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Reader/Lettore, Carlo Poli



DANTE ALIGHIERI

COMMEDIA. PARADISO XV


enigna volontade in che si liqua                     1
sempre l'amor che drittamente spira,
come cupidità fa ne la iniqua,

   silenzio puose a quella dolce lira,                      4
e fece quïetar le sante corde
che la destra del cielo allenta e tira.

   Come saranno a' giusti preghi sorde                  7
quelle sustanze che, per darmi voglia
ch'io le pregassi, a tacer fur concorde?

   Bene è che sanza termine si doglia                    10
chi, per amor di cosa che non duri
etternalmente, quello amor si spoglia.

   Quale per li seren tranquilli e puri                     13
discorre ad ora ad or sùbito foco,
movendo li occhi che stavan sicuri,

   e pare stella che tramuti loco,                           16
se non che da la parte ond' e' s'accende
nulla sen perde, ed esso dura poco:

   tale dal corno che 'n destro si stende                 19
a piè di quella croce corse un astro
de la costellazion che lì resplende;

   né si partì la gemma dal suo nastro,                  22
ma per la lista radïal trascorse,
che parve foco dietro ad alabastro.

   Sì pïa l'ombra d'Anchise si porse,                     25
se fede merta nostra maggior musa,
quando in Eliso del figlio s'accorse.

                                            

   «O sanguis meus, o superinfusa                      28
gratïa Deï, sicut tibi cui
bis unquam celi ianüa reclusa?
».

   Così quel lume: ond' io m'attesi a lui;                31
poscia rivolsi a la mia donna il viso,
e quinci e quindi stupefatto fui;

   ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso            34
tal, ch'io pensai co' miei toccar lo fondo
de la mia gloria e del mio paradiso.

   Indi, a udire e a veder giocondo,                       37
giunse lo spirto al suo principio cose,
ch'io non lo 'ntesi, sì parlò profondo;

   né per elezïon mi si nascose,                            40
ma per necessità, ché 'l suo concetto
al segno d'i mortal si soprapuose.

   E quando l'arco de l'ardente affetto                   43
fu sì sfogato, che 'l parlar discese
inver' lo segno del nostro intelletto,

   la prima cosa che per me s'intese,                     46
«Benedetto sia tu», fu, «trino e uno,
che nel mio seme se' tanto cortese!».

   E seguì: «Grato e lontano digiuno,                    49
tratto leggendo del magno volume
du' non si muta mai bianco né bruno,

   solvuto hai, figlio, dentro a questo lume            52
in ch'io ti parlo, mercè di colei
ch'a l'alto volo ti vestì le piume.

   Tu credi che a me tuo pensier mei                    55
da quel ch'è primo, così come raia
da l'un, se si conosce, il cinque e 'l sei;

   e però ch'io mi sia e perch' io paia                    58
più gaudïoso a te, non mi domandi,
che alcun altro in questa turba gaia.

  Tu credi 'l vero; ché i minori e ' grandi               61
di questa vita miran ne lo speglio
in che, prima che pensi, il pensier pandi;

   ma perché 'l sacro amore in che io veglio           64 
con perpetüa vista e che m'asseta
di dolce disïar, s'adempia meglio,

   la voce tua sicura, balda e lieta                          67
suoni la volontà, suoni 'l disio,
a che la mia risposta è già decreta!».

   Io mi volsi a Beatrice, e quella udio                   70
pria ch'io parlassi, e arrisemi un cenno
che fece crescer l'ali al voler mio.

   Poi cominciai così: «L'affetto e 'l senno,            73
come la prima equalità v'apparse,
d'un peso per ciascun di voi si fenno,

   però che 'l sol che v'allumò e arse,                    76
col caldo e con la luce è sì iguali,
che tutte simiglianze sono scarse.

  Ma voglia e argomento ne' mortali,                    79
per la cagion ch'a voi è manifesta,
diversamente son pennuti in ali;

   ond' io, che son mortal, mi sento in questa        82
disagguaglianza, e però non ringrazio
se non col core a la paterna festa.

   Ben supplico io a te, vivo topazio                     85
che questa gioia prezïosa ingemmi,
perché mi facci del tuo nome sazio».

   «O fronda mia in che io compiacemmi              88
pur aspettando, io fui la tua radice»:
cotal principio, rispondendo, femmi.

   Poscia mi disse: «Quel da cui si dice                 91
tua cognazione e che cent' anni e piùe
girato ha 'l monte in la prima cornice,

  mio figlio fu e tuo bisavol fue:                           94
ben si convien che la lunga fatica
tu li raccorci con l'opere tue.

   Fiorenza dentro da la cerchia antica,                 97
ond' ella toglie ancora e terza e nona,
si stava in pace, sobria e pudica.

   Non avea catenella, non corona,                       100
non gonne contigiate, non cintura
che fosse a veder più che la persona.

   Non faceva, nascendo, ancor paura                  103
la figlia al padre, che 'l tempo e la dote
non fuggien quinci e quindi la misura.

   Non avea case di famiglia vòte;                        106
non v'era giunto ancor Sardanapalo
a mostrar ciò che 'n camera si puote.

   Non era vinto ancora Montemalo                     109
dal vostro Uccellatoio, che, com' è vinto
nel montar sù, così sarà nel calo.

   Bellincion Berti vid' io andar cinto                    112
di cuoio e d'osso, e venir da lo specchio
la donna sua sanza 'l viso dipinto;

   e vidi quel d'i Nerli e quel del Vecchio              115 
esser contenti a la pelle scoperta,
e le sue donne al fuso e al pennecchio.

   Oh fortunate! ciascuna era certa                      118
de la sua sepultura, e ancor nulla
era per Francia nel letto diserta.

   L'una vegghiava a studio de la culla,                121
e, consolando, usava l'idïoma
che prima i padri e le madri trastulla;

   l'altra, traendo a la rocca la chioma,                 124
favoleggiava con la sua famiglia
d'i Troiani, di Fiesole e di Roma.
                                                     
      

   Saria tenuta allor tal maraviglia                        127
una Cianghella, un Lapo Salterello,
qual or saria Cincinnato e Corniglia.

   A così riposato, a così bello                            130
viver di cittadini, a così fida
cittadinanza, a così dolce ostello,

   Maria mi diè, chiamata in alte grida;                133
e ne l'antico vostro Batisteo
insieme fui cristiano e Cacciaguida.

   Moronto fu mio frate ed Eliseo;                      136
mia donna venne a me di val di Pado,
e quindi il sopranome tuo si feo.

   Poi seguitai lo 'mperador Currado;                  139
ed el mi cinse de la sua milizia,
tanto per bene ovrar li venni in grado.

   Dietro li andai incontro a la nequizia                142
di quella legge il cui popolo usurpa,
per colpa d'i pastor, vostra giustizia.

   Quivi fu' io da quella gente turpa                     145
disviluppato dal mondo fallace,
lo cui amor molt' anime deturpa;

   e venni dal martiro a questa pace».                  148


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