomo mi disse che voi non v'eravate in vostra magione. Perci˛ si dee guardare ciascuno che sotto li brevi motti elli non dica tante chose, che suo conto ne sia lungo et noioso ad ascoltare.

Qui insegna a contar lo facto intende vilemente. [41]

A Presso ci˛ dee lo parladore studiare che elli dica chiaramente, ci˛ ch'elli dice, et che suo detto sia aperto et intendevile che Tulio dice che'l facto sý Ŕ contato chiaramente quando lo parladore et lo dictadore cominciano lor detto acci˛ ch'Ŕ davante e stato detto. Et se elli segue l'ordine de la cosa et de la stagione, altresý come ella fu, o come ella puote essere in tal maniera, che suo detto non sia turbato, nŔ confuso, et che elli non sia inviluppato straine parole, et ch'elli non trapassi altra cosa che sia dissensabili, et lungi di sua matera, et ch'elli non cominci a troppo lunga comincialglia, et ch'elli non prolunghi la fine di suo conto, tanto com'elli potrebbe dire, et ch'elli non lassi nulla di ci˛ che a contare faccia. Et in somma elli dee tutto ci˛ guardare che'l mastro insegna qui davante sopra la brevitÓ del facto, perchŔ elli aviene molte fiate che lo conto Ŕ pi¨ confuso per lo lungo parlare che per la oscuritade de le parole; et sopra tutto ci˛ dee lo parladore usare motti propri belli et costumati,[42]secondo che'l maestro divisa qui davante, nel capitulo del parlare.

Qui c'insegna a contar lo facto versemblabile. [42]

A Ppresso ci˛ dee lo parladore contare lo fatto in tal maniera che sia versemblabile cioŔ a dire che quelle cose gli oditori possano credere ch'elli dica la veritÓ. Tullio dice che a ci˛ fare li conviene dire le proprietÓ del corpo, s'elli Ŕ vecchio o giovane o sapiente, o coruccevile o d'altri semblabile proprietÓ, che testimonio a suo detto. Apresso, li conviene monstrare la cagione del facto cioŔ a dire la ragione perchŔ et come l'uomo potea et dovea quelle cose fare et ch'elli ae convenevile tempo a ci˛ fare et che luogo fu buono et sufficiente, a far ci˛ che'l parladore mette dinanši. Appresso ci˛ dee elli monstrare che l'uomo o la cosa di che elli parla sia di tal natura ch'elli potrebbe et saprebbe far bene, et la rinomata et la voce del populo n'Ŕ sopra lui et ch'elli a tal fede et tal credenša, et tale oppinione ch'elli farÓ bene una sý facta cosa.

Qui divisa li vitii di dir lo facto. [43]

O R avete udito come lo parladore dee lo facto dire in tal maniera che sia breve, et chiara, et versemblabile; chŔ queste tre cose son troppo fieramente bisegnevile a ben dire et sý come lo parladore dee seguire le virtudi, che apertengono a ben dire, cosý sý dee elli guardare da'vitii che speššano et disorrano, suo parlanto, che son quattro: l'una si Ŕ quando elli Ŕ suo dalmaggio contar lo facto. La seconda sý Ŕ quando elli non fa pr˛ di neiente a dire. La terša si Ŕ quando lo facto non Ŕ contato in quella maniera che dee. La quarta si Ŕ quando elli non dice in quella parte del conto ci˛ ch'Ŕ mistieri, et sapete onde fie lo dalmaggio del parladore a dire lo facto secondo ch'egli Ŕ stato quando quella cosa dispiace agli auditori, et ch'elli sieno contra lui mossi a ira o a maltalento, s'elli non si adolcisceno per buoni argomenti che confermino sua cosa, et quando ci˛ adiviene tu non d eai contare lo facto tutto motto a motto insieme sý come fue anši le conviene divisare per parte et dire una brancha qua et un'altra lÓ; et in[42v]mantenente iungere la ragione di ciascuna parte in suo luogo in tal maniera, che ciascuna colpa abbia adesso la sua medicina, et la buona difensa adolcisca lo coruccio de li auditori. Ancho sappiate ch'elli non Ŕ pro' a contare lo facto, quando tuo adversario o un altri che davanti te abbia parlato et detto tutta la cosa, et la cagione in tal maniera che elli non bisogni che tu la ridichi, nŔ cosi nŔ altramente di lui. O quando colui a cui tu parli, sa la cosa in tal maniera che tu non abbi bisogni di monstrare ch'ella sia d'altra guisa. Et quando queste cose adivegnono, Tulio comanda che tu dei tacere et che non dichi lo facto. Lo teršo vici˛ sý Ŕ quando lo facto non Ŕ contato in quella maniera che dee cioŔ quando dee far pro a tuo adversario, tu medesimo lo divisi. Lo divisi bene et bello, o quando ci˛ che dee giovare a te tu lo dici turbato et corucciosamente. Tulio dice, che per ischifare questo višio, tu d eai molto saviamente rechare tutte cose a profitto di tua cagione et tacere lo contrario tanto come tu potrai; et s'elli ti conviene nulla dire di ci˛ che apertiene al'altra parte, tu ne passerai leggieramente, et tutavia di tua parte diligentemente et apertamente et fermamente. Lo quarto višio si Ŕ quando lo facto non Ŕ detto in quella parte del conto, ch'Ŕ de mistieri et questa si Ŕ una cosa che apertiene ad ordine, et perci˛ se ne tace ora lo mastro infina lÓ ov'elli tracterÓ dell'ordine come l'uomo dee stabilire suo conto et sue parti.

