'Dante vivo', 1997-2016 © Julia Bolton Holloway, Carlo Poli, Società Dantesca Italiana, Federico Bardazzi, Ensemble San Felice, Richard Holloway, Akita Noek

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DANTE ALIGHIERI

          COMMEDIA. PURGATORIO XXVII


ì come quando i primi raggi vibra                       1
là dove il suo fattor lo sangue sparse,
cadendo Ibero sotto l'alta Libra,

   e l'onde in Gange da nona rïarse,                            4
sì stava il sole; onde 'l giorno sen giva,
come l'angel di Dio lieto ci apparse.
                                                                                           

   Fuor de la fiamma stava in su la riva,                    7
e cantava `Beati mundo corde!'
in voce assai più che la nostra viva.

   Poscia «Più non si va, se pria non morde,           10
anime sante, il foco: intrate in esso,
e al cantar di là non siate sorde»,

   ci disse come noi li fummo presso;                       13
per ch'io divenni tal, quando lo 'ntesi,
qual è colui che ne la fossa è messo.

   In su le man commesse mi protesi,                      16
guardando il foco e imaginando forte
umani corpi già veduti accesi.

   Volsersi verso me le buone scorte;                       19
e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,
qui può esser tormento, ma non morte.

   Ricorditi, ricorditi! E se io                                        22
sovresso Gerïon ti guidai salvo,
che farò ora presso più a Dio?

   Credi per certo che se dentro a l'alvo                 25 
di questa fiamma stessi ben mille anni,
non ti potrebbe far d'un capel calvo.

   E se tu forse credi ch'io t'inganni,                        28
fatti ver' lei, e fatti far credenza
con le tue mani al lembo d'i tuoi panni.

   Pon giù omai, pon giù ogne temenza;                 31
volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».
E io pur fermo e contra coscïenza.

   Quando mi vide star pur fermo e duro,               34
turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:
tra Bëatrice e te è questo muro».

   Come al nome di Tisbe aperse il ciglio                37
Piramo in su la morte, e riguardolla,
allor che 'l gelso diventò vermiglio;

   così, la mia durezza fatta solla,                               40
mi volsi al savio duca, udendo il nome
che ne la mente sempre mi rampolla.

   Ond' ei crollò la fronte e disse: «Come!              43
volenci star di qua?»; indi sorrise
come al fanciul si fa ch'è vinto al pome.

   Poi dentro al foco innanzi mi si mise,                 46
pregando Stazio che venisse retro,
che pria per lunga strada ci divise.

   Sì com' fui dentro, in un bogliente vetro            49
gittato mi sarei per rinfrescarmi,
tant' era ivi lo 'ncendio sanza metro.

   Lo dolce padre mio, per confortarmi,                  52
pur di Beatrice ragionando andava,
dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».

   Guidavaci una voce che cantava                            55
di là; e noi, attenti pur a lei,
venimmo fuor là ove si montava.
                                                                                           

   `Venite, benedicti Patris mei',                                   58
sonò dentro a un lume che lì era,
tal che mi vinse e guardar nol potei.

   «Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera;     61 
non v'arrestate, ma studiate il passo,
mentre che l'occidente non si annera».

   Dritta salia la via per entro 'l sasso                      64
verso tal parte ch'io toglieva i raggi
dinanzi a me del sol ch'era già basso.

   E di pochi scaglion levammo i saggi,                  67
che 'l sol corcar, per l'ombra che si spense,
sentimmo dietro e io e li miei saggi.

   E pria che 'n tutte le sue parti immense           70
fosse orizzonte fatto d'uno aspetto,
e notte avesse tutte sue dispense,

   ciascun di noi d'un grado fece letto;                  73
ché la natura del monte ci affranse
la possa del salir più e 'l diletto.

   Quali si stanno ruminando manse                     76
le capre, state rapide e proterve
sovra le cime avante che sien pranse,

   tacite a l'ombra, mentre che 'l sol ferve,          79
guardate dal pastor, che 'n su la verga
poggiato s'è e lor di posa serve;

   e quale il mandrïan che fori alberga,                 82
lungo il pecuglio suo queto pernotta,
guardando perché fiera non lo sperga;

   tali eravamo tutti e tre allotta,                             85
io come capra, ed ei come pastori,
fasciati quinci e quindi d'alta grotta.

