Dante vivo', 1997-2020 © Julia Bolton Holloway, Carlo Poli, Società Dantesca Italiana, Federico Bardazzi, Ensemble San Felice, Richard Holloway, Akita Noek


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Temple Classics, reading in English and commentary
Selva oscura


DANTE ALIGHIERI

COMMEDIA. INFERNO I

                                                                                     


  
Facsimile, Libro del Chiodo                               Firenze, Biblioteca Riccardiana 1040
Enrico Giannini, Daniel-Claudiu Dumitrescu                                                                       



London, British Library, Yates Thompson 36, Priamo della Quercia. fol. 1. Consult their website for enlarged versions and descriptios of miniatures.

el mezzo del cammin di nostra vita            
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.
                                                                                 

   Ahi quanto a dir qual era è cosa dura              4
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

   Tant' è amara che poco è più morte;                7
ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.

   Io non so ben ridir com' i' v'intrai,                   10
tant' era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

  Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto,           13
là dove terminava quella valle
che m'avea di paura il cor compunto,

   guardai in alto e vidi le sue spalle                    16
vestite già de' raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.

   Allor fu la paura un poco queta,                       19
che nel lago del cor m'era durata
la notte ch'i' passai con tanta pieta.
                                                                           

   E come quei che con lena affannata,               22
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l'acqua perigliosa e guata,

   così l'animo mio, ch'ancor fuggiva,                  25
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.

   Poi ch'èi posato un poco il corpo lasso,           28
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che 'l piè fermo sempre era 'l più basso.

   Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,               31
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;

   e non mi si partia dinanzi al volto,                   34
anzi 'mpediva tanto il mio cammino,
ch'i' fui per ritornar più volte vòlto.
                                                                          

   Temp' era dal principio del mattino,               37
e 'l sol montava 'n sù con quelle stelle
ch'eran con lui quando l'amor divino

  mosse di prima quelle cose belle;                      40
sì ch'a bene sperar m'era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle

   l'ora del tempo e la dolce stagione;                  43
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m'apparve d'un leone.

   Questi parea che contra me venisse                 46     
con la test' alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l'aere ne tremesse.

   Ed una lupa, che di tutte brame                        49
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,

   questa mi porse tanto di gravezza                    52
con la paura ch'uscia di sua vista,
ch'io perdei la speranza de l'altezza.

   E qual è quei che volontieri acquista,              55 
e giugne 'l tempo che perder lo face,
che 'n tutti suoi pensier piange e s'attrista;

   tal mi fece la bestia sanza pace,                        58
che, venendomi 'ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove 'l sol tace.

   Mentre ch'i' rovinava in basso loco,                 61
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.

  Quando vidi costui nel gran diserto,                 64
«Miserere di me», gridai a lui,
«qual che tu sii, od ombra od omo certo!». 
                                                                                           

 
Giovanni Boccaccio, Biblioteca Riccardiana 1035

   Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,              67
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui.

   Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,          70
e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.

   Poeta fui, e cantai di quel giusto                       73
figliuol d'Anchise che venne di Troia,
poi che 'l superbo Ilïón fu combusto.

   Ma tu perché ritorni a tanta noia?                    76
perché non sali il dilettoso monte
ch'è principio e cagion di tutta gioia?».

   «Or se' tu quel Virgilio e quella fonte              79
che spandi di parlar sì largo fiume?»,
rispuos' io lui con vergognosa fronte.

   «O de li altri poeti onore e lume,                      82
vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
che m'ha fatto cercar lo tuo volume.

   Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore,             85
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m'ha fatto onore.

   Vedi la bestia per cu' io mi volsi;                      88
aiutami da lei, famoso saggio,
ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi».

   «A te convien tenere altro vïaggio»,                91
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
«se vuo' campar d'esto loco selvaggio;

   ché questa bestia, per la qual tu gride,            94
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide;

   e ha natura sì malvagia e ria,                            97
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo 'l pasto ha più fame che pria.

   Molti son li animali a cui s'ammoglia,            100
e più saranno ancora, infin che 'l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.

   Questi non ciberà terra né peltro,                    103
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

   Di quella umile Italia fia salute                         106
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.

   Questi la caccerà per ogne villa,                       109
fin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno,
là onde 'nvidia prima dipartilla.

   Ond' io per lo tuo me' penso e discerno          112
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno;

   ove udirai le disperate strida,                            116
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch'a la seconda morte ciascun grida;

   e vederai color che son contenti                       118
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.

