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Reader/Lettore, Carlo Poli



DANTE ALIGHIERI

COMMEDIA. PARADISO XXX


orse semilia miglia di lontano                               1
ci ferve l'ora sesta, e questo mondo
china già l'ombra quasi al letto piano,

   quando 'l mezzo del cielo, a noi profondo,              4
comincia a farsi tal, ch'alcuna stella
perde il parere infino a questo fondo;

   e come vien la chiarissima ancella                          7
del sol più oltre, così 'l ciel si chiude
di vista in vista infino a la più bella.

   Non altrimenti il trïunfo che lude                          10
sempre dintorno al punto che mi vinse,
parendo inchiuso da quel ch'elli 'nchiude,

   a poco a poco al mio veder si stinse:                     13
per che tornar con li occhi a Bëatrice
nulla vedere e amor mi costrinse.

   Se quanto infino a qui di lei si dice                        16
fosse conchiuso tutto in una loda,
poca sarebbe a fornir questa vice.

  La bellezza ch'io vidi si trasmoda                           19
non pur di là da noi, ma certo io credo
che solo il suo fattor tutta la goda.

  Da questo passo vinto mi concedo                         22
più che già mai da punto di suo tema
soprato fosse comico o tragedo:

   ché, come sole in viso che più trema,                    25
così lo rimembrar del dolce riso
la mente mia da me medesmo scema.

   Dal primo giorno ch'i' vidi il suo viso                     28
in questa vita, infino a questa vista,
non m'è il seguire al mio cantar preciso;

   ma or convien che mio seguir desista                     31
più dietro a sua bellezza, poetando,
come a l'ultimo suo ciascuno artista.

   Cotal qual io lascio a maggior bando                      34
che quel de la mia tuba, che deduce
l'ardüa sua matera terminando,

   con atto e voce di spedito duce                             37
ricominciò: «Noi siamo usciti fore
del maggior corpo al ciel ch'è pura luce:

   luce intellettüal, piena d'amore;                             40
amor di vero ben, pien di letizia;
letizia che trascende ogne dolzore.

   Qui vederai l'una e l'altra milizia                            43
di paradiso, e l'una in quelli aspetti
che tu vedrai a l'ultima giustizia».

   Come sùbito lampo che discetti                             46
li spiriti visivi, sì che priva
da l'atto l'occhio di più forti obietti,

   così mi circunfulse luce viva,                                49
e lasciommi fasciato di tal velo
del suo fulgor, che nulla m'appariva.

   «Sempre l'amor che queta questo cielo                  52 
accoglie in sé con sì fatta salute,
per far disposto a sua fiamma il candelo».

   Non fur più tosto dentro a me venute                    55
queste parole brievi, ch'io compresi
me sormontar di sopr' a mia virtute;

   e di novella vista mi raccesi                                  58
tale, che nulla luce è tanto mera,
che li occhi miei non si fosser difesi;

   e vidi lume in forma di rivera                                61
fulvido di fulgore, intra due rive
dipinte di mirabil primavera.

   Di tal fiumana uscian faville vive,                          64
e d'ogne parte si mettien ne' fiori,
quasi rubin che oro circunscrive;

   poi, come inebrïate da li odori,                              67
riprofondavan sé nel miro gurge,
e s'una intrava, un'altra n'uscia fori.

   «L'alto disio che mo t'infiamma e urge,                  70
d'aver notizia di ciò che tu vei,
tanto mi piace più quanto più turge;

  ma di quest' acqua convien che tu bei                     73
prima che tanta sete in te si sazi»:
così mi disse il sol de li occhi miei.

   Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi                    76
ch'entrano ed escono e 'l rider de l'erbe
son di lor vero umbriferi prefazi.

   Non che da sé sian queste cose acerbe;                  79
ma è difetto da la parte tua,
che non hai viste ancor tanto superbe».

   Non è fantin che sì sùbito rua                                82
col volto verso il latte, se si svegli
molto tardato da l'usanza sua,

   come fec' io, per far migliori spegli                         85
ancor de li occhi, chinandomi a l'onda
che si deriva perché vi s'immegli;

   e sì come di lei bevve la gronda                             88
de le palpebre mie, così mi parve
di sua lunghezza divenuta tonda.

   Poi, come gente stata sotto larve,                           91
che pare altro che prima, se si sveste
la sembianza non süa in che disparve,

   così mi si cambiaro in maggior feste                       94
li fiori e le faville, sì ch'io vidi
ambo le corti del ciel manifeste.

  O isplendor di Dio, per cu' io vidi                            97
l'alto trïunfo del regno verace,
dammi virtù a dir com' ïo il vidi!

   Lume è là sù che visibile face                                 100
lo creatore a quella creatura
che solo in lui vedere ha la sua pace.

   E' si distende in circular figura,                               103
in tanto che la sua circunferenza
sarebbe al sol troppo larga cintura.

   Fassi di raggio tutta sua parvenza                            106
reflesso al sommo del mobile primo,
che prende quindi vivere e potenza.

   E come clivo in acqua di suo imo                            109
si specchia, quasi per vedersi addorno,
quando è nel verde e ne' fioretti opimo,

   sì, soprastando al lume intorno intorno,                   112
vidi specchiarsi in più di mille soglie
quanto di noi là sù fatto ha ritorno.

   E se l'infimo grado in sé raccoglie                           115
sì grande lume, quanta è la larghezza
di questa rosa ne l'estreme foglie!

   La vista mia ne l'ampio e ne l'altezza                      118
non si smarriva, ma tutto prendeva
il quanto e 'l quale di quella allegrezza.

   Presso e lontano, lì, né pon né leva:                       121
ché dove Dio sanza mezzo governa,
la legge natural nulla rileva.

  Nel giallo de la rosa sempiterna,                              124
che si digrada e dilata e redole
odor di lode al sol che sempre verna,

   qual è colui che tace e dicer vole,                           127
mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira
quanto è 'l convento de le bianche stole!

   Vedi nostra città quant' ella gira;                             130
vedi li nostri scanni sì ripieni,
che poca gente più ci si disira.

   E 'n quel gran seggio a che tu li occhi tieni               133
per la corona che già v'è sù posta,
prima che tu a queste nozze ceni,

   sederà l'alma, che fia giù agosta,                             136
de l'alto Arrigo, ch'a drizzare Italia
verrà in prima ch'ella sia disposta.

   La cieca cupidigia che v'ammalia                            139
simili fatti v'ha al fantolino
che muor per fame e caccia via la balia.

   E fia prefetto nel foro divino                                  142
allora tal, che palese e coverto
non anderà con lui per un cammino.

   Ma poco poi sarà da Dio sofferto                           145
nel santo officio; ch'el sarà detruso
là dove Simon mago è per suo merto,

   e farà quel d'Alagna intrar più giuso».                     147


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