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su Paradiso
XXV.mp3
DANTE
ALIGHIERI
entr' io
dubbiava per lo viso
spento,
1
de la fulgida fiamma che lo spense
uscì un spiro che mi fece attento,
dicendo: «Intanto
che tu ti
risense
4
de la vista che haï in me consunta,
ben è che ragionando la compense.
Comincia dunque; e
dì ove
s'appunta
7
l'anima tua, e fa ragion che sia
la vista in te smarrita e non defunta:
perché la donna
che per questa
dia
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regïon ti conduce, ha ne lo sguardo
la virtù ch'ebbe la man d'Anania».
Io dissi: «Al suo
piacere e tosto e
tardo
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vegna remedio a li occhi, che fuor porte
quand' ella entrò col foco ond' io sempr' ardo.
Lo ben che fa contenta
questa
corte,
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Alfa e O è di quanta scrittura
mi legge Amore o lievemente o forte».
Quella medesma voce che
paura
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tolta m'avea del sùbito abbarbaglio,
di ragionare ancor mi mise in cura;
e disse: «Certo a
più angusto
vaglio
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ti conviene schiarar: dicer convienti
chi drizzò l'arco tuo a tal berzaglio».
E io: «Per
filosofici
argomenti
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e per autorità che quinci scende
cotale amor convien che in me si 'mprenti:
ché 'l bene, in
quanto ben, come
s'intende,
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così accende amore, e tanto maggio
quanto più di bontate in sé comprende.
Dunque a l'essenza ov'
è tanto
avvantaggio,
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che ciascun ben che fuor di lei si trova
altro non è ch'un lume di suo raggio,
più che in altra
convien che si
mova
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la mente, amando, di ciascun che cerne
il vero in che si fonda questa prova.
Tal vero a l'intelletto
mïo
sterne
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colui che mi dimostra il primo amore
di tutte le sustanze sempiterne.
Sternel la voce del
verace
autore,
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che dice a Moïsè, di sé parlando:
`Io ti farò vedere ogne valore'.
Sternilmi tu ancora,
incominciando
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l'alto preconio che grida l'arcano
di qui là giù sovra ogne altro bando».
E io udi': «Per
intelletto
umano
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e per autoritadi a lui
concorde
d'i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.
Ma dì ancor se tu
senti altre
corde
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tirarti verso lui, sì che tu suone
con quanti denti questo amor ti morde».
Non fu latente la santa
intenzione
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de l'aguglia di Cristo, anzi m'accorsi
dove volea menar mia professione.
Però
ricominciai: «Tutti quei
morsi
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che posson far lo cor volgere a Dio,
a la mia caritate son concorsi:
ché l'essere del
mondo e l'esser
mio,
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la morte ch'el sostenne perch' io viva,
e quel che spera ogne fedel com' io,
con la predetta
conoscenza
viva,
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tratto m'hanno del mar de l'amor torto,
e del diritto m'han posto a la riva.
Le fronde onde
s'infronda tutto
l'orto
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de l'ortolano etterno, am' io cotanto
quanto da lui a lor di bene è porto».
Sì com' io
tacqui, un dolcissimo
canto
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risonò per lo cielo, e la mia donna
dicea con li altri: «Santo, santo, santo!».
E come a lume acuto si
disonna
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per lo spirto visivo che ricorre
a lo splendor che va di gonna in gonna,
e lo svegliato
ciò che vede
aborre,
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sì nescïa è la sùbita vigilia
fin che la stimativa non soccorre;
così de li occhi
miei ogne
quisquilia
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fugò Beatrice col raggio d'i suoi,
che rifulgea da più di mille milia:
onde mei che dinanzi
vidi
poi;
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e quasi stupefatto domandai
d'un quarto lume ch'io vidi tra noi.
E la mia donna:
«Dentro da quei
rai
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vagheggia il suo fattor l'anima prima
che la prima virtù creasse mai».
Come la fronda che
flette la
cima
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nel transito del vento, e poi si leva
per la propria virtù che la soblima,
fec' io in tanto in
quant' ella
diceva,
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stupendo, e poi mi rifece sicuro
un disio di parlare ond' ïo ardeva.
E cominciai: «O
pomo che
maturo
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solo prodotto fosti, o padre antico
a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,
divoto quanto posso a
te
supplìco
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perché mi parli: tu vedi mia voglia,
e per udirti tosto non la dico».
Talvolta un animal
coverto
broglia,
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sì che l'affetto convien che si paia
per lo seguir che face a lui la 'nvoglia;
e similmente l'anima
primaia
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mi facea trasparer per la coverta
quant' ella a compiacermi venìa gaia.
Indi spirò:
«Sanz' essermi
proferta
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da te, la voglia tua discerno meglio
che tu qualunque cosa t'è più certa;
perch' io la veggio nel
verace
speglio
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che fa di sé pareglio a l'altre cose,
e nulla face lui di sé pareglio.
Tu vuogli udir quant'
è che Dio mi
puose
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ne l'eccelso giardino, ove costei
a così lunga scala ti dispuose,
e quanto fu diletto a
li occhi
miei,
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e la propria cagion del gran disdegno,
e l'idïoma ch'usai e che fei.
Or, figluol mio, non il
gustar del
legno
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fu per sé la cagion di tanto essilio,
ma solamente il trapassar del segno.
Quindi onde mosse tua
donna
Virgilio,
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quattromilia trecento e due volumi
di sol desiderai questo concilio;
e vidi lui tornare a
tutt' i
lumi
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de la sua strada novecento trenta
fïate, mentre ch'ïo in terra fu'mi.
La lingua ch'io parlai
fu tutta
spenta
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innanzi che a l'ovra inconsummabile
fosse la gente di Nembròt attenta:
ché nullo
effetto mai
razïonabile,
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per lo piacere uman che rinovella
seguendo il cielo, sempre fu durabile.
Opera naturale è
ch'uom
favella;
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ma così o così, natura lascia
poi fare a voi secondo che v'abbella.
Pria ch'i' scendessi a
l'infernale
ambascia,
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I s'appellava in terra il sommo bene
onde vien la letizia che mi fascia;
e El si
chiamò poi: e ciò
convene,
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ché l'uso d'i mortali è come fronda
in ramo, che sen va e altra vene.
Nel monte che si leva
più da
l'onda,
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fu' io, con vita pura e disonesta,
da la prim' ora a quella che seconda,
come 'l sol muta
quadra, l'ora
sesta».
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