   Poco parer potea lì del di fori;                              88
ma, per quel poco, vedea io le stelle
di lor solere e più chiare e maggiori.

   Sì ruminando e sì mirando in quelle,                91
mi prese il sonno; il sonno che sovente,
anzi che 'l fatto sia, sa le novelle.

   Ne l'ora, credo, che de l'orïente                          94
prima raggiò nel monte Citerea,
che di foco d'amor par sempre ardente,

   giovane e bella in sogno mi parea                     97
donna vedere andar per una landa
cogliendo fiori; e cantando dicea:
                                                                                       

   «Sappia qualunque il mio nome dimanda     100
ch'i' mi son Lia, e vo movendo intorno
le belle mani a farmi una ghirlanda.

   Per piacermi a lo specchio, qui m'addorno;  103
ma mia suora Rachel mai non si smaga
dal suo miraglio, e siede tutto giorno.

   Ell' è d'i suoi belli occhi veder vaga                  106
com' io de l'addornarmi con le mani;
lei lo vedere, e me l'ovrare appaga».

   E già per li splendori antelucani,                       109
che tanto a' pellegrin surgon più grati,
quanto, tornando, albergan men lontani,

   le tenebre fuggian da tutti lati,                           112
e 'l sonno mio con esse; ond' io leva'mi,
veggendo i gran maestri già levati.

   «Quel dolce pome che per tanti rami               115
cercando va la cura de' mortali,
oggi porrà in pace le tue fami».

   Virgilio inverso me queste cotali                       118
parole usò; e mai non furo strenne
che fosser di piacere a queste iguali.

   Tanto voler sopra voler mi venne                      121
de l'esser sù, ch'ad ogne passo poi
al volo mi sentia crescer le penne.

   Come la scala tutta sotto noi                                124
fu corsa e fummo in su 'l grado superno,
in me ficcò Virgilio li occhi suoi,

   e disse: «Il temporal foco e l'etterno                 127
veduto hai, figlio; e se' venuto in parte
dov' io per me più oltre non discerno.

   Tratto t'ho qui con ingegno e con arte;            130
lo tuo piacere omai prendi per duce;
fuor se' de l'erte vie, fuor se' de l'arte.

   Vedi lo sol che 'n fronte ti riluce;                         133
vedi l'erbette, i fiori e li arbuscelli
che qui la terra sol da sé produce.

   Mentre che vegnan lieti li occhi belli                 136
che, lagrimando, a te venir mi fenno,
seder ti puoi e puoi andar tra elli.

   Non aspettar mio dir più né mio cenno;          139
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:

   per ch'io te sovra te corono e mitrio».              142


1 Dante's fifth motet has three voices present, increasing his Timothean polyphony, but this time more virtuously: 5 Purgatorio XXVII.8, 58,100-108, 'Beati mundo corde', Venite, benedicti patris mei|| ‘Sappia qualunque mio nome dimanda’, contrafactum, Alfonso el Sabio, ‘Maravillosos miragres’, Cantiga de Santa Maria 272, BNCF BR 14.


Dante Gabriel Rossetti, Rachel and Leah

In Purgatorio XXVII.58 angelic voices are heard singing, announcing eventide. Then Dante falls asleep and dreams of a singer who is Lia with Rachel, as a precursor to Matelda with Beatrice, the active versus the contemplative life (Purgatorio XXVII.100-108). Apart from the Siren, also heard in a dream, this is the first woman’s song we hear, Lia/Matelda functioning as the precursor, like John the Baptist, to Rachel/Beatrice as Christ. We recall Dante had already played such a transvestite game in the Vita nova, where Cavalcanti’s Giovanna is the ‘prima vera’, the herald to Beatrice.  We are entering the realm of the Blessed, the expiation from sin being almost fulfilled.


'DANTE VIVO'- LA COMMEDIA DI DANTE ALIGHIERI (Testo, lectura, musica, immagini dei manoscritti):

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