'Dante vivo', 1997-2016 © Julia Bolton Holloway, Carlo Poli, Società Dantesca Italiana, Federico Bardazzi, Ensemble San Felice

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DANTE ALIGHIERI

COMMEDIA. PURGATORIO XIX



Londra, British Library, Yates Thompson 36, fol.  98v


e l'ora che non può 'l calor dïurno                    1
intepidar più 'l freddo de la luna,
vinto da terra, e talor da Saturno

   --quando i geomanti lor Maggior Fortuna            4
veggiono in orïente, innanzi a l'alba,
surger per via che poco le sta bruna--,

   mi venne in sogno una femmina balba,                 7
ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,
con le man monche, e di colore scialba.

   Io la mirava; e come 'l sol conforta                         10
le fredde membra che la notte aggrava,
così lo sguardo mio le facea scorta

   la lingua, e poscia tutta la drizzava                        13
in poco d'ora, e lo smarrito volto,
com' amor vuol, così le colorava.

  Poi ch'ell' avea 'l parlar così disciolto,                    16
cominciava a cantar sì, che con pena
da lei avrei mio intento rivolto.
                                                                                                                                                                      

   «Io son», cantava, «io son dolce serena,               19
che ' marinari in mezzo mar dismago;
tanto son di piacere a sentir piena!

   Io volsi Ulisse del suo cammin vago                      22
al canto mio; e qual meco s'ausa,
rado sen parte; sì tutto l'appago!».

  Ancor non era sua bocca richiusa,                           25
quand' una donna apparve santa e presta
lunghesso me per far colei confusa.

   «O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,                        28  
fieramente dicea; ed el venìa
con li occhi fitti pur in quella onesta.

   L'altra prendea, e dinanzi l'apria                             31
fendendo i drappi, e mostravami 'l ventre;
quel mi svegliò col puzzo che n'uscia.

   Io mossi li occhi, e 'l buon maestro: «Almen tre 34
voci t'ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;
troviam l'aperta per la qual tu entre».

   Sù mi levai, e tutti eran già pieni                             37
de l'alto dì i giron del sacro monte,
e andavam col sol novo a le reni.

   Seguendo lui, portava la mia fronte                       40
come colui che l'ha di pensier carca,
che fa di sé un mezzo arco di ponte;

   quand' io udi' «Venite; qui si varca»                      43
parlare in modo soave e benigno,
qual non si sente in questa mortal marca.

   Con l'ali aperte, che parean di cigno,                     46 
volseci in sù colui che sì parlonne
tra due pareti del duro macigno.
                                                                                    
   Mosse le penne poi e ventilonne,                            49
`Qui lugent' affermando esser beati,
ch'avran di consolar l'anime donne.

   «Che hai che pur inver' la terra guati?»,                52
la guida mia incominciò a dirmi,
poco amendue da l'angel sormontati.

   E io: «Con tanta sospeccion fa irmi                         55
novella visïon ch'a sé mi piega,
sì ch'io non posso dal pensar partirmi».

   «Vedesti», disse, «quell'antica strega                     58
che sola sovr' a noi omai si piagne;
vedesti come l'uom da lei si slega.

   Bastiti, e batti a terra le calcagne;                           61
li occhi rivolgi al logoro che gira
lo rege etterno con le rote magne».
                                                                                       

   Quale 'l falcon, che prima a' pié si mira,                64
indi si volge al grido e si protende
per lo disio del pasto che là il tira,

   tal mi fec' io; e tal, quanto si fende                         67
la roccia per dar via a chi va suso,
n'andai infin dove 'l cerchiar si prende.

   Com' io nel quinto giro fui dischiuso,                    70
vidi gente per esso che piangea,
giacendo a terra tutta volta in giuso.

                                                                                    

   `Adhaesit pavimento anima mea'                             73
sentia dir lor con sì alti sospiri,
che la parola a pena s'intendea.

   «O eletti di Dio, li cui soffriri                                     76
e giustizia e speranza fa men duri,
drizzate noi verso li alti saliri».

   «Se voi venite dal giacer sicuri,                                79
e volete trovar la via più tosto,
le vostre destre sien sempre di fori».

   Così pregò 'l poeta, e sì risposto                              82
poco dinanzi a noi ne fu; per ch'io
nel parlare avvisai l'altro nascosto,

   e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:                  85
ond' elli m'assentì con lieto cenno
ciò che chiedea la vista del disio.

