FLORIN
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©
JULIA
BOLTON HOLLOWAY, AUREO
ANELLO
ASSOCIATION,
1997-2011: FLORENCE'S
'ENGLISH'
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Call up/Cliccare su Inferno
I.mp3
el
mezzo
del
cammin
di
nostra
vita 1
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual
era è cosa
dura 4
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
Tant' è amara
che poco è più
morte;
7
ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.
Io non so ben ridir
com' i'
v'intrai,
10
tant' era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
Ma poi ch'i' fui al
piè d'un colle
giunto,
13
là dove terminava quella valle
che m'avea di paura il cor compunto,
guardai in alto e vidi
le sue
spalle
16
vestite già de' raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.
Allor fu la paura un
poco
queta,
19
che nel lago del cor m'era durata
la notte ch'i' passai con tanta pieta.

E come quei che con
lena
affannata,
22
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l'acqua perigliosa e guata,
così l'animo
mio, ch'ancor
fuggiva,
25
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.
Poi ch'èi posato
un poco il corpo
lasso,
28
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che 'l piè fermo sempre era 'l più basso.
Ed ecco, quasi al
cominciar de
l'erta,
31
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;
e non mi si partia
dinanzi al
volto,
34
anzi 'mpediva tanto il mio cammino,
ch'i' fui per ritornar più volte vòlto.

Temp' era dal principio
del
mattino,
37
e 'l sol montava 'n sù con quelle stelle
ch'eran con lui quando l'amor divino
mosse di prima quelle cose
belle;
40
sì ch'a bene sperar m'era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle
l'ora del tempo e la
dolce
stagione;
43
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m'apparve d'un leone.
Questi parea che contra
me
venisse
46
con la test' alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l'aere ne tremesse.
Ed una lupa, che di
tutte
brame
49
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,
questa mi porse tanto
di
gravezza
52
con la paura ch'uscia di sua vista,
ch'io perdei la speranza de l'altezza.
E qual è quei
che volontieri
acquista,
55
e giugne 'l tempo che perder lo face,
che 'n tutti suoi pensier piange e s'attrista;
tal mi fece la bestia
sanza
pace,
58
che, venendomi 'ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove 'l sol tace.
Mentre ch'i' rovinava
in basso
loco, 61
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.
Quando vidi costui nel gran
diserto, 64
«Miserere di me», gridai a lui,
«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».
Boccaccio,
Biblioteca
Riccardiana
Rispuosemi: «Non
omo, omo già
fui,
67
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui.
Nacqui sub Iulio,
ancor
che
fosse
tardi,
70
e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
Poeta fui, e cantai di
quel
giusto
73
figliuol d'Anchise che venne di Troia,
poi che 'l superbo Ilïón fu combusto.
Ma tu perché
ritorni a tanta
noia?
76
perché non sali il dilettoso monte
ch'è principio e cagion di tutta gioia?».
«Or se' tu quel
Virgilio e quella
fonte
79
che spandi di parlar sì largo fiume?»,
rispuos' io lui con vergognosa fronte.
«O de li altri
poeti onore e
lume,
82
vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
che m'ha fatto cercar lo tuo volume.
Tu se' lo mio maestro e
'l mio
autore,
85
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m'ha fatto onore.
Vedi la bestia per cu'
io mi
volsi;
88
aiutami da lei, famoso saggio,
ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi».
«A te convien
tenere altro
vïaggio»,
91
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
«se vuo' campar d'esto loco selvaggio;
ché questa
bestia, per la qual tu
gride,
94
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide;
e ha natura sì
malvagia e
ria,
97
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo 'l pasto ha più fame che pria.
Molti son li animali a
cui
s'ammoglia, 100
e più saranno ancora, infin che 'l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.
Questi non
ciberà terra né peltro,
103
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
Di quella umile Italia
fia
salute
106
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.
Questi la
caccerà per ogne
villa,
109
fin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno,
là onde 'nvidia prima dipartilla.
Ond' io per lo tuo me'
penso e
discerno 112
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno;
ove udirai le disperate
strida,
116
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch'a la seconda morte ciascun grida;
e vederai color che son
contenti
118
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.
A le quai poi se tu
vorrai
salire,
121
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;
ché quello
imperador che là sù
regna, 124
perch' i' fu' ribellante a la sua legge,
non vuol che 'n sua città per me si vegna.
In tutte parti impera e
quivi
regge; 127
quivi è la sua città e l'alto seggio:
oh felice colui cu' ivi elegge!».
E io a lui:
«Poeta, io ti
richeggio
130
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch'io fugga questo male e peggio,
che tu mi meni
là dov' or
dicesti,
133
sì ch'io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti».
Allor si mosse, e io li
tenni
dietro. 136

Fonti:
Dante Alighieri. La Commedia secondo l'antica vulgata a cura di
Giorgio Petrocchi.
Edizione Nazionale a cura della Società Dantesca Italiana.
Milano: Mondadori, 1966-1967.
Dante Alighieri. La Divina Commedia.
Illustrazioni
di
Sandro
Botticelli.
Firenze:
Le
Lettere,
1997.
Dante Alighieri. La divina commedia nella figurazione artistica e
nel secolare commento. A cura di Guido Biagi, Giuseppe Lando
Passerini, Enrico Rostagno & Umberto Cosmo. 3 vols. Torino: UTET,
1924-39.
Vittorio Alinari. Paesaggi italici
nella "Divina Commedia". Firenze: Presso Giorgio e Piero
Alinari, 1921.
Julia Bolton Holloway. The Pilgrim and the Book: A Study of Dante, Langland and Chaucer. Berne: Peter Lang, 1987, 1989, 1993.
Giovanni Papini. Dante vivo. Firenze: Libreria Editrice Fiorentina, 1933.
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