'Dante vivo', 1997-2016 © Julia Bolton Holloway, Carlo Poli, Società Dantesca Italiana, Federico Bardazzi, Ensemble San Felice, Richard Holloway, Akita Noek

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DANTE ALIGHIERI

COMMEDIA. PARADISO VIII



Londra, British Library, Yates Thompson 36, fol. 142


olea creder lo mondo in suo periclo                 1
che la bella Ciprigna il folle amore
raggiasse, volta nel terzo epiciclo;

   per che non pur a lei faceano onore                      4
di sacrificio e di votivo grido
le genti antiche ne l'antico errore;

   ma Dïone onoravano e Cupido,                               7
quella per madre sua, questo per figlio,
e dicean ch'el sedette in grembo a Dido;

   e da costei ond' io principio piglio                        10
pigliavano il vocabol de la stella
che 'l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.

   Io non m'accorsi del salire in ella;                        13
ma d'esservi entro mi fé assai fede
la donna mia ch'i' vidi far più bella.

   E come in fiamma favilla si vede,                          16
e come in voce voce si discerne,
quand' una è ferma e altra va e riede,

   vid' io in essa luce altre lucerne                            19
muoversi in giro più e men correnti,
al modo, credo, di lor viste interne.

  Di fredda nube non disceser venti,                        22
o visibili o no, tanto festini,
che non paressero impediti e lenti

   a chi avesse quei lumi divini                                   25
veduti a noi venir, lasciando il giro
pria cominciato in li alti Serafini;

                                                                                     

   e dentro a quei che più innanzi appariro            28
sonava `Osanna' sì, che unque poi
di rïudir non fui sanza disiro.

   Indi si fece l'un più presso a noi                            31
e solo incominciò: «Tutti sem presti
al tuo piacer, perché di noi ti gioi.

   Noi ci volgiam coi principi celesti                         34
d'un giro e d'un girare e d'una sete,
ai quali tu del mondo già dicesti:

                                                                                     

   `Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete';              37
e sem sì pien d'amor, che, per piacerti,
non fia men dolce un poco di quïete».

   Poscia che li occhi miei si fuoro offerti                40
a la mia donna reverenti, ed essa
fatti li avea di sé contenti e certi,

   rivolsersi a la luce che promessa                           43
tanto s'avea, e «Deh, chi siete?» fue
la voce mia di grande affetto impressa.

   E quanta e quale vid' io lei far piùe                       46
per allegrezza nova che s'accrebbe,
quando parlai, a l'allegrezze sue!

   Così fatta, mi disse: «Il mondo m'ebbe                49 
giù poco tempo; e se più fosse stato,
molto sarà di mal, che non sarebbe.

   La mia letizia mi ti tien celato                                52
che mi raggia dintorno e mi nasconde
quasi animal di sua seta fasciato.

   Assai m'amasti, e avesti ben onde;                       55
che s'io fossi giù stato, io ti mostrava
di mio amor più oltre che le fronde.

   Quella sinistra riva che si lava                               58
di Rodano poi ch'è misto con Sorga,
per suo segnore a tempo m'aspettava,

   e quel corno d'Ausonia che s'imborga                 61 
di Bari e di Gaeta e di Catona,
da ove Tronto e Verde in mare sgorga.

   Fulgeami già in fronte la corona                            64
di quella terra che 'l Danubio riga
poi che le ripe tedesche abbandona.

   E la bella Trinacria, che caliga                                67
tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo
che riceve da Euro maggior briga,

   non per Tifeo ma per nascente solfo,                  70
attesi avrebbe li suoi regi ancora,
nati per me di Carlo e di Ridolfo,

   se mala segnoria, che sempre accora                  73
li popoli suggetti, non avesse
mosso Palermo a gridar: ``Mora, mora!".
                                                                                    

   E se mio frate questo antivedesse,                        76
l'avara povertà di Catalogna
già fuggeria, perché non li offendesse;

   ché veramente proveder bisogna                         79
per lui, o per altrui, sì ch'a sua barca
carcata più d'incarco non si pogna.

   La sua natura, che di larga parca                          82
discese, avria mestier di tal milizia
che non curasse di mettere in arca».

   «Però ch'i' credo che l'alta letizia                          85
che 'l tuo parlar m'infonde, segnor mio,
là 've ogne ben si termina e s'inizia,

   per te si veggia come la vegg' io,                            88
grata m'è più; e anco quest' ho caro
perché 'l discerni rimirando in Dio.

   Fatto m'hai lieto, e così mi fa chiaro,                    91  
poi che, parlando, a dubitar m'hai mosso
com' esser può, di dolce seme, amaro».

   Questo io a lui; ed elli a me: «S'io posso              94
mostrarti un vero, a quel che tu dimandi
terrai lo viso come tien lo dosso.

   Lo ben che tutto il regno che tu scandi                97
volge e contenta, fa esser virtute
sua provedenza in questi corpi grandi.

   E non pur le nature provedute                               100
sono in la mente ch'è da sé perfetta,
ma esse insieme con la lor salute:

   per che quantunque quest' arco saetta               103
disposto cade a proveduto fine,
sì come cosa in suo segno diretta.

   Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine               106
producerebbe sì li suoi effetti,
che non sarebbero arti, ma ruine;

   e ciò esser non può, se li 'ntelletti                         109
che muovon queste stelle non son manchi,
e manco il primo, che non li ha perfetti.

   Vuo' tu che questo ver più ti s'imbianchi?».       112
E io: «Non già; ché impossibil veggio
che la natura, in quel ch'è uopo, stanchi».

   Ond' elli ancora: «Or dì: sarebbe il peggio          115
per l'omo in terra, se non fosse cive?».
«Sì», rispuos' io; «e qui ragion non cheggio».

   «E puot' elli esser, se giù non si vive                    118
diversamente per diversi offici?
Non, se 'l maestro vostro ben vi scrive».

   Sì venne deducendo infino a quici;                       121
poscia conchiuse: «Dunque esser diverse
convien di vostri effetti le radici:

   per ch'un nasce Solone e altro Serse,                   124
altro Melchisedèch e altro quello
che, volando per l'aere, il figlio perse.

   La circular natura, ch'è suggello                            127
a la cera mortal, fa ben sua arte,
ma non distingue l'un da l'altro ostello.

   Quinci addivien ch'Esaù si diparte                       130
per seme da Iacòb; e vien Quirino
da sì vil padre, che si rende a Marte.

   Natura generata il suo cammino                           133
simil farebbe sempre a' generanti,
se non vincesse il proveder divino.

   Or quel che t'era dietro t'è davanti:                     136
ma perché sappi che di te mi giova,
un corollario voglio che t'ammanti.

   Sempre natura, se fortuna trova                           139
discorde a sé, com' ogne altra semente
fuor di sua regïon, fa mala prova.

   E se 'l mondo là giù ponesse mente                     142
al fondamento che natura pone,
seguendo lui, avria buona la gente.

   Ma voi torcete a la religïone                                   145
tal che fia nato a cignersi la spada,
e fate re di tal ch'è da sermone;

   onde la traccia vostra è fuor di strada».              148




Londra, British Library, Yates Thompson 36, fol. 143

1 Dante's final seventh polyphonic motet reverts to the simplicity of two melodies sung together and is his most beautiful: 7. Paradiso VIII.29/37, Gloria/ Agios, O Theos, Ravenna liturgy|| ‘Voi che’ntendo il terzo ciel movete’ (Convivio II, contrafactum, Marchetto da Padova, Ave regina/Mater innocentiae).
In Paradiso VIII.37, we again meet a gathering of poets, Dante encountering his dead friend Carlo Martello of Anjou, King of Hungary, and brother to Franciscan St Louis of Toulouse, the motet combining ‘Hosanna’, here sung in its Greek form by the Ensemble San Felice, and Dante’s own famous lyric ‘Voi che ‘ntendendo il terzo ciel movete’, sung here by a saintly king, in a conversation that will be followed by discourse of Sordello and Folco (Folchetto) of Marseilles in Paradiso IX. The third sphere is that of Venus and thus evokes the singing of canti amorosi; however, it is also St Paul’s vision in which he was caught up into the third heaven, his conversion from his old Saul self to his new. Indeed in Convivio II, first giving this lyric, Dante had written of allegory as the truth hidden beneath a beautiful lie and how Psalm 113 gave both the carnal sense and the allegorical, of the literal history, of the Exodus of Israel from Egypt, but also how the soul freed from sin is made holy and free. 

2 Brunetto Latino was secretly involved in plotting the Sicilian Vespers against Carlo d'Angiò, the brother of the saintly King Louis of France, but who taxed his subjects in Provence and Sicily exhorbitanly to wage a Crusade against Christian Constantinople in order to gain wealth and loot: Twice-Told Tales, pp. 106-145.


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