'Dante vivo', 1997-2016 © Julia Bolton Holloway, Carlo Poli, Società Dantesca Italiana, Federico Bardazzi, Ensemble San Felice, Richard Holloway, Akita Noek

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DANTE ALIGHIERI

COMMEDIA. INFERNO XXVI


+SUMMALEXANDER S[AN]C[TU]SQUE[M] MVNDVS ADORAT
CV[M] PASTOR MV[N]DI REGNABA[N]T REX[QVE] GVIELMVS.
ET CV[M] VIR SPLENDE[N]S ORNATVS NOBILITATE:
DE MEDIOLANO DE TVRRI SIC ALAMANNVS:
VRBEM FLORENTE[M] GAVDENTI CORDE REGEBAT
MENIA TVNC FECIT VIR CO[N]STA[N]S ISTA FVTVRIS.
QVI PREERAT P[O]P[V]LO FLORENTI BARTHOLOMEVS
MA[N]TVA QVEM GENVIT COGNOMINE DENVVVLONO
FVLGENTE[M] SENSV CLARV[M] PROBITATE REFVLTUM
QUE[M] SIGNA[N]T AQVILE REDDV[N]T SVA SIGNA DECORVM
INSIGNVM P[O]P[V]LI QUOD CO[N]FERT GAVDIA VITE:
ILLIS QVI CVPIVNT VRBEM CONSVRGERE CELO:


  Lapide del Primo Popolo, 1255, Bargello, Firenze
                                                                                                                                 Brunetto Latino
                                                                                                                                

QVAM FOVEAT [CHRISTV]S CO[N]SERVET FEDERE PACIS:
EST QVIA CV[N]CTORUM FLORENTIA PLENA BONORV[M].
HOSTES DEVICIT BELLO MAGNO[QUE] TVMVLTV:
GAVDET FORTVNA SIGNIS POPVLO[QUE] POTENTI:
FIRMAT EMIT FERVENS STERNIT NV[N]C CASTRA SALVTE
QVE MARE QVE TERRA[M] QUE TOTV[M] POSSIDET ORBEM.
PER QVAM REGNANTE[M] FIT FELIX TVSCIA TOTA:
TA[M]QUA[M] ROMA SEDET SEMPER DVCTVRA TRIVMPHOS.
OMNIA DISCERNIT CERTO SVB IVRE CONHERCENS:
ANNIS MILLENIS BIS CENTVM STANTIBUS ORBE:
PENTA DECEM IVNCTIS [CHRIST]I SVB NOMINE QVIN[QUE]
CUM TRINA DECIMA TVNC TE[M]PORIS INDITIONE.

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Reader/Lettore, Carlo Poli

odi, Fiorenza, poi che se' sì grande                   1
che per mare e per terra batti l'ali,
e per lo 'nferno tuo nome si spande!

   Tra li ladron trovai cinque cotali                            4
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.

   Ma se presso al mattin del ver si sogna,               7     
tu sentirai, di qua da picciol tempo,
di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna.

   E se già fosse, non saria per tempo.                      10
Così foss' ei, da che pur esser dee!
ché più mi graverà, com' più m'attempo.

   Noi ci partimmo, e su per le scalee                       13 
che n'avea fatto iborni a scender pria,
rimontò 'l duca mio e trasse mee;

   e proseguendo la solinga via,                                 16
tra le schegge e tra ' rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si spedia.

   Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio                             19
quando drizzo la mente a ciò ch'io vidi,
e più lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio,

   perché non corra che virtù nol guidi;                   22
sì che, se stella bona o miglior cosa
m'ha dato 'l ben, ch'io stessi nol m'invidi.

   Quante 'l villan ch'al poggio si riposa,                 25
nel tempo che colui che 'l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,

   come la mosca cede a la zanzara,                          28
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov' e' vendemmia e ara:

   di tante fiamme tutta risplendea                          31
l'ottava bolgia, sì com' io m'accorsi
tosto che fui là 've 'l fondo parea.