Qui divisa la terša branche del conto cioŔ divisamento. [44]

A Ppresso la doctrina del fatto viene la terša branche del conto, cioŔ divisamento. Di che Tulio dice, che divisamento si Ŕ quando lo parladore lo dice secondo lo suo diricto; certo tutto lo conto n'Ŕ pi¨ ornato, et pi¨ bello et meglio intendevile. Et giÓ sia cosa che queste due branche cioŔ lo facto et lo divisamento siano per dicer la cosa, nondimeno intra loro ae differenšia; chŔ divisamento dice tutto a certo lo punto in che lo parladore si ferma, et ch'elli vuole provare ma lo facto nol dice cosý. La parti del divisa[43]mento son .ii. L'una che divisa ci˛ che l'adversario conosce, et ci˛ ch'elli nega in tal maniera che ciascun pu˛ bene intendere lo punto che lo parlatore vuol provare. L'altra si Ŕ, quando lo parlatore divisa brevemente per parte tutto lo punto ch'elli vorrÓ provare, sý che l'uditore lo sa in suo cuore, et intene ch'elli ae detto tutta la forša di sua cosa. Et perci˛ si conviene di vedere lo insegnamento, dell'uno divisamento et dell'altro, come lo parladore lo dee usare nel suo conto.

Di ci˛ medesimo. [45]

D El primo divisamento che conta ci˛ che lo adversario conosce et ci˛ ch'elli nega de lo parladore prima recare quella conoscenša, al pro' di sua cosa, sý come fe l'adversario d'orašio,/ Error for Orestes./ che non disse che oracio conoscesse ch'elli avesse morto clitemestre anši disse altre parole che pi¨ affermarono la cosa contra oratio; elli a ben conosciuto, diss'elli, che la madre fu morta per le mani de suo filgliuolo; chŔ a dire che filgliuolo uccida sua madre, Ŕ pi¨ crudele cosa che Ó a dire lo nome dell'uno et dell'altro. Altresý fece Catone in sua sentenšia: elli non disse ch'elli avesseno conosciuta la congiura solamente che molte genti diceano, ch'elli no l'aveano facta contra lo comune di Roma, ma contra alquanti che malamente governavano il comune. Perci˛ rech˛ Cato la loro conoscenša al profecto de la cosa, et disse contra loro fiere meraviglie ch'elli voleano la cittÓ ardere, uccidere li milgliori, lo paese distruggere et vitoperare donne et pulcelle; a questo vedi tu che l'uno et l'altro et ci˛ ch'era riconosciuto, ma ciascuno lo torna a suo milgliore, et quando tu avrai quel medesmo facto, in tuo conto tu dÚi dire ci˛ che tuo adversario nega et stabilire la questione sopra lo giudicamento per saperne lo diricto. Verbi grašia: Orašio riconoscea l'omicidio, ma elli negava ch'elli no'l fece a torto, ma adiritto, et questa Ŕ la questione che rimane sotto lo giudicamento per sapere se elli la fece a torto, o a diricto.

