'Dante vivo', 1997-2016 © Julia Bolton Holloway, Carlo Poli, Società Dantesca Italiana, Federico Bardazzi, Ensemble San Felice, Richard Holloway, Akita Noek

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DANTE ALIGHIERI

COMMEDIA. INFERNO XXVIII


hi poria mai pur con parole sciolte                   1
dicer del sangue e de le piaghe a pieno
ch'i' ora vidi, per narrar più volte?

Ogne lingua per certo verria meno                          4 
per lo nostro sermone e per la mente
c'hanno a tanto comprender poco seno.

S'el s'aunasse ancor tutta la gente                           7
che già, in su la fortunata terra
di Puglia, fu del suo sangue dolente

per li Troiani e per la lunga guerra                          10
che de l'anella fé sì alte spoglie,
come Livïo scrive, che non erra,

con quella che sentio di colpi doglie                        13
per contastare a Ruberto Guiscardo;
e l'altra il cui ossame ancor s'accoglie

a Ceperan, là dove fu bugiardo                                  16
ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,
dove sanz' arme vinse il vecchio Alardo;
                                                                                     

e qual forato suo membro e qual mozzo                19
mostrasse, d'aequar sarebbe nulla
il modo de la nona bolgia sozzo.

Già veggia, per mezzul perdere o lulla,                    22
com' io vidi un, così non si pertugia,
rotto dal mento infin dove si trulla.

Tra le gambe pendevan le minugia;                          25
la corata pareva e 'l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia.

Mentre che tutto in lui veder m'attacco,                  28
guardommi e con le man s'aperse il petto,
dicendo: «Or vedi com' io mi dilacco!

vedi come storpiato è Mäometto!                              31
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.

E tutti li altri che tu vedi qui,                                       34
seminator di scandalo e di scisma
fuor vivi, e però son fessi così.

Un diavolo è qua dietro che n'accisma                     37
sì crudelmente, al taglio de la spada
rimettendo ciascun di questa risma,

quand' avem volta la dolente strada;                       40
però che le ferite son richiuse
prima ch'altri dinanzi li rivada.

Ma tu chi se' che 'n su lo scoglio muse,                   43
forse per indugiar d'ire a la pena
ch'è giudicata in su le tue accuse?».

«Né morte 'l giunse ancor, né colpa 'l mena»         46
rispuose 'l mio maestro, «a tormentarlo;
ma per dar lui esperïenza piena,

a me, che morto son, convien menarlo                   49
per lo 'nferno qua giù di giro in giro;
e quest' è ver così com' io ti parlo».

Più fuor di cento che, quando l'udiro,                      52
s'arrestaron nel fosso a riguardarmi
per maraviglia, oblïando il martiro.

«Or dì a fra Dolcin dunque che s'armi,                     55
tu che forse vedra' il sole in breve,
s'ello non vuol qui tosto seguitarmi,

sì di vivanda, che stretta di neve                               58
non rechi la vittoria al Noarese,
ch'altrimenti acquistar non saria leve».

Poi che l'un piè per girsene sospese,                        61
Mäometto mi disse esta parola;
indi a partirsi in terra lo distese.

Un altro, che forata avea la gola                                 64
e tronco 'l naso infin sotto le ciglia,
e non avea mai ch'una orecchia sola,

ristato a riguardar per maraviglia                             67
con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,
ch'era di fuor d'ogne parte vermiglia,

e disse: «O tu cui colpa non condanna                     70
e cu' io vidi su in terra latina,
se troppa simiglianza non m'inganna,                                                                             

rimembriti di Pier da Medicina,                                 73
se mai torni a veder lo dolce piano
che da Vercelli a Marcabò dichina.
                                                                                    

E fa saper a' due miglior da Fano,                              76
a messer Guido e anco ad Angiolello,
che, se l'antiveder qui non è vano,

gittati saran fuor di lor vasello                                   79
e mazzerati presso a la Cattolica
per tradimento d'un tiranno fello.
                                                                                     

Tra l'isola di Cipri e di Maiolica                                 82
non vide mai sì gran fallo Nettuno,
non da pirate, non da gente argolica.

Quel traditor che vede pur con l'uno,                      85
e tien la terra che tale qui meco
vorrebbe di vedere esser digiuno,                                                                               

farà venirli a parlamento seco;                                  88
poi farà sì, ch'al vento di Focara
non sarà lor mestier voto né preco».
                                                                                   

E io a lui: «Dimostrami e dichiara,                            91
se vuo' ch'i' porti sù di te novella,
chi è colui da la veduta amara».

Allor puose la mano a la mascella                             94
d'un suo compagno e la bocca li aperse,
gridando: «Questi è desso, e non favella.

Questi, scacciato, il dubitar sommerse                     97
in Cesare, affermando che 'l fornito
sempre con danno l'attender sofferse».

Oh quanto mi pareva sbigottito                                 100
con la lingua tagliata ne la strozza
Curïo, ch'a dir fu così ardito!

E un ch'avea l'una e l'altra man mozza,                   103
levando i moncherin per l'aura fosca,
sì che 'l sangue facea la faccia sozza,

gridò: «Ricordera'ti anche del Mosca,                     106
che disse, lasso!, ``Capo ha cosa fatta",
che fu mal seme per la gente tosca».

E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»;             109
per ch'elli, accumulando duol con duolo,
sen gio come persona trista e matta.

Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,                           112
e vidi cosa ch'io avrei paura,
sanza più prova, di contarla solo;

se non che coscïenza m'assicura,                              115
la buona compagnia che l'uom francheggia
sotto l'asbergo del sentirsi pura.

Io vidi certo, e ancor par ch'io 'l veggia,                  118
un busto sanza capo andar sì come
andavan li altri de la trista greggia;

e 'l capo tronco tenea per le chiome,                       121
pesol con mano a guisa di lanterna:
e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».

Di sé facea a sé stesso lucerna,                                   124
ed eran due in uno e uno in due;
com' esser può, quei sa che sì governa.

Quando diritto al piè del ponte fue,                          127
levò 'l braccio alto con tutta la testa
per appressarne le parole sue,

che fuoro: «Or vedi la pena molesta,                       130
tu che, spirando, vai veggendo i morti:
vedi s'alcuna è grande come questa.

E perché tu di me novella porti,                                133
sappi ch'i' son Bertram dal Bornio, quelli
che diedi al re giovane i ma' conforti.

Io feci il padre e 'l figlio in sé ribelli;                        136
Achitofèl non fé più d'Absalone
e di Davìd coi malvagi punzelli.

Perch' io parti' così giunte persone,                        139
partito porto il mio cerebro, lasso!,
dal suo principio ch'è in questo troncone.

Così s'osserva in me lo contrapasso».                     142


Londra, British Library, Yates Thompson 36, fol. 51


 



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