'Dante vivo', 1997-2016 © Julia Bolton Holloway, Carlo Poli, Società Dantesca Italiana, Federico Bardazzi, Ensemble San Felice

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DANTE ALIGHIERI

COMMEDIA. PARADISO XXXIII



Arnolfo di Cambio, Dormizione della Virgine
Gesù con l'anima di Maria, la madre come la figlia,
Sapienza, che gioca accanto a Dio alla Creazione

                                                                                                 

«ergine Madre, figlia del tuo figlio,                        1
umile e alta più che creatura,
termine fisso d'etterno consiglio,

   tu se' colei che l'umana natura                                    4
nobilitasti sì, che 'l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.

   Nel ventre tuo si raccese l'amore,                              7
per lo cui caldo ne l'etterna pace
così è germinato questo fiore.

   Qui se' a noi meridïana face                                       10
di caritate, e giuso, intra ' mortali,
se' di speranza fontana vivace.

   Donna, se' tanto grande e tanto vali,                       13
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz' ali.

   La tua benignità non pur soccorre                          16
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.

   In te misericordia, in te pietate,                               19
in te magnificenza, in te s'aduna
quantunque in creatura è di bontate.

   Or questi, che da l'infima lacuna                             22
de l'universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,

   supplica a te, per grazia, di virtute                          25
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l'ultima salute.

   E io, che mai per mio veder non arsi                      28
più ch'i' fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,

   perché tu ogne nube li disleghi                                 31  
di sua mortalità co' prieghi tuoi,
sì che 'l sommo piacer li si dispieghi.

   Ancor ti priego, regina, che puoi                              34 
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.

   Vinca tua guardia i movimenti umani:                   37
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!».

   Li occhi da Dio diletti e venerati,                              40
fissi ne l'orator, ne dimostraro
quanto i devoti prieghi le son grati;

   indi a l'etterno lume s'addrizzaro,                          43
nel qual non si dee creder che s'invii
per creatura l'occhio tanto chiaro.

   E io ch'al fine di tutt' i disii                                        46
appropinquava, sì com' io dovea,
l'ardor del desiderio in me finii.

   Bernardo m'accennava, e sorridea,                         49
perch' io guardassi suso; ma io era
già per me stesso tal qual ei volea:

   ché la mia vista, venendo sincera,                           52
e più e più intrava per lo raggio
de l'alta luce che da sé è vera.

   Da quinci innanzi il mio veder fu maggio              55
che 'l parlar mostra, ch'a tal vista cede,
e cede la memoria a tanto oltraggio.

   Qual è colüi che sognando vede,                              58
che dopo 'l sogno la passione impressa
rimane, e l'altro a la mente non riede,

   cotal son io, ché quasi tutta cessa                            61
mia visïone, e ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa.

   Così la neve al sol si disigilla;                                     64
così al vento ne le foglie levi
si perdea la sentenza di Sibilla.

   O somma luce che tanto ti levi                                  67
da' concetti mortali, a la mia mente
ripresta un poco di quel che parevi,

   e fa la lingua mia tanto possente,                             70
ch'una favilla sol de la tua gloria
possa lasciare a la futura gente;

   ché, per tornare alquanto a mia memoria             73
e per sonare un poco in questi versi,
più si conceperà di tua vittoria.

   Io credo, per l'acume ch'io soffersi                         76
del vivo raggio, ch'i' sarei smarrito,
se li occhi miei da lui fossero aversi.

   E' mi ricorda ch'io fui più ardito                              79
per questo a sostener, tanto ch'i' giunsi
l'aspetto mio col valore infinito.

   Oh abbondante grazia ond' io presunsi                 82
ficcar lo viso per la luce etterna,
tanto che la veduta vi consunsi!
                                                                                          

   Nel suo profondo vidi che s'interna,                       85
legato con amore in un volume,
ciò che per l'universo si squaderna:

   sustanze e accidenti e lor costume                          88
quasi conflati insieme, per tal modo
che ciò ch'i' dico è un semplice lume.

   La forma universal di questo nodo                          91
credo ch'i' vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento ch'i' godo.

   Un punto solo m'è maggior letargo                         94
che venticinque secoli a la 'mpresa
che fé Nettuno ammirar l'ombra d'Argo.



Londra, British Library, Yates Thompson 36, fol. 190
                                                                                       

                                                                                                         

   Così la mente mia, tutta sospesa,                             97
mirava fissa, immobile e attenta,
e sempre di mirar faceasi accesa.

   A quella luce cotal si diventa,                                   100
che volgersi da lei per altro aspetto
è impossibil che mai si consenta;

   però che 'l ben, ch'è del volere obietto,                 103
tutto s'accoglie in lei, e fuor di quella
è defettivo ciò ch'è lì perfetto.

   Omai sarà più corta mia favella,                              106
pur a quel ch'io ricordo, che d'un fante
che bagni ancor la lingua a la mammella.

   Non perché più ch'un semplice sembiante          109
fosse nel vivo lume ch'io mirava,
che tal è sempre qual s'era davante;

   ma per la vista che s'avvalorava                              112
in me guardando, una sola parvenza,
mutandom' io, a me si travagliava.

   Ne la profonda e chiara sussistenza                       115
de l'alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d'una contenenza;

   e l'un da l'altro come iri da iri                                  118
parea reflesso, e 'l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.

   Oh quanto è corto il dire e come fioco                   121
al mio concetto! e questo, a quel ch'i' vidi,
è tanto, che non basta a dicer `poco'.

   O luce etterna che sola in te sidi,                             124
sola t'intendi, e da te intelletta
e intendente te ami e arridi!

   Quella circulazion che sì concetta                           127
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,

   dentro da sé, del suo colore stesso,                         130
mi parve pinta de la nostra effige:
per che 'l mio viso in lei tutto era messo.

   Qual è 'l geomètra che tutto s'affige                       133
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond' elli indige,

   tal era io a quella vista nova:                                    136
veder voleva come si convenne
l'imago al cerchio e come vi s'indova;

   ma non eran da ciò le proprie penne:                    139
se non che la mia mente fu percossa
da un fulgore in che sua voglia venne.

   A l'alta fantasia qui mancò possa;                           142
ma già volgeva il mio disio e 'l velle,
sì come rota ch'igualmente è mossa,

   l'amor che move il sole e l'altre stelle.                   145


Londra, British Library, Yates Thompson 36, fol. 189


1 Dante gives us an economy in which nothing is lost, the scattered, burnt leaves of Brunetto's misunderstood Tesoretto and likewise those of the Sybilline Aeneid's, are gathered up and bound in one volume of God's Creation, pagan and Christian combined.
2 Even the ship voyage metaphor of the poem now combines the pagan God Neptune marvelling at the Argonaut from beneath the waves with the psalm verses chanted by Jonah, all this brought into a harmony where the Cistercian, Latin Gregorian chanting St Bernard instead sings a Franciscan lauda in the language of the people, in the Italian of women and children, all included.


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