'Dante vivo', 1997-2016 © Julia Bolton Holloway, Carlo Poli, Società Dantesca Italiana, Federico Bardazzi, Ensemble San Felice, Richard Holloway, Akita Noek

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DANTE ALIGHIERI

COMMEDIA. INFERNO XXIV



n quella parte del giovanetto anno                      1
che 'l sole i crin sotto l'Aquario tempra
e già le notti al mezzo dì sen vanno,

   quando la brina in su la terra assempra              4
l'imagine di sua sorella bianca,
ma poco dura a la sua penna tempra,

   lo villanello a cui la roba manca,                            7
si leva, e guarda, e vede la campagna
biancheggiar tutta; ond' ei si batte l'anca,

   ritorna in casa, e qua e là si lagna,                        10
come 'l tapin che non sa che si faccia;
poi riede, e la speranza ringavagna,

   veggendo 'l mondo aver cangiata faccia             13
in poco d'ora, e prende suo vincastro
e fuor le pecorelle a pascer caccia.

   Così mi fece sbigottir lo mastro                             16
quand' io li vidi sì turbar la fronte,
e così tosto al mal giunse lo 'mpiastro;

   ché, come noi venimmo al guasto ponte,            19
lo duca a me si volse con quel piglio
dolce ch'io vidi prima a piè del monte.

   Le braccia aperse, dopo alcun consiglio              22
eletto seco riguardando prima
ben la ruina, e diedemi di piglio.

   E come quei ch'adopera ed estima,                      25
che sempre par che 'nnanzi si proveggia,
così, levando me sù ver' la cima

   d'un ronchione, avvisava un'altra scheggia        28
dicendo: «Sovra quella poi t'aggrappa;
ma tenta pria s'è tal ch'ella ti reggia».

   Non era via da vestito di cappa,                             31
ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,
potavam sù montar di chiappa in chiappa.

   E se non fosse che da quel precinto                     34
più che da l'altro era la costa corta,
non so di lui, ma io sarei ben vinto.

   Ma perché Malebolge inver' la porta                   37
del bassissimo pozzo tutta pende,
lo sito di ciascuna valle porta

   che l'una costa surge e l'altra scende;                 40
noi pur venimmo al fine in su la punta
onde l'ultima pietra si scoscende.

   La lena m'era del polmon sì munta                      43
quand' io fui sù, ch'i' non potea più oltre,
anzi m'assisi ne la prima giunta.

   «Omai convien che tu così ti spoltre»,                 46
disse 'l maestro; «ché, seggendo in piuma,
in fama non si vien, né sotto coltre;

   sanza la qual chi sua vita consuma,                      49
cotal vestigio in terra di sé lascia,
qual fummo in aere e in acqua la schiuma.

   E però leva sù; vinci l'ambascia                             52  
con l'animo che vince ogne battaglia,
se col suo grave corpo non s'accascia.

   Più lunga scala convien che si saglia;                   55
non basta da costoro esser partito.
Se tu mi 'ntendi, or fa sì che ti vaglia».

   Leva'mi allor, mostrandomi fornito                      58
meglio di lena ch'i' non mi sentia,
e dissi: «Va, ch'i' son forte e ardito».

   Su per lo scoglio prendemmo la via,                    61
ch'era ronchioso, stretto e malagevole,
ed erto più assai che quel di pria.

   Parlando andava per non parer fievole;              64   
onde una voce uscì de l'altro fosso,
a parole formar disconvenevole.

   Non so che disse, ancor che sovra 'l dosso         67
fossi de l'arco già che varca quivi;
ma chi parlava ad ire parea mosso.

   Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi                        70
non poteano ire al fondo per lo scuro;
per ch'io: «Maestro, fa che tu arrivi

   da l'altro cinghio e dismontiam lo muro;           73
ché, com' i' odo quinci e non intendo,
così giù veggio e neente affiguro».

   «Altra risposta», disse, «non ti rendo                  76
se non lo far; ché la dimanda onesta
si de' seguir con l'opera tacendo».

