'Dante vivo', 1997-2016 © Julia Bolton Holloway, Carlo Poli, Società Dantesca Italiana, Federico Bardazzi, Ensemble San Felice, Richard Holloway, Akita Noek

Call up/Cliccare su Purgatorio XXX.mp3 Reader/Lettore, Carlo Poli
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DANTE ALIGHIERI

          COMMEDIA. PURGATORIO XXX


uando il settentrïon del primo cielo,               1
che né occaso mai seppe né orto
né d'altra nebbia che di colpa velo,

   e che faceva lì ciascun accorto                                4
di suo dover, come 'l più basso face
qual temon gira per venire a porto,

   fermo s'affisse: la gente verace,                             7
venuta prima tra 'l grifone ed esso,
al carro volse sé come a sua pace;

   e un di loro, quasi da ciel messo,                           10
`Veni, sponsa, de Libano' cantando
gridò tre volte, e tutti li altri appresso.
                                                                                  

  Quali i beati al novissimo bando                             13
surgeran presti ognun di sua caverna,
la revestita voce alleluiando,

   cotali in su la divina basterna                                 16
si levar cento, ad vocem tanti senis,
ministri e messaggier di vita etterna.
                                                                                    
   Tutti dicean: `Benedictus qui venis!',                     19
e fior gittando e di sopra e dintorno,
`Manibus, oh, date lilïa plenis!'.

   Io vidi già nel cominciar del giorno                      22
la parte orïental tutta rosata,
e l'altro ciel di bel sereno addorno;

   e la faccia del sol nascere ombrata,                       25
sì che per temperanza di vapori
l'occhio la sostenea lunga fïata:

   così dentro una nuvola di fiori                               28
che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fori,

                                                                                                  

   sovra candido vel cinta d'uliva                               31  
donna m'apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva.

   E lo spirito mio, che già cotanto                             34
tempo era stato ch'a la sua presenza
non era di stupor, tremando, affranto,

   sanza de li occhi aver più conoscenza,                 37
per occulta virtù che da lei mosse,
d'antico amor sentì la gran potenza.

   Tosto che ne la vista mi percosse                          40
l'alta virtù che già m'avea trafitto
prima ch'io fuor di püerizia fosse,

   volsimi a la sinistra col respitto                             43
col quale il fantolin corre a la mamma
quando ha paura o quando elli è afflitto,

   per dicere a Virgilio: `Men che dramma              46
di sangue m'è rimaso che non tremi:
conosco i segni de l'antica fiamma'.

   Ma Virgilio n'avea lasciati scemi                            49
di sé, Virgilio dolcissimo patre,
Virgilio a cui per mia salute die'mi;

   né quantunque perdeo l'antica matre,                 52
valse a le guance nette di rugiada,
che, lagrimando, non tornasser atre.

   «Dante, perché Virgilio se ne vada,                       55
non pianger anco, non piangere ancora;
ché pianger ti conven per altra spada».

   Quasi ammiraglio che in poppa e in prora          58
viene a veder la gente che ministra
per li altri legni, e a ben far l'incora;

   in su la sponda del carro sinistra,                          61
quando mi volsi al suon del nome mio,
che di necessità qui si registra,

   vidi la donna che pria m'appario                           64
velata sotto l'angelica festa,
drizzar li occhi ver' me di qua dal rio.

   Tutto che 'l vel che le scendea di testa,                67
cerchiato de le fronde di Minerva,
non la lasciasse parer manifesta,

   regalmente ne l'atto ancor proterva                     70
continüò come colui che dice
e 'l più caldo parlar dietro reserva:

   «Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.        73
Come degnasti d'accedere al monte?
non sapei tu che qui è l'uom felice?».

  Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;               76
ma veggendomi in esso, i trassi a l'erba,
tanta vergogna mi gravò la fronte.

   Così la madre al figlio par superba,                      79
com' ella parve a me; perché d'amaro
sente il sapor de la pietade acerba.

   Ella si tacque; e li angeli cantaro                           82
di sùbito `In te, Domine, speravi';
ma oltre `pedes meos' non passaro.
                                                                                

   Sì come neve tra le vive travi                                  85
per lo dosso d'Italia si congela,
soffiata e stretta da li venti schiavi,

   poi, liquefatta, in sé stessa trapela,                       88
pur che la terra che perde ombra spiri,
sì che par foco fonder la candela;

   così fui sanza lagrime e sospiri                              91
anzi 'l cantar di quei che notan sempre
dietro a le note de li etterni giri;

  ma poi che 'ntesi ne le dolci tempre                      94
lor compatire a me, par che se detto
avesser: `Donna, perché sì lo stempre?',

   lo gel che m'era intorno al cor ristretto,              97
spirito e acqua fessi, e con angoscia
de la bocca e de li occhi uscì del petto.