   E qual colui che si vengiò con li orsi                    34
vide 'l carro d'Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,

   che nol potea sì con li occhi seguire,                    37
ch'el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù salire:

   tal si move ciascuna per la gola                             40
del fosso, ché nessuna mostra 'l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.

   Io stava sovra 'l ponte a veder surto,                   43
sì che s'io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giù sanz' esser urto.


Londra, British Library, Yates Thompson 36, fol . 47v


   E 'l duca che mi vide tanto atteso,                         46
disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel ch'elli è inceso».

   «Maestro mio», rispuos' io, «per udirti               49
son io più certo; ma già m'era avviso
che così fosse, e già voleva dirti:


   chi è 'n quel foco che vien sì diviso                       52
di sopra, che par surger de la pira
dov' Eteòcle col fratel fu miso?».

   Rispuose a me: «Là dentro si martira                  55
Ulisse e Dïomede, e così insieme
a la vendetta vanno come a l'ira;

   e dentro da la lor fiamma si geme                        58  
l'agguato del caval che fé la porta
onde uscì de' Romani il gentil seme.

   Piangevisi entro l'arte per che, morta,                 61
Deïdamìa ancor si duol d'Achille,
e del Palladio pena vi si porta».

   «S'ei posson dentro da quelle faville                    64
parlar», diss' io, «maestro, assai ten priego
e ripriego, che 'l priego vaglia mille,

   che non mi facci de l'attender niego                    67
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver' lei mi piego!».

   Ed elli a me: «La tua preghiera è degna              70
di molta loda, e io però l'accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.

   Lascia parlare a me, ch'i' ho concetto                  73 
ciò che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi,
perch' e' fuor greci, forse del tuo detto».

   Poi che la fiamma fu venuta quivi                         76
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:

   «O voi che siete due dentro ad un foco,               79
s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,
s'io meritai di voi assai o poco

   quando nel mondo li alti versi scrissi,                 82
non vi movete; ma l'un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi».

   Lo maggior corno de la fiamma antica                85
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;

   indi la cima qua e là menando,                              88
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: «Quando                                                                                             

   mi diparti' da Circe, che sottrasse                         91
me più d'un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,
                                                                                       

   né dolcezza di figlio, né la pieta                             94
del vecchio padre, né 'l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,

   vincer potero dentro a me l'ardore                      97
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;

   ma misi me per l'alto mare aperto                        100
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.                                                                                             

   L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,                   103
fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,
e l'altre che quel mare intorno bagna.
                                                                                       

   Io e ' compagni eravam vecchi e tardi                 106
quando venimmo a quella foce stretta
dov' Ercule segnò li suoi riguardi

   acciò che l'uom più oltre non si metta;               109
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l'altra già m'avea lasciata Setta.

``O frati", dissi ``che per cento milia                        112
perigli siete giunti a l'occidente,
a questa tanto picciola vigilia

   d'i nostri sensi ch'è del rimanente                       115
non vogliate negar l'esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

   Considerate la vostra semenza:                             118
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".
                                                                                      

   Li miei compagni fec' io sì aguti,                           121
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;

   e volta nostra poppa nel mattino,                         124
de' remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
                                                                                       

   Tutte le stelle già de l'altro polo                            127
vedea la notte, e 'l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.

   Cinque volte racceso e tante casso                       130
lo lume era di sotto da la luna,
poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,
                                                                                      

   quando n'apparve una montagna, bruna           133
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.

   Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto        136
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.

   Tre volte il fé girar con tutte l'acque;                   139
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com' altrui piacque,

   infin che 'l mar fu sovra noi richiuso».                142



1 Brunetto Latino, quoting Lucan, wrote the lines on the plaque on the Bargello, built by the Primo Popolo and lauding their exploits before Montaperti's disaster.
2 These words Dante takes from Brunetto's account of the traitor Catiline's suicide speech to his soldiers. It is an example of false rhetoric, not a heralding of the Renaissance. Twice-Told Tales, pp. 270-273 and passim.
3 Brunetto in Spain encountered Arabic knowledge of the Southern Hemisphere and its different stars, the Southern Cross.
4 In medieval mappae mundi the other side of the Ocean was Eden, Paradise.



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