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Reader/Lettore, Carlo Poli



DANTE ALIGHIERI

COMMEDIA. PARADISO XIII


magini, chi bene intender cupe                       1
quel ch'i' or vidi--e ritegna l'image,
mentre ch'io dico, come ferma rupe--,

   quindici stelle che 'n diverse plage                   4         
lo ciel avvivan di tanto sereno
che soperchia de l'aere ogne compage;

   imagini quel carro a cu' il seno                        7
basta del nostro cielo e notte e giorno,
sì ch'al volger del temo non vien meno;

   imagini la bocca di quel corno                         10
che si comincia in punta de lo stelo
a cui la prima rota va dintorno,

   aver fatto di sé due segni in cielo,                    13
qual fece la figliuola di Minoi
allora che sentì di morte il gelo;

   e l'un ne l'altro aver li raggi suoi,                      16
e amendue girarsi per maniera
che l'uno andasse al primo e l'altro al poi;

   e avrà quasi l'ombra de la vera                         19
costellazione e de la doppia danza
che circulava il punto dov' io era:

   poi ch'è tanto di là da nostra usanza,                 22
quanto di là dal mover de la Chiana
si move il ciel che tutti li altri avanza.

  Lì si cantò non Bacco, non Peana,                     25
ma tre persone in divina natura,
e in una persona essa e l'umana.

  Compié 'l cantare e 'l volger sua misura;              28
e attesersi a noi quei santi lumi,
felicitando sé di cura in cura.

   Ruppe il silenzio ne' concordi numi                    31
poscia la luce in che mirabil vita
del poverel di Dio narrata fumi,

   e disse: «Quando l'una paglia è trita,                   34
quando la sua semenza è già riposta,
a batter l'altra dolce amor m'invita.

  Tu credi che nel petto onde la costa                     37
si trasse per formar la bella guancia
il cui palato a tutto 'l mondo costa,

   e in quel che, forato da la lancia,                         40
e prima e poscia tanto sodisfece,
che d'ogne colpa vince la bilancia,

   quantunque a la natura umana lece                      43
aver di lume, tutto fosse infuso
da quel valor che l'uno e l'altro fece;

   e però miri a ciò ch'io dissi suso,                         46
quando narrai che non ebbe 'l secondo
lo ben che ne la quinta luce è chiuso.

   Or apri li occhi a quel ch'io ti rispondo,                49
e vedräi il tuo credere e 'l mio dire
nel vero farsi come centro in tondo.

   Ciò che non more e ciò che può morire               52
non è se non splendor di quella idea
che partorisce, amando, il nostro Sire;

   ché quella viva luce che sì mea                           55
dal suo lucente, che non si disuna
da lui né da l'amor ch'a lor s'intrea,

   per sua bontate il suo raggiare aduna,                   58
quasi specchiato, in nove sussistenze,
etternalmente rimanendosi una.

   Quindi discende a l'ultime potenze                       61
giù d'atto in atto, tanto divenendo,
che più non fa che brevi contingenze;

   e queste contingenze essere intendo                     64
le cose generate, che produce
con seme e sanza seme il ciel movendo.

  La cera di costoro e chi la duce                            67
non sta d'un modo; e però sotto 'l segno
idëale poi più e men traluce.

   Ond' elli avvien ch'un medesimo legno,                70
secondo specie, meglio e peggio frutta;
e voi nascete con diverso ingegno.

   Se fosse a punto la cera dedutta                           73
e fosse il cielo in sua virtù supprema,
la luce del suggel parrebbe tutta;

   ma la natura la dà sempre scema,                         76
similemente operando a l'artista
ch'a l'abito de l'arte ha man che trema.

   Però se 'l caldo amor la chiara vista                      79
de la prima virtù dispone e segna,
tutta la perfezion quivi s'acquista.

   Così fu fatta già la terra degna                              82
di tutta l'animal perfezïone;
così fu fatta la Vergine pregna;

   sì ch'io commendo tua oppinïone,                         85
che l'umana natura mai non fue
né fia qual fu in quelle due persone.

   Or s'i' non procedesse avanti piùe,                        88
`Dunque, come costui fu sanza pare?'
comincerebber le parole tue.

  Ma perché paia ben ciò che non pare,                    91
pensa chi era, e la cagion che 'l mosse,
quando fu detto ``Chiedi", a dimandare.

   Non ho parlato sì, che tu non posse                      94
ben veder ch'el fu re, che chiese senno
acciò che re sufficïente fosse;

   non per sapere il numero in che enno                    97
li motor di qua sù, o se necesse
con contingente mai necesse fenno;

   non si est dare primum motum esse,                     100
o se del mezzo cerchio far si puote
trïangol sì ch'un retto non avesse.

   Onde, se ciò ch'io dissi e questo note,                    103
regal prudenza è quel vedere impari
in che lo stral di mia intenzion percuote;

   e se al ``surse" drizzi li occhi chiari,                       106
vedrai aver solamente respetto
ai regi, che son molti, e ' buon son rari.

   Con questa distinzion prendi 'l mio detto;               109
e così puote star con quel che credi
del primo padre e del nostro Diletto.

   E questo ti sia sempre piombo a' piedi,                  112
per farti mover lento com' uom lasso
e al sì e al no che tu non vedi:

   ché quelli è tra li stolti bene a basso,                      115
che sanza distinzione afferma e nega
ne l'un così come ne l'altro passo;

   perch' elli 'ncontra che più volte piega                    118
l'oppinïon corrente in falsa parte,
e poi l'affetto l'intelletto lega.

   Vie più che 'ndarno da riva si parte,                       121
perché non torna tal qual e' si move,
chi pesca per lo vero e non ha l'arte.

   E di ciò sono al mondo aperte prove                      124
Parmenide, Melisso e Brisso e molti,
li quali andaro e non sapëan dove;

   sì fé Sabellio e Arrio e quelli stolti                          127
che furon come spade a le Scritture
in render torti li diritti volti.

  Non sien le genti, ancor, troppo sicure                     130
a giudicar, sì come quei che stima
le biade in campo pria che sien mature;

  ch'i' ho veduto tutto 'l verno prima                          133
lo prun mostrarsi rigido e feroce,
poscia portar la rosa in su la cima;
                                                                                      

   e legno vidi già dritto e veloce                                136
correr lo mar per tutto suo cammino,
perire al fine a l'intrar de la foce.

  Non creda donna Berta e ser Martino,                     139
per vedere un furare, altro offerere,
vederli dentro al consiglio divino;

  ché quel può surgere, e quel può cadere».                142


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