   Ella, pur ferma in su la detta coscia                      100
del carro stando, a le sustanze pie
volse le sue parole così poscia:

   «Voi vigilate ne l'etterno die,                                  103
sì che notte né sonno a voi non fura
passo che faccia il secol per sue vie;

   onde la mia risposta è con più cura                     106
che m'intenda colui che di là piagne,
perché sia colpa e duol d'una misura.

   Non pur per ovra de le rote magne,                     109
che drizzan ciascun seme ad alcun fine
secondo che le stelle son compagne,

   ma per larghezza di grazie divine,                        121
che sì alti vapori hanno a lor piova,
che nostre viste là non van vicine,

   questi fu tal ne la sua vita nova                             124
virtüalmente, ch'ogne abito destro
fatto averebbe in lui mirabil prova.

   Ma tanto più maligno e più silvestro                    127
si fa 'l terren col mal seme e non cólto,
quant' elli ha più di buon vigor terrestro.

   Alcun tempo il sostenni col mio volto:                 130
mostrando li occhi giovanetti a lui,
meco il menava in dritta parte vòlto.

   Sì tosto come in su la soglia fui                               133
di mia seconda etade e mutai vita,
questi si tolse a me, e diessi altrui.

   Quando di carne a spirto era salita,                      136
e bellezza e virtù cresciuta m'era,
fu' io a lui men cara e men gradita;

   e volse i passi suoi per via non vera,                     139
imagini di ben seguendo false,
che nulla promession rendono intera.

  Né l'impetrare ispirazion mi valse,                        142
con le quali e in sogno e altrimenti
lo rivocai: sì poco a lui ne calse!

   Tanto giù cadde, che tutti argomenti                   145
a la salute sua eran già corti,
fuor che mostrarli le perdute genti.

   Per questo visitai l'uscio d'i morti,                       148
e a colui che l'ha qua sù condotto,
li prieghi miei, piangendo, furon porti.

   Alto fato di Dio sarebbe rotto,                                151
se Letè si passasse e tal vivanda
fosse gustata sanza alcuno scotto

   di pentimento che lagrime spanda».                    154



This is Dante's sixth and most elaborate polyphonic rendering: 6. Purgatorio XXX.11,19,21,83-84, Veni de Libano, sponsa mea, contrafactum, ‘Peccatrice nominato Magdalena da Dio amata’, Laudario Fiorentino, BNCF BR 18|| Benedictus qui venis|| Manibus o data plena lilias || In te, Domine, speravi, contrafactum, ‘Ortorium virentium/Virga Yesse/Victime paschali laudes’, Laudario Fiorentino, BNCF BR 18, Psalm 31


Piero della Francesca, Solomon and the Queen of Sheba, Arezzo


In Purgatorio XXX the motet, this time certainly triple, perhaps even quadruple, is entirely in Latin, from the Song of Songs, the Gospel (Luke 19, 38; Matthew 21, 5 and 9) and from Virgil’s Aeneid, the Jewish, the Christian and the pagan Roman, all together (Purgatorio XXX.11,19, 21), and followed by Psalm 31 at lines 83-84. We know of Dante’s friendship with Jewish Emmanuel Romano at Verona, likewise a composer of polyphony, and thus that he could also know that the ‘Benedictus qui venis’ sung at Palm Sunday at Jesus’ entry into Jerusalem, comparing him to David, derives from the wedding song sung at a bridegroom’s entry into Synagogue.22  Here we have Beatrice being greeted as if Bathsheba, and the Queen of Sheba, Dante being greeted as if David and as if Solomon, while the Aeneid recalls the lines about the funeral of Marcellus over which his uncle Caesar Augustus wept and Octavia fainted on hearing Virgil chant them in Rome, Aeneid VI.884. It is possible that this motet is even more complicated, quadruple, and that its burden is Psalm 31. For in the same canto we find the angels singing, ‘In te, Domine, speravi’, until they come to the lines of ‘pedes meos’ (Purgatorio XXX.82-84, Psalm 31,1-8).

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