Di ci˛ medesimo. [46]

N El secondo divisamento, ch'elli nomerÓ per parte lo punto ch'elli[43v] vorrÓ provare d eai tu guardare ch'elli sia breve et libero et corpo. Breve Ŕ quando tu non dici alcun motto, se non quelli che bisognano a tua cosa, che tu non d eai lor travalgliare li cuori a li auditori per parole et per maravilgliosi ornamenti, quando tu divisi tuo facto et tua parti delibero Ŕ quando tu dici generalmente tutto ci˛ che comprende tutte le cose, di che tu vuoli dire; et sopra ci˛ ti conviene fieramente guardare che tu non lassi amentovare nulla general cosa che ti sia profitabile, et che tu nol dichi tardi, cioŔ fuor di tuo divisamento; che questo Ŕ maldetto e maldetto et višioso. Corpo Ŕ lo divisamente lÓ ove tu dici, lo general motto de la cosa et tu non redichi apresso lo special motto ch'Ŕ compreso sotto lo general, che tu avei giÓ detto. Et sappiate che generale motto Ŕ quello che comprende molte cose sotto lo suo nome; chŔ questo motto animale comprende huomo et bestia et ucello et pesšio. Ispetiale motto Ŕ quello ch'Ŕ compreso di sotto un altro; chŔ questo motto Piero, o iohanni, o Jacobo,/ Here this manuscript suppresses "Carlo," Charles, as one of the names, returning to the Italian Rettorica which gave Pietro in this instance, further proof that Brunetto Latino rather than Bono Giamboni was responsible for this translation from French into Italian./ Ŕt bene compreso sotto ci˛ general nome, cioŔ huomo. Ma elli ci a motti che sono generali sotto l'uno, et spešiali sotto un altro, che questo motto huomo si Ŕ spešiale sotto questo motto animale; ma elli Ŕ generale, sopra questo motto Piero o iohanni. Questo insegnamento del generale et de lo spešiale dice lo mastro perci˛ che lo parladore si guardi che nel suo generale divisamento elli non metta le spešiali parti, che quelli che divisa lo suo facto in questa maniera. Io monstrer˛, diss'elli, che per la cupidigiÓ et per la luxuria, et per la avarišia di nostri nimici tutti li mali sono avenuti a nostro comune, elli non intese bene che nel suo divisamento elli mischia li spešiali motti, apresso li generali; chÚ sanša fallo cupidigiÓ si Ŕ generale nome di tutti li disii et luxuria et avarišia sono partiti dallei. Guarda dunque che quando tu ai divisato lo generale, che tu non ridichi quelle parti, sý come s'elle fusseno altre cose straine. Ma in dell'altre branche che vegnono apresso cioŔ del confermemento potrai tu ben[44]mettere le spešiali parte del generale divanti detto per meglio affermare lo suo facto et lo suo divisamento. Verbi grašia: tu vuoli provare che Orašio fe homicidio, di'dunque apresso lo divisamento. Orašio uccise clitemestre, dunque fe elli homicidio. Appresso guarda in tuo divisamento tu non divisi pi¨ di parte che mistieri ti sia a tua cosa che se tu divisassi in questa maniera, io monstrer˛ che mio adversario avea bene lo podere di ci˛ fare, et ch'elli volea fare, et che elli lo fece. Cierto cotale divisamento Ŕ gravoso perch'elli v'a troppe di cose; et elli basterebbe a dire: io monstrer˛ ch'elli lo fece. Altresý guarda ch'ella o tua cosa et simplice et d'una cosa senša pi¨ elli non vi conviene se poco divisare no, ch'elgli Ŕ assai a dire lo punto de la questione; et non per tanto elli aviene sovente che una cosa pu˛ esser provata per plusor ragioni; et quando questo et lo parladore dee divisare la sua prova in questa maniera: io monstrer˛ che tu facesti fare quella cosa, per tale et per tale ragione et per carte, et per testimonia sopra questa brancha, dice Tulio ch'elli trova in phylosofia, molti insegnamenti, ma elli lassa quelli, che sono bisognevoli a ben parlare, come quelli che qui sono. Et ancora ne comanda un altra cosa che l'uomo non dee obliare in suo conto; ma quando elli avrÓ finito suo divisamento, et elli comincia l'altra brancha, cioŔ confermemento per provare ci˛ ch'elli ae detto. Sovegnali ch'elli confermi dinanši ci˛ ch'elli divisa dinanši et poi l'altra ciascuna in suo luogo, in tal maniera che quando elli vorrÓ finar suo conto, elli non abbia obliato niente di suo confermamento, ch'elli sarebbe laida cosa a ricominciare un altro piato, appresso la fine di suo parlamento.

