'Dante vivo', 1997-2016 © Julia Bolton Holloway, Carlo Poli, Società Dantesca Italiana, Federico Bardazzi, Ensemble San Felice, Richard Holloway, Akita Noek

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DANTE ALIGHIERI

COMMEDIA. INFERNO XXXIV

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«exilla regis prodeunt inferni
                              1       
verso di noi; però dinanzi mira»,
disse 'l maestro mio, «se tu 'l discerni».

    Come quando una grossa nebbia spira,              4
o quando l'emisperio nostro annotta,
par di lungi un molin che 'l vento gira,

    veder mi parve un tal dificio allotta;                    7
poi per lo vento mi ristrinsi retro
al duca mio, ché non lì era altra grotta.

    Già era, e con paura il metto in metro,                10
là dove l'ombre tutte eran coperte,
e trasparien come festuca in vetro.

    Altre sono a giacere; altre stanno erte,               13
quella col capo e quella con le piante;
altra, com' arco, il volto a' piè rinverte.

    Quando noi fummo fatti tanto avante,                16
ch'al mio maestro piacque di mostrarmi
la creatura ch'ebbe il bel sembiante,

    d'innanzi mi si tolse e fé restarmi,                       19
«Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco
ove convien che di fortezza t'armi».

    Com' io divenni allor gelato e fioco,                     22
nol dimandar, lettor, ch'i' non lo scrivo,
però ch'ogne parlar sarebbe poco.

    Io non mori' e non rimasi vivo;                             25
pensa oggimai per te, s'hai fior d'ingegno,
qual io divenni, d'uno e d'altro privo.

    Lo 'mperador del doloroso regno                         28 
da mezzo 'l petto uscia fuor de la ghiaccia;
e più con un gigante io mi convegno,

    che i giganti non fan con le sue braccia:             31
vedi oggimai quant' esser dee quel tutto
ch'a così fatta parte si confaccia.

    S'el fu sì bel com' elli è ora brutto,                        34
e contra 'l suo fattore alzò le ciglia,
ben dee da lui procedere ogne lutto.

    Oh quanto parve a me gran maraviglia               37              
quand' io vidi tre facce a la sua testa!
L'una dinanzi, e quella era vermiglia;

    l'altr' eran due, che s'aggiugnieno a questa       40
sovresso 'l mezzo di ciascuna spalla,
e sé giugnieno al loco de la cresta:

    e la destra parea tra bianca e gialla;                     43
la sinistra a vedere era tal, quali
vegnon di là onde 'l Nilo s'avvalla.

   Sotto ciascuna uscivan due grand' ali,                  46
quanto si convenia a tanto uccello:
vele di mar non vid' io mai cotali.

   Non avean penne, ma di vispistrello                     49
era lor modo; e quelle svolazzava,
sì che tre venti si movean da ello:

    quindi Cocito tutto s'aggelava.                               52
Con sei occhi piangëa, e per tre menti
gocciava 'l pianto e sanguinosa bava.

    Da ogne bocca dirompea co' denti                        55
un peccatore, a guisa di maciulla,
sì che tre ne facea così dolenti.

    A quel dinanzi il mordere era nulla                      58
verso 'l graffiar, che talvolta la schiena
rimanea de la pelle tutta brulla.

    «Quell' anima là sù c'ha maggior pena»,             61
disse 'l maestro, «è Giuda Scarïotto,
che 'l capo ha dentro e fuor le gambe mena.

    De li altri due c'hanno il capo di sotto,                64
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;

    e l'altro è Cassio, che par sì membruto.              67
Ma la notte risurge, e oramai
è da partir, ché tutto avem veduto».

    Com' a lui piacque, il collo li avvinghiai;             70
ed el prese di tempo e loco poste,
e quando l'ali fuoro aperte assai,

    appigliò sé a le vellute coste;                                  73
di vello in vello giù discese poscia
tra 'l folto pelo e le gelate croste.

    Quando noi fummo là dove la coscia                   76
si volge, a punto in sul grosso de l'anche,
lo duca, con fatica e con angoscia,

    volse la testa ov' elli avea le zanche,                    79
e aggrappossi al pel com' om che sale,
sì che 'n inferno i' credea tornar anche.

    «Attienti ben, ché per cotali scale»,                      82
disse 'l maestro, ansando com' uom lasso,
«conviensi dipartir da tanto male».

    Poi uscì fuor per lo fóro d'un sasso                      85
e puose me in su l'orlo a sedere;
appresso porse a me l'accorto passo.

    Io levai li occhi e credetti vedere                           88
Lucifero com' io l'avea lasciato,
e vidili le gambe in sù tenere;

    e s'io divenni allora travagliato,                             91
la gente grossa il pensi, che non vede
qual è quel punto ch'io avea passato.

            «Lèvati sù», disse 'l maestro, «in piede:                 94
        la via è lunga e 'l cammino è malvagio,

        e già il sole a mezza terza riede».

    Non era camminata di palagio                                97
là 'v' eravam, ma natural burella
ch'avea mal suolo e di lume disagio.

    «Prima ch'io de l'abisso mi divella,                     100
maestro mio», diss' io quando fui dritto,
«a trarmi d'erro un poco mi favella:

    ov' è la ghiaccia? e questi com' è fitto                 103
sì sottosopra? e come, in sì poc' ora,
da sera a mane ha fatto il sol tragitto?».

    Ed elli a me: «Tu imagini ancora                          106
d'esser di là dal centro, ov' io mi presi
al pel del vermo reo che 'l mondo fóra.

    Di là fosti cotanto quant' io scesi;                        109
quand' io mi volsi, tu passasti 'l punto
al qual si traggon d'ogne parte i pesi.

    E se' or sotto l'emisperio giunto                          112
ch'è contraposto a quel che la gran secca
coverchia, e sotto 'l cui colmo consunto

    fu l'uom che nacque e visse sanza pecca;          115
tu haï i piedi in su picciola spera
che l'altra faccia fa de la Giudecca.

    Qui è da man, quando di là è sera;                       118
e questi, che ne fé scala col pelo,
fitto è ancora sì come prim' era.

    Da questa parte cadde giù dal cielo;                    121
e la terra, che pria di qua si sporse,
per paura di lui fé del mar velo,

    e venne a l'emisperio nostro; e forse                  124
per fuggir lui lasciò qui loco vòto
quella ch'appar di qua, e sù ricorse».

    Luogo è là giù da Belzebù remoto                        127
tanto quanto la tomba si distende,
che non per vista, ma per suono è noto

    d'un ruscelletto che quivi discende                     130
per la buca d'un sasso, ch'elli ha roso,
col corso ch'elli avvolge, e poco pende.

    Lo duca e io per quel cammino ascoso               133
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d'alcun riposo,

   salimmo sù, el primo e io secondo,                       136
tanto ch'i' vidi de le cose belle
che porta 'l ciel, per un pertugio tondo.

    E quindi uscimmo a riveder le stelle.                   139


Firenze, Battistero


Londra, British Library, Yates Thompson 36, fol. 62v



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