   Poi ch'io potei di me fare a mio senno,                  88
trassimi sovra quella creatura
le cui parole pria notar mi fenno,

   dicendo: «Spirto in cui pianger matura                 91
quel sanza 'l quale a Dio tornar non pòssi,
sosta un poco per me tua maggior cura.

   Chi fosti e perché vòlti avete i dossi                        94
al sù, mi dì, e se vuo' ch'io t'impetri
cosa di là ond' io vivendo mossi».

   Ed elli a me: «Perché i nostri diretri                       97 
rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima
scias quod ego fui successor Petri.

   Intra Sïestri e Chiaveri s'adima                               100
una fiumana bella, e del suo nome
lo titol del mio sangue fa sua cima.
                                                                                       

   Un mese e poco più prova' io come                       103
pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,
che piuma sembran tutte l'altre some.

   La mia conversïone, omè!, fu tarda;                      106
ma, come fatto fui roman pastore,
così scopersi la vita bugiarda.

   Vidi che lì non s'acquetava il core,                         109
né più salir potiesi in quella vita;
per che di questa in me s'accese amore.

   Fino a quel punto misera e partita                        112
da Dio anima fui, del tutto avara;
or, come vedi, qui ne son punita.

   Quel ch'avarizia fa, qui si dichiara                         115
in purgazion de l'anime converse;
e nulla pena il monte ha più amara.

   Sì come l'occhio nostro non s'aderse                    118
in alto, fisso a le cose terrene,
così giustizia qui a terra il merse.

   Come avarizia spense a ciascun bene                   121
lo nostro amore, onde operar perdési,
così giustizia qui stretti ne tene,

   ne' piedi e ne le man legati e presi;                       124
e quanto fia piacer del giusto Sire,
tanto staremo immobili e distesi».

   Io m'era inginocchiato e volea dire;                      127   
ma com' io cominciai ed el s'accorse,
solo ascoltando, del mio reverire,

   «Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?».       130
E io a lui: «Per vostra dignitate
mia coscïenza dritto mi rimorse».

   «Drizza le gambe, lèvati sù, frate!»,                       133
rispuose; «non errar: conservo sono
teco e con li altri ad una podestate.

   Se mai quel santo evangelico suono                      136
che dice `Neque nubent' intendesti,
ben puoi veder perch' io così ragiono.

   Vattene omai: non vo' che più t'arresti;               139
ché la tua stanza mio pianger disagia,
col qual maturo ciò che tu dicesti.

   Nepote ho io di là c'ha nome Alagia,                      142
buona da sé, pur che la nostra casa
non faccia lei per essempro malvagia;

   e questa sola di là m'è rimasa».                               145




Londra, British Library, Yates Thompson 36, fol. 100


1 This becomes Dante's second Timothean motet:  2. Purgatorio XIX.7-36,73, ‘Io son dolce Sirena’, contrafactum, ‘Co’ la Madre del Beato’, Laudario Fiorentino, BNCF, BR 18)|| Psalm 118, ‘Adhesit pavimento anima mea’. Dante has already had Ulysses narrate his ‘suicide-bomb video’ shipwreck speech that had killed himself and all his comrades on the shores of the nuova terra (Inferno XXVI.46-142). Now we encounter the Siren and her song in Purgatorio XIX.7-36, that had earlier so threatened Ulysses’ voyage, and which was also Boethius’ example of the wrongful use of music, in a dream within the dream of the Commedia. Dante’s Paradiso II.1-18 will open explaining that his poem is a pilgrim ship, the manuscript illuminations showing the Jerusalem cross upon its sail, such pilgrim ships setting sail with singing ‘Veni Creator Spiritus’. The contrafactum motet to the Siren’s Song is Psalm 118.25 which is barely heard at all as it is said by souls expiating their avarice by clinging to the pavement: ‘Adhesit pavimento anima mea’ (Purgatorio XIX.73). And which includes the lines, ‘Averte oculos meos ne videant vanitatem in via tua vivifica me’. In this second motet or pairing the psalm follows, instead of preceding the sinning song. 

2 See Pilgrim and Book, Appendix II, pp. 279-281, on pilgrimage and falconry in Dante.


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