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XIII.mp3
DANTE
ALIGHIERI
COMMEDIA.
PURGATORIO XIII

Firenze, Biblioteca
Nazionale, Banco Rari 39, 141v
oi eravamo al
sommo de la
scala,
1
dove secondamente si risega
lo monte che salendo altrui dismala.
Ivi così una
cornice
lega
4
dintorno il poggio, come la primaia;
se non che l'arco suo più tosto piega.
Ombra non lì
è né segno che si
paia:
7
parsi la ripa e parsi la via schietta
col livido color de la petraia.
«Se qui per
dimandar gente
s'aspetta»,
10
ragionava il poeta, «io temo forse
che troppo avrà d'indugio nostra eletta».
Poi fisamente al sole
li occhi
porse;
13
fece del destro lato a muover centro,
e la sinistra parte di sé torse.
«O dolce lume a
cui fidanza i'
entro
16
per lo novo cammin, tu ne conduci»,
dicea, «come condur si vuol quinc' entro.
Tu scaldi il mondo, tu
sovr' esso
luci;
19
s'altra ragione in contrario non ponta,
esser dien sempre li tuoi raggi duci».
Quanto di qua per un
migliaio si
conta,
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tanto di là eravam noi già iti,
con poco tempo, per la voglia pronta;
e verso noi volar furon
sentiti,
25
non però visti, spiriti parlando
a la mensa d'amor cortesi inviti.
La prima voce che
passò
volando
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`Vinum non habent' altamente disse,
e dietro a noi l'andò reïterando.
E prima che del tutto
non si
udisse
31
per allungarsi, un'altra `I' sono Oreste'
passò gridando, e anco non s'affisse.
«Oh!»,
diss' io, «padre, che voci son
queste?». 34
E com' io domandai, ecco la terza
dicendo: `Amate da cui male aveste'.
E 'l buon maestro:
«Questo cinghio
sferza
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la colpa de la invidia, e però sono
tratte d'amor le corde de la ferza.
Lo fren vuol esser del
contrario suono;
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credo che l'udirai, per mio avviso,
prima che giunghi al passo del perdono.
Ma ficca li occhi per
l'aere ben
fiso,
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e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
e ciascun è lungo la grotta assiso».
Allora più che
prima li occhi
apersi;
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guarda'mi innanzi, e vidi ombre con manti
al color de la pietra non diversi.
E poi che fummo un poco
più
avanti,
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udia gridar: `Maria, òra per noi':
gridar `Michele' e `Pietro' e `Tutti santi'.
Non credo che per terra
vada
ancoi
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omo sì duro, che non fosse punto
per compassion di quel ch'i' vidi poi;
ché, quando fui
sì presso di lor
giunto,
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che li atti loro a me venivan certi,
per li occhi fui di grave dolor munto.
Di vil ciliccio mi
parean
coperti,
58
e l'un sofferia l'altro con la spalla,
e tutti da la ripa eran sofferti.
Così li ciechi a
cui la roba
falla,
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stanno a' perdoni a chieder lor bisogna,
e l'uno il capo sopra l'altro avvalla,
perché 'n altrui
pietà tosto si
pogna,
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non pur per lo sonar de le parole,
ma per la vista che non meno agogna.
E come a li orbi non
approda il
sole,
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così a l'ombre quivi, ond' io parlo ora,
luce del ciel di sé largir non vole;
ché a tutti un
fil di ferro i cigli
fóra
70
e cusce sì, come a sparvier selvaggio
si fa però che queto non dimora.
A me pareva, andando,
fare
oltraggio,
73
veggendo altrui, non essendo veduto:
per ch'io mi volsi al mio consiglio saggio.
Ben sapev' ei che volea
dir lo
muto;
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e però non attese mia dimanda,
ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».
Virgilio mi
venìa da quella
banda
79
de la cornice onde cader si puote,
perché da nulla sponda s'inghirlanda;
da l'altra parte m'eran
le
divote
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ombre, che per l'orribile costura
premevan sì, che bagnavan le gote.
Volsimi a loro e:
«O gente
sicura»,
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incominciai, «di veder l'alto lume
che 'l disio vostro solo ha in sua cura,
se tosto grazia resolva
le
schiume
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di vostra coscïenza sì che chiaro
per essa scenda de la mente il fiume,
ditemi, ché mi
fia grazioso e
caro,
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s'anima è qui tra voi che sia latina;
e forse lei sarà buon s'i' l'apparo».
«O frate mio,
ciascuna è
cittadina
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d'una vera città; ma tu vuo' dire
che vivesse in Italia peregrina».
Questo mi parve per
risposta
udire
97
più innanzi alquanto che là dov' io stava,
ond' io mi feci ancor più là sentire.
Tra l'altre vidi
un'ombra
ch'aspettava
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in vista; e se volesse alcun dir `Come?',
lo mento a guisa d'orbo in sù levava.
«Spirto»,
diss' io, «che per salir ti
dome,
103
se tu se' quelli che mi rispondesti,
fammiti conto o per luogo o per nome».
«Io fui
sanese», rispuose, «e con
questi
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altri rimendo qui la vita ria,
lagrimando a colui che sé ne presti.
Savia non fui, avvegna
che
Sapìa
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fossi chiamata, e fui de li altrui danni
più lieta assai che di ventura mia.
E perché tu non
creda ch'io
t'inganni,
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odi s'i' fui, com' io ti dico, folle,
già discendendo l'arco d'i miei anni.
Eran li cittadin miei
presso a
Colle
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in campo giunti co' loro avversari,
e io pregava Iddio di quel ch'e' volle.
Rotti fuor quivi e
vòlti ne li
amari
118
passi di fuga; e veggendo la caccia,
letizia presi a tutte altre dispari,
tanto ch'io volsi in
sù l'ardita
faccia,
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gridando a Dio: ``Omai più non ti temo!",
come fé 'l merlo per poca bonaccia.
Pace volli con Dio in
su lo
stremo
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de la mia vita; e ancor non sarebbe
lo mio dover per penitenza scemo,
se ciò non
fosse, ch'a memoria
m'ebbe
127
Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
a cui di me per caritate increbbe.
Ma tu chi se', che nostre
condizioni
130
vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
sì com' io credo, e spirando ragioni?».
«Li occhi»,
diss' io, «mi fieno ancor qui
tolti, 133
ma picciol tempo, ché poca è l'offesa
fatta per esser con invidia vòlti.
Troppa è
più la paura ond' è
sospesa
136
l'anima mia del tormento di sotto,
che già lo 'ncarco di là giù mi pesa».
Ed ella a me: «Chi t'ha
dunque
condotto
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qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».
E io: «Costui ch'è meco e non fa motto.
E vivo sono; e
però mi
richiedi,
142
spirito eletto, se tu vuo' ch'i' mova
di là per te ancor li mortai piedi».
«Oh, questa
è a udir sì cosa
nuova»,
145
rispuose, «che gran segno è che Dio t'ami;
però col priego tuo talor mi giova.
E cheggioti, per quel
che tu più
brami,
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se mai calchi la terra di Toscana,
che a' miei propinqui tu ben mi
rinfami.
Tu li vedrai tra quella
gente
vana
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che spera in Talamone, e perderagli
più di speranza ch'a trovar la Diana;

ma più vi perderanno
li
ammiragli».
154
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