Qui dice della quarta brancha del conto cioŔ confermamento.[47]

A Ppresso la doctrina del divisamento viene la quarta brancha del conto, cioŔ confermamento di che Tulio dice che confermamento Ŕ chiamato quando lo parladore dice suoi buoni argomenti che accrescono fede et auctoritÓ et fermešša a sua cosa; et perci˛ chŔ in diverse cose conviene diversi confermamenti vorrÓ lo mastro avanti monstrare[44v]et insegnare li luoghi de quali lo parladore, puo ritrarre suoi argomenti, et poi quando ne sarÓ luogo et tempo, elli dicerÓ come l'uomo dee formare suo confermamento, sopra ciascuna maniera de le cose. Et sacciate che nulla scienšia del mondo ne ne'nsegna luogo di provare suo detto, se dialetica et rethorica si. Ma tanto a differenšia intra l'una et l'altra, che rethorica considera spetiali cose, secondo lo suono del nome, et secondo la voce solamente. Ma dyaletica considera le generali cose, secondo la significanša de' nomi, et de le voci. Et giÓ sia cosa che quelli che sanno legge, o divinitade, o altre arti, fanno prove per loro, io dico che cioŔ o per dyaletica, o per rethorica.

Qui divisa li argomenti per le proprieta che'l parladore dice. [48]

T Utte cose sono confermate per argomenti che sono retracti per le proprietÓ del corpo, et de le proprietÓ de le cose. Et sappiate che Tulio chiama corpo colui, per lo cui detto o per lo cui facto nasce la questione. Ma cosa che chiama quel detto o quel facto, di che la questione nasce. Di queste proprietÓ dirÓ il maestro tutto lo insegnamento et in prima dirÓ del corpo.

Qui divisa le proprietÓ del corpo che danno argomento di prova. [49]

