'Dante vivo', 1997-2016 © Julia Bolton Holloway, Carlo Poli, Società Dantesca Italiana, Federico Bardazzi, Ensemble San Felice, Richard Holloway, Akita Noek

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Lettore, Achille Millo


DANTE ALIGHIERI

COMMEDIA. INFERNO XXII


o vidi già cavalier muover campo,                       1
e cominciare stormo e far lor mostra,
e talvolta partir per loro scampo;

    corridor vidi per la terra vostra,                           4
o Aretini, e vidi gir gualdane,
fedir torneamenti e correr giostra;

    quando con trombe, e quando con campane,   7
con tamburi e con cenni di castella,
e con cose nostrali e con istrane;

    né già con sì diversa cennamella                         10
cavalier vidi muover né pedoni,
né nave a segno di terra o di stella.
                                                                                        

    Noi andavam con li diece demoni.                       13
Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
coi santi, e in taverna coi ghiottoni.

    Pur a la pegola era la mia 'ntesa,                          16
per veder de la bolgia ogne contegno
e de la gente ch'entro v'era incesa.

    Come i dalfini, quando fanno segno                    19
a' marinar con l'arco de la schiena
che s'argomentin di campar lor legno,

    talor così, ad alleggiar la pena,                              22
mostrav' alcun de' peccatori 'l dosso
e nascondea in men che non balena.
                                                                                       

    E come a l'orlo de l'acqua d'un fosso                  25  
stanno i ranocchi pur col muso fuori,
sì che celano i piedi e l'altro grosso,

    sì stavan d'ogne parte i peccatori;                       28
ma come s'appressava Barbariccia,
così si ritraén sotto i bollori.

    I' vidi, e anco il cor me n'accapriccia,                  31
uno aspettar così, com' elli 'ncontra
ch'una rana rimane e l'altra spiccia;

    e Graffiacan, che li era più di contra,                   34
li arruncigliò le 'mpegolate chiome
e trassel sù, che mi parve una lontra.

    I' sapea già di tutti quanti 'l nome,                      37
sì li notai quando fuorono eletti,
e poi ch'e' si chiamaro, attesi come.
                                                                                     

    «O Rubicante, fa che tu li metti                             40
li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!»,
gridavan tutti insieme i maladetti.

    E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi,                        43
che tu sappi chi è lo sciagurato
venuto a man de li avversari suoi».


   Lo duca mio li s'accostò allato;                              46 
domandollo ond' ei fosse, e quei rispuose:
«I' fui del regno di Navarra nato.

    Mia madre a servo d'un segnor mi puose,        49
che m'avea generato d'un ribaldo,
distruggitor di sé e di sue cose.

   Poi fui famiglia del buon re Tebaldo;                   52     
quivi mi misi a far baratteria,
di ch'io rendo ragione in questo caldo».

    E Cirïatto, a cui di bocca uscia                              55
d'ogne parte una sanna come a porco,
li fé sentir come l'una sdruscia.

    Tra male gatte era venuto 'l sorco;                      58
ma Barbariccia il chiuse con le braccia
e disse: «State in là, mentr' io lo 'nforco».

    E al maestro mio volse la faccia;                          61
«Domanda», disse, «ancor, se più disii
saper da lui, prima ch'altri 'l disfaccia».

    Lo duca dunque: «Or dì: de li altri rii                 64
conosci tu alcun che sia latino
sotto la pece?». E quelli: «I' mi partii,

    poco è, da un che fu di là vicino.                           67
Così foss' io ancor con lui coperto,
ch'i' non temerei unghia né uncino!».

    E Libicocco «Troppo avem sofferto»,                  70
disse; e preseli 'l braccio col runciglio,
sì che, stracciando, ne portò un lacerto.

    Draghignazzo anco i volle dar di piglio              73
giuso a le gambe; onde 'l decurio loro
si volse intorno intorno con mal piglio.

