'Dante vivo', 1997-2016 © Julia Bolton Holloway, Carlo Poli, Società Dantesca Italiana, Federico Bardazzi, Ensemble San Felice

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14.mp3 Lettore, Arnoldo Foà



DANTE ALIGHIERI

COMMEDIA. INFERNO XIV


 

oi che la carità del natio loco                    1
mi strinse, raunai le fronde sparte
e rende'le a colui, ch'era già fioco.

   Indi venimmo al fine ove si parte                  4
lo secondo giron dal terzo, e dove
si vede di giustizia orribil arte.

   A ben manifestar le cose nove,                       7
dico che arrivammo ad una landa
che dal suo letto ogne pianta rimove.

   La dolorosa selva l'è ghirlanda                      10  
intorno, come 'l fosso tristo ad essa;
quivi fermammo i passi a randa a randa.

   Lo spazzo era una rena arida e spessa,     13
non d'altra foggia fatta che colei
che fu da' piè di Caton già soppressa.

   O vendetta di Dio, quanto tu dei                 16
esser temuta da ciascun che legge
ciò che fu manifesto a li occhi mei!

  D'anime nude vidi molte gregge                  19
che piangean tutte assai miseramente,
e parea posta lor diversa legge.

   Supin giacea in terra alcuna gente,             22
alcuna si sedea tutta raccolta,
e altra andava continüamente.

   Quella che giva 'ntorno era più molta,       25
e quella men che giacëa al tormento,
ma più al duolo avea la lingua sciolta.

   Sovra tutto 'l sabbion, d'un cader lento,    28
piovean di foco dilatate falde,
come di neve in alpe sanza vento.

   Quali Alessandro in quelle parti calde       31
d'Indïa vide sopra 'l süo stuolo
fiamme cadere infino a terra salde,

   per ch'ei provide a scalpitar lo suolo         34
con le sue schiere, acciò che lo vapore
mei si stingueva mentre ch'era solo:

   tale scendeva l'etternale ardore;                37
onde la rena s'accendea, com' esca
sotto focile, a doppiar lo dolore.

  Sanza riposo mai era la tresca                     40
de le misere mani, or quindi or quinci
escotendo da sé l'arsura fresca.

   I' cominciai: «Maestro, tu che vinci          43
tutte le cose, fuor che ' demon duri
ch'a l'intrar de la porta incontra uscinci,

   chi è quel grande che non par che curi    46 
lo 'ncendio e giace dispettoso e torto,
sì che la pioggia non par che 'l marturi?».

   E quel medesmo, che si fu accorto           49
ch'io domandava il mio duca di lui,
gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.

   Se Giove stanchi 'l suo fabbro da cui        52
crucciato prese la folgore aguta
onde l'ultimo dì percosso fui;                                                                          

   o s'elli stanchi li altri a muta a muta        55
in Mongibello a la focina negra,
chiamando ``Buon Vulcano, aiuta, aiuta!",
                                                                         

   sì com' el fece a la pugna di Flegra,          58
e me saetti con tutta sua forza:
non ne potrebbe aver vendetta allegra».


  Allora il duca mio parlò di forza                61
tanto, ch'i' non l'avea sì forte udito:
«O Capaneo, in ciò che non s'ammorza

   la tua superbia, se' tu più punito;             64
nullo martiro, fuor che la tua rabbia,
sarebbe al tuo furor dolor compito».

  Poi si rivolse a me con miglior labbia,     67
dicendo: «Quei fu l'un d'i sette regi
ch'assiser Tebe; ed ebbe e par ch'elli abbia

  Dio in disdegno, e poco par che 'l pregi;  70
ma, com' io dissi lui, li suoi dispetti
sono al suo petto assai debiti fregi.

   Or mi vien dietro, e guarda che non metti, 73
ancor, li piedi ne la rena arsiccia;
ma sempre al bosco tien li piedi stretti».

   Tacendo divenimmo là 've spiccia             76
fuor de la selva un picciol fiumicello,
lo cui rossore ancor mi raccapriccia.                                                                          

   Quale del Bulicame esce ruscello              79
che parton poi tra lor le peccatrici,
tal per la rena giù sen giva quello.
                                                                         

   Lo fondo suo e ambo le pendici                82
fatt' era 'n pietra, e ' margini dallato;
per ch'io m'accorsi che 'l passo era lici.

   «Tra tutto l'altro ch'i' t'ho dimostrato,  85
poscia che noi intrammo per la porta
lo cui sogliare a nessuno è negato,

   cosa non fu da li tuoi occhi scorta            88
notabile com' è 'l presente rio,
che sovra sé tutte fiammelle ammorta».

   Queste parole fuor del duca mio;              91
per ch'io 'l pregai che mi largisse 'l pasto
di cui largito m'avëa il disio.

   «In mezzo mar siede un paese guasto»  94 
diss' elli allora, «che s'appella Creta,
sotto 'l cui rege fu già 'l mondo casto.

   Una montagna v'è che già fu lieta             97
d'acqua e di fronde, che si chiamò Ida;
or è diserta come cosa vieta.

   Rëa la scelse già per cuna fida                  100
del suo figliuolo, e per celarlo meglio,
quando piangea, vi facea far le grida.

   Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,103
che tien volte le spalle inver' Dammiata
e Roma guarda come süo speglio.

   La sua testa è di fin oro formata,              106
e puro argento son le braccia e 'l petto,
poi è di rame infino a la forcata;

   da indi in giuso è tutto ferro eletto,        109
salvo che 'l destro piede è terra cotta;
e sta 'n su quel, più che 'n su l'altro, eretto.

   Ciascuna parte, fuor che l'oro, è rotta    112
d'una fessura che lagrime goccia,
le quali, accolte, fóran quella grotta.

   Lor corso in questa valle si diroccia;      115
fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
poi sen van giù per questa stretta doccia,

   infin, là ove più non si dismonta,             118
fanno Cocito; e qual sia quello stagno
tu lo vedrai, però qui non si conta».

   E io a lui: «Se 'l presente rigagno              121
si diriva così dal nostro mondo,
perché ci appar pur a questo vivagno?».

  Ed elli a me: «Tu sai che 'l loco è tondo;  124
e tutto che tu sie venuto molto,
pur a sinistra, giù calando al fondo,

  non se' ancor per tutto 'l cerchio vòlto;       127
per che, se cosa n'apparisce nova,
non de' addur maraviglia al tuo volto».

  E io ancor: «Maestro, ove si trova             130
Flegetonta e Letè? ché de l'un taci,
e l'altro di' che si fa d'esta piova».

   «In tutte tue question certo mi piaci»,       133
rispuose, «ma 'l bollor de l'acqua rossa
dovea ben solver l'una che tu faci.

  Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,        136
là dove vanno l'anime a lavarsi
quando la colpa pentuta è rimossa».

   Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi   139
dal bosco; fa che di retro a me vegne:
li margini fan via, che non son arsi,

   e sopra loro ogne vapor si spegne».        142

  
Londra, British Library, Yates Thompson 36, fol. 25


William Blake, Hell Canto 14


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