'Dante vivo', 1997-2016 © Julia Bolton Holloway, Carlo Poli, Società Dantesca Italiana, Federico Bardazzi, Ensemble San Felice

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DANTE ALIGHIERI

COMMEDIA. PURGATORIO XXIV


é 'l dir l'andar, né l'andar lui più lento             1
facea, ma ragionando andavam forte,
sì come nave pinta da buon vento;

   e l'ombre, che parean cose rimorte,                      4
per le fosse de li occhi ammirazione
traean di me, di mio vivere accorte.

   E io, continüando al mio sermone,                        7
dissi: «Ella sen va sù forse più tarda
che non farebbe, per altrui cagione.

   Ma dimmi, se tu sai, dov' è Piccarda;                   10    
dimmi s'io veggio da notar persona
tra questa gente che sì mi riguarda».

  «La mia sorella, che tra bella e buona                  13
non so qual fosse più, trïunfa lieta
ne l'alto Olimpo già di sua corona».

   Sì disse prima; e poi: «Qui non si vieta               16
di nominar ciascun, da ch'è sì munta
nostra sembianza via per la dïeta.
                                                                                                                       
                                                                                                                        Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze,
                                                                                                                                                Canzoniere, Banco Rari, 217, c. 25v,
                                                                                                                                                Bonagiunta da Lucca

   Questi», e mostrò col dito, «è Bonagiunta          19                                    
Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
di là da lui più che l'altre trapunta

   ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:                 22
dal Torso fu, e purga per digiuno
l'anguille di Bolsena e la vernaccia».

   Molti altri mi nomò ad uno ad uno;                      25
e del nomar parean tutti contenti,
sì ch'io però non vidi un atto bruno.

   Vidi per fame a vòto usar li denti                          28
Ubaldin da la Pila e Bonifazio
che pasturò col rocco molte genti.

   Vidi messer Marchese, ch'ebbe spazio                31  
già di bere a Forlì con men secchezza,
e sì fu tal, che non si sentì sazio.

   Ma come fa chi guarda e poi s'apprezza              34
più d'un che d'altro, fei a quel da Lucca,
che più parea di me aver contezza.

   El mormorava; e non so che «Gentucca»            37
sentiv' io là, ov' el sentia la piaga
de la giustizia che sì li pilucca.

   «O anima», diss' io, «che par sì vaga                    40
di parlar meco, fa sì ch'io t'intenda,
e te e me col tuo parlare appaga».                                                                                         

   «Femmina è nata, e non porta ancor benda»,    43
cominciò el, «che ti farà piacere
la mia città, come ch'om la riprenda.
                                                                                        

   Tu te n'andrai con questo antivedere:                 46
se nel mio mormorar prendesti errore,
dichiareranti ancor le cose vere.

   Ma dì s'i' veggio qui colui che fore                         49
trasse le nove rime, cominciando
`Donne ch'avete intelletto d'amore'».
                                                                                      

   E io a lui: «I' mi son un che, quando                      52
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch'e' ditta dentro vo significando».

   «O frate, issa vegg' io», diss' elli, «il nodo            55
che 'l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch'i' odo!

   Io veggio ben come le vostre penne                      58
di retro al dittator sen vanno strette,
che de le nostre certo non avvenne;

   e qual più a gradire oltre si mette,                         61
non vede più da l'uno a l'altro stilo»;
e, quasi contentato, si tacette.
                                                                                       

   Come li augei che vernan lungo 'l Nilo,                 64
alcuna volta in aere fanno schiera,
poi volan più a fretta e vanno in filo,

   così tutta la gente che lì era,                                     67
volgendo 'l viso, raffrettò suo passo,
e per magrezza e per voler leggera.

   E come l'uom che di trottare è lasso,                     70
lascia andar li compagni, e sì passeggia
fin che si sfoghi l'affollar del casso,

   sì lasciò trapassar la santa greggia                         73
Forese, e dietro meco sen veniva,
dicendo: «Quando fia ch'io ti riveggia?».

   «Non so», rispuos' io lui, «quant' io mi viva;       76
ma già non fïa il tornar mio tantosto,
ch'io non sia col voler prima a la riva;

   però che 'l loco u' fui a viver posto,                        79
di giorno in giorno più di ben si spolpa,
e a trista ruina par disposto».

                                                                                                  

   «Or va», diss' el; «che quei che più n'ha colpa,    82
vegg' ïo a coda d'una bestia tratto
inver' la valle ove mai non si scolpa.

  La bestia ad ogne passo va più ratto,                     85
crescendo sempre, fin ch'ella il percuote,
e lascia il corpo vilmente disfatto.