    Quand' elli un poco rappaciati fuoro,                  76
a lui, ch'ancor mirava sua ferita,
domandò 'l duca mio sanza dimoro:

    «Chi fu colui da cui mala partita                          79
di' che facesti per venire a proda?».
Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita,

    quel di Gallura, vasel d'ogne froda,                     82
ch'ebbe i nemici di suo donno in mano,
e fé sì lor, che ciascun se ne loda.

    Danar si tolse e lasciolli di piano,                        85
sì com' e' dice; e ne li altri offici anche
barattier fu non picciol, ma sovrano.

    Usa con esso donno Michel Zanche                     88
di Logodoro; e a dir di Sardigna
le lingue lor non si sentono stanche.
                                                                                       

   Omè, vedete l'altro che digrigna;                          91
i' direi anche, ma i' temo ch'ello
non s'apparecchi a grattarmi la tigna».

    E 'l gran proposto, vòlto a Farfarello                  94
che stralunava li occhi per fedire,
disse: «Fatti 'n costà, malvagio uccello!».

   «Se voi volete vedere o udire»,                              97
ricominciò lo spaürato appresso,
«Toschi o Lombardi, io ne farò venire;

   ma stieno i Malebranche un poco in cesso,       100
sì ch'ei non teman de le lor vendette;
e io, seggendo in questo loco stesso,

    per un ch'io son, ne farò venir sette                   103
quand' io suffolerò, com' è nostro uso
di fare allor che fori alcun si mette».

    Cagnazzo a cotal motto levò 'l muso,                 106
crollando 'l capo, e disse: «Odi malizia
ch'elli ha pensata per gittarsi giuso!».

    Ond' ei, ch'avea lacciuoli a gran divizia,            109 
rispuose: «Malizioso son io troppo,
quand' io procuro a' mia maggior trestizia».

   Alichin non si tenne e, di rintoppo                       112
a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali,
io non ti verrò dietro di gualoppo,

    ma batterò sovra la pece l'ali.                               115
Lascisi 'l collo, e sia la ripa scudo,
a veder se tu sol più di noi vali».

    O tu che leggi, udirai nuovo ludo:                        118
ciascun da l'altra costa li occhi volse,
quel prima, ch'a ciò fare era più crudo.

    Lo Navarrese ben suo tempo colse;                    121
fermò le piante a terra, e in un punto
saltò e dal proposto lor si sciolse.

    Di che ciascun di colpa fu compunto,                 124
ma quei più che cagion fu del difetto;
però si mosse e gridò: «Tu se' giunto!».

    Ma poco i valse: ché l'ali al sospetto                   127
non potero avanzar; quelli andò sotto,
e quei drizzò volando suso il petto:

    non altrimenti l'anitra di botto,                           130
quando 'l falcon s'appressa, giù s'attuffa,
ed ei ritorna sù crucciato e rotto.

    Irato Calcabrina de la buffa,                                  133 
volando dietro li tenne, invaghito
che quei campasse per aver la zuffa;

    e come 'l barattier fu disparito,                            136
così volse li artigli al suo compagno,
e fu con lui sopra 'l fosso ghermito.

    Ma l'altro fu bene sparvier grifagno                   139
ad artigliar ben lui, e amendue
cadder nel mezzo del bogliente stagno.

    Lo caldo sghermitor sùbito fue;                           142
ma però di levarsi era neente,
sì avieno inviscate l'ali sue.

    Barbariccia, con li altri suoi dolente,                  145
quattro ne fé volar da l'altra costa
con tutt' i raffi, e assai prestamente

    di qua, di là discesero a la posta;                         148
porser li uncini verso li 'mpaniati,
ch'eran già cotti dentro da la crosta.

    E noi lasciammo lor così 'mpacciati.                   151

 
Londra, British Library, Yates Thompson 36, fol. 39v


 
William Blake

1 Dante present at Battle with Arezzo; Brunetto wrote Peace Treaty with Arezzo, then pages in the Libro di Montaperti, the preparations for war against Siena, with whom he had also written a Peace Treaty: Twice-Told Tales, pp. 317-325.
2 Frog simile from Exodus and Apocalypse, Pilgrim and Book, pp. 167-170.
3 Again, the devil named after the podestà Rubaconte.



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