   A le quai poi se tu vorrai salire,                        121
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;

   ché quello imperador che là sù regna,             124
perch' i' fu' ribellante a la sua legge,
non vuol che 'n sua città per me si vegna.

   In tutte parti impera e quivi regge;                  127  
quivi è la sua città e l'alto seggio:
oh felice colui cu' ivi elegge!».

   E io a lui: «Poeta, io ti richeggio                      130
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch'io fugga questo male e peggio,

   che tu mi meni là dov' or dicesti,                     133
sì ch'io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti».

   Allor si mosse, e io li tenni dietro.                   136


 
British Library, Yates Thompson 36, fol 2



Engraving from Botticelli



William Blake, Inferno I

1 Dante, with his poem, turns the condemnation (his exile and excommunication), of the Libro del Chiodo, into the freedom and salvation of the Commedia, going from tragedy to comedy, tears to laughter, the 'FELICITER' of Terence's Comedies.
2 In medieval depictions Dante outside of the text is in doctoral red teaching robes, within the Commedia in apprentice blue, as the student, making mistakes. Later illustrators, such as Botticelli and Blake, lose this Pilgrim's Progess from folly to wisdom.
3 Pilgrim and Book: Twice-Told Tales: Dante Alighieri borrows his Commedia's opening from Brunetto Latino's Tesoretto.
4 Dante, as will Milton later, describes himself as like an Israelite having escaped from drowning in the Red Sea (Yam Suf): Pilgrim and Book, p. 175, as well as like shipwrecked Aeneas and Paul.
5 Medieval rhetoricians believed that the opening of a poem should mirror reflect the Creation: Pilgrim and Book, pp.262-3.

Further obsrvations: the three beasts are an infernal trinity and are spoken of as one beast, each developing from the other, as the three vices afflicting the three Ages of Man, Lust, Pride, Avarice, and also being political figures for Florence and Rome; while Dante makes use of synaesthesia, the sun falling silent, confusing the Five Senses in this Realm of Lies, and where the Souls are only Shadows, not Substance, Virgil's voice hoarse when resurrected from the grave of the book Dante has fallen asleep over while reading it, playing on both Cicero's Somnium Scipionis and the Roman de la Rose.


'DANTE VIVO'- LA COMMEDIA DI DANTE ALIGHIERI (Testo, file audio, musica, immagini dei manoscritti):

Inferno I, Inferno II, Inferno III, Inferno IV, Inferno V, Inferno VI, Inferno VII, Inferno VIII, Inferno IX, Inferno X, Inferno XI, Inferno XII, Inferno XIII, Inferno XIV, Inferno XV, Inferno XVI, Inferno XVII, Inferno XVIII, Inferno XIX, Inferno XX, Inferno XXI, Inferno XXII, Inferno XXIII, Inferno XXIV, Inferno XXV, Inferno XXVI, Inferno XXVIIInferno XXVIII, Inferno XXIX, Inferno XXX, Inferno XXXI, Inferno XXXII, Inferno XXXIII, Inferno XXXIV 

Purgatorio I, Purgatorio II, Purgatorio III, Purgatorio IV, Purgatorio V, Purgatorio VI, Purgatorio VII, Purgatorio VIII, Purgatorio IX, Purgatorio X, Purgatorio XI, Purgatorio XII, Purgatorio XIII, Purgatorio XIV, Purgatorio XV, Purgatorio XVI, Purgatorio XVII, Purgatorio XVIII, Purgatorio XIX, Purgatorio XX, Purgatorio XXI, Purgatorio XXII, Purgatorio XXIII, Purgatorio XXIV, Purgatorio XXV, Purgatorio XXVI, Purgatorio XXVII, Purgatorio XXVIII, Purgatorio XXIX, Purgatorio XXX, Purgatorio XXXI, Purgatorio XXXII, Purgatorio XXXIII

Paradiso
I, Paradiso II, Paradiso III, Paradiso IV, Paradiso V, Paradiso VI, Paradiso VII, Paradiso VIII, Paradiso IX, Paradiso X, Paradiso XI, Paradiso XII, Paradiso XIII, Paradiso XIV, Paradiso XV, Paradiso XVI, Paradiso XVII, Paradiso XVIII, Paradiso XIX, Paradiso XX, Paradiso XXI, Paradiso XXII, Paradiso XXIII, Paradiso XXIV, Paradiso XXV, Paradiso XXVI, Paradiso XXVII, Paradiso XXVIII, Paradiso XXIX, Paradiso XXX, Paradiso XXXI, Paradiso XXXII, Paradiso XXXIII

Dorothy Sayers' diagrams to her Hell, translating Dante's Inferno:







https://www.museogalileo.it/it/museo/impara/online/56-video-didattici-di-storia-della-scienza/522-galileodante-it.html


Dante Alighieri ha scelto di scrivere la Commedia, come il Vangelo, per tutti: uomini, donne, bambini. Il nostro Cenacolo Dante Alighieri, aperto a tutti, ha l’intento di condividere la lettura di tutte e tre le Cantiche della Commedia, tre Canti ogni giovedì sera. Una lettura che non sia superficiale, o secondo lo stile cognitivo dell’emisfero sinistro, approccio tipico dell’Accademia e delle scuole, ma secondo lo stile dell’emisfero destro, con colori e suoni, con le miniature, i disegni di Botticelli e di Blake, con la musica del tempo, e come il figlio Pietro Alighieri ha insegnato nel suo Commento, il quale afferma che il poema è finzione e sogno, guidando noi lettori alla verità. Noi come lettori, nel leggere, diventiamo Dante dentro la sua Commedia; noi con lui, come lui, commettiamo tutti e sette i peccati mortali, e nel Purgatorio sciogliamo poi questi peccati con la Penitenza gioiosa. La Commedia è come un Manuale di Confessione, Dante, nel poema, è come il re Davide con il Salmo 50, il Miserere, il quale si pente dei suoi peccati mortali con Natan e con Dio. Dante, fuori della  finzione del poema, è togato in rosso, è Maestro; dentro la Commedia, invece, è in azzurro, come discepolo di Virgilio, che è in rosso. Egli è qui l’apprendista del mago. Dante, nel testo del poema, è come Pinocchio che sbaglia, e poi impara – e noi impariamo con loro.

    Pietro Alighieri scrive nel suo Commento delle quattro Cause di Aristotele, causa materiale, causa efficiente, causa formale e causa finale, come in relazione ai quattro livelli dell'esegesi teologica, il senso letterale, il senso morale, il senso allegorico e il senso anagogico. Dante, in carne ed ossa, fuori del testo, è figura materiale e letterale; la figura dell’esule e pellegrino Dante nel testo ci insegna la morale, mentre nella forma allegorica - il testo gioca con le forme allegoriche – ci fa arrivare alla causa finale, che è il livello anagogico, della salvezza del lettore in verità - nello spazio e tempo reali -  e anche oltre la finzione e la poesia del testo.


Firenze/Esilio, 1265-1321
Dante autore, in rosso
vero     ―›
materiale
letterale
Poema, Pasqua, 1300
Dante pellegrino, in azzurro
sogno, finzione     ―›
formale e efficiente
morale e allegorico
Ovunque, 1300-2020
Noi lettori
veri
efficiente e finale
morale e anagogico

La pedagogia medievale, soprattutto, era giocosa, avendo compreso come questo fosse un ottimo modo per ben apprendere e insegnare. Le regioni infernali, sono quelle del Regno della menzogna. La poesia dell’Inferno inganna “Dante” e noi, suoi lettori, così come accade con la pornografia del Canto V, come con la figura del fraudolento Gerione con il volto di uomo giusto dei Canti XVI-XVII. È importante riscoprire le ‘commedie’ terenziane e pacifiche, delle donne e degli schiavi, della Commedia, e non essere per sempre abbandonati nell’’alta tragedia’ dell’Inferno dove la guida è Virgilio, ‘Arma virumque cano’, del poeta e filosofo pagano, ‘degli dei falsi e bugiardi’, delle lacrimae rerum, che rappresentano la filosofia, ma giungere invece alla figura di Beatrice, cristiana, alla Teologia.

      Quando un restauratore lavora su un quadro medievale deve rimuovere tutte le aggiunte che sono state fatte negli anni, rimuovere gli strati giallastri di vernice, per ritrovare i colori vividi e brillanti e l’oro dell’originale che sembrano danzare alla luce delle candele. Lo stesso desideriamo fare con la poesia di Dante, così che quando leggiamo la Commedia, possiamo avvicinarci il più possibile alla Firenze medievale del suo tempo. Ceneremo ogni mese anche nella sua vera casa natale, alla Trattoria “Il Pennello”, accanto alla chiesetta di San Martino, invece di incontrarci nel Museo Casa di Dante degli inizi del Novecento. Il nostro Dante non sarà il Dante della statua severa in Piazza Santa Croce, non sarà il Dante del Romanticismo francese e tedesco, non sarà il Dante così come fu percepito dal Risorgimento, il Dante del nazionalismo e della massoneria, né il Dante del Duce Mussolini del Fascismo arrogante, imperialistico e razzista, ma il Dante medievale in carne ed ossa, prima, cittadino di Firenze, che, con la condanna all’esilio e con la condanna a morte per tre volte nel Libro del Chiodo, divenne -  e diviene - un cittadino umile e democratico di un mondo che è il Regno dei Cieli, che sposò la pagana Etica Nicomachea di Aristotele al cristianesimo inclusivo dei Vangeli, all’In Principio erat Verbum della Bibbia, come riscritto in ‘Nel mezzo del cammin di nostra vita . . .’ qui ed ora.



PIETRO ALIGHIERI'S COMMENTARY

TO HIS FATHER'S COMMEDIA


ow did I come to Pietro Alighieri's Commentary to his father's Commedia? That in itself is a story. I was writing my Berkeley dissertation on pilgrimage in Dante, Langland and Chaucer and teasing out the fourfold allegoresis, which Dante relates to the Exodus paradigm of going from bondage to freedom, the singing of the Psalm 113, In exitu Israel de Aegypto, which James Joyce reverberates with its unique tonus peregrinus again in Ulysses' Easter Uprising. Doing so I came across Father Dunstan Tucker, O.S.B.'s "Dante's Reconciliation in the Purgatorio," American Benedictine Review 20 (1969), 75-92, which places that Psalm in its Easter liturgical context of baptism. It would have been sung in Florence's Baptistry on Easter Saturday, 3 April 1266, when Dante's name would have rung out beneath that mosaiced dome, all Florentine babies born since the Easter of 1265 and before 1266's Easter being baptized on that date.



Dante, three times, would use its allegorizing, in Convivio I.1, in Purgatorio II, and in Epistola X. But Father Tucker, in making some corrections to his essay, muddled his footnotes. That caused me to try to find his reference to a passage in Pietro Alighieri's Commentary. But it wasn't there at the page number he gave. So, seeking to find it, I read the entire Latin commentary through in both exasperation and gratitude.

Dante named his three sons Pietro, Peter, Jacopo, James, and Giovanni, John, after the three disciples present at the Transfigruation. Pietro Alighieri, born around 1283-1285, when coming of age, was condemned to death with his brothers, and so went to join his father in exile to escape that fate, 6 November 1315. He is documented as a Judge in Verona, in 1332, probably having studied law in Bologna. Around 1355, Moggio de' Moggi tells us, he recited a now-lost poem of his composing outlining his father's Commedia in Verona's Piazza delle Erbe.
His brother, Jacopo, also composed a Commentary in verse which is appended to manuscripts of the Commedia that emanate particularly from Francesco da Barberino's officina and which carefully note Dante's death in Ravenna, for instance as in BML Plut. 40.11: ‘Explicit liber comedie Dantis ala/gherij de florentia per eum editus/ sub anno dominice incarnationis/Millessimo trecentimo. de mense mar/tii. Sole in ariete. Luna nona in libra./ Qui decessit in ciuitate rauenne in an/no dominice incarnationis Millessimo/ trecentesimo uigesimo primo die sanc/crucis de mense septembris anima cu/ius in pace requiescat ammen.’ Pietro Alighieri died in Treviso in 1364. His magnificent tomb is extant.


Pietro Alighieri's tomb at the Church of San Francesco, Treviso

There are three versions of Pietro Alighieri's Commentary to his father's poem, the first edited by Vincenzo Nannucci for Lord Vernon, in the edition I read through in its Latin many years ago, finding treasures there, like the cataloging of what would have been his father's library as including the Classics, Aristotle, Ovid, Virgil, Lucan, Statius, Terence, Seneca, and Patristic and Scholastic authors, Augustine, Boethius, Isidore of Seville, Thomas Aquinas, but also Andreas Cappellanus, De arte honetse amandi, and Alanus de Insula. I found most valuable his comment that his father founded the Commedia on the circular Roman theatres such as where Terence's Comedies were performed, for this validated the use of drama in the Commedia, Terence being the freed slave from Africa whose brilliant plays delighted the Roman Republic of the Scipios and the Roman Empire following upon it, his influence as pedagogy with laughter then being used to teach spoken Latin in medieval monasteries and Renaissance schoolrooms. The acting by the abbots, monks and oblates of the Officium Pereginorum with its delightful dramatic irony was done in the context of their study of Terence's laughter-filled Comedies.


Pietro Alighieri tells us:
Libri titulus est: Comoedia Dantis Allegherii; et quare sic vocetur, adverte. Antiquitus in theatro, quod erat area semicircularis, et in ejus medio erat domuncula, quae scena dicebatur, in qua erat pulpitum, et super id ascendebat poeta ut cantor, et sua carmina ut cantiones recitebat, extra vero erant mimi joculatores, carminum pronuntiationem gestu corporis effigiantes per adaptationem ad quemlibet, ex cujus persona ipse poeta loquebatur; . . .  et si tale pulpitum, seu domunculam, ascendebat poeta, qui de more villico caneret, talis cantus dicebatur comoedia. . .et quod ejus stylus erat in materia incipiente a tristi recitatione et finiente in laetam . . . Et quod auctor iste ita scribere intendebat, incipiende ab Inferno et finiendo in Paradisum, sic ejus Poema voluit nominari. Item quod poeta in comoedia debet loqui remisse et non alte, ut Terentius in suis comoediis fecit.
But perhaps more important than giving the theatricality of his father's Commedia is his understanding of its allegorizing. He combines the Fourfold Allegoresis of the theologians with the Four Causes of Aristotle, the first as literal and material, the second as moral and efficient, the third as figural and formal, the fourth as final and anagogical. There are two types of allegory, the Allegory of the Theologians, which is God's, based in Truth, whose end is damnation/salvation; and the Allegory of the Poets, which is fictive and pagan, where a vice or a virtue is abstracted and intellectualized, away from the marketplace's real world of flesh and blood into an ivory tower, allos+agora. Dante mixes them up together. Which he can do because he, the Author in his reality of flesh and blood, and garbed in his red and ermine teaching robes, outside of his book, which lies on the lectern before him, which he writes and from which he reads, creates an alternative cosmos, his poem. Into which he fictively 'incarnates' his mirror image, now in the blue of the sorceror's apprentice to Virgil the necromancer, and journeying from the bondage of Hell to the freedom of Paradise. During the paideia of this poem this 'Dante' fictively errs, then learns from his errors, and we learn with him, being likewise shaped from vice to virtue. But there is also the Figural and Formal Allegory and Cause, where episodes in the Hebrew Scriptures become mirrors of those in the Gospels, such as Isaac carrying the wood becoming Christ carrying the Cross; in Dante's writings, where Psalm 113's In Exitu Israel de Aegypto becomes Christian Baptism, and even where three poets, Dante, Virgil, Statius, poetando, become like the three pilgrims at Emmaus. This is most beautifully shown in the Botticelli illustrations to that Purgatorio XXI scene.

I have argued that the Anagogical and Final Allegory and Cause is where we meet in the Other that unrecognised/recognized Epiphany of Christ, who seems as if painted in our image, "mi parve pinta della nostra effigie". In Hell Dante perjures himself saying lies are truths, in his fictive Paradise, Dante says truthfully the poem is a fiction. But it is a fiction whose Efficient Cause and Moral Allegory is our salvation, our God-mirroring achieved through his God-mirroring.


Florence, Exile, 1265-1321
Dante Author, in red
True     ―›
Material Cause
Literal
Poem, Easter, 1300
Dante Pilgrim, in blue
Dream, Fiction     ―›
Efficient and Formal Causes
Moral and Figural Allegories
Everywhere, 1300-2020
We, Readers
True
Efficient and Final Causes
Moral and Anagogical Allegories
 
Therefore I delight in how Pietro Alighieri differentiates between the flesh and blood reality of his father and the deliberate fictiveness, the trickster-savior playfulness, of his dream vision poem as "una veritade ascosa sotto bella menzogna", as Gregorian chant masquerading with motets such as Casella's and the Siren's Songs which lead the hundred-fold pilgrims, Ulysses, Dante and ourselves astray into a false loveliness, until Cato and Beatrice rudely awaken us.

I had first perused the Commentarium in the fine Lord Vernon edition of 1846,  printed in hand-set and highly legible type on rag paper. findimg it in the library stacks at Berkeley, studying it again in the Società Dantesca Italiana library in Florence, finally purchasing it in two anastatic volumes from India.

Pietro continued his work of elucidating his father's poem, making use of the family library of manuscripts, in two further versions, the final one edited by the tragic scholar Massimiliano Chiamenti who published it with the University of Arizona Press in 2002, using Biblioteca Apostolica Vaticana, Ottoboniana Latina 2867 as his base text, which is retrievable from the Vatican website.

And then Massimo Seriacopi found in the Laurentian Library the version of the Commentary translated in volgare, in Tuscan Italian, publishing it in two volumes in 2008 and 2009. We collaborated, he turning my edition of the Opere di Brunetto Latino in an Italian acceptable to Italian scholars, and then we worked together on Canto XXI of the Purgatorio on the Emmaus Peregrini. He next gave me copies of his two volumes of Pietro Alighieri's Commentary in volgare along with this recording of his observations on the importance of that work: Osservazioni sul commento di Pierto Alighieri alla Commedia

As an Assistant Professor at Princeton I finally wrote to Father Dunstan Tucker, trying to clear up that fugitive footnote, and mentioned to him that I would like to have my students perform the Officium Peregrinorum. He suggested that the former Chant Master of St John's Abbey, now made redundant by Vatican II, could come to help me. So, together, Father Gerard Farrell, O.S.B., and I, had our Princeton University students following five rehearsals be able to perform the Officium Peregrinorum in its Latin Gregorian chant and use the stage directions of the Orléans 201 manuscript, which have the Abbot of Winchester/Fleury "represent" the figure of Christ as the Pilgrim who joins the sorrowing two on the road to Emmaus, Luke 24's text speaking of their sermoning and fabling, hi sermones and dum fabularentur. In my Berkeley dissertation I had shown how this mixture of truth and lie, fact and fiction, informs the major pilgrimage poems of the thirteenth and fourteenth centuries, Dante's Commedia among them. In iconography, and also even in the music, the named disciple, Cleopas, is shown as old while the other disciple in the medieval tradition is a youthful Luke, to be sung by an oblate whose voice has not yet cracked, but who carries the Book of his Gospel in which he will narrate this tale, following being chided by Christ for being foolish 'and slow of heart to believe'. Finally, in Florence and in Ravenna, I was even able to have this scene enacted in Gregorian chant in Latin in Federigo Bardazzi's Ensemble San Felice performance of the Officium Peregrinorum in  La Musica della Commedia.

For in Purgatorio XXI Dante explicitly tells us that the Commedia is as Luke wrote it, 'come ne scriva Luca', and he presents Virgil as the Cleophas figures, himself as the youthful not-yet-comprehending figure of Luke, while he baptises pagan Statius as Christian, as being like Christ who joins the other two. In a sense he is saying that even the worst criminals in Hell, when met by the other two, by Virgil and Dante, as Cleophas and Luke, have a fractal of that of Christ in them where they can save us from committing their sin. The Vatican lat. 4776, fol. 39r, manuscript shows Virgil and Dante, who is holding the Book (of Virgil's Aeneid over which he has fallen asleep, of Lucan's Pharsalia, of Luke's Gospel), in the Emmaus iconography, but lacking Christ, where Christ in the Inferno cannot be named.

Let us now take that episode of dramatic irony, found in both Luke and Terence, then in Dante's Purgatorio XXI, and see how the different versions of Pietro's Commentary handle this delightful scene as both theme and variation where even the Christ figure of Statius is uncomprehending of the presence of his beloved Virgil:

Dicendo quomodo post eus venit quidam spiritus, et eos salutavit, et ita allocutus est eos, ut fecit Christus  die tertia post passionem apparens sancto Jacobo et sancto Joanni [sic] euntibus per Jerosolimam et loquentibus de eo; dicendo: qui sunt hi sermones, quos confertis ad invicem ambulantes? Qui dixerunt: tu solus peregrinus es in Jerusalem etc. Demjum et cognoverunt eum, ut Lucae Capitolo XXIV. Fingendo dictum spiritum se postea nominare Statium, in quo modo figuratur philosophis moralis, ut in Capitolo II Inferni praemisi.

Inde tangit auctor comparative quod scribitur Luce, capitulo ultimo, scilicet quod dum post passionem et resurrectionem Domini Cleophas et Almeon -- secundum Ambrosium, licet non nominetur in Evangelio dictus Almeon, nam Gregorius dicit quod iste non nominatum fuit ipse Lucas, sed quadam humilitate noluit se nominare -- ient tamquam discipuli Christi per Yerosolmato loquentes ad invicem et dolentes de ipso Iesu Apparuit eium Christus dicens eis: "Qui sunt sermones vestri?" qui non cognoscentes eum dixerunt sibi: "Et tu peregrinus solus es in Yerusalem" etc. Sic itaque fingit hic autor umbram Stati poete Tolosani apparuisse eis ibi et dixisse ut habetur in textu.

Dicendo  come drieto a loro venne uno spirito e salutossi faccendo similitudine a quello  che scrive Santo Luca, che al dì che Cristo risucito, due discepoli suoi si partirono di Ierusalem e andavano in Emaus e parlavano di Cristo. E Cristo, in forma di pellegrino, appari loro di dietro, e andò con loro infino allo albergo. E finge questo essere lo spirito di Stazio poeta, nel quale vuole figurare la filosofia morale.
Massimo Seriacopi and I believe that Pietro's Commentary is extremely close in its understanding of Dante's strategy in narrating the poem, as something fictive but with moral intent, that lies to teach truth, where Dante places himself, as Everyman/Adam, created in God's image, who will learn to become Christlike, and with him his readers, ourselves, into the dream vision within the poem, im which we learn from that fiction that he creates, that is contains historical facts and geographical reality, all time and all space, an encyclopedeia, and so progress from vices to virtues, from damnation to salvation. The theatre is not true but pretend, but its pretense, as at Epidauros, Athens, Fiesole and Rome, could heal and teach its citizenry. Aristotle defines comedy as where the anagnorisis comes about in time, in tragedy, too late. While the Inferno is high tragedy, alta tragedia, the entirety is comedy, la Commedia.

I am most grateful to the felix culpa of Father Dunstan Tucker's lost footnote.
 


Fonti: 

Dante Alighieri. La Commedia secondo l'antica vulgata a cura di Giorgio Petrocchi. Edizione Nazionale a cura della Società Dantesca Italiana. Milano: Mondadori, 1966-1967.
Dante Alighieri. La Divina Commedia. Illustrazioni di Sandro Botticelli. Firenze: Le Lettere, 1997.
Dante Alighieri. La divina commedia nella figurazione artistica e nel secolare commento. A cura di Guido Biagi, Giuseppe Lando Passerini, Enrico Rostagno & Umberto Cosmo. 3 vols. Torino: UTET, 1924-39.
Vittorio Alinari. Paesaggi italici nella "Divina Commedia". Firenze: Presso Giorgio e Piero Alinari, 1921.
Blake Archive, http://www.blakearchive.org/blake/
Julia Bolton Holloway. The Pilgrim and the Book: A Study of Dante, Langland and Chaucer. Berne: Peter Lang, 1987, 1989, 1993. Trad in italiano, Il Pellegrino e il Libro: uno studio su Dante Alighieri. De strata francigena. Firenze: Centro Studio Romei, 2012.
Julia Bolton Holloway. Twice-Told Tales: Brunetto Latino and Dante Alighieri. Berne: Peter Lang, 1993.
The British Library, Yates Thompson 36 manuscript, http://www.bl.uk/catalogues/illuminatedmanuscripts/record.asp?MSID=6468
Robert Davidsohn. Storia di Firenze. Trad. di Giovanni Battista Klein. Firenze: Sansone, 1957. 8 volumes.
Brunetto Latini. Il Tesoretto. New York: Garland, 1981; Firenze, Le Lettere, Biblioteca Laurenziana Medicea, 2000.
Giovanni Papini. Dante vivo. Firenze: Libreria Editrice Fiorentina, 1933.
Horia-Roman Patapievici. Gli occhi di Beatrice: Com'era davvero il mondo di Dante? Paravia: Mondadori, 2004.
Renato Stopani. L'Aguato di Montaperti. Firenze: Editoriale Gli Arcipressi, 2002.
Renato Stopani. Firenze prima di Arnolfo. Città e architettura dall'XI secolo alla metà del Dugento. Firenze: Centro Studi Romei, 2014.



'Dante vivo', 1997-2016 © Julia Bolton Holloway, Carlo Poli, Società Dantesca Italiana, Federico Bardazzi, Ensemble San Felice