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Reader/Lettore, Carlo Poli



DANTE ALIGHIERI

COMMEDIA. PARADISO XIX


area dinanzi a me con l'ali aperte                1
la bella image che nel dolce frui
liete facevan l'anime conserte;

   parea ciascuna rubinetto in cui                        4
raggio di sole ardesse sì acceso,
che ne' miei occhi rifrangesse lui.

   E quel che mi convien ritrar testeso,                7
non portò voce mai, né scrisse incostro,
né fu per fantasia già mai compreso;

   ch'io vidi e anche udi' parlar lo rostro,             10
e sonar ne la voce e «io» e «mio»,
quand' era nel concetto e `noi' e `nostro'.

   E cominciò: «Per esser giusto e pio                 13
son io qui essaltato a quella gloria
che non si lascia vincere a disio;

   e in terra lasciai la mia memoria                      16
sì fatta, che le genti lì malvage
commendan lei, ma non seguon la storia».

   Così un sol calor di molte brage                      19
si fa sentir, come di molti amori
usciva solo un suon di quella image.

   Ond' io appresso: «O perpetüi fiori                  22
de l'etterna letizia, che pur uno
parer mi fate tutti vostri odori,

   solvetemi, spirando, il gran digiuno                  25
che lungamente m'ha tenuto in fame,
non trovandoli in terra cibo alcuno.

   Ben so io che, se 'n cielo altro reame               28
la divina giustizia fa suo specchio,
che 'l vostro non l'apprende con velame.

   Sapete come attento io m'apparecchio             31 
ad ascoltar; sapete qual è quello
dubbio che m'è digiun cotanto vecchio».
                                                                            

   Quasi falcone ch'esce del cappello,                  34
move la testa e con l'ali si plaude,
voglia mostrando e faccendosi bello,

   vid' io farsi quel segno, che di laude                 37
de la divina grazia era contesto,
con canti quai si sa chi là sù gaude.

   Poi cominciò: «Colui che volse il sesto             40
a lo stremo del mondo, e dentro ad esso
distinse tanto occulto e manifesto,

   non poté suo valor sì fare impresso                  43
in tutto l'universo, che 'l suo verbo
non rimanesse in infinito eccesso.

   E ciò fa certo che 'l primo superbo,                  46
che fu la somma d'ogne creatura,
per non aspettar lume, cadde acerbo;

   e quinci appar ch'ogne minor natura                 49
è corto recettacolo a quel bene
che non ha fine e sé con sé misura.

   Dunque vostra veduta, che convene                 52
esser alcun de' raggi de la mente
di che tutte le cose son ripiene,

   non pò da sua natura esser possente                 55
tanto, che suo principio discerna
molto di là da quel che l'è parvente.

   Però ne la giustizia sempiterna                         58
la vista che riceve il vostro mondo,
com' occhio per lo mare, entro s'interna;

   che, ben che da la proda veggia il fondo,          61
in pelago nol vede; e nondimeno
èli, ma cela lui l'esser profondo.

   Lume non è, se non vien dal sereno                 64
che non si turba mai; anzi è tenèbra
od ombra de la carne o suo veleno.

   Assai t'è mo aperta la latebra                           67
che t'ascondeva la giustizia viva,
di che facei question cotanto crebra;

   ché tu dicevi: ``Un uom nasce a la riva             70
de l'Indo, e quivi non è chi ragioni
di Cristo né chi legga né chi scriva;

   e tutti suoi voleri e atti buoni                           73
sono, quanto ragione umana vede,
sanza peccato in vita o in sermoni.

   Muore non battezzato e sanza fede:                 76
ov' è questa giustizia che 'l condanna?
ov' è la colpa sua, se ei non crede?".

   Or tu chi se', che vuo' sedere a scranna,           79
per giudicar di lungi mille miglia
con la veduta corta d'una spanna?

   Certo a colui che meco s'assottiglia,                 82
se la Scrittura sovra voi non fosse,
da dubitar sarebbe a maraviglia.

   Oh terreni animali! oh menti grosse!                85
La prima volontà, ch'è da sé buona,
da sé, ch'è sommo ben, mai non si mosse.

   Cotanto è giusto quanto a lei consuona:           88
nullo creato bene a sé la tira,
ma essa, radïando, lui cagiona».

   Quale sovresso il nido si rigira                        91
poi c'ha pasciuti la cicogna i figli,
e come quel ch'è pasto la rimira;

   cotal si fece, e sì leväi i cigli,                          94
la benedetta imagine, che l'ali
movea sospinte da tanti consigli.

   Roteando cantava, e dicea: «Quali                  97
son le mie note a te, che non le 'ntendi,
tal è il giudicio etterno a voi mortali».

   Poi si quetaro quei lucenti incendi                   100
de lo Spirito Santo ancor nel segno
che fé i Romani al mondo reverendi,

   esso ricominciò: «A questo regno                    103
non salì mai chi non credette 'n Cristo,
né pria né poi ch'el si chiavasse al legno.

  Ma vedi: molti gridan ``Cristo, Cristo!",            106
che saranno in giudicio assai men prope
a lui, che tal che non conosce Cristo;

   e tai Cristian dannerà l'Etïòpe,                        109
quando si partiranno i due collegi,
l'uno in etterno ricco e l'altro inòpe.

   Che poran dir li Perse a' vostri regi,                112
come vedranno quel volume aperto
nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?

   Lì si vedrà, tra l'opere d'Alberto,                    115
quella che tosto moverà la penna,
per che 'l regno di Praga fia diserto.

   Lì si vedrà il duol che sovra Senna                 118
induce, falseggiando la moneta,
quel che morrà di colpo di cotenna.

   Lì si vedrà la superbia ch'asseta,                    121
che fa lo Scotto e l'Inghilese folle,
sì che non può soffrir dentro a sua meta.

   Vedrassi la lussuria e 'l viver molle                 124
di quel di Spagna e di quel di Boemme,
che mai valor non conobbe né volle.

   Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme                  127
segnata con un i la sua bontate,
quando 'l contrario segnerà un emme.

   Vedrassi l'avarizia e la viltate                         130
di quei che guarda l'isola del foco,
ove Anchise finì la lunga etate;

   e a dare ad intender quanto è poco,                133
la sua scrittura fian lettere mozze,
che noteranno molto in parvo loco.

   E parranno a ciascun l'opere sozze                 136
del barba e del fratel, che tanto egregia
nazione e due corone han fatte bozze.

   E quel di Portogallo e di Norvegia                  139
lì si conosceranno, e quel di Rascia
che male ha visto il conio di Vinegia.

   Oh beata Ungheria, se non si lascia                142
più malmenare! e beata Navarra,
se s'armasse del monte che la fascia!

   E creder de' ciascun che già, per arra             145
di questo, Niccosïa e Famagosta
per la lor bestia si lamenti e garra,

   che dal fianco de l'altre non si scosta».           148


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