FLORIN
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JULIA
BOLTON HOLLOWAY, AUREO ANELLO
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1997-2010: FLORENCE'S 'ENGLISH' CEMETERY
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Inferno
X.mp3
ra sen va per
un secreto
calle,
1
tra 'l muro de la terra e li martìri,
lo mio maestro, e io dopo le spalle.
«O virtù
somma, che
per li empi
giri
4
mi volvi», cominciai, «com' a te piace,
parlami, e sodisfammi a' miei disiri.
La gente che per li
sepolcri
giace
7
potrebbesi veder? già son levati
tutt' i coperchi, e nessun guardia face».
E quelli a me:
«Tutti saran
serrati
10
quando di Iosafàt qui torneranno
coi corpi che là sù hanno lasciati.
Suo cimitero da questa
parte
hanno
13
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l'anima col corpo morta fanno.
Però a la
dimanda che mi
faci
16
quinc' entro satisfatto sarà tosto,
e al disio ancor che tu mi taci».
E io: «Buon duca,
non tegno
riposto
19
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m'hai non pur mo a ciò disposto».
«O Tosco che per
la
città del
foco
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vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.
La tua loquela ti fa
manifesto
25
di quella nobil patrïa natio,
a la qual forse fui troppo molesto».
Subitamente questo
suono
uscìo
28
d'una de l'arche; però m'accostai,
temendo, un poco più al duca mio.
Ed el mi disse:
«Volgiti! Che
fai?
31
Vedi là Farinata che s'è dritto:
da la cintola in sù tutto 'l vedrai».
Io avea già il
mio viso nel
suo
fitto;
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ed el s'ergea col petto e con la fronte
com' avesse l'inferno a gran dispitto.
E l'animose man del
duca e
pronte
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mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: «Le parole tue sien conte».
Com' io al piè
de la sua
tomba
fui,
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guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».
Io ch'era d'ubidir
disideroso,
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non gliel celai, ma tutto gliel' apersi;
ond' ei levò le ciglia un poco in suso;
poi disse:
«Fieramente furo
avversi
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a me e a miei primi e a mia parte,
sì che per due fïate li dispersi».
«S'ei fur
cacciati, ei tornar
d'ogne parte», 48
rispuos' io lui, «l'una e l'altra fïata;
ma i vostri non appreser ben quell' arte».
Allor surse a la vista
scoperchiata
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un'ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s'era in ginocchie levata.
Dintorno mi
guardò, come
talento
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avesse di veder s'altri era meco;
e poi che 'l sospecciar fu tutto spento,
piangendo disse:
«Se per
questo
cieco
57
carcere vai per altezza d'ingegno,
mio figlio ov' è? e perché non è teco?».
E io a lui: «Da
me stesso non
vegno:
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colui ch'attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».
Le sue parole e 'l modo
de la
pena
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m'avean di costui già letto il nome;
però fu la risposta così piena.
Di sùbito
drizzato
gridò:
«Come?
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dicesti ``elli ebbe"? non viv' elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».
Quando s'accorse
d'alcuna
dimora
69
ch'io facëa dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora.

Ma quell' altro
magnanimo, a cui
posta
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restato m'era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa;
e sé
continüando al
primo
detto,
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«S'elli han quell' arte», disse, «male appresa,
ciò mi tormenta più che questo letto.
Ma non cinquanta volte
fia
raccesa
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la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell' arte pesa.
E se tu mai nel dolce
mondo
regge,
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dimmi: perché quel popolo è sì empio
incontr' a' miei in ciascuna sua legge?».
Ond' io a lui:
«Lo strazio e
'l grande scempio
84
che fece l'Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio».
Poi ch'ebbe sospirando
il capo
mosso,
87
«A ciò non fu' io sol», disse, «né
certo
sanza cagion con li altri sarei
mosso.
Ma fu' io solo,
là dove
sofferto
90
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto».

«Deh, se riposi
mai vostra
semenza»,
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prega' io lui, «solvetemi quel nodo
che qui ha 'nviluppata mia sentenza.
El par che voi
veggiate, se ben
odo,
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dinanzi quel che 'l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro modo».
«Noi veggiam,
come quei c'ha
mala luce, 99
le cose», disse, «che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende il sommo duce.
Quando s'appressano o
son, tutto
è vano
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nostro intelletto; e s'altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano.
Però comprender
puoi che
tutta morta
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fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la porta».
Allor, come di mia
colpa
compunto,
108
dissi: «Or direte dunque a quel caduto
che 'l suo nato è co' vivi ancor congiunto;
e s'i' fui, dianzi, a
la risposta
muto,
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fate i saper che 'l fei perché pensava
già ne l'error che m'avete soluto».
E già 'l maestro
mio mi
richiamava;
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per ch'i' pregai lo spirto più avaccio
che mi dicesse chi con lu' istava.
Dissemi: «Qui con
più
di mille
giaccio:
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qua dentro è 'l secondo Federico
e 'l Cardinale; e de li altri mi taccio».
Indi s'ascose; e io
inver'
l'antico
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poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea nemico.
Elli si mosse; e poi,
così
andando,
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mi disse: «Perché se' tu sì smarrito?».
E io li sodisfeci al suo dimando.
«La mente tua
conservi quel
ch'udito
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hai contra te», mi comandò quel saggio;
«e ora attendi qui», e drizzò 'l dito:
«quando sarai
dinanzi al
dolce
raggio
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di quella il cui bell' occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il vïaggio».
Appresso mosse a man
sinistra il
piede:
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lasciammo il muro e gimmo inver' lo mezzo
per un sentier ch'a una valle fiede,
che 'nfin là
sù facea
spiacer suo
lezzo.
135

William Blake, Hell
Canto X
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