'Dante vivo', 1997-2016 © Julia Bolton Holloway, Carlo Poli, Società Dantesca Italiana, Federico Bardazzi, Ensemble San Felice, Richard Holloway, Akita Noek

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DANTE ALIGHIERI

COMMEDIA. PARADISO XXXI



Londra, British Library, Yates Thompson 36, fol. 185

n forma dunque di candida rosa                           1
mi si mostrava la milizia santa
che nel suo sangue Cristo fece sposa;

   ma l'altra, che volando vede e canta                      4
la gloria di colui che la 'nnamora
e la bontà che la fece cotanta,

   sì come schiera d'ape che s'infiora                        7
una fïata e una si ritorna
là dove suo laboro s'insapora,

   nel gran fior discendeva che s'addorna              10
di tante foglie, e quindi risaliva
là dove 'l süo amor sempre soggiorna.

   Le facce tutte avean di fiamma viva                     13
e l'ali d'oro, e l'altro tanto bianco,
che nulla neve a quel termine arriva.

   Quando scendean nel fior, di banco in banco   16
porgevan de la pace e de l'ardore
ch'elli acquistavan ventilando il fianco.

   Né l'interporsi tra 'l disopra e 'l fiore                 19
di tanta moltitudine volante
impediva la vista e lo splendore:

   ché la luce divina è penetrante                             22
per l'universo secondo ch'è degno,
sì che nulla le puote essere ostante.

   Questo sicuro e gaudïoso regno,                           25
frequente in gente antica e in novella,
viso e amore avea tutto ad un segno.

   O trina luce che 'n unica stella                               28
scintillando a lor vista, sì li appaga!
guarda qua giuso a la nostra procella!
                                                                                     

   Se i barbari, venendo da tal plaga                        31
che ciascun giorno d'Elice si cuopra,
rotante col suo figlio ond' ella è vaga,

   veggendo Roma e l'ardüa sua opra,                     34
stupefaciensi, quando Laterano
a le cose mortali andò di sopra;

   ïo, che al divino da l'umano,                                   37
a l'etterno dal tempo era venuto,
e di Fiorenza in popol giusto e sano,

   di che stupor dovea esser compiuto!                  40
Certo tra esso e 'l gaudio mi facea
libito non udire e starmi muto.
                                                                                      

   E quasi peregrin che si ricrea                                43
nel tempio del suo voto riguardando,
e spera già ridir com' ello stea,

   su per la viva luce passeggiando,                         46
menava ïo li occhi per li gradi,
mo sù, mo giù e mo recirculando.

  Vedëa visi a carità süadi,                                           49
d'altrui lume fregiati e di suo riso,
e atti ornati di tutte onestadi.

   La forma general di paradiso                                 52
già tutta mïo sguardo avea compresa,
in nulla parte ancor fermato fiso;

   e volgeami con voglia rïaccesa                              55
per domandar la mia donna di cose
di che la mente mia era sospesa.

   Uno intendëa, e altro mi rispuose:                       58
credea veder Beatrice e vidi un sene
vestito con le genti glorïose.

  Diffuso era per li occhi e per le gene                    61
di benigna letizia, in atto pio
quale a tenero padre si convene.

   E «Ov' è ella?», sùbito diss' io.                                64
Ond' elli: «A terminar lo tuo disiro
mosse Beatrice me del loco mio;

   e se riguardi sù nel terzo giro                                 67
dal sommo grado, tu la rivedrai
nel trono che suoi merti le sortiro».

   Sanza risponder, li occhi sù levai,                         70
e vidi lei che si facea corona
reflettendo da sé li etterni rai.

   Da quella regïon che più sù tona                          73   
occhio mortale alcun tanto non dista,
qualunque in mare più giù s'abbandona,

   quanto lì da Beatrice la mia vista;                        76
ma nulla mi facea, ché süa effige
non discendëa a me per mezzo mista.

   «O donna in cui la mia speranza vige,                 79
e che soffristi per la mia salute
in inferno lasciar le tue vestige,

   di tante cose quant' i' ho vedute,                          82
dal tuo podere e da la tua bontate
riconosco la grazia e la virtute.

   Tu m'hai di servo tratto a libertate                      85
per tutte quelle vie, per tutt' i modi
che di ciò fare avei la potestate.

  La tua magnificenza in me custodi,                      88
sì che l'anima mia, che fatt' hai sana,
piacente a te dal corpo si disnodi».

   Così orai; e quella, sì lontana                                 91
come parea, sorrise e riguardommi;
poi si tornò a l'etterna fontana.

   E 'l santo sene: «Acciò che tu assommi               94
perfettamente», disse, «il tuo cammino,
a che priego e amor santo mandommi,

   vola con li occhi per questo giardino;                 97
ché veder lui t'acconcerà lo sguardo
più al montar per lo raggio divino.

   E la regina del cielo, ond' ïo ardo                         100
tutto d'amor, ne farà ogne grazia,
però ch'i' sono il suo fedel Bernardo».
                                                                                      

   Qual è colui che forse di Croazia                          103
viene a veder la Veronica nostra,
che per l'antica fame non sen sazia,

  ma dice nel pensier, fin che si mostra:                 106
`Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace,
or fu sì fatta la sembianza vostra?';

   tal era io mirando la vivace                                    109
carità di colui che 'n questo mondo,
contemplando, gustò di quella pace.

   «Figliuol di grazia, quest' esser giocondo»        112
cominciò elli, «non ti sarà noto,
tenendo li occhi pur qua giù al fondo;

  ma guarda i cerchi infino al più remoto,             115
tanto che veggi seder la regina
cui questo regno è suddito e devoto».

   Io levai li occhi; e come da mattina                      118
la parte orïental de l'orizzonte
soverchia quella dove 'l sol declina,

   così, quasi di valle andando a monte                  121
con li occhi, vidi parte ne lo stremo
vincer di lume tutta l'altra fronte.

   E come quivi ove s'aspetta il temo                      124
che mal guidò Fetonte, più s'infiamma,
e quinci e quindi il lume si fa scemo,

   così quella pacifica oriafiamma                            127
nel mezzo s'avvivava, e d'ogne parte
per igual modo allentava la fiamma;

   e a quel mezzo, con le penne sparte,                   130
vid' io più di mille angeli festanti,
ciascun distinto di fulgore e d'arte.

   Vidi a lor giochi quivi e a lor canti                       133
ridere una bellezza, che letizia
era ne li occhi a tutti li altri santi;

   e s'io avessi in dir tanta divizia                             136
quanta ad imaginar, non ardirei
lo minimo tentar di sua delizia.

   Bernardo, come vide li occhi miei                         139
nel caldo suo caler fissi e attenti,
li suoi con tanto affetto volse a lei,

   che ' miei di rimirar fé più ardenti.                      142





Londra, British Library, Yates Thompson 36, fol. 186





1 In these three similes Dante unfolds the progress of a pilgrimage to and through Rome, the Barbarians marvelling outside the Lateran Gates;
2 The pilgrim inside the Lateran marvelling at its apse moasic that is said to have floated through its Golden Jubilee Door;
3 The Croatian pilgrim who has traversed the city from the Lateran by way of the Via Sacra in the Forum to the Lateran seeing the Veronica veil, the culminatuio of all the pilgrimage similes, not in Jerusalem, lost in 1281, but the Rome of the 1300 Jubilee Year: Pilgrim and Book, pp. 64-72.


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