FLORIN
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BOLTON HOLLOWAY, AUREO ANELLO
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1997-2010: FLORENCE'S 'ENGLISH' CEMETERY
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su
Inferno
XII.mp3
ra lo loco ov'
a scender la
riva
1
venimmo, alpestro e, per quel che v'er' anco,
tal, ch'ogne vista ne sarebbe
schiva.
Qual è quella
ruina che nel
fianco
4
di qua da Trento l'Adice percosse,
o per tremoto o per sostegno manco,

che da cima del monte,
onde si
mosse,
7
al piano è sì la roccia discoscesa,
ch'alcuna via darebbe a chi sù fosse:
cotal di quel burrato
era la
scesa;
10
e 'n su la punta de la rotta lacca
l'infamïa di Creti era distesa
che fu concetta ne la
falsa
vacca;
13
e quando vide noi, sé stesso morse,
sì come quei cui l'ira dentro fiacca.
Lo savio mio inver'
lui
gridò:
«Forse
16
tu credi che qui sia 'l duca d'Atene,
che sù nel mondo la morte ti porse?
Pàrtiti,
bestia, ché
questi non
vene
19
ammaestrato da la tua sorella,
ma vassi per veder le vostre pene».
Qual è quel
toro che si
slaccia in
quella
22
c'ha ricevuto già 'l colpo mortale,
che gir non sa, ma qua e là saltella,
vid' io lo Minotauro
far
cotale;
25
e quello accorto gridò: «Corri al varco;
mentre ch'e' 'nfuria, è buon che tu ti cale».
Così prendemmo
via
giù per lo
scarco
28
di quelle pietre, che spesso moviensi
sotto i miei piedi per lo novo carco.
Io gia pensando; e
quei disse:
«Tu
pensi
31
forse a questa ruina, ch'è guardata
da quell' ira bestial ch'i' ora spensi.
Or vo' che sappi che
l'altra
fïata
34
ch'i' discesi qua giù nel basso inferno,
questa roccia non era ancor cascata.
Ma certo poco pria, se
ben
discerno,
37
che venisse colui che la gran preda
levò a Dite del cerchio superno,
da tutte parti l'alta
valle
feda
40
tremò sì, ch'i' pensai che l'universo
sentisse amor, per lo qual è chi creda
più volte il
mondo in
caòsso
converso;
43
e in quel punto questa vecchia roccia,
qui e altrove, tal fece riverso.
Ma ficca li occhi a
valle,
ché
s'approccia
46
la riviera del sangue in la qual bolle
qual che per vïolenza in altrui noccia».
Oh cieca cupidigia e
ira
folle,
49
che sì ci sproni ne la vita corta,
e ne l'etterna poi sì mal c'immolle!
Io vidi un'ampia fossa
in arco
torta,
52
come quella che tutto 'l piano abbraccia,
secondo ch'avea detto la mia scorta;
e tra 'l piè de
la ripa ed
essa, in
traccia
55
corrien centauri, armati di saette,
come solien nel mondo andare a caccia.
Veggendoci calar,
ciascun
ristette,
58
e de la schiera tre si dipartiro
con archi e asticciuole prima elette;
e l'un gridò da
lungi:
«A qual
martiro
61
venite voi che scendete la costa?
Ditel costinci; se non, l'arco tiro».
Lo mio maestro disse:
«La
risposta
64
farem noi a Chirón costà di presso:
mal fu la voglia tua sempre sì tosta».
Poi mi tentò, e
disse:
«Quelli è
Nesso,
67
che morì per la bella Deianira,
e fé di sé la vendetta elli stesso.
E quel di mezzo, ch'al
petto si
mira,
70
è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;
quell' altro è Folo, che fu sì pien d'ira.
Dintorno al fosso
vanno a mille a
mille,
73
saettando qual anima si svelle
del sangue più che sua colpa sortille».
Noi ci appressammo a
quelle fiere
isnelle:
76
Chirón prese uno strale, e con la cocca
fece la barba in dietro a le mascelle.
Quando s'ebbe scoperta
la gran
bocca,
79
disse a' compagni: «Siete voi accorti
che quel di retro move ciò ch'el tocca?
Così non
soglion far li
piè d'i
morti».
82
E 'l mio buon duca, che già li er' al petto,
dove le due nature son consorti,
rispuose: «Ben
è
vivo, e sì
soletto
85
mostrar li mi convien la valle buia;
necessità 'l ci 'nduce, e non diletto.
Tal si partì da
cantare
alleluia
88
che mi commise quest' officio novo:
non è ladron, né io anima fuia.
Ma per quella
virtù per cu'
io
movo
91
li passi miei per sì selvaggia strada,
danne un de' tuoi, a cui noi siamo a provo,
e che ne mostri
là dove si
guada,
94
e che porti costui in su la groppa,
ché non è spirto che per l'aere vada».
Chirón si volse
in su la
destra
poppa,
97
e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,
e fa cansar s'altra schiera v'intoppa».
Or ci movemmo con la
scorta
fida
100
lungo la proda del bollor vermiglio,
dove i bolliti facieno alte strida.
Io vidi gente sotto
infino al
ciglio;
103
e 'l gran centauro disse: «E' son tiranni
che dier nel sangue e ne l'aver di piglio.
Quivi si piangon li
spietati
danni;
106
quivi è Alessandro, e Dïonisio fero
che fé Cicilia aver dolorosi anni.
E quella fronte c'ha
'l pel
così
nero,
109
è Azzolino; e quell' altro ch'è biondo,
è Opizzo da Esti, il qual per vero

fu spento dal
figliastro sù
nel
mondo».
112
Allor mi volsi al poeta, e quei disse:
«Questi ti sia or primo, e io secondo».
Biblioteca Vaticana lat. 4776
Poco più oltre
il centauro
s'affisse
115
sovr' una gente che 'nfino a la gola
parea che di quel bulicame uscisse.
Mostrocci un'ombra da
l'un canto
sola,
118
dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio
lo cor che 'n su Tamisi ancor si cola».
Poi vidi gente che di
fuor del
rio
121
tenean la testa e ancor tutto 'l casso;
e di costoro assai riconobb' io.
Così a
più a
più si facea
basso
124
quel sangue, sì che cocea pur li piedi;
e quindi fu del fosso il nostro passo.
«Sì come
tu da questa
parte
vedi
127
lo bulicame che sempre si scema»,
disse 'l centauro, «voglio che tu credi
che da quest' altra a
più a
più giù
prema
130
lo fondo suo, infin ch'el si raggiunge
ove la tirannia convien che gema.
La divina giustizia di
qua
punge
133
quell' Attila che fu flagello in terra,
e Pirro e Sesto; e in etterno munge
le lagrime, che col
bollor
diserra,
136
a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,
che fecero a le strade tanta guerra».
Poi si rivolse e
ripassossi 'l
guazzo.
139
Biblioteca Vaticana, Urbinate lat. 365
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