FLORIN
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©
JULIA
BOLTON HOLLOWAY, AUREO ANELLO
ASSOCIATION,
1997-2010: FLORENCE'S 'ENGLISH' CEMETERY
|| BIBLIOTECA E BOTTEGA FIORETTA MAZZEI
|| ELIZABETH BARRETT BROWNING || WALTER SAVAGE
LANDOR || FLORENCE
IN SEPIA || BRUNETTO
LATINO, DANTE ALIGHIERI AND GEOFFREY
CHAUCER
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STUDIES
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BOOK
I,
II,
III,
IV,V || NON-PROFIT
GUIDE TO COMMERCE IN FLORENCE
|| AUREO
ANELLO,
CATALOGUE
COMMEDIA.
INFERNO XXXII
'ïo avessi
le rime aspre e
chiocce,
1
come si converrebbe al tristo buco
sovra 'l qual pontan tutte l'altre rocce,
io premerei di
mio concetto il
suco
4
più pienamente; ma perch' io non l'abbo,
non sanza tema a dicer mi conduco;
ché non
è impresa da pigliare a
gabbo
7
discriver fondo a tutto l'universo,
né da lingua che chiami mamma o babbo.
Ma quelle donne
aiutino il mio
verso
10
ch'aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,
sì che dal fatto il dir non sia diverso.
Oh sovra tutte
mal creata
plebe
13
che stai nel loco onde parlare è duro,
mei foste state qui pecore o zebe!
Come noi fummo
giù nel pozzo
scuro 16
sotto i piè del gigante assai più bassi,
e io mirava ancora a l'alto muro,
dicere udi'mi:
«Guarda come
passi:
19
va sì, che tu non calchi con le piante
le teste de' fratei miseri lassi».
Per ch'io mi
volsi, e vidimi
davante
22
e sotto i piedi un lago che per gelo
avea di vetro e non d'acqua sembiante.
Non fece al corso
suo sì grosso
velo
25
di verno la Danoia in Osterlicchi,
né Tanaï là sotto 'l freddo cielo,
com' era quivi;
che se
Tambernicchi
28
vi fosse sù caduto, o Pietrapana,
non avria pur da l'orlo fatto cricchi.
E come a gracidar
si sta la
rana
31
col muso fuor de l'acqua, quando sogna
di spigolar sovente la
villana,

livide, insin
là dove appar
vergogna
34
eran l'ombre dolenti ne la ghiaccia,
mettendo i denti in nota di cicogna.
Ognuna in
giù tenea volta la
faccia;
37
da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo
tra lor testimonianza si procaccia.
Quand' io m'ebbi
dintorno alquanto visto, 40
volsimi a' piedi, e vidi due sì stretti,
che 'l pel del capo avieno insieme misto.
«Ditemi,
voi che sì strignete i
petti»,
43
diss' io, «chi siete?». E quei piegaro i colli;
e poi ch'ebber li visi a me eretti,
li occhi lor,
ch'eran pria pur dentro molli,
46
gocciar su per le labbra, e 'l gelo strinse
le lagrime tra essi e riserrolli.
Con legno legno
spranga mai non
cinse 49
forte così; ond' ei come due becchi
cozzaro insieme, tanta ira li vinse.
E un ch'avea
perduti ambo li
orecchi
52
per la freddura, pur col viso in giùe,
disse: «Perché cotanto in noi ti
specchi?
Se vuoi saper chi
son cotesti
due,
55
la valle onde Bisenzo si dichina
del padre loro Alberto e di lor fue.

D'un corpo
usciro; e tutta la
Caina
58
potrai cercare, e non troverai ombra
degna più d'esser fitta in gelatina:
non quelli a cui
fu rotto il petto e
l'ombra 61
con esso un colpo per la man d'Artù;
non Focaccia; non questi che m'ingombra
col capo
sì, ch'i' non veggio oltre
più,
64
e fu nomato Sassol Mascheroni;
se tosco se', ben sai omai chi fu.
E perché
non mi metti in più
sermoni,
67
sappi ch'i' fu' il Camiscion de' Pazzi;
e aspetto Carlin che mi scagioni».
Poscia vid' io
mille visi
cagnazzi
70
fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,
e verrà sempre, de' gelati guazzi.
E mentre
ch'andavamo inver' lo
mezzo
73
al quale ogne gravezza si rauna,
e io tremava ne l'etterno rezzo;
se voler fu o
destino o
fortuna,
76
non so; ma, passeggiando tra le teste,
forte percossi 'l piè nel viso ad
una.
Piangendo mi
sgridò: «Perché mi
peste?
79
se tu non vieni a crescer la vendetta
di Montaperti, perché mi moleste?».

E io:
«Maestro mio, or qui
m'aspetta,
82
sì ch'io esca d'un dubbio per costui;
poi mi farai, quantunque vorrai, fretta».
Lo duca stette, e
io dissi a
colui
85
che bestemmiava duramente ancora:
«Qual se' tu che così rampogni altrui?».
«Or tu chi
se' che vai per
l'Antenora,
88
percotendo», rispuose, «altrui le gote,
sì che, se fossi vivo, troppo fora?».
«Vivo son
io, e caro esser ti
puote»,
91
fu mia risposta, «se dimandi fama,
ch'io metta il nome tuo tra l'altre note».
Ed elli a me:
«Del contrario ho io
brama.
94
Lèvati quinci e non mi dar più lagna,
ché mal sai lusingar per questa lama!».
Allor lo presi
per la
cuticagna
97
e dissi: «El converrà che tu ti nomi,
o che capel qui sù non ti rimagna».
Ond' elli a me:
«Perché tu mi
dischiomi,
100
né ti dirò ch'io sia, né mosterrolti,
se mille fiate in sul capo mi tomi».
Io avea
già i capelli in mano
avvolti,
103
e tratti glien' avea più d'una ciocca,
latrando lui con li occhi in giù raccolti,
quando un altro gridò: «Che hai tu,
Bocca?
106
non ti basta sonar con le mascelle,
se tu non latri? qual diavol ti tocca?».
«Omai», diss' io, «non vo' che più
favelle,
109
malvagio traditor; ch'a la tua onta
io porterò di te vere novelle».
«Va
via», rispuose, «e ciò che tu vuoi
conta; 112
ma non tacer, se tu di qua entro eschi,
di quel ch'ebbe or così la lingua pronta.
El piange qui
l'argento de'
Franceschi:
115
``Io vidi", potrai dir, ``quel da Duera
là dove i peccatori stanno freschi".
Se fossi
domandato ``Altri chi
v'era?",
118
tu hai dallato quel di Beccheria
di cui segò Fiorenza la gorgiera.

Gianni de'
Soldanier credo che
sia
121
più là con Ganellone e Tebaldello,
ch'aprì Faenza quando si dormia».

Noi eravam
partiti già da
ello,
124
ch'io vidi due ghiacciati in una buca,
sì che l'un capo a l'altro era cappello;
e come 'l pan per
fame si
manduca,
127
così 'l sovran li denti a l'altro pose
là 've 'l cervel s'aggiugne con la nuca:
non altrimenti
Tidëo si
rose
130
le tempie a Menalippo per disdegno,
che quei faceva il teschio e l'altre cose.
«O tu che
mostri per sì bestial
segno
133
odio sovra colui che tu ti mangi,
dimmi 'l perché», diss' io, «per tal convegno,
che se tu a
ragion di lui ti
piangi,
136
sappiendo chi voi siete e la sua pecca,
nel mondo suso ancora io te ne cangi,
se quella con
ch'io parlo non si secca».
139
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