L E proprietÓ del corpo son tali, che per loro pu˛ lo parlatore dire et provare che quel corpo a tornato et d'alcuna cosa fare o non fare. Tulio dice che queste proprietÓ sono .xi: Lo nome; La natura; La nodritura; La fortuna; L'abito; La voluntÓ; lo studio; lo consiglio; l'opera; lo detto; et la cosa. Nome si Ŕ una propria et certa voce, ch'Ŕ posta a ciascuna cosa com'ella sia chiamata. Unde l'uno Ŕ nome, et l'altro sopranome, et dell'uno et dell'altro pu˛ lo parladore formare suoi argomenti. Verbi gratia: Io dico che questo huomo dee bene esser fiero, ched elli ae nome lione. Altresý dice la sancta scrittura, Io dico, disse l'angelo, elli avrÓ nome iohanni, perci˛ ch'elli salvera lo populo. Natura Ŕ molto[45] grave cosa a scrivere suo essere, chŔ l'uno dice che natura Ŕ lo cominciamento di tutte cose. L'altro dice che natura Ŕ cominciamento ditutte cose. L'altro dice che non Ŕ; chŔ se ci˛ fosse, dunque avrebbe avuto Dio cominciamento da parte di natura. Ma Platone disse, che natura si Ŕ la voluntÓ di dio, et perci˛ pare che dio et natura siano insieme; ma natura Ŕ doppia, una che fa nascere, et una di ci˛ ch'Ŕ nato; de le cose che son nate, l'une son divine, l'altre sono mondane; et de le mondane cose, l'une apertengono agli uomini, l'altre apertengono a le bestie. Di ci˛ che apertengono ali huomini per natura sono .vi. luoghi da quali lo parladore pu˛ prendere suoi argumenti. Lo primo si se elli Ŕ maschio o femina. Verbi gratia: Voi non dovete credere che madonna facesse la mislea, che questo non Ŕ opera di femina. Lo secondo luogo si Ŕ suo paese. Verbi grašia: Noi non dovemo credere che questo huomo sia savio, per ch'elli sia greco. Lo teršo si Ŕ sua terra. Verbi gratia: Noi non dovemo credere che questo sia buono drappieri perci˛ che egli Ŕ di provino. Lo quarto si Ŕ di suo lignaggio. Verbi grašia: ben dee Morovello/ The previous example spoke of Provence, of which Charles was Count. This example suppresses the name of Charles, given in almost all the other manuscripts, whether French or Italian. The name of one of Charles' sons was Moroello./ essere leale, ch'elli fu filgliuolo del Re di francia. Lo quinto si Ŕ suo tempo. Verbi grašia: E non Ŕ maralvilglia se questo huomo Ŕ leggiero, et aitante, ched'elli Ŕ fieramente giovano. Lo sexto luogo si Ŕ lo bene e'l male, che l'uomo ae per natura, nel suo corpo o nel suo cuore; nel corpo e se elli Ŕ sano, o malato, grande o picciolo, bello o soššo, isnello o lento; nel cuore si Ŕ se elli ae duro ingengno, o sottile, s'elli Ŕ bene ricordevile, o no, o dolše, o aspro, o soffrente o orgoglioso. Et in somma tutte cose che l'uomo ae per natura, nel corpo o nel coraggio sono contate sotto lo luogo di natura; ma quelle che l'uomo acquista per insegnamento, sono contate sotto lo luogo d'abito, sý come lo mastro dirÓ qui apresso./In his translation of Aristotle's Ethica./ Nodritura dimonstra come Ŕ et intra che genti, et per cui l'uomo Ŕ stato[45v]nodrito, cioŔ a dire, chi funno suoi mastri, et chi suoi amici, et chi suoi compagni che arte elli fae, et di che elli s'intramette, et come elli governa le sue cose, et sua masnada et suoi amici, et come elli mena sua vita; et queste et altre similglianti proprietadi, apertengnono a nodritura, et di tutti pu˛ prendere suoi argumenti. Verbi gratia: A lexandro devea ben esser savio, perci˛ che A ristotile fue suo maestro;/ In the manuscript the capital A for Aristotle is greatly stressed, to draw attention to this aspect of the