'Dante vivo', 1997-2016 © Julia Bolton Holloway, Carlo Poli, Società Dantesca Italiana, Federico Bardazzi, Ensemble San Felice, Richard Holloway, Akita Noek

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DANTE ALIGHIERI

COMMEDIA. PURGATORIO XXIII


entre che li occhi per la fronda verde             1
ficcava ïo sì come far suole
chi dietro a li uccellin sua vita perde,

   lo più che padre mi dicea: «Figliuole,                    4
vienne oramai, ché 'l tempo che n'è imposto
più utilmente compartir si vuole».

   Io volsi 'l viso, e 'l passo non men tosto,               7 
appresso i savi, che parlavan sìe,
che l'andar mi facean di nullo costo.

                                                                                      

   Ed ecco piangere e cantar s'udìe                            10
`Labïa mëa, Domine' per modo
tal, che diletto e doglia parturìe.

   «O dolce padre, che è quel ch'i' odo?»,                 13
comincia' io; ed elli: «Ombre che vanno
forse di lor dover solvendo il nodo».
                                                                                    

   Sì come i peregrin pensosi fanno,                          16
giugnendo per cammin gente non nota,
che si volgono ad essa e non restanno,

   così di retro a noi, più tosto mota,                         19
venendo e trapassando ci ammirava
d'anime turba tacita e devota.

  Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,                  22
palida ne la faccia, e tanto scema
che da l'ossa la pelle s'informava.

   Non credo che così a buccia strema                     25
Erisittone fosse fatto secco,
per digiunar, quando più n'ebbe tema.

   Io dicea fra me stesso pensando: `Ecco               28
la gente che perdé Ierusalemme,
quando Maria nel figlio diè di becco!'

  Parean l'occhiaie anella sanza gemme:                31
chi nel viso de li uomini legge `omo'
ben avria quivi conosciuta l'emme.

   Chi crederebbe che l'odor d'un pomo                  34
sì governasse, generando brama,
e quel d'un'acqua, non sappiendo como?

   Già era in ammirar che sì li affama,                      37
per la cagione ancor non manifesta
di lor magrezza e di lor trista squama,

   ed ecco del profondo de la testa                            40
volse a me li occhi un'ombra e guardò fiso;
poi gridò forte: «Qual grazia m'è questa?».

   Mai non l'avrei riconosciuto al viso;                     43
ma ne la voce sua mi fu palese
ciò che l'aspetto in sé avea conquiso.

   Questa favilla tutta mi raccese                               46
mia conoscenza a la cangiata labbia,
e ravvisai la faccia di Forese.

   «Deh, non contendere a l'asciutta scabbia         49
che mi scolora», pregava, «la pelle,
né a difetto di carne ch'io abbia;

   ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle                52
due anime che là ti fanno scorta;
non rimaner che tu non mi favelle!».

   «La faccia tua, ch'io lagrimai già morta,               55
mi dà di pianger mo non minor doglia»,
rispuos' io lui, «veggendola sì torta.

   Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;                     58
non mi far dir mentr' io mi maraviglio,
ché mal può dir chi è pien d'altra voglia».

   Ed elli a me: «De l'etterno consiglio                     61
cade vertù ne l'acqua e ne la pianta      
rimasa dietro ond' io sì m'assottiglio.

   Tutta esta gente che piangendo canta                 64
per seguitar la gola oltra misura,
in fame e 'n sete qui si rifà santa.

   Di bere e di mangiar n'accende cura                    67
l'odor ch'esce del pomo e de lo sprazzo
che si distende su per sua verdura.

   E non pur una volta, questo spazzo                      70
girando, si rinfresca nostra pena:
io dico pena, e dovria dir sollazzo,

   ché quella voglia a li alberi ci mena                      73
che menò Cristo lieto a dire `Elì',
quando ne liberò con la sua vena».

   E io a lui: «Forese, da quel dì                                  76
nel qual mutasti mondo a miglior vita, 
cinqu' anni non son vòlti infino a qui.

