'Dante vivo', 1997-2016 © Julia Bolton Holloway, Carlo Poli, Società Dantesca Italiana, Federico Bardazzi, Ensemble San Felice

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DANTE ALIGHIERI

COMMEDIA. PARADISO XXII



Londra, British Library, Yates Thompson 36, fol. 168


ppresso di stupore, a la mia guida                  1
mi volsi, come parvol che ricorre
sempre colà dove più si confida;

   e quella, come madre che soccorre                      4
sùbito al figlio palido e anelo
con la sua voce, che 'l suol ben disporre,

  mi disse: «Non sai tu che tu se' in cielo?             7
e non sai tu che 'l cielo è tutto santo,
e ciò che ci si fa vien da buon zelo?

   Come t'avrebbe trasmutato il canto,                  10
e io ridendo, mo pensar lo puoi,
poscia che 'l grido t'ha mosso cotanto;

   nel qual, se 'nteso avessi i prieghi suoi,             13
già ti sarebbe nota la vendetta
che tu vedrai innanzi che tu muoi.

   La spada di qua sù non taglia in fretta               16
né tardo, ma' ch'al parer di colui
che disïando o temendo l'aspetta.

  Ma rivolgiti omai inverso altrui;                           19
ch'assai illustri spiriti vedrai,
se com' io dico l'aspetto redui».

   Come a lei piacque, li occhi ritornai,                   22
e vidi cento sperule che 'nsieme
più s'abbellivan con mutüi rai.

   Io stava come quei che 'n sé repreme                25
la punta del disio, e non s'attenta
di domandar, sì del troppo si teme;

   e la maggiore e la più luculenta                           28
di quelle margherite innanzi fessi,
per far di sé la mia voglia contenta.

   Poi dentro a lei udi': «Se tu vedessi                     31
com' io la carità che tra noi arde,
li tuoi concetti sarebbero espressi.

   Ma perché tu, aspettando, non tarde                  34
a l'alto fine, io ti farò risposta
pur al pensier, da che sì ti riguarde.
                                                                                   

   Quel monte a cui Cassino è ne la costa              37 
fu frequentato già in su la cima
da la gente ingannata e mal disposta;

   e quel son io che sù vi portai prima                    40 
lo nome di colui che 'n terra addusse
la verità che tanto ci soblima;

   e tanta grazia sopra me relusse,                           43
ch'io ritrassi le ville circunstanti
da l'empio cólto che 'l mondo sedusse.

   Questi altri fuochi tutti contemplanti                 46
uomini fuoro, accesi di quel caldo
che fa nascere i fiori e ' frutti santi.

   Qui è Maccario, qui è Romoaldo,                          49
qui son li frati miei che dentro ai chiostri
fermar li piedi e tennero il cor saldo».

   E io a lui: «L'affetto che dimostri                         52
meco parlando, e la buona sembianza
ch'io veggio e noto in tutti li ardor vostri,

   così m'ha dilatata mia fidanza,                              55
come 'l sol fa la rosa quando aperta
tanto divien quant' ell' ha di possanza.

   Però ti priego, e tu, padre, m'accerta                   58
s'io posso prender tanta grazia, ch'io
ti veggia con imagine scoverta».

   Ond' elli: «Frate, il tuo alto disio                          61
s'adempierà in su l'ultima spera,
ove s'adempion tutti li altri e 'l mio.

   Ivi è perfetta, matura e intera                               64
ciascuna disïanza; in quella sola
è ogne parte là ove sempr' era,

   perché non è in loco e non s'impola;                   67
e nostra scala infino ad essa varca,
onde così dal viso ti s'invola.

   Infin là sù la vide il patriarca                                 70
Iacobbe porger la superna parte,
quando li apparve d'angeli sì carca.

   Ma, per salirla, mo nessun diparte                      73
da terra i piedi, e la regola mia
rimasa è per danno de le carte.

   Le mura che solieno esser badia                         76
fatte sono spelonche, e le cocolle
sacca son piene di farina ria.

   Ma grave usura tanto non si tolle                        79
contra 'l piacer di Dio, quanto quel frutto
che fa il cor de' monaci sì folle;

   ché quantunque la Chiesa guarda, tutto            82 
è de la gente che per Dio dimanda;
non di parenti né d'altro più brutto.

   La carne d'i mortali è tanto blanda,                     85
che giù non basta buon cominciamento
dal nascer de la quercia al far la ghianda.

   Pier cominciò sanz' oro e sanz' argento,            88
e io con orazione e con digiuno,
e Francesco umilmente il suo convento;

   e se guardi 'l principio di ciascuno,                     91
poscia riguardi là dov' è trascorso,
tu vederai del bianco fatto bruno.

   Veramente Iordan vòlto retrorso                         94
più fu, e 'l mar fuggir, quando Dio volse,
mirabile a veder che qui 'l soccorso».

   Così mi disse, e indi si raccolse                             97
al suo collegio, e 'l collegio si strinse;
poi, come turbo, in sù tutto s'avvolse.

   La dolce donna dietro a lor mi pinse                   100
con un sol cenno su per quella scala,
sì sua virtù la mia natura vinse;

   né mai qua giù dove si monta e cala                    103
naturalmente, fu sì ratto moto
ch'agguagliar si potesse a la mia ala.

   S'io torni mai, lettore, a quel divoto                    106
trïunfo per lo quale io piango spesso
le mie peccata e 'l petto mi percuoto,

   tu non avresti in tanto tratto e messo                 109
nel foco il dito, in quant' io vidi 'l segno
che segue il Tauro e fui dentro da esso.

   O glorïose stelle, o lume pregno                            112
di gran virtù, dal quale io riconosco
tutto, qual che si sia, il mio ingegno,

   con voi nasceva e s'ascondeva vosco                  115
quelli ch'è padre d'ogne mortal vita,
quand' io senti' di prima l'aere tosco;

   e poi, quando mi fu grazia largita                         118
d'entrar ne l'alta rota che vi gira,
la vostra regïon mi fu sortita.

   A voi divotamente ora sospira                              121
l'anima mia, per acquistar virtute
al passo forte che a sé la tira.

   «Tu se' sì presso a l'ultima salute»,                      124 
cominciò Bëatrice, «che tu dei
aver le luci tue chiare e acute;

   e però, prima che tu più t'inlei,                            127
rimira in giù, e vedi quanto mondo
sotto li piedi già esser ti fei;

   sì che 'l tuo cor, quantunque può, giocondo      130
s'appresenti a la turba trïunfante
che lieta vien per questo etera tondo».

   Col viso ritornai per tutte quante                         133
le sette spere, e vidi questo globo
tal, ch'io sorrisi del suo vil sembiante;

   e quel consiglio per migliore approbo                136
che l'ha per meno; e chi ad altro pensa
chiamar si puote veramente probo.

   Vidi la figlia di Latona incensa                              139
sanza quell' ombra che mi fu cagione
per che già la credetti rara e densa.

   L'aspetto del tuo nato, Iperïone,                           142
quivi sostenni, e vidi com' si move
circa e vicino a lui Maia e Dïone.

   Quindi m'apparve il temperar di Giove               143 
tra 'l padre e 'l figlio; e quindi mi fu chiaro
il varïar che fanno di lor dove;

   e tutti e sette mi si dimostraro                              148
quanto son grandi e quanto son veloci
e come sono in distante riparo.

   L'aiuola che ci fa tanto feroci,                                 151
volgendom' io con li etterni Gemelli,
tutta m'apparve da' colli a le foci;

   poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.                    154





Londra, British Library, Yates Thompson 36, fol. 169



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