text, that it in turn makes its reader wise./ o questo preite non dee essere vescovo perchŔ elli mena sua vita in luxuria. Fortuna comprende ci˛, che aviene a li huomini di bene et di male, cioŔ a dire questo Ŕ servo o franco, riccho o povero; proposto, o senša propostia; adiricto o a torto, et se elli Ŕ bene agurato, o di buona rinomea, o no, et che filgliuoli elli ae, et che femina. Ma se tu parli d'uomo morto considera le sue proprietÓ, cioŔ a dire, che homo elli fue et come elli moritte; che di tutte queste cose puoi tu prendere tuoi argomenti, per lo luogo di fortuna, sý come disse Juvenale. Et non ae, dis'elli, nel mondo sý grava cosa, come riccha femina. Habito si Ŕ un compimento che l'uomo ad una cosa permanente nel suo cuore o nel suo corpo. Nel cuore si Ŕ lo compimento de le virtudi, che sono divisate nel altro libro, e'l compimento dell'arti et de le scienšie che l'uomo sa o d'aprende nel suo cuore. Nel corpo sono li compimenti che l'uomo acquista, non giÓ per natura sý come di ben combattere et di ben bigordare et di ben cavalcare. VoluntÓ si Ŕ un leggier mutamento, che alcuna volta aviene al corpo et al cuore per alcuna cagione, sý come allegrešša, cupidešša, paura, coruccio, malitia, et fievilešša et altre similglianti cose. Studio si Ŕ una continua impresa che'l coraggio fa, con grande voluntÓ, sý come Ŕ a studiare in phylosofia, et in chiericia. Di ci˛ pu˛ lo parladore formare suoi argomenti in questa maniera. Questo huomo si Ŕ buono aduccato, ched elli studia molto fieramente in legge. Consiglio si Ŕ una sentenšia lungamente[46]pensata sopra una cosa fare o non fare; ma elli Ŕ differenšia intra consiglio et pensamento, chŔ pensamento si Ŕ a considerare intra l'una parte et l'altra, ma consiglio si Ŕ la sententia quande prende l'una de le due parte: et perci˛ conviene a tutti consigli, che la matera e'l consigliatore e'l tempo siano avenevoli acci˛ che l'uomo vuole provare; chŔ s'io dicesse, questo huomo a ben barattato di suo cavallo, perci˛ ch'elli se ne consilgli˛ col suo preite, certo lo consigliatore non Ŕ avenevole; ma se io dico, questo huomo si Ŕ ben penitentiale, perci˛ ch'elli lungamente consigliato, col suo preite, certo questo Ŕ buono argomento et credevole. Opera in questo conto non Ŕ la propria cagione, sopra che l'uoma parla, anši Ŕ una usanša che uno huomo suole avere d'una cosa fare, o di non fare, et dici˛ pu˛ lo parladore prendere suoi argomenti, a monstrare di quello huomo s'elli fe quella cosa o s'elli la fa incontanente, o s'elli la farÓ; sý come uno di cavalieri di catellina disse: io credo, diss'elli, che catellina farÓ la congiura contro noi perch'elli n'Ŕ costumato. Detta Ŕ l'usanša che l'uomo suo l'avere d'una cosa dire, o non dire, et cosý di tutta la natura ch'Ŕ divisata del'opera qui di sopra. L'argomento fa l'uomo in questa maniera: io non credo che questo huomo mesdica di me, perci˛ ch'elli non suole dicere villana d'altrui; caduca Ŕ de le cose che sono per aventura, non miccha apensatamente, et seguisce la natura del'opere et del detto, che l'uomo pu˛ traggere suo argomento, di ci˛ ch'Ŕ avenuto, e di ci˛ ch'Ŕ adiviene, et di ci˛ che avenire, in questa maniera, voi dovete ben credere che questo huomo uccise quest'altro, perci˛ ch'elli tenea un coltello in mano tutto sanguinoso; o in questa maniera: elli non Ŕ meravilglia se questo huomo ride, ch'elli a trovato un grande monte d'oro. Ma qui tace lo conto de la proprietÓ del corpo, per divisare le proprietÓ de la cosa.