   Noi discendemmo il ponte da la testa                 79
dove s'aggiugne con l'ottava ripa,
e poi mi fu la bolgia manifesta:

  Ginevra, 'Bestiario', Brunetto Latino Trésor, serpenti
                                                                                                          http://www.florin.ms/Lectura.html
                                                                                                          http://www.florin.ms/bestiary.html

   e vidivi entro terribile stipa                                    82
di serpenti, e di sì diversa mena
che la memoria il sangue ancor mi scipa.


   Più non si vanti Libia con sua rena;                      85
ché se chelidri, iaculi e faree
produce, e cencri con anfisibena,

   né tante pestilenzie né sì ree                                  88
mostrò già mai con tutta l'Etïopia
né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.

   Tra questa cruda e tristissima copia                    91
corrëan genti nude e spaventate,
sanza sperar pertugio o elitropia:

   con serpi le man dietro avean legate;                  94
quelle ficcavan per le ren la coda
e 'l capo, ed eran dinanzi aggroppate.

   Ed ecco a un ch'era da nostra proda,                   97 
s'avventò un serpente che 'l trafisse
là dove 'l collo a le spalle s'annoda.

   Né O sì tosto mai né I si scrisse,                            100
com' el s'accese e arse, e cener tutto
convenne che cascando divenisse;

   e poi che fu a terra sì distrutto,                             103
la polver si raccolse per sé stessa
e 'n quel medesmo ritornò di butto.

   Così per li gran savi si confessa                             106
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo anno appressa;

   erba né biado in sua vita non pasce,                    109
ma sol d'incenso lagrime e d'amomo,
e nardo e mirra son l'ultime fasce.

   E qual è quel che cade, e non sa como,                112
per forza di demon ch'a terra il tira,
o d'altra oppilazion che lega l'omo,

   quando si leva, che 'ntorno si mira                       115
tutto smarrito de la grande angoscia
ch'elli ha sofferta, e guardando sospira:

   tal era 'l peccator levato poscia.                             118
Oh potenza di Dio, quant' è severa,
che cotai colpi per vendetta croscia!

   Lo duca il domandò poi chi ello era;                    121
per ch'ei rispuose: «Io piovvi di Toscana,
poco tempo è, in questa gola fiera.

   Vita bestial mi piacque e non umana,                  124
sì come a mul ch'i' fui; son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu degna tana».
                                                                                      

   E ïo al duca: «Dilli che non mucci,                        127
e domanda che colpa qua giù 'l pinse;
ch'io 'l vidi uomo di sangue e di crucci».

   E 'l peccator, che 'ntese, non s'infinse,                130
ma drizzò verso me l'animo e 'l volto,
e di trista vergogna si dipinse;

   poi disse: «Più mi duol che tu m'hai colto          133
ne la miseria dove tu mi vedi,
che quando fui de l'altra vita tolto.

   Io non posso negar quel che tu chiedi;                136
in giù son messo tanto perch' io fui
ladro a la sagrestia d'i belli arredi,

   e falsamente già fu apposto altrui.                        139
Ma perché di tal vista tu non godi,
se mai sarai di fuor da' luoghi bui,

   apri li orecchi al mio annunzio, e odi.                  142
Pistoia in pria d'i Neri si dimagra;
poi Fiorenza rinova gente e modi.

   Tragge Marte vapor di Val di Magra                     145
ch'è di torbidi nuvoli involuto;
e con tempesta impetüosa e agra

   sovra Campo Picen fia combattuto;                     148
ond' ei repente spezzerà la nebbia,
sì ch'ogne Bianco ne sarà feruto.

   E detto l'ho perché doler ti debbia!».             151


Londra, British Library, Yates Thompson 36, fol. 44



William Blake, Hell Canto 24

1 Vanni Fucci figures in Florentine and Pistoian documents and episodes: Twice-Told Tales, pp. 151-152, 296, 300, 304, 418.


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