FLORIN
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JULIA
BOLTON HOLLOWAY, AUREO ANELLO
ASSOCIATION,
1997-2010: FLORENCE'S 'ENGLISH' CEMETERY
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su
Inferno
V.mp3
DANTE
ALIGHIERI
osì
discesi del cerchio
primaio
1
giù nel secondo, che men loco cinghia
e tanto più dolor, che punge a guaio.
Stavvi
Minòs orribilmente, e
ringhia:
4
essamina le colpe ne l'intrata;
giudica e manda secondo ch'avvinghia.
Dico che
quando l'anima mal
nata
7
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata
vede qual
loco d'inferno è da
essa;
10
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.
Sempre
dinanzi a lui ne stanno
molte:
13
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
dicono e odono e poi son giù volte.
«O tu
che vieni al doloroso
ospizio»,
16
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l'atto di cotanto offizio,
«guarda com' entri e di cui tu ti
fide;
19
non t'inganni l'ampiezza de l'intrare!».
E 'l duca mio a lui: «Perché pur gride?
Non impedir
lo suo fatale
andare:
22
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».
Or
incomincian le dolenti
note
25
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.
Io venni in
loco d'ogne luce
muto,
28
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.
La bufera
infernal, che mai non
resta,
31
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.
Quando
giungon davanti a la
ruina,
34
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.
Intesi ch'a
così fatto
tormento
37
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.

E come li
stornei ne portan
l'ali
40
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali
di qua, di
là, di giù, di
sù li
mena;
43
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.
E come i
gru van cantando lor
lai,
46
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid' io venir, traendo guai,
ombre
portate da la detta
briga;
49
per ch'i' dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l'aura nera sì gastiga?».
«La
prima di color di cui
novelle
52
tu vuo' saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.
A vizio di
lussuria fu sì
rotta,
55
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.
Ell'
è Semiramìs, di cui si
legge
58
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che 'l Soldan corregge.
L'altra
è colei che s'ancise
amorosa,
61
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussurïosa.
Elena vedi,
per cui tanto
reo
64
tempo si volse, e vedi 'l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.
Vedi
Parìs, Tristano»; e
più di
mille
67
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch'amor di nostra vita dipartille.
Poscia
ch'io ebbi 'l mio dottore
udito
70
nomar le donne antiche e ' cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.
I'
cominciai: «Poeta,
volontieri
73
parlerei a quei due che 'nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggieri».
Ed elli a
me: «Vedrai quando
saranno
76
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».
Sì
tosto come il vento a noi li
piega,
79
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s'altri nol niega!».
Quali
colombe dal disio
chiamate
82
con l'ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l'aere, dal voler portate;
cotali
uscir de la schiera ov' è
Dido,
85
a noi venendo per l'aere maligno,
sì forte fu l'affettüoso grido.
Biblioteca Apostolica
Vaticana, Urbinate lat 365
«O
animal grazïoso e
benigno
88
che visitando vai per l'aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,
se fosse
amico il re de
l'universo,
91
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c'hai pietà del nostro mal perverso.
Di quel che
udire e che parlar vi
piace,
94
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che 'l vento, come fa, ci tace.
Siede la
terra dove nata
fui
97
su la marina dove 'l Po discende
per aver pace co' seguaci sui.
Amor, ch'al
cor gentil ratto
s'apprende,
100
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
Amor, ch'a
nullo amato amar
perdona,
103
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.
Amor
condusse noi ad una
morte.
106
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.
Quand' io
intesi quell' anime
offense,
109
china' il viso, e tanto il tenni basso,
fin che 'l poeta mi disse: «Che pense?».
Quando
rispuosi, cominciai: «Oh
lasso,
112
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».
Poi mi
rivolsi a loro e parla'
io,
115
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.
Ma dimmi:
al tempo d'i dolci
sospiri,
118
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».
E quella a
me: «Nessun maggior
dolore
121
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa 'l tuo dottore.
Ma s'a
conoscer la prima
radice
124
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.
Noi
leggiavamo un giorno per
diletto
127
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.
Per
più fïate li occhi ci
sospinse
130
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.
Quando
leggemmo il disïato
riso
133
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bocca mi
basciò tutto
tremante.
136
Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».
Mentre che
l'uno spirto questo
disse,
139
l'altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com' io morisse.
E caddi come corpo morto cade. 142

William
Blake, Hell Canto 5
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