Qui divisa le proprietÓ de la cosa.[50]

[46v]E T dice lo mastro, che le proprietÓ de la cosa son tali che per loro pu˛ lo parladore dire et provare la intentione di quella cosa. Tulio dice che queste proprietÓ sono in quatro maniere. L'una si Ŕ che si tiene co la cosa. L'altra si Ŕ ne la cosa faccendola. L'altra si Ŕ giunta alla cosa. L'altra si Ŕ intorno alla cosa. Le proprietadi che si tengono co la cosa sono in tre maniere, cioŔ la somma del facto, la cagione et l'appareccchiamento. La somma del facto si Ŕ quando lo parladore dice lo nome del facto et de la cosa, che stata, o ch'Ŕ presente, o ch'Ŕ avenire, in una somma brevemente in questa maniera: questo huomo fe homicidio, quest'altro fa ladorneccio, quest'altro fara tradigione. La cagione de la cosa si Ŕ doppia. L'una pensata et l'altra non pensata. La cagione ch'Ŕ pensata si Ŕ quando l'uomo fa una cosa pensatamente, et per consiglio. La non pensata si Ŕ quando l'uomo corre a fare una cosa per alcuno subitano movimento, et senša consiglio. L'apparecchiamento si Ŕ in tre maniere. L'una ch'Ŕ davante lo facto, in questa maniera: Questo huomo a guaito quell'altro, et caccialo lungamente co la spada nuda ,in mano. L'altro apparecchiamento si Ŕ in sul facto, in questa maniera: Quand'elli l'ebbe agiunto, elli lo gitt˛ in terra, et di elli tanto ch'elli moritte. Lo teršo apparecchiamento si Ŕ apresso lo facto, in questa maniera: quando elli l'ebbe morto, elli lo seppellitte nel bosco. Questi et altri semblabili si tengono co la cosa si fermamente, che a pena puote una cosa esser facta senša loro, et perci˛ ne pu˛ lo parladore stabilire suoi argomenti a provare la cosa, bene et fermamente. Le proprietÓ che sono ne la cosa faccendola sono .v. Lo luogo. Lo tempo. La maniera. La stagione e'l podere. Lo luogo si Ŕ, quella parte, ovŔ la cosa fue facta et certo elli si fa molto a ben provare suo detto, che lo parladore riguarda bene tutte le proprietÓ del luogo, cioŔ se lo luogo Ŕ grande o picciolo, o lungi, o presso, o diserto, o habitato, et di che nature Ŕ[47]lo luogo, et tutto lo paese d'intorno, ci˛ Ŕ a dire, s'elli v'a monte o valle, o riviera, o fiume, o senša acqua, e se l'aria Ŕ buona o malvagia, et se lo luogo Ŕ sagrato o no, o s'elli Ŕ comuno o proprio, o elli Ŕ o fu di colui che fe la cosa, o no. Tempo si Ŕ lo spašio che l'uomo ae ne la cosa faccendo, cioŔ a dire, Per anno o per mese o per semana. O per giorno. O per ora. O novellamente. O anšianamente. O tosto. O tardi, che huomo dee guardare, se una grande cosa pu˛ esser fatta in quel tempo. Et sappiate che queste due proprietÓ cioŔ luogo et tempo, sono sý utili al provare la cosa, che propri quelli che miseno in iscritto, l'anšiane ystorie, et quelli che fanno carte et lettere, scrivo lo luogo et lo tempo per melglio affermare la bisogna./ See Twice-Told Tales, Appendix I, for such instances./ Istagione si Ŕ compresa sotto lo tempo, ma tanto a differenšia intra l'un e l'altro, che tempo riguarda lo spašio et la quantitÓ del tempo passato et del presente, et che de avenire. Ma la stagione riguarda la maniera del tempo, cioŔ a dire, s'elli Ŕ nocte, o giorno, o s'elli monstra tempo chiaro o oscuro. O s'elli Ŕ giorno di festa. O s'elli Ŕ tempo di seminare, o di segare. O se quello huomo dorme, o s'elli grida. O soppellisce suo padre. Vedi dunque che una stagione apertiene a tutto lo paese, si come segare. Un altra apertiene a tutta la cittade, sý come sono li giorni de le feste, et de luoghi, constumati, o per eleggere proposto, o vescovo. Un altra apertiene ad uno huomo solo, cioŔ nošše et sepulture. Maniera si Ŕ a monstrare come l'uomo fe quella cosa, et a che cuore, cioŔ a dire s'elli lo fe ascentre o no; o per suo grado. O contra suo grado. Podere si Ŕ in due maniere. L'una si Ŕ che aiuta a fare la cosa, pi¨ leggiermente. Et Un'altra senša la quale ella non potrebbe esser facta. Di ci˛ pu˛ lo parladore stabilire suoi argomenti in questa maniera: Elli non Ŕ maravilglia, se questo cavaliere vinse la giostra, perci˛ ch'elli Ŕ meglio a chavallo che l'altro; o cosý questo huomo non farÓ la giostra, perci˛[47v]ch'elli non ae cavallo; et questi non fe lo coltello perci˛ ch'elli non avea punto di ferro. De le proprietÓ che sono agiunte a la cosa, stabilisce lo parladore suoi argomenti, in questa maniera: quando elli li tragge d'un'altra cosa, pi¨ grande o pi¨ picciola. O similgliante ad una contraria, o del suo generale, o de lo spešiale, o de la fine de la cosa. Et sappiate che cosa pari, si Ŕ pi¨ grande, o pi¨ picciola, si Ŕ considerata per la forša, et per lo numero et per la figura di lui. Verbi grašia: forša si Ŕ in due maniera. L'una, ch'Ŕ nel corpo, l'altra ne la cosa. Nel corpo si Ŕ la forša quando suo nome significa le proprietÓ di lui; che Ó essere chiamato Salamone, significa senno et sapienšia; et ad essere chiamato nerone, significa crudelitÓ et follia./ See the letter from the Comune of Palermo to that of Messina making the comparison between Charles of Anjou and Nero./ Ne la cosa si Ŕ la forša quando lo nome de la cosa significa le proprietÓ di lui, che Ŕ a dire paricida, cioŔ uccidere lo padre, et maricida, cioŔ uccider la maire,/ Again, a French, rather than Italian form./ significha grande crudelitÓ a dio et a li huomini. Altresý Ŕ considerare lo numero quando lo parladore dice .i. o .ii. o tre genti. Altresý Ŕ considerare la figura del corpo, quando l'uomo dice ch'egli Ŕ grande o picciolo: et la figura de la cosa quand'elli ae pi¨ di proprietÓ; chŔ pi¨ Ŕ a dire questo huomo uccise un preite, davante l'altare lo giorno di pasqua ch'Ŕ a dire elli uccise uno huomo privatamente. Semblabile cosa non Ŕ ne pari, chŔ pari cosa significa la grandešša, et la misura; ma semblabile cosa non significa altra cosa, che la qualitÓ chŔ sembranša si Ŕ la proprietÓ che fa di due diverse cose essere simigliante intra loro. Verbi grašia: Questo huomo Ŕ isnello come tigro; et questo preite dorverebbe sermonare al populo come sam piero. Contrarie cose son quelle che sono l'una dirittamente contra l'altra, sý come freddo contro caldo, et vita contra morte, et male contra bene, et liegghiare contra dormire, et orgolglio contra humilitÓ; di che lo parladore pu˛ suoi argomenti formare in questa maniera: se tu danneggi colui, che ti guarenti da morte, che farai dunque a colui che[48]ti volse uccidere? General cosa si Ŕ ci˛ ch'Ŕ di sopra, ci˛ Ŕ a dire quello che comprende molte cose sotto sŔ; chŔ virtude Ŕ generale, perci˛ che di sotto dise, sono giustišia, senno, et temperanša, et molte altre bontÓ, et animale si Ŕ generale perci˛ che di sotto lui sono huomini et bestie. Ispešial cosa si Ŕ quella che di sotto la generale; chŔ avarišia si Ŕ spešiale, perci˛ ch'ella si Ŕ sotto cupidešša; et senno Ŕ sotto virtude. La fine de la cosa, si Ŕ ci˛ che giÓ ne adavenire, et che n'aviene; et di queste cose tragge lo parladore suoi argomenti, quando elli monstra ci˛ che ad avenire, o che ne dee avenire, o che avenire ne suole. De le cose similglianti in questa maniera, per orgolglio viene oltraggio, et per oltraggio aviene odio. La quarta maniera de le proprietadi de le cose sono quelle che avegnono intorno la cosa, non cosý dentro come l'altre davanti dette; in che l'uo, dee avanti guardare come quella cosa si Ŕ chiamata, et di qual nome, et chi fu lo capitanio, e'l trovatore de la cosa, et chi l'ait˛ a fare. Apresso dee elli guardare: Quale legge, quale uso, che giudicamento, ae sopra quella cosa, o quale arte, quale scienšia, qual mistiere. Altresý dee elli guardare, se cotali cose, solgliono adivenire sovente, o per natura o no, o s'ella suole dispiacere a le genti o no. Et proprietÓ et molte altre cose che solgliono avenire apresso lo facto presente o tardi. O se ci˛ Ŕ honesto o profitabile, dee considerare lo parladore, in tal maniera che di tutte le proprietÓ elli sappia confermare suo detto, et ritragger suoi argomenti a provare la cosa, perci˛ che mal s'intramette di parlare, chi non prova sue parole, ragionevilemente sý che elli sia creduto, di ci˛ ch'elli dice o de la maggior parte; et perci˛ vuole lo mastro monstrare come lo parladore de fare suoi argomenti.

Qui divisa due maniera di tutti argumenti.[51]

T Vtti argomenti che'l parladore, fa per le proprietÓ davanti dette, Tulio dice, ch'ellidee esser necessario, overo semblabile; chŔ argomento si Ŕ un detto trova[48v]to sopra alcuna materia che la dimonstra versemblabilemente, o che la prova necessariamente.

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