   Se prima fu la possa in te finita                             79
di peccar più, che sovvenisse l'ora
del buon dolor ch'a Dio ne rimarita,

   come se' tu qua sù venuto ancora?                       82
Io ti credea trovar là giù di sotto,
dove tempo per tempo si ristora».

   Ond' elli a me: «Sì tosto m'ha condotto               85
a ber lo dolce assenzo d'i martìri
la Nella mia con suo pianger dirotto.

   Con suoi prieghi devoti e con sospiri                   88
tratto m'ha de la costa ove s'aspetta,
e liberato m'ha de li altri giri.

   Tanto è a Dio più cara e più diletta                       91
la vedovella mia, che molto amai,
quanto in bene operare è più soletta;                                                                                            

   ché la Barbagia di Sardigna assai                          94
ne le femmine sue più è pudica
che la Barbagia dov' io la lasciai.
                                                                                       

   O dolce frate, che vuo' tu ch'io dica?                     97
Tempo futuro m'è già nel cospetto,
cui non sarà quest' ora molto antica,

   nel qual sarà in pergamo interdetto                     100
a le sfacciate donne fiorentine
l'andar mostrando con le poppe il petto.

   Quai barbare fuor mai, quai saracine,                  103
cui bisognasse, per farle ir coperte,
o spiritali o altre discipline?

   Ma se le svergognate fosser certe                         106
di quel che 'l ciel veloce loro ammanna,
già per urlare avrian le bocche aperte;

   ché, se l'antiveder qui non m'inganna,                109
prima fien triste che le guance impeli
colui che mo si consola con nanna.

   Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!                 112
vedi che non pur io, ma questa gente
tutta rimira là dove 'l sol veli».

   Per ch'io a lui: «Se tu riduci a mente                    115
qual fosti meco, e qual io teco fui,
ancor fia grave il memorar presente.

   Di quella vita mi volse costui                                  118
che mi va innanzi, l'altr' ier, quando tonda
vi si mostrò la suora di colui»,

   e 'l sol mostrai; «costui per la profonda              121
notte menato m'ha d'i veri morti
con questa vera carne che 'l seconda.

   Indi m'han tratto sù li suoi conforti,                     124
salendo e rigirando la montagna
che drizza voi che 'l mondo fece torti.

   Tanto dice di farmi sua compagna                        127
che io sarò là dove fia Beatrice;
quivi convien che sanza lui rimagna.

   Virgilio è questi che così mi dice»,                        130
e addita'lo; «e quest' altro è quell' ombra
per cuï scosse dianzi ogne pendice

   lo vostro regno, che da sé lo sgombra».              133



Londra, British Library, Yates Thompson 36, fol. 107


1 These two cantos present Dante's third motet: 3. Purgatorio XXIII.10, XXIV.51, Psalm 50, ‘Labia mea Domine’|| Bonagiunta Orbiciani/Dante ‘Donne che avete intelletto d’amore’ Vita nova XIX, contrafactum ‘Imperauritz del ciutat joyosa’, Llibre Vermeil de Monserrat, XIV C. 


Bonagiunta, BNCF, Canzoniere Palatino, Banco Raro 418, fol. 25v

In the circle where gluttony is punished we first hear lines from David’s Penitential Psalm 50 on opening one’s lips to proclaim the praise of God, Purgatorio XXIII.10, his Psalm written to expiate his crimes of adultery and murder, then the backsliding into the seduction and celebration of the dolce stil nuovo, where lips are opened in the praise of women, rather than of God, where Bonagiunta da Lucca sings Dante’s Vita nova lyric of Dante’s composing, ‘Donne che avete intelletto d’amore’,


Jacopo da Lentini, BNCF, Canzoniere Palatino, Banco Raro 418

then speaks of the Sicilian Notaro Jacopo da Lentini and the

Guittone d’Arezzo,
BNCF, Canzoniere Palatino, Banco Raro 418
Aretine Guittone as with him.


2 Again, a pilgrimage simile.


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