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Reader/Lettore, Carlo Poli



DANTE ALIGHIERI

COMMEDIA. INFERNO XVI


ià era in loco onde s'udia 'l rimbombo                  1
de l'acqua che cadea ne l'altro giro,
simile a quel che l'arnie fanno rombo,

   quando tre ombre insieme si partiro,                        4
correndo, d'una torma che passava
sotto la pioggia de l'aspro martiro.

   Venian ver' noi, e ciascuna gridava:                          7
«Sòstati tu ch'a l'abito ne sembri
esser alcun di nostra terra prava».

   Ahimè, che piaghe vidi ne' lor membri,                    10
ricenti e vecchie, da le fiamme incese!
Ancor men duol pur ch'i' me ne rimembri.

   A le lor grida il mio dottor s'attese;                          13
volse 'l viso ver' me, e «Or aspetta»,
disse, «a costor si vuole esser cortese.

   E se non fosse il foco che saetta                             16
la natura del loco, i' dicerei
che meglio stesse a te che a lor la fretta».

   Ricominciar, come noi restammo, ei                       19
l'antico verso; e quando a noi fuor giunti,
fenno una rota di sé tutti e trei.

   Qual sogliono i campion far nudi e unti,                  22
avvisando lor presa e lor vantaggio,
prima che sien tra lor battuti e punti,

   così rotando, ciascuno il visaggio                           25
drizzava a me, sì che 'n contraro il collo
faceva ai piè continüo vïaggio.

   E «Se miseria d'esto loco sollo                              28
rende in dispetto noi e nostri prieghi»,
cominciò l'uno, «e 'l tinto aspetto e brollo,

   la fama nostra il tuo animo pieghi                          31
a dirne chi tu se', che i vivi piedi
così sicuro per lo 'nferno freghi.

   Questi, l'orme di cui pestar mi vedi,                      34
tutto che nudo e dipelato vada,
fu di grado maggior che tu non credi:

   nepote fu de la buona Gualdrada;                         37
Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita
fece col senno assai e con la spada.
                                                                                         

   L'altro, ch'appresso me la rena trita,                     40
è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce
nel mondo sù dovria esser gradita.
                                                                                         

   E io, che posto son con loro in croce,                   43
Iacopo Rusticucci fui, e certo
la fiera moglie più ch'altro mi nuoce».
                                                                                          

   S'i' fossi stato dal foco coperto,                            46
gittato mi sarei tra lor di sotto,
e credo che 'l dottor l'avria sofferto;

   ma perch' io mi sarei brusciato e cotto,                 49
vinse paura la mia buona voglia
che di loro abbracciar mi facea ghiotto.

   Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia               52
la vostra condizion dentro mi fisse,
tanta che tardi tutta si dispoglia,

   tosto che questo mio segnor mi disse                   55
parole per le quali i' mi pensai
che qual voi siete, tal gente venisse.

   Di vostra terra sono, e sempre mai                      58
l'ovra di voi e li onorati nomi
con affezion ritrassi e ascoltai.

   Lascio lo fele e vo per dolci pomi                        61
promessi a me per lo verace duca;
ma 'nfino al centro pria convien ch'i' tomi».

   «Se lungamente l'anima conduca                         64
le membra tue», rispuose quelli ancora,
«e se la fama tua dopo te luca,

   cortesia e valor dì se dimora                                67
ne la nostra città sì come suole,
o se del tutto se n'è gita fora;

   ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole               70
con noi per poco e va là coi compagni,
assai ne cruccia con le sue parole».

   «La gente nuova e i sùbiti guadagni                     73
orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni».

   Così gridai con la faccia levata;                           76
e i tre, che ciò inteser per risposta,
guardar l'un l'altro com' al ver si guata.

   «Se l'altre volte sì poco ti costa»,                        79
rispuoser tutti, «il satisfare altrui,
felice te se sì parli a tua posta!

   Però, se campi d'esti luoghi bui                           82
e torni a riveder le belle stelle,
quando ti gioverà dicere ``I' fui",

   fa che di noi a la gente favelle».                          85
Indi rupper la rota, e a fuggirsi
ali sembiar le gambe loro isnelle.

   Un amen non saria possuto dirsi                          88 
tosto così com' e' fuoro spariti;
per ch'al maestro parve di partirsi.

   Io lo seguiva, e poco eravam iti,                          91
che 'l suon de l'acqua n'era sì vicino,
che per parlar saremmo a pena uditi.                                                                                      

   Come quel fiume c'ha proprio cammino               94
prima dal Monte Viso 'nver' levante,
da la sinistra costa d'Apennino,                                                                                      

   che si chiama Acquacheta suso, avante                97
che si divalli giù nel basso letto,
e a Forlì di quel nome è vacante,
                                                                                     

   rimbomba là sovra San Benedetto                       100
de l'Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser recetto;

   così, giù d'una ripa discoscesa,                            103
trovammo risonar quell' acqua tinta,
sì che 'n poc' ora avria l'orecchia offesa.

   Io avea una corda intorno cinta,                          106
e con essa pensai alcuna volta
prender la lonza a la pelle dipinta.

   Poscia ch'io l'ebbi tutta da me sciolta,                  109
sì come 'l duca m'avea comandato,
porsila a lui aggroppata e ravvolta.

   Ond' ei si volse inver' lo destro lato,                    112
e alquanto di lunge da la sponda
la gittò giuso in quell' alto burrato.

   `E' pur convien che novità risponda',                   115
dicea fra me medesmo, `al novo cenno
che 'l maestro con l'occhio sì seconda'.

   Ahi quanto cauti li uomini esser dienno                118
presso a color che non veggion pur l'ovra,
ma per entro i pensier miran col senno!

   El disse a me: «Tosto verrà di sovra                    121
ciò ch'io attendo e che il tuo pensier sogna;
tosto convien ch'al tuo viso si scovra».

   Sempre a quel ver c'ha faccia di menzogna          124
de' l'uom chiuder le labbra fin ch'el puote,
però che sanza colpa fa vergogna;

   ma qui tacer nol posso; e per le note                   127
di questa comedìa, lettor, ti giuro,
s'elle non sien di lunga grazia vòte,

   ch'i' vidi per quell' aere grosso e scuro                130
venir notando una figura in suso,
maravigliosa ad ogne cor sicuro,

   sì come torna colui che va giuso                         133
talora a solver l'àncora ch'aggrappa
o scoglio o altro che nel mare è chiuso,

   che 'n sù si stende e da piè si rattrappa.               136


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