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Lettore, Carlo Poli


DANTE ALIGHIERI
COMMEDIA. INFERNO X

ra sen va per un secreto calle,                     1
tra 'l muro de la terra e li martìri,
lo mio maestro, e io dopo le spalle.

   «O virtù somma, che per li empi giri               4
mi volvi», cominciai, «com' a te piace,
parlami, e sodisfammi a' miei disiri.

   La gente che per li sepolcri giace                    7
potrebbesi veder? già son levati
tutt' i coperchi, e nessun guardia face».

   E quelli a me: «Tutti saran serrati                  10
quando di Iosafàt qui torneranno
coi corpi che là sù hanno lasciati.

   Suo cimitero da questa parte hanno               13
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l'anima col corpo morta fanno.

   Però a la dimanda che mi faci                       16
quinc' entro satisfatto sarà tosto,
e al disio ancor che tu mi taci».

   E io: «Buon duca, non tegno riposto              19
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m'hai non pur mo a ciò disposto».

   «O Tosco che per la città del foco                 22
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.

   La tua loquela ti fa manifesto                        25
di quella nobil patrïa natio,
a la qual forse fui troppo molesto».

   Subitamente questo suono uscìo                    28
d'una de l'arche; però m'accostai,
temendo, un poco più al duca mio.

   Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?                    31
Vedi là Farinata che s'è dritto:
da la cintola in sù tutto 'l vedrai».

   Io avea già il mio viso nel suo fitto;                 34
ed el s'ergea col petto e con la fronte
com' avesse l'inferno a gran dispitto.

   E l'animose man del duca e pronte                  37
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: «Le parole tue sien conte».

   Com' io al piè de la sua tomba fui,                  40 
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,

mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».

   Io ch'era d'ubidir disideroso,                          43 
non gliel celai, ma tutto gliel' apersi;
ond' ei levò le ciglia un poco in suso;

   poi disse: «Fieramente furo avversi                 45
a me e a miei primi e a mia parte,
sì che per due fïate li dispersi».

   «S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogne parte»,        48
rispuos' io lui, «l'una e l'altra fïata;
ma i vostri non appreser ben quell' arte».

   Allor surse a la vista scoperchiata                   51 
un'ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s'era in ginocchie levata.

   Dintorno mi guardò, come talento                  54
avesse di veder s'altri era meco;
e poi che 'l sospecciar fu tutto spento,

   piangendo disse: «Se per questo cieco            57
carcere vai per altezza d'ingegno,
mio figlio ov' è? e perché non è teco?».

   E io a lui: «Da me stesso non vegno:              60
colui ch'attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».

   Le sue parole e 'l modo de la pena                 63
m'avean di costui già letto il nome;
però fu la risposta così piena.

   Di sùbito drizzato gridò: «Come?                   66
dicesti ``elli ebbe"? non viv' elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».

   Quando s'accorse d'alcuna dimora                 69
ch'io facëa dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora.
                                                                                 

   Ma quell' altro magnanimo, a cui posta          72
restato m'era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa;

   e sé continüando al primo detto,                    75
«S'elli han quell' arte», disse, «male appresa,
ciò mi tormenta più che questo letto.

   Ma non cinquanta volte fia raccesa                78 
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell' arte pesa.

   E se tu mai nel dolce mondo regge,                81
dimmi: perché quel popolo è sì empio
incontr' a' miei in ciascuna sua legge?».

   Ond' io a lui: «Lo strazio e 'l grande scempio  84
che fece l'Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio».

   Poi ch'ebbe sospirando il capo mosso,           87
«A ciò non fu' io sol», disse, «né certo
sanza cagion con li altri sarei mosso.                                                                                

   Ma fu' io solo, là dove sofferto                     90
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto».
                                                                                 

   «Deh, se riposi mai vostra semenza»,           93
prega' io lui, «solvetemi quel nodo
che qui ha 'nviluppata mia sentenza.

   El par che voi veggiate, se ben odo,              96
dinanzi quel che 'l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro modo».

   «Noi veggiam, come quei c'ha mala luce,      99  
le cose», disse, «che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende il sommo duce.

   Quando s'appressano o son, tutto è vano      102
nostro intelletto; e s'altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano.

   Però comprender puoi che tutta morta          105
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la porta».

   Allor, come di mia colpa compunto,              108
dissi: «Or direte dunque a quel caduto
che 'l suo nato è co' vivi ancor congiunto;

   e s'i' fui, dianzi, a la risposta muto,                111
fate i saper che 'l fei perché pensava
già ne l'error che m'avete soluto».

   E già 'l maestro mio mi richiamava;                114
per ch'i' pregai lo spirto più avaccio
che mi dicesse chi con lu' istava.

   Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:            117
qua dentro è 'l secondo Federico
e 'l Cardinale; e de li altri mi taccio».

   Indi s'ascose; e io inver' l'antico                      120
poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea nemico.

   Elli si mosse; e poi, così andando,                   123
mi disse: «Perché se' tu sì smarrito?».
E io li sodisfeci al suo dimando.

   «La mente tua conservi quel ch'udito               126
hai contra te», mi comandò quel saggio;
«e ora attendi qui», e drizzò 'l dito:

   «quando sarai dinanzi al dolce raggio                129
di quella il cui bell' occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il vïaggio».

   Appresso mosse a man sinistra il piede:             132
lasciammo il muro e gimmo inver' lo mezzo
per un sentier ch'a una valle fiede,

   che 'nfin là sù facea spiacer suo lezzo.              135



William Blake, Hell Canto X


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