FLORIN
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JULIA
BOLTON HOLLOWAY, AUREO ANELLO
ASSOCIATION,
1997-2010: FLORENCE'S 'ENGLISH' CEMETERY
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III.mp3
DANTE
ALIGHIERI
er me si va ne
la città
dolente,
1
per me si va ne l'etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio
alto
fattore;
4
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e 'l primo amore.
Dinanzi a me non fuor
cose
create
7
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate'.
Queste parole di colore
oscuro
10
vid' ïo scritte al sommo d'una porta;
per ch'io: «Maestro, il senso lor m'è duro».
Ed elli a me, come
persona
accorta:
13
«Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.
Noi siam venuti al loco
ov' i' t'ho
detto
16
che tu vedrai le genti dolorose
c'hanno perduto il ben de l'intelletto».
E poi che la sua mano a
la mia
puose
19
con lieto volto, ond' io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.
Quivi sospiri, pianti e
alti
guai
22
risonavan per l'aere sanza stelle,
per ch'io al cominciar ne lagrimai.
Diverse lingue,
orribili
favelle,
25
parole di dolore, accenti d'ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle
facevano un tumulto, il
qual
s'aggira
28
sempre in quell' aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.
E io ch'avea d'error la
testa
cinta,
31
dissi: «Maestro, che è quel ch'i' odo?
e che gent' è che par nel duol sì vinta?».
Ed elli a me:
«Questo misero
modo
34
tegnon l'anime triste di coloro
che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.
Mischiate sono a quel
cattivo
coro
37
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
Caccianli i ciel per
non esser men
belli, 40
né lo profondo inferno li riceve,
ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli».
E io: «Maestro,
che è
tanto greve
43
a lor che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.
Questi non hanno
speranza di
morte,
46
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che 'nvidïosi son d'ogne altra sorte.
Fama di loro il mondo
esser non
lassa; 49
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa».

E io, che riguardai,
vidi una
'nsegna
52
che girando correva tanto ratta,
che d'ogne posa mi parea indegna;
e dietro le
venìa sì
lunga
tratta
55
di gente, ch'i' non averei creduto
che morte tanta n'avesse disfatta.
Poscia ch'io v'ebbi
alcun
riconosciuto,
58
vidi e conobbi l'ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.
Incontanente intesi e
certo
fui
61
che questa era la setta d'i cattivi,
a Dio spiacenti e a' nemici sui.
Questi sciaurati, che
mai non fur
vivi,
64
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch'eran ivi.
Elle rigavan lor di
sangue il
volto,
67
che, mischiato di lagrime, a' lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.
E poi ch'a riguardar
oltre mi
diedi,
70
vidi genti a la riva d'un gran fiume;
per ch'io dissi: «Maestro, or mi concedi
ch'i' sappia quali
sono, e qual
costume
73
le fa di trapassar parer sì pronte,
com' i' discerno per lo fioco lume».
Ed elli a me: «Le
cose ti
fier
conte
76
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d'Acheronte».
Allor con li occhi
vergognosi e
bassi,
79
temendo no 'l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi.
Ed ecco verso noi venir per
nave
82
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: «Guai a voi, anime prave!
Non isperate mai veder
lo
cielo:
85
i' vegno per menarvi a l'altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo.
E tu che se'
costì, anima
viva,
88
pàrtiti da cotesti che son morti».
Ma poi che vide ch'io non mi partiva,
disse: «Per altra
via, per
altri porti
91
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti».
E 'l duca lui:
«Caron, non ti
crucciare:
94
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».
Quinci fuor quete le
lanose
gote
97
al nocchier de la livida palude,
che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
Ma quell' anime,
ch'eran lasse e
nude,
100
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che 'nteser le parole crude.
Bestemmiavano Dio e lor
parenti,
103
l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme
di lor semenza e di lor nascimenti.
Poi si ritrasser tutte
quante
insieme,
106
forte piangendo, a la riva malvagia
ch'attende ciascun uom che Dio non teme.
Caron dimonio, con
occhi di
bragia
109
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s'adagia.
Come d'autunno si levan
le
foglie
112
l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie,
similemente il mal seme
d'Adamo
115
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo.
Così sen vanno
su per l'onda
bruna, 118
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s'auna.
«Figliuol mio»,
disse
'l maestro cortese, 121
«quelli che muoion ne l'ira di Dio
tutti convegnon qui d'ogne paese;
e pronti sono a trapassar lo
rio,
124
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio.
Quinci non passa mai
anima
buona;
127
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona».
Finito questo, la buia
campagna
130
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna.
La terra lagrimosa
diede
vento,
133
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;
e caddi come l'uom cui sonno piglia. 136
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