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su Paradiso
XVIII.mp3
DANTE
ALIGHIERI
olea creder lo
mondo in suo
periclo
1
che la bella Ciprigna il folle amore
raggiasse, volta nel terzo epiciclo;
per che non pur a lei
faceano
onore
4
di sacrificio e di votivo grido
le genti antiche ne l'antico errore;
ma Dïone onoravano
e
Cupido,
7
quella per madre sua, questo per figlio,
e dicean ch'el sedette in grembo a Dido;
e da costei ond' io
principio
piglio
10
pigliavano il vocabol de la stella
che 'l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.
Io non m'accorsi del
salire in
ella;
13
ma d'esservi entro mi fé assai fede
la donna mia ch'i' vidi far più bella.
E come in fiamma
favilla si
vede,
16
e come in voce voce si discerne,
quand' una è ferma e altra va e riede,
vid' io in essa luce
altre
lucerne
19
muoversi in giro più e men correnti,
al modo, credo, di lor viste interne.
Di fredda nube non disceser
venti,
22
o visibili o no, tanto festini,
che non paressero impediti e lenti
a chi avesse quei lumi
divini
25
veduti a noi venir, lasciando il giro
pria cominciato in li alti Serafini;

e dentro a quei che
più innanzi
appariro
28
sonava `Osanna' sì, che unque poi
di rïudir non fui sanza disiro.
Indi si fece l'un
più presso a
noi
31
e solo incominciò: «Tutti sem presti
al tuo piacer, perché di noi ti gioi.
Noi ci volgiam coi
principi
celesti
34
d'un giro e d'un girare e d'una sete,
ai quali tu del mondo già dicesti:

`Voi che 'ntendendo
il terzo ciel movete';
37
e sem sì pien d'amor, che, per piacerti,
non fia men dolce un poco di quïete».
Poscia che li occhi
miei si fuoro
offerti
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a la mia donna reverenti, ed essa
fatti li avea di sé contenti e certi,
rivolsersi a la luce
che
promessa
43
tanto s'avea, e «Deh, chi siete?» fue
la voce mia di grande affetto impressa.
E quanta e quale vid'
io lei far
piùe
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per allegrezza nova che s'accrebbe,
quando parlai, a l'allegrezze sue!
Così fatta, mi
disse: «Il mondo
m'ebbe
49
giù poco tempo; e se più fosse stato,
molto sarà di mal, che non sarebbe.
La mia letizia mi ti
tien
celato
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che mi raggia dintorno e mi nasconde
quasi animal di sua seta fasciato.
Assai m'amasti, e
avesti ben
onde;
55
che s'io fossi giù stato, io ti mostrava
di mio amor più oltre che le fronde.
Quella sinistra riva
che si
lava
58
di Rodano poi ch'è misto con Sorga,
per suo segnore a tempo m'aspettava,
e quel corno d'Ausonia
che
s'imborga
61
di Bari e di Gaeta e di Catona,
da ove Tronto e Verde in mare sgorga.
Fulgeami già in
fronte la
corona
64
di quella terra che 'l Danubio riga
poi che le ripe tedesche abbandona.
E la bella Trinacria,
che
caliga
67
tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo
che riceve da Euro maggior briga,
non per Tifeo ma per
nascente
solfo,
70
attesi avrebbe li suoi regi ancora,
nati per me di Carlo e di Ridolfo,
se mala segnoria, che
sempre
accora
73
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar: ``Mora, mora!".

E se mio frate questo
antivedesse,
76
l'avara povertà di Catalogna
già fuggeria, perché non li offendesse;
ché veramente
proveder
bisogna
79
per lui, o per altrui, sì ch'a sua barca
carcata più d'incarco non si pogna.
La sua natura, che di
larga
parca
82
discese, avria mestier di tal milizia
che non curasse di mettere in arca».
«Però
ch'i' credo che l'alta
letizia
85
che 'l tuo parlar m'infonde, segnor mio,
là 've ogne ben si termina e s'inizia,
per te si veggia come
la vegg'
io,
88
grata m'è più; e anco quest' ho caro
perché 'l discerni rimirando in Dio.
Fatto m'hai lieto, e
così mi fa
chiaro,
91
poi che, parlando, a dubitar m'hai mosso
com' esser può, di dolce seme, amaro».
Questo io a lui; ed
elli a me: «S'io
posso
94
mostrarti un vero, a quel che tu dimandi
terrai lo viso come tien lo dosso.
Lo ben che tutto il
regno che tu
scandi
97
volge e contenta, fa esser virtute
sua provedenza in questi corpi grandi.
E non pur le nature
provedute
100
sono in la mente ch'è da sé perfetta,
ma esse insieme con la lor salute:
per che quantunque
quest' arco
saetta
103
disposto cade a proveduto fine,
sì come cosa in suo segno diretta.
Se ciò non
fosse, il ciel che tu
cammine
106
producerebbe sì li suoi effetti,
che non sarebbero arti, ma ruine;
e ciò esser non
può, se li
'ntelletti
109
che muovon queste stelle non son manchi,
e manco il primo, che non li ha perfetti.
Vuo' tu che questo ver
più ti s'imbianchi?». 112
E io: «Non già; ché impossibil veggio
che la natura, in quel ch'è uopo, stanchi».
Ond' elli ancora:
«Or dì: sarebbe il
peggio 115
per l'omo in terra, se non fosse cive?».
«Sì», rispuos' io; «e qui ragion non
cheggio».
«E puot' elli
esser, se giù non si
vive
118
diversamente per diversi offici?
Non, se 'l maestro vostro ben vi scrive».
Sì venne
deducendo infino a
quici;
121
poscia conchiuse: «Dunque esser diverse
convien di vostri effetti le radici:
per ch'un nasce Solone
e altro
Serse,
124
altro Melchisedèch e altro quello
che, volando per l'aere, il figlio perse.
La circular natura,
ch'è
suggello
127
a la cera mortal, fa ben sua arte,
ma non distingue l'un da l'altro ostello.
Quinci addivien
ch'Esaù si
diparte
130
per seme da Iacòb; e vien Quirino
da sì vil padre, che si rende a Marte.
Natura generata il suo
cammino
133
simil farebbe sempre a' generanti,
se non vincesse il proveder divino.
Or quel che t'era
dietro t'è
davanti:
136
ma perché sappi che di te mi giova,
un corollario voglio che t'ammanti.
Sempre natura, se
fortuna
trova
139
discorde a sé, com' ogne altra semente
fuor di sua regïon, fa mala prova.
E se 'l mondo là
giù ponesse
mente
142
al fondamento che natura pone,
seguendo lui, avria buona la gente.
Ma voi torcete a la
religïone
145
tal che fia nato a cignersi la spada,
e fate re di tal ch'è da sermone;
onde la traccia vostra
è fuor di
strada».
148
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