   Non hanno molto a volger quelle ruote»,            88
e drizzò li occhi al ciel, «che ti fia chiaro
ciò che 'l mio dir più dichiarar non puote.

   Tu ti rimani omai; ché 'l tempo è caro                  91
in questo regno, sì ch'io perdo troppo
venendo teco sì a paro a paro».

   Qual esce alcuna volta di gualoppo                       94
lo cavalier di schiera che cavalchi,
e va per farsi onor del primo intoppo,

   tal si partì da noi con maggior valchi;                  97
e io rimasi in via con esso i due
che fuor del mondo sì gran marescalchi.

   E quando innanzi a noi intrato fue,                       100
che li occhi miei si fero a lui seguaci,
come la mente a le parole sue,

   parvermi i rami gravidi e vivaci                             103
d'un altro pomo, e non molto lontani
per esser pur allora vòlto in laci.

   Vidi gente sott' esso alzar le mani                         106
e gridar non so che verso le fronde,
quasi bramosi fantolini e vani

   che pregano, e 'l pregato non risponde,              109
ma, per fare esser ben la voglia acuta,
tien alto lor disio e nol nasconde.

   Poi si partì sì come ricreduta;                                 112
e noi venimmo al grande arbore adesso,
che tanti prieghi e lagrime rifiuta.

   «Trapassate oltre sanza farvi presso:                  115
legno è più sù che fu morso da Eva,
e questa pianta si levò da esso».

   Sì tra le frasche non so chi diceva;                        118
per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,
oltre andavam dal lato che si leva.

   «Ricordivi», dicea, «d'i maladetti                          121
nei nuvoli formati, che, satolli,
Tesëo combatter co' doppi petti;

   e de li Ebrei ch'al ber si mostrar molli,               124
per che no i volle Gedeon compagni,
quando inver' Madïan discese i colli».

   Sì accostati a l'un d'i due vivagni                          127
passammo, udendo colpe de la gola
seguite già da miseri guadagni.

   Poi, rallargati per la strada sola,                            130
ben mille passi e più ci portar oltre,
contemplando ciascun sanza parola.

   «Che andate pensando sì voi sol tre?».                133
sùbita voce disse; ond' io mi scossi
come fan bestie spaventate e poltre.

   Drizzai la testa per veder chi fossi;                       136
e già mai non si videro in fornace
vetri o metalli sì lucenti e rossi,

   com' io vidi un che dicea: «S'a voi piace               139
montare in sù, qui si convien dar volta;
quinci si va chi vuole andar per pace».

   L'aspetto suo m'avea la vista tolta;                        142
per ch'io mi volsi dietro a' miei dottori,
com' om che va secondo ch'elli ascolta.

   E quale, annunziatrice de li albori,                        145
l'aura di maggio movesi e olezza,
tutta impregnata da l'erba e da' fiori;

   tal mi senti' un vento dar per mezza                    148
la fronte, e ben senti' mover la piuma,
che fé sentir d'ambrosïa l'orezza.

   E senti' dir: «Beati cui alluma                                 151
tanto di grazia, che l'amor del gusto
nel petto lor troppo disir non fuma,

   esurïendo sempre quanto è giusto!».                   154


1These two cantos present Dante's third motet: 3. Purgatorio XXIII.10, XXIV.51, Psalm 50, ‘Labia mea Domine’|| Bonagiunta Orbiciani/Dante ‘Donne che avete intelletto d’amore’ Vita nova XIX, contrafactum ‘Imperauritz del ciutat joyosa’, Llibre Vermeil de Monserrat, XIV C. 


Bonagiunta, BNCF, Canzoniere Palatino, Banco Raro 418, fol. 25v

In the circle where gluttony is punished we first hear lines from David’s Penitential Psalm 50 on opening one’s lips to proclaim the praise of God, Purgatorio XXIII.10, his Psalm written to expiate his crimes of adultery and murder, then the backsliding into the seduction and celebration of the dolce stil nuovo, where lips are opened in the praise of women, rather than of God, where Bonagiunta da Lucca sings Dante’s Vita nova lyric of Dante’s composing, ‘Donne che avete intelletto d’amore’,


Jacopo da Lentini, BNCF, Canzoniere Palatino, Banco Raro 418


then speaks of the Sicilian Notaro Jacopo da Lentini and the


Guittone d’Arezzo,
BNCF, Canzoniere Palatino, Banco Raro 418

Aretine Guittone as with him.

2 Dante's similes to bird flights link with pilgrimage and the